LA STORIA E LE DECLAMAZIONi

Si può osservare come la teoria dell'i. , e le declamazioni che la concernono, si siano conformate, nei vari sistemi, in base alle vicende storiche ed ai rapporti tra i diversi formanti .

All'epoca del diritto comune troviamo, l'una accanto all'altro, la leggeemanata dalla volontà del princeps, e il diritto elaborato dalle rationes dei dottori. La voluntas del princeps doveva inserirsi senza troppo alterare nel corpus del diritto comune , gli statuta erano suscettibili solo di strictissima interpretatio . La sentenza resa in base alle rationes era nulla se data nel casus legis. Ovvero se la legge prevedeva espressamente un caso, essa vi si doveva applicare, ad esclusione d'ogni altra ratio . Il valore dell' in claris non fit interpretatio era questo : che l'interpretatio, quale ingresso delle rationes, era esclusa là dove il casus pareva chiaramente regolato dalla voluntas.

La legge di cui poteva discutersi nel diritto comune era di tipo casuistico e veniva redatta avendo di mira solo specifici casi espressi . Ogni legge veniva così innanzitutto interpretata facendo giocare la quaestio potestatis e la quasestio voluntatis , cercandosi di restringere l'ambito delle leggi e le loro possibili implicazioni contarie al diritto comune.

L'idea di un legislatore onnipotente era assente : il diritto era il diritto della tradizione; anzi un diritto nuovo appariva quasi come una contraddizione in termini .

Un simile atteggiamento generale si è perpetuato in quei sistemi che hanno resistito al movemento per la codificazione.

Questa attitudine del diritto comune a considerare giustapposti lo jus commune e gli statuta del principe, è, infatti, palesemente rimasta inalterata nei sistemi di Common Law, dove il diritto sapienzale di elaborazione forense (e dottrinale) costituisce un indipendent realm of the Law rispetto agli statutes, cioè al diritto di fonte legislativa , il quale deve essere interpretato in modo stretto e letterale.

Un tale atteggiamento è stato aiutato da alcune particolarità tipiche del sistema inglese nella sua evoluzione.

Vi è innanzitutto da considerare quanto la pratica dei writs abbia potuto influire anche sul trattamento degli statutes che concedevano un qualche rimedio . Se la pratica per ottenere un rimedio era quella di copiare letteralmente il writ , è stato arguito che anche il rimedio concesso dalla legge venisse dato solo se la domanda era presentata in perfetta aderenza letterale al testo previsto da essa . La mise en oevre de la loi sarebbe così stata ancorata ad un'idea del massimo rispetto della sua letteralità.

Si consideri inoltre come fin dai tempi della Glorious Revolution, i Comuni, aspirando alla propria protezione, proibirono che i resoconti dei loro dibattiti potessero essere noti alla Corona o all'altra Camera , e così il diritto alla libertà di parola in Parlamento produsse il divieto pei giudici di citare gli Hansard nelle loro sentenze. L'impossibilità di ricorrere alle discussioni rpecedenti all'emanazione della legge favorisce certo l'idea secono cui essa può venire inteerpretata solo mediante l'indagine sul senso letterale del suo testo, che è l'unica cosa che di essa i giudici dovrebbeero conoscere , ricavabile soltanto dalle parole impiegate nella redazione definitiva della legge. Tanto più che , in un sistema a base giurisprudenziale, questa tutela della libertà dei Commons coincideva favorevolmente con la tutela del potere dei giudici .

Ovvero il divieto di citazione degli Hansard (cioè degli atti parlamentari) nato per assicurare protezione ai Commons , ha portato alla declamazione dell'interpretazione letterale , senza ricorso all' intento soggettivo del legislatore, e semmai alla considerazione dello scopo della norma in senso oggettivo, identificato con la ricostruzione del senso della lettera della legge. Aver mantenuto la Common Law, in quanto indipendente e giustapposta alla Statute Law, ha portato a considerare ogni legge scritta come eccezionale, e pertanto a porre l'accento sul divieto di analogia e sull'impossibilità di riempire i gaps della legge, che è appannaggio del parlamento. Proprio perchè la Common Law non è di origine legislativa, ma giurisprudenziale, si può dire che il giudice inglese , proclamando la letteralità, custodisce il proprio ruolo creatore.

Vi è tuttavia da notare come gli eccessivi ingombri della letteralità possano dai giudici venire evitati utilizzando la golden rule o la mischief rule, anche se tali criteri sono stati relegati in seconda battuta nelle declamazini che dovrebbero descrivere il processo interpretativo.

Tali atteggiamenti anteriori furono rafforzati dall'idea illuminista della separazione dei poteri, la quale, mentre vietava al giudice di completare la legge, impedendogli severamente di assurgere al ruolo di legislatore, gli consentiva comodamente di limitare il campo di applicazione del legislativo, e di salvaguardare il diritto creato dai giudici stessi.

Il carattere eccezionale della statute law non ha ovviamente favorito il sorgere di una teorica dell'i. sistematica. Ma una tale assenza sul piano declamatorio non esclude che il senso dei termini della legge possa venire ricostruito, come abbiamo visto, sulla base del lessico giuridico dominante.

Viecersa in Francia il valore politico assunto dal Code lo ha posto al centro della scenza, e la prosecuzione della tradizione anteriore del diritto comune avviene in forma criptica.

Si consideri infatti quanto segue.

La Cour de Cassation fu creata prima del Codice , quando ancora la legge aveva un tale carattere casuistico,e proprio per assicurare il controllo sulla nullità delle sentenze emanate nel casus legis.

Quanto allo stile dell'i. giudiziale (ovvero al modo in cui i giudici raccontano di aver condotto l'i. quando stendono la loro sentenza) è ben evidente che la Cassazione non poteva motivare (nel senso di dare ampie rationes approfondite) prer il fatto che cassava per violazione di legge la sentenza di un giudice inferiore. Tale sentenza poteva essere considerata nulla porprio prerhcè vi doveva essere un caso che palesemente appariva deciso dalla legge. Se la Cassazione si fosse fermata a motivare lungamente, con ciò stesso avrebbe riconosciuto che il casus legis non era palese, e che pertanto non poteva essere nulla quella sentenza, che invece veniva cassata.

L'emanazione del Codice si sovrappose ad un tale modello di pensiero giuridico: con esso la legge cessava di essere casistica e diveniba dichiaratamente generale, anzi, il diritto comune stesso diveniva inserito in una legge, era assorbito, con la sua pretesa di completezza, nel testo di una legge: cessavano di esistere due ambiti giustapposti, quello dello jus commune con le sue rationes e quello degli statuta, la legge dominava tutto e le rationes divenivano criteri ermeneutici della legge.

Lo stile della Cassazione francese rimase quel laconico stile così celebre nel mondo, ma è chiaro come l'i. della legge avesse ora a che fare con problemi been diversi da quelli che si presentavano in sede di i. della legge particolare e casistica dei sistemi giuridici anteriori alla codificazione. Se il Codice (la legge) prendeva il posto del diritto comune, il giudice (non potendo travalicare il potere legislativo) restava confinato alla "mera" attività di i. della legge; ma si poteva ben distinguere tra legge generale (fonte di analogia e di ingresso delle varie rationes) e legge speciale, così da riproporre in un nuovo contesto una più antica differenza. Il giudice, in tale contesto, può padroneggiare l'analogia e le varie rationes riportandole a tecniche esegetiche di chiarificazione della legge, quando decida che in base al criterio letterale il suo significato rimane oscuro .

L'affermazione della letteralità può così coprire il necessario intervento delle rationes giurisprudenziali, le quali non possono però manifestarsi, per così dire, come rationes in sè, ma come mezzi per trarre un significato già contenuto nella legge o, dove ciò risulti troppo difficoltoso, almeno nella ratio della legge. Tale ratio non è infatti che il duplicato della norma stessa riformulato in modo più acconcio all'intervento delle rationes .

La presenza di una Cassazione unica e centralizzata, in grado di condizionare le corti minori, conduce, naturalmente, ad obliterare il ruolo della dottrina.

Come abbiamo già visto invece il professore tedesco, che non aveva alcun bisogno di legittimare le proprie costruzioni scientifiche, poteva dichiarare che l'i. è una arte che si può avvalere delle regole più libere dello spirito al riparo dalla coerenza assicuratagli dal sistema.Il nuovo giurista tedesco si accorge delle stratificazioni concettuali e valutative che si possono sovrapporre al testo del codice e della legge .

Il giurista italiano, orfano del sistema, cerca di ispirarsi ai valori costituzionali, e le ampie formule di una costituzione moderna si prestano naturalmente a declamare quei principi interpretativi che l'animo umano è contento di ascoltare: Uguaglianza, ragionevolezza, ecc. constentono di avvalorare le opinioni di politica del diritto dell'interprete, permettendogli di ammantarle dell'aureo rispetto di cui tali principi godono.

Quanto ai giuristi americani si osservi quanto segue.

Le suggestioni del common law si presentano naturalmente anche presso i giuristi d'oltre Atlantico, i quali tuttavia non dovettero mai fare i conti col divieto di citare gli Hansard. Per di più sebbene la legge conservi in America un carattere sufficientemente casistico, in quel sistema vi è pure la ingombramte presenza di una costituzione scritta, la quale è legge, ma non è certo casuistica. La presenza di forme di consolidazione come lo UCC li pone infine di fronte a problemi di ancor diversa natura.

La presenza della tradizione di common law li può rendere non ostili all'idea di una giurisprudenza creatrice; la presenza di questa stessa tradizione li può spingere però verso l'idea del textualism e del casus omissus; a sua volta la presenza della Costituzione tuttavia mostra loro quanto sofisticato possa essere il textualism: la presenza di svariate influenze culturali, e forse anche quella di restatements e codici statali e federali li può rendere sensibili allo studio dei modelli di civil law .

Al fondo di questa ricostruzione si può, infine, notare cone le varie ideologie abbiamo potuto tranquillamente sovrapporsi all'evoluzione storica dei sistemi considerati.

L'illuminismo, unito alla teoria della separazione dei poteri, si dimostra un alleato naturale della declamazione della letteralità da parte dei giudici tanto in Francia che in Inghilterra, dove viene ad innestarsi su un'evoluzione di stampo medievale. Lo stesso illuminismo, unito alla credenaz del VernuftRecht si dimostra compatibile con le costruzioni della dottrina tedesca, e con le sue indagini concettuali sul diritto.

Il positivismo giuridico è ovviamente compatibile con l'affermazione della letteralità. Ad esso non è prerò neppure estranea l'idea per cui i principi generali del diritto sono parte integrante dell'ordinamento giuridico positivo, così che l'infedeltà al testo letterale, o quella che potrebbe apparire come libertà interpretativa, possono essere giustificate come fedeltà ai principi generali.

In sostanza ogni sistema permette sempre l'appello ad una qualche x che legittimi una costruzione antiletterale o ultra-letterale della legge, e che a seconda delle epoche storiche prende i nomi più diversi : il common sense,la Ragione, il Diritto di Natura, i principi generali, il ricorso ai valori costituzionali. In fondo tutte queste diverse denominazioni assolvono alla medesima funzione .

interpretazione e decostruzione del testo: realismo, nihilismo e oltre

Due correnti soprattutto americane contyemporanee si impongono oggi all'attenzione per l'estremismo delle loro tesi: quella del nhilismo spesso di origine critical , che tende al trashing of the law , e quella assai vicina del decostruzionismo .

Il decostruzionismo americano prende ovviamente le mosse da scuole di critica letteraria francese legate alla figura di Derrida .

Il decostruzionismo inverte la c.d. teoria ortodossa del linguaggio. Essa considera il soggetto che esprime una proposizione e quello che riceve un messaggio e riguardai vari impedimenti o "noises" che oscurano , o addirittura impediscono la comunicazione come impurities or corruptions . Il decostruzionismo punta invece la propria attenzione proprio a questi "impedimenti" della comunicazioni considerandoli più che naturali, portandosi così a considerare il gioco dei significati che si instaura come relazione tra il significante e gli altri concetti evocati dal suo messaggio indipendentemente da quelli che egli intendeva comunicare. Naturalmente tutto ciò ben si adatta all'analisi del linguaggio figurativo, di quello poetico, delle assonanze, dei giochi di parole, delle parabole ecc. I decostruzionisti considerano la letteratura essenzialmente come auto-referenziale, ed osservano quindi il gioco dei rimandi inconsci, non voluti, non intesi, disvelatori, ecc. che un autore inconsapevolmente mette in gioco nel suo semplice entrare necessariamente in rapporto con altri testi: le parole vivono di vita propria. Lo stesso Ronald Dworkin non è lontano da tale impostazione quando pretende che il lavoro dei giuristi debba in qualche mnodo essere simile a quello dei critici letterari: questi ultimi determinano quale opera è migliore, più coerente, esteticamente più gradevole; i giuristi dovrebberoo fasre lo stesso con le leggi e le costituzioni, solo che il loro criterio di "goodness" dovrebbe essere politico piuttosto che estetico . L'interprete dovrebbe così, ad es., scegliere quale interpretazione della "equal protection of the laws" rende il 14.mo emendamento della Costituzione americana la miglire espressione di una public policy in linea con la moderna teoria politica .

Il lettore può comprendere come un tale approccio, pur utilizzando una sofisticata e corretta impalcatura concettuale, non sia che la riproposizione dei filoni di politica del diritto che già hanno imperversto in Europa tra la fine degli anni sessanta e la finne degli anni settanta, e come le stesse cose posssano dirsi in modo meno sofisticato ricorrendo alla ratio, all' interpretazione evolutiva e telelologica, nonchè, ovviamente, ricorrendo a quella panacea di mucche nere che è la interessenjurisprudenz .

Il nihilismo giuridico dal canto suo accentua tutti i tratti già messi in luce dal realismo americano. Se il risultato dell' interpretazione è sempre la creazione dell' interprete, ne consegue che tutto il discorso giuridico, il quale cerca di fondare in modo razionale, o intersoggettivo, tale creazione non è che un modo di paludare le preferenze politiche dell'interprete : tali preferenze vanno dunque smascherate (quando sono quelle degli avversari, perchè sono cattive) e ammesse esplicitamente (quando sono le nostre perchè le nostre sono buone e progressiste), così che la battaglia del diritto sia più giustamente condotta nell'arena politica, e il progressista divenuto giudice sia più libero nel riformulare le doctrines ereditate, e nel contempo screditare quelle che sotto la maschera della inesistente neutralità, contrabbandono una visione reazionaria delle regole giuridiche .

Il nihilismo giuridico pome correttamente il problema dell'i. nella sua formulazione finale estrema. La risposta che si può elaborare è complessa, ma sostanzialmete è quella che la scuola di Legal Process già oppose al realismo : è vero che l'i. è sempre una creazione dell'interprete, è anche vero che teoricamente essa è sempre libera, e potrebbe essere la più estrema (perchè chi può interpretare un testo ha il potere di attribuire un senso a quel testop, e quindi la questione dell'i. è una questione di potere), ma è anche vero che il diritto non è solo un insieme di proposizioni, ma anche un insieme di istituzioni all'interno delle quali i giuristi debbono vivere ed operare, ed è vero che l'i. giuridicamente rilevante si svolge solo all'interno di tale schema istituzionale e quindi è da tale schema istituzionale condizionata e determinata, talchè essa non è affatto perfettamente libera neanche a livello di Corte Suprema, ed è anzi infine il risultato spesso non voluto o non progettato da nessun singolo giurista dell' intero modo di funzionare del legal process all'interno di una determinata famiglia giuridica.

Ovvero le verità del nihilismo o del decostruzionismo non vanno affatto disconosciute ma è alla proprietà dell'insieme istituzionale del sistema giuridico che bisogna guardare. In tal senso la risposta liberal classica, in termini di checks and balances alle critiche radical lungi dall'essere inadeguata non risulta in realtà da tali critiche neppure scalfita .

E' proprio questo punto di vista che cercheremo bervemente di sviluppare nella parte finale di questo scritto.

L'uso e il controllo dell'ermeneutica: i vari tipi di interpretazione, logica, sistematica, analogica, autentica, ecc..

Se è vero che i grandi problemi corrispondono sempre ad ambigue formulazioni , tale deve essere stato anche il destino della formulazione del problema dell'interpretazione.

Alcune ambiguità in tali descrizioni possono venir colte immediatamente.

In merito a tutto ciò noi pensiamo di poter osservare quanto segue.

Un sistema giuridico qualunque è composto (non soltanto, maanche) di svariate proposizioni differenti : proposizioni contenute nella legge, di carattere generale, o casuistico, proposizioni giudiziali e dottrinali, declamatorie o specifiche, rationes decidendi, obiter dicta, e così via. Il modo in cui queste diverse proposizioni si combinano per dar luogo alla formulazione linguistica delle regole, alla loro spiegazione, ecc. può esser descritto sempre in modo antitetico : dicendo che è il sistema stesso che si autompleta, per cui l'i. consiste nella scoperta di underlying structures or policies ; oppure mostrando come giochi costantemente la creatività dell'interprete.

Alcune ambiguità in tali descrizioni possono venir colte immediatamente.

Quando parliamo di creatività possiamo intendere due cose differenti. Da un lato la creatività può essre intesa aggiunta operata dall'inteprprete rispetto al contenuto della norma da inteprpretare. E' chiaro allora che occorrerebbe sapere quale è il contenuto vero della norma rispetto al quale si può parlare di aggiunta o modificazione operata dall'interprete .

Di creatività si può però anche parlare in un altro senso. Si consideri ades. la dimostrazione di un teorema matematico. Essa implica un notevole sforzo creativo intellettuale, anche se il teorema può dirsi contenuto perfettamente nelle premesse, che a loro volta possono dirsi contenute negli assiomi del sistema. Ogni teorema sarebbe prertanto già contenuto nello schema d'assiomi d'una certa teoria; è pur sicuramente vero, però, che colui che ha dimostrato il teorema ha storicamente aggiunto al corpus di quelle già esistenti una nuova creazione intellettuale che prima non esisteva .

In secondo luogo è ancor più certo come nel problema dell'i. tendano sempre a cocnfondersi due questioni affatto diverse. Da un lato il problema dell'i. come problema di fatto : ovvero come studio del modo in cui in un ambiente dato i giuristi impiegano certi criteri o certe convenzioni, tacite o esplicite che esse siano. Da un altro lato tale problema si pone come questione del modo in cui l'i. deve essere condotta, o del modo in cui l'i. deve presentare i risultati delle proprie operazioni ermeneutiche. Confondere le due questioni può condurre o alla fallacia naturalistica o a quella moralistica .

In merito a tutto ciò noi pensiamo di poter osservare quanto segue.

Da un lato esiste la norma che deve essere interpretata, e dil cui contenuto non è ancora noto . Dall'altro esiste la norma interpretata che costituisce il risultato dell'interpretazione. In mezzo si trovano tutti i vari mezzi ermeneutici possibili : l'i. letterale, quella secondo la volontà psichica, secondo la volontà oggettiva, la razionalità del legislatore, la desiderabilità dei risultati, ecc. Allora evidentemente poichè prima dell'applicazione dei criteri ermeneutici l' interpretandum non può essere noto , ne segue che le varie contrapposizioni che possono sorgere in tema di i. possono riguardare solo i diversi risultati interpretativi raggiunti con l'applicazione dei diversi criteri (il risultato cui si giunge mediante il criterio letterale vs il risultato cui si giunge mediante il criterio del legislatore razionale, ecc.).

Ne segue anche che non si può mai contrapporre la norma alla sua interpretazione, ma che si possono contrapporre tra loro solo più risultati interpretativi.

Da quanto stiamo dicendo risulterà allora chiaro che per noi la conoscenza integrale del significato della norma non potrà che coincidere con l'insieme di tutti i possibili risultati interpretativi che si ragiungono mediante l'uso di tutti i possibili strumenti ermeneutici, Mentre l'applicazione della legge conduce sempre lla scelta di un dato risultato presentato come univocamente determinato .

La vera contrapposizione in tema di i. è dunque sempre da scorgere tra : (A) l'i. integrale , che è quella che si ottiene mediante l'impiego di tutti i criteri ermeneutici; e (B) l'i. parziale, condotta mediante l'ausilio di alcuni soltanto dei mezzi interpretativi, che è però quella necessaria all'applicazione della legge, la quale presuppone appunto la scelta di un dato risultato a scapito degli altri.

Ma allora non si può contrapporre la volontà del legislatore al senso letterale della norma; o meglio tale contrapposizione vale come contrapposizione tra risultati ottenuti secondo la regola della ricerca della volontà vs risultati ottenuti secondo il canone letterale. Ovvero poichè il significato della norma interpretata sarà sempre il risultato dell'applicazione di un criterio interpretativo sarà anche sempre, in questo senso, una creazione dell'interprete.

Ulteriori conseguenze di qeusta impostazione sono che la lacuna ad es. non è nella norma in sè, ma è sempre il risultato dell'applicazione di una procedura interpretativa : la lacuna è una creazione dell'interprete . Non si tratta quindi di superare la lacuna mediante l'interpretazione, ma di contrapporre ad un dato risultato interpretativo un altro risultato interpretativo .

In definitiva chi creda all'esistenza di un significato oggettivo, effettivo, vero o altro della norma è obbligato a fornire un criterio di controllo di esattezza dei risultati raggiunti mediante i vari criteri interpretativi. E' infatti evdente che non ha senso parlare di giustezza , o esattezza, di una interpretazione se non è possibile accertare tale giustezza o esattezza.

Orbene un tale criterio, nel contesto dell'interpretazione, non può che coincidere con la corrispondenza tra risultato interpretativo e significato dell' interpretandum. Tuttavia è chiaro che il significato dell' interpretandum può essere raggiunto solo mediante l'applicazione dei criteri interpretativi. E' evidente pertanto che tale criterio di esattezza è del tutto inaccessibile, e che i vari criteri interpretativi non possono essere giudicati mediante un parametro a loro esterno, ma che essi si controllano da soli, cioè il loro unico controllo consiste in un controllo di coerenza della loro applicazione.

Il controllo del criterio della ricerca della volontà obbiettiva della legge non può consistere che nel verificare i passi compiuti dall'interprete per vedere se essi sono o meno coerenti con quanto egli dice di mettere in pratica, e ciò vale per ogni altro criterio, poichè appunto è inaccessibile un vero e proprio controllo di esattezza fondato sulla corrispondenza tra risultato e significato dell' interpretandum .

Di una i. non si può quindi dire che essa sia esatta o sbagliata, ma solo che essa è "avvalorata" o confortata o seguita o auspicabile, abituale, possibile, suffragata, commendevole, favorevole, e così via, oppure che essa è coerente con le premesse ermeneutiche stabilite dallo stesso interprete.

Lo stesso vale per l'applicazione della legge, che si presenta come una scelta tra più risultati ermeneutici possibili : e cioè essa non sarà giusta o sbagliata, ma suffragata, comendevole, esecrabile, ecc. o semmai coerente con una data impostazione.

L'idea che veniamo esprimendo incontra qualche difficoltà ad essere compresa perchè sul piano storico il significato di interpretatio è stato assunto come ingresso delle rationes, precluso in caso di sufficiente chiarezza della lettera, per cui lìesplicazione letterale non viene avvertita come una interpretatio in senso tecnico, ma viene fatta coincidere con il contenuto vero e proprio della norma il quale viene poi contrapposto ai vari risultati che si ottengono invece mediante l'uso delle varie rationes, creandosi così la credenza in un contenuto della norma che prescinde, e può essere contrapposto, a quello ricavabile in base alle varie rationes.

La vera contrapposizione, come dicemmo, non è invece tra senso effettivo e altro, ma tra risultati che derivano dall'applicazione di un solo criterio (ad es. quello letterale) e risultati che derivano dall'applicazione di tutti i criteri.

Vi è infine da tener conto di un fattore ulteriore cui prima già abbiamo accennato: e cioè che l'uso dei criteri ermeneutici spesso serve non tanto a compiere l'interpretazione stessa, ma a descrivere ex post e legittimare una determinata interpretazione. D'altronde l'idea secondo cui tutto il diritto, compreso il diritto civile comune , sia contenuto in una fonte legislativa, ha na storia piuttosto recente . I giuristi sono stati sempre costretti a legittimare il loro operato con la corrispondenza a valori religiosi, politici, morali, o razionali, e, da ultimo, alla presunta volontà del legislatore , ma ciò che è sempre contato in pratica è stato l'operare dei modelli e delle costruzioni da loro elaborate.

Cioè noi giuristi, in fondo, non interpretiamo, ma abbiamo doctrines su certi istituti, e imprestiamo queste doctrines ai testi autoritativi, secondo certi schemi di argomentazione che sono momentaneamente in auge in certe tradizioni.

Ciò a cui oggi si assiste non è tanto una maggiore libertà dell'interprete, della quali anzi si può forse dubitare , ma una diminuita valenza di quel tipo di giustificazione di legittimità dell'operato dei giuristi che si basa sull'aderenza al testo o alla volontà del "legislatore".

L'idea politica del legislatore onnipotente si basa sull'idea filosofica del razionalismo costruttivista , secondo cui è possibile ad una mente centrale disporre di tutta la conoscenza necessaria a porre in ordine i vari elementi della società. Ma questa cocnezione si scontra con la constatazione di quanta conoscenza necessaria all'ordinato sviluppo delle relazioni umane sia in realtà dispersa, non accentrabile, e in gran parte tacita.