Daniela Caruso

Note in margine al convegno: The Common Core of European Private Law. Trento, 6-8 luglio 1995.

1. Premessa.

Per la particolare angolatura con cui mi trovo a seguire gli sviluppi dell'integrazione europea, ogni mia osservazione risulta puramente tangenziale al tema di questo incontro. Infatti ho intrapreso lo studio sistematico del diritto comunitario solo in qualita' di outsider e attraverso il filtro di una green card americana. A Boston, l'insegnamento del diritto dell'Unione Europea e' oggi particolarmente in auge. La facolta' di legge di Harvard ha realizzato, con Joseph Weiler, un vero e proprio centro di studi europei, un ponte diretto con Fiesole, e soprattutto un nodo di discipline diverse tra loro e accomunate solo dall'interesse per il vecchio continente.

Date le altre personalita' in vario modo impegnate nell'operazione (come Anne-Marie Slaughter, erede in pectore dell'internazionalista Abraham Chayes e politologa per vocazione, o David Kennedy, intento ad espandere il deconstructionism dei critical legal studies sul fronte del diritto internazionale), l'approccio al diritto dell'Unione Europea risulta prettamente pubblicista e fortemente intrecciato con le scienze politiche in versione post-moderna. Sulla scia dei lavori pionieristici di Weiler, molti sono gli studi sul ruolo della Corte di giustizia europea e sui rapporti tra questa e le corti nazionali; l'integrazione giuridica del mercato e' banco di prova delle capacita' profetiche del neo-funzionalismo ed altre teorie economiche. In punto di diritto positivo, l'attenzione e' prevalentemente rivolta alle tensioni tra integrazione e spinte centrifughe, al gioco di potere tra Bruxelles e periferia. L'analogia mai verbalizzata, perche' banale, ma implicita nella mente degli Americani, e' il rapporto oggi discussissimo tra Washington e la base degli elettori ("the People"), il difetto di rappresentativita' del Congresso americano, l'autonomia reclamata dagli Stati della Federazione sia in materie pubblicistiche -- come il possesso di armi o la preferenza di dati gruppi etnici nella selezione di aspiranti studenti o impiegati--, sia in campi privatistici, come il diritto di famiglia o la responsabilita' del produttore (cfr. il "contract for America" presentato dai Repubblicani quale manifesto inaugurale della loro recente ascesa congressuale).

Nelle altre universita' dell'area bostoniana, tra cui quella presso cui lavoro, le facolta' di legge hanno in tempi recenti introdotto l'insegnamento del diritto comunitario, attribuendo a questo uno spazio piu' ampio rispetto a corsi quali "introduzione al civil law" o "diritto comparato". L'insegnamento del diritto CE e' stato prevalentemente affidato a due categorie di docenti: da un lato, i titolari delle cattedre di diritto internazionale, che ne hanno enfatizzato i risvolti pubblicistici; dall'altro, gli insegnanti di "International Business Transactions". Il corso di IBT e' altresi' noto, in gergo, come diritto internazionale privato; tuttavia, di privatistico europeo questo corso ha ben poco: un po' di antitrust comunitario, qualche accenno alla legislazione sui brevetti, un po' di libera circolazione dei beni (30-36) e un breve riferimento all'esercizio della libera professione nei paesi CE1.

Il risultato di questa situazione e' che il diritto privato dell'Europa non compare nelle aule universitarie. Il diritto della concorrenza e' studiato nei suoi risvolti internazionali -- i temi piu' in voga sono l'extraterritorialita' dei poteri investigativi della Commissione e la cooperazione USA-CE in materia antitrust; la responsabilita' per danno ambientale riceve qualche attenzione negli studi di environmental law di carattere comparatistico; l'armonizzazione del regime della responsabilita' del produttore e' una nota a pie' pagina nei corsi di torts; la protezione europea del software e la tutela del diritto d'autore su audio- o video-cassette costituiscono riferimenti marginali o possibili oggetti di tesine in corsi e seminari sulla proprieta' intellettuale; ma ogni trattazione e' frammentaria, mancano quadri generali di riferimento, e' assente quel minimo di sistema senza il quale, nel vecchio continente, e' impossibile concepire il diritto privato.

Per parte mia, se da un lato avverto la gravita' di questa lacuna, dall'altro assorbo la forma mentis dei colleghi americani, ed e' con questa che osservo, curiosa, i lavori di Trento.

2. Riflessioni americane.

Partecipando a questo convegno, quali indicazioni trarrebbe un ipotetico osservatore bostoniano sul tema "integrazione/autonomia", sul conflitto tra identita' nazionale dei singoli Stati membri e direzione verticistica da Bruxelles? In primo luogo, risulterebbe chiaro che i burocrati dell'Unione non fanno parte di questa impresa. Il convegno muove da un'iniziativa accademica, intellettualmente libera; il progetto si basa sulla stessa tradizione culturale che induceva Rodolfo Sacco, nella sua prima Introduzione al diritto comparato, a illustrare l'identica origine romanistica dei due distinti sistemi di trasferimento della proprieta' --consensuale e astratto-- vigenti, rispettivamente, in Francia ed in Germania. Non vi sono direttive CE da implementare o disegni verticistici: l'operazione culturale qui in corso nasce, spontanea, dalla base.

D'altra parte, sul lungo periodo, l'impatto di mercato di operazioni di questo tipo potrebbe coincidere con il disegno dell'integrazione e favorire una armonizzazione spontanea dei diritti privati degli stati membri. E' facile pensare che l'Unione debba sponsorizzare e finanziare simili studi; farsene, in altre parole, diretta promotrice, piuttosto che limitarsi a fruire occasionalmente dei risultati di altre iniziative parimenti non-europee (cfr. i lavori dell'Unidroit o dell'Uncitral). Gli esperti di diritto privato comparato, assurti, grazie alle loro esclusive competenze, al ruolo di protagonisti di questa armonizzazione spontanea, neutralizzerebbero (ciascuno nel proprio sistema) la potenziale ostilita' a questa graduale commistione di diritti nazionali.

Ma che cosa resta di quei codici civili che, per la filosofia originale che ancora li ispira e per gli eventi storico- politici che ne consentirono la realizzazione, stanno alle rispettive Nazioni come la Costituzione americana sta agli Stati Uniti? Ci si potrebbe aspettare una strenua difesa delle differenze tra diversi diritti positivi: se e' vero quel che si racconta, se, cioe', nel vecchio continente il diritto privato e' il cuore dell'identita' giuridica nazionale, dovrebbe essere questo il terreno di maggior scontro tra dettami unionistici di Bruxelles e spinte autonomiste degli Stati membri. Si potrebbe addirittura avanzare la tesi che, mentre il diritto pubblico e la regolamentazione della vita economica possono cedersi all'Unione quali canoni generali di organizzazione, senza perdita alcuna di identita', e' il diritto privato a controllare il grado di autodeterminazione giuridica di un Paese, e percio' va difeso dai tentativi di uniformazione. Davvero non c'e' resistenza all'iconoclastia del vertice? E' davvero cosi' docile e spontanea la resa dei privatisti di ciascuna nazione? Cosi' indolore e forse anche gradevole, come oggi appare, il ritorno intellettuale allo ius commune?

Tentando di offrire una risposta ipotetica a tali ipotetiche domande, vien fatto di identificare tre distinti temi di ricerca: (A) Quali sono le aree del diritto privato maggiormente influenzate dal disegno comunitario? (B) Quali i metodi utilizzati dagli organi comunitari per attuare o favorire l'integrazione? (C) In ciascuna area e rispetto a ciascun metodo, qual e' il grado di resistenza opposto, quale il livello di controllo preteso dal legislatore e dalle corti nazionali sull'implementazione e aggiudicazione dei diritti privati?

3. (A) Aree privatistiche di integrazione.

Su questo primo punto, la prima giornata di lavoro offre una opportuna sintesi di informazione con la relazione di Matthias Storme. Risulta immediatamente chiaro che i libri dei codici dedicati al diritto delle persone, della famiglia e delle successioni sono ancora sostanzialmente alieni da interventi comunitari; la cosa non sorprende, perche' il Mercato comune e' interessato al commercio, non alla vita e alla morte in privatissimi nuclei familiari. La Corte di Lussemburgo ha in realta' toccato temi quali il diritto all'abitazione e gli effetti del divorzio di donne extracomunitarie (cfr. il caso Diatta), ma sempre e solo in chiave pubblicistico/regolamentare. Per ogni altro verso, la necessaria coordinazione tra i diversi diritti degli Stati membri e' attuata mediante norme di diritto privato internazionale; e quando il conflitto tra tali norme, decise unilateralmente dai legislatori di ciascuna nazione, e' insanabile, lo strumento delle convenzioni internazionali permette la coesistenza pacifica di regole diverse.

La materia delle obbligazioni e' la piu' intrisa di influenze comunitarie: la responsabilita' civile si allarga per meglio tutelare l'ambiente o il signor Francovich, ed insieme al diritto dei contratti risulta rinnovata nell'ottica della protezione del consumatore; l'articolo 85 del Trattato di Roma incide sulle cause di invalidita' del contratto e, al pari dell'articolo 86, sembra motivare pretese risarcitorie di natura extracontrattuale.

Il diritto della proprieta' mobiliare muove verso l'armonizzazione delle securities, mentre con la direttiva sul time-sharing il legislatore europeo affronta per la prima volta - -mi pare-- gli aspetti privatistici della proprieta' immobiliare. Se Liselotte Hauer non puo' coltivare a vigneto il suo giardino per via della politica agricola della Comunita', e' una questione giuspubblicistica, da esaminarsi alla luce dei dettami costituzionali in materia di esproprio e funzione sociale: nulla a che vedere con il codice civile (Hauer, 44/77).

La proprieta' intellettuale presenta, in materia di marchi, il grado piu' completo di unificazione con il Regolamento del '94; ma la possibilita' di continuare a optare per lo schema nazionale di protezione del segno distintivo minaccia, almeno sul breve periodo, l'uniformita' del sistema. L'unificazione della legislazione brevettuale procede, lentamente, secondo linee analoghe. Il diritto d'autore e' armonizzato a tratti con direttive settoriali. Etc.

4. (B) Tecniche di integrazione: le direttive.

La tecnica piu' efficace --il regolamento-- e' d'uso rarissimo, dunque conviene soffermarsi sulla direttiva, di portata appena meno intensa. Da Boston potrebbe trarsi l'impressione che le direttive, ove l'impronta verticistica di Bruxelles e' ovvia, coprano due tipi di materie. Si tratta, in primo luogo, di quegli argomenti in cui corti ed accademia hanno maturato un grado cosi' avanzato di riflessione da esser pronte a recepire senza scosse un mutamento del diritto positivo. E' questo il caso della direttiva sul danno da prodotto, che, nell'eliminare il requisito soggettivo della colpa del produttore, ha solo sfondato una porta aperta; o della direttiva in materia di contratti-standard, che ha raccolto il consenso transnazionale sulla necessita' di portare ogni regime al livello di elaborazione raggiunto in alcuni Stati soltanto. In secondo luogo, lo strumento della direttiva e' praticabile in settori nuovi, privi di tradizioni dottrinali consolidate e ancora alla ricerca di identita' giuridica: la multiproprieta', il contratto di viaggio, la brevettabilita' di nuove forme di flora etc. Si tratta di una ipotesi ancora da verificare, ma in grado di supportare il seguente postulato: il legislatore comunitario usa lo strumento forte della direttiva solo in quelle aree del diritto privato in cui l'impatto dirigista dell'intervento e' destinato a passare inosservato e ad inserirsi senza contrasti nei diversi sistemi.

L'ipotesi potrebbe farsi forte di un argomento a contrario: un insider della Comunita', John Temple Lang, al fine di favorire il decentramento dell'antitrust europeo, gia' al principio degli anni '80 postulava non solo l'efficacia diretta degli articoli 85 e 86 del Trattato di Roma, ma anche l'opportunita' di consentire azioni private di risarcimento contro chi, violando le norme in parola, avesse causato danni a terzi. Ed al fine di ovviare al rischio di una applicazione poco coerente del diritto comunitario presso le corti nazionali, lo stesso autore suggeriva l'opportunita' di una direttiva, che armonizzasse procedura e sostanza di simili pretese extracontrattuali2. Nessuna direttiva del genere e' mai stata posta all'esame del Consiglio. L'antitrust vive oggi la sua "terza generazione", la fase del decentramento, in cui pressoche' ogni Stato membro ha legiferato in materia secondo le linee tracciate dal DG IV; i giudici nazionali possono piu' tranquillamente accordare il risarcimento dei danni da concorrenza sulla base di regole interne, prima ancora che comunitarie. Il rischio di difformita' nell'amministrazione di simili cause da Stato a Stato permane. Eppure, di direttiva non c'e' traccia.

Vien fatto di pensare, in linea con l'ipotesi sopra abbozzata, che un intervento 'dirigista' non sia qui possibile, perche' la materia coinvolge profili dottrinali della responsabilita' civile ancora troppo sensibili. Per toccare con mano tale sensibilita', bastano un paio di esempi. In Germania, non si e' ancora spento --mi pare-- il dibattito sulla piena risarcibilita' dei danni da concorrenza ex art. 35 GWB: infatti questa norma, se interpretata, com'e' d'uopo, secondo i canoni acquisiti del § 823.2 BGB, porta a considerare fonti di danno risarcibile solo alcuni dei comportamenti anticompetitivi vietati dalla legge; l'azione di danni, in altre parole, ha un raggio piu' ristretto del regime antitrust; dilatarla vorrebbe dire alterare la dottrina tedesca della responsabilita' civile. Nel Regno Unito, nonostante gli obiter di Lord Diplock in una sentenza ormai risalente3, non e' chiaro che le violazioni del diritto antitrust possano considerarsi breach of statutory duty e dunque dar luogo a pretese in tort; di conseguenza non consta che le corti di quel Paese abbiano mai concesso risarcimenti monetari nelle fattispecie in parola.

5. Segue: le convenzioni internazionali.

Escluse le direttive, tutte le forme di intervento sui diritti privati degli Stati membri sono indirette. Si e' accennato alle convenzioni, stipulate dagli Stati in quanto tali e senza mediazione ufficiale della CE. Le convenzioni, si sa, sono frutto della volonta' individuale di piu' Paesi del tutto autonomi; al contrario della legislazione comunitaria, esse non comportano alcuna perdita di sovranita' (questa differenza e' nota alla dottrina americana, che ben distingue tra supranationalism ed intergovernmentalism4). Con le convenzioni si puo' regolare, come gia' detto, la coesistenza di diritti diversi; ma si puo' anche produrre l'armonizzazione sostanziale del diritto, come avviene in area brevettuale. Delle convenzioni la CE si avvantaggia in via mediata --poiche' il Mercato funziona meglio con regole uniformi-- ma anche, soprattutto di recente, in via istituzionale: quando le corti nazionali sollevano dubbi circa l'interpretazione di norme specifiche delle convenzioni, e' la Corte di Lussemburgo, in taluni casi, a suggerirne una lettura autentica, secondo lo schema gia' noto dell'articolo 177 del Trattato di Roma.

Un esempio. La convenzione di Bruxelles del 19685 determina, tra l'altro, che in materia di diritti reali la giurisdizione spetta alle corti dello Stato in cui l'oggetto della controversia e' situato (articolo 16.1). La Corte Europea e' investita, sin dal '71, del compito di interpretare questa convenzione, di carattere esclusivamente processuale, su richiesta delle corti nazionali. Per questa via puo' accadere --ed e' di recente accaduto6-- che la Corte si imbatta in uno dei temi cruciali del diritto privato comparato: la definizione di jura in rem ricomprende la nozione anglosassone di trust? In quale misura si puo' considerare questo istituto una specie disaggregata di diritti proprietari opponibili erga omnes? Quanta parte di esso comporta, invece, obbligazioni di natura personale?

Mette conto riassumere i termini della controversia sorta in margine a tale questione. Il signor Webb, residente in Inghilterra, trasferisce una somma cospicua sul conto bancario di suo figlio, e questi acquista subito a proprio nome un appartamento ad Antibes. Per anni il padre utilizza sereno il pied-a-terre estivo in Costa Azzurra; ma un giorno l'armonia familiare viene meno e un'azione legale circa la titolarita' dell'appartamento ne prende il posto. Per i giudici inglesi, i fatti del caso integrano gli estremi di un resulting trust ed il padre ha una pretesa legittima alla legal ownership dell'appartamento. Il figlio, perdente in punto di merito, eccepisce il difetto di giurisdizione delle corti inglesi: dato il sito dell'immobile, l'esame della controversia spetta ai giudici francesi, piu' inclini --forse-- a considerare la questione in termini di donazione invece che di trust. Di qui il busillis: l'articolo 16 della convenzione governa esclusivamente le azioni in rem, e non e' chiaro che la pretesa di Webb sr. possa considerarsi tale. La questione giunge dunque in Lussemburgo perche' possa chiarirsi l'ambito applicativo della norma in parola.

Rinviando al testo integrale della decisione europea per i molti risvolti dottrinali della vicenda, conviene qui osservarne soltanto un tratto singolare: le corti inglesi, per conservare la giurisdizione del caso, devono accettare che un claim inequivocabilmente argomentato in trust sia ridotto ai termini di una pretesa ad personam. Esattamente a tale riduzione giunge la Corte europea; e poi distingue come meglio puo' le pretese di Webb dal generale concetto di trust, la cui natura --reale o personale-- non viene esplicitamente discussa7.

La soluzione e' sottile ed apparentemente aliena da indebite incursioni nei mondi domestici del diritto privato. Ma a questo punto vien fatto all'osservatore d'oltre Atlantico di tornare con la mente al primo anno di law school e ripensare al piu' celebre dei casi decisi dalla Corte Suprema statunitense: un po' come in Marbury v. Madison, con Webb la Corte europea fa contento l'attore principale, riduce l'impatto di una normativa giurisdizionale, e soprattutto allarga il proprio raggio d'azione, pur restando nei confini del piu' ortodosso legal reasoning. Un po' come Marbury v. Madison, il caso Webb potrebbe passare inizialmente sotto silenzio, aggirare ogni possibile resistenza8, e tuttavia porre le basi per future rivisitazioni del diritto privato degli Stati, da intraprendersi ogni qualvolta la soluzione di quesiti giurisdizionali lo richieda.

6. (C) La resistenza.

Tralasciando per un momento le altre tecniche comunitarie di integrazione privatistica, si puo' ora tentare di rispondere al terzo dei quesiti iniziali: qual e', nei comportamenti degli Stati membri, il grado di resistenza all'armonizzazione, nonche' di difesa dell'individualita' dei codici civili? Non esiste risposta univoca, ma e' possibile, forse, formulare dei rilievi di carattere generale.

La resistenza non e', per lo piu', evidente perche' il vertice dell'Unione cerca il consenso della base prima di intervenire; la base e' data dallo stratificarsi di giurisprudenze praeter legem, oppure, nelle materie piu' nuove e non sufficientemente sviluppate, da un generale desiderio politico di regolamentazione privatistica uniforme. Quando gli strumenti di intervento sono obliqui, come -- a mio parere-- nel caso Webb, la resistenza manca di appigli positivi e dunque, dopo qualche protesta in dottrina (cfr. l'intervento di Jean-Paul Beraudo sulla Rev. crit. dr. internat. privé, 1995), e' destinata a sfaldarsi. Infine, la resistenza e' a macchie, e difficile da percepire per la diversita' dei toni che essa assume nei vari formanti: tornando per un attimo all'esempio dei danni da concorrenza, si noti che le corti irlandesi sono piu' che disposte ad accordarli (nessuno dubita che il caso Magill, tornato in patria, generera' cifre da capogiro per la societa' editrice)9; e che il linguaggio adoperato da quei giudici nell'interpretazione dello Statute irlandese del '91 e' straordinariamente conforme a quello della Commissione e delle due Corti europee; non si percepisce --segnala, irritata, la dottrina locale-- alcuno sforzo di coordinazione tra il dettato comunitario e il sistema giuridico nazionale. Viceversa, in Francia, la chambre commerciale della Cassazione gestisce le azioni di danni utilizzando unicamente termini acquisiti quali "concurrence deloyale" e muovendosi nel solco della norma, tutta francese, di cui all'articolo 1382 del code civil. Macchia di resistenza? Forse. O forse mero omaggio formale al diritto interno, prezzo da pagare per una sostanziale evoluzione in senso comunitario dell'antitrust nazionale cosi' gradita a certa dottrina10.

Neutralizzata a priori, di impossibile coordinazione operativa, di intensita' variabile a seconda dell'area geografica di riferimento e frammentata per formanti: la scarsa resistenza dei diritti privati nazionali, e dei rispettivi operatori giuridici, delude l'osservatore straniero alla ricerca di uno slogan semplice, che colleghi l'identita' nazionale o Volksgeist al diritto privato e opponga tale diritto alla pretesa esogena di norme uniformi. L'eredita' di Savigny riaffiora, ma su un territorio allargato all'Europa intera e di nuovo al fine di delegittimare l'insistenza sui codici civili. Insoddisfatto, l'americano ritorna nel nuovo continente, dove la teoria della cospirazione risulta piu' avvincente, la lotta piu' scoperta, l'opposizione tra centro e periferia molto piu' acuta che in questo convegno. A noi resta pero', quasi per contagio, la suggestione di tale non sofisticata militanza; e con quella ci tocca terminare questa analisi.

La terza tecnica di armonizzazione del diritto privato ad opera dell'Unione e' data da quanto si svolge qui ed in questo momento: come i redattori dei Restatements americani, ma piu' di loro agevolati da una storia che produce e alimenta un common core giusprivatistico, alcuni giuristi per lo piu' privi di potere normativo ma non di prestigio intellettuale si riuniscono per ragionare di analogie piu' che di differenze11. Se un codice privato dei contratti come quello della Commissione Lando, cominciando con l'essere applicato negli arbitrati internazionali e nelle transazioni interstatali, diverra' fonte di diritto positivo per tutto il territorio europeo, sara' anche per via di convegni come questo. La suggestione di cui sopra impone, dunque, una riflessione su ruoli e responsabilita' di iniziative di questo tipo.

Esiste, come e' noto, un progetto ambizioso di integrazione anche privatistica, che il principio della sussidiarieta' --pur nella sua ambigua formulazione-- di fatto legittima ed accelera. Ragionare sul common core in sedi come questa fornisce ad una Corte europea fortemente creativa, che gia' ha tratto legittimazione dalle "tradizioni costituzionali comuni ai Paesi membri", di ispirarsi ad altrettante "tradizioni privatistiche" in nuovi e imprevedibili percorsi interpretativi. Il carattere nazionale dei diritti privati ha impedito, sino ad ora, che cio' si verificasse, ma a quanto pare si pongono oggi le basi per simili sviluppi. Ora, quando la tutela delle quattro liberta' fondamentali dell'Unione si e' intrecciata con il rispetto di diritti fondamentali, l'inadeguatezza dei giudici europei e' risultata evidente e, secondo alcuni, inquietante12. La dottrina giuspubblicistica americana, che ha molto riflettuto sui limiti del diritto giurisprudenziale e seguito con attenzione il judicial activism della Corte di Lussemburgo, offre numerosi caveat in proposito13. A questi fa eco, in materia privatistica, il recente scritto di Schulze, che nota l'improprieta' di svincolare il diritto delle obbligazioni --in un'ottica rigidamente mercantile-- dall' allgemeine Teil e dal sistema in genere14.

Rivisitando, allora, le macchie di resistenza sopra osservate, conviene forse porvi un po' piu' d'enfasi e domandarsi se esse, di la' da insensati istinti di conservazione o persino di nazionalismo reazionario, non abbiano piu' profonde ragioni d'essere. E' il caso, forse, di considerare piu' da vicino la resistenza potenziale -- quella che non si concretizza, come suggerito poc'anzi, a causa dell'opacita' dell'intervento comunitario, oppure per mancanza di chiarezza e informazione presso i parlamenti nazionali, o ancora per l'aspirazione europeistica del formante giurisprudenziale in contrasto con quello legislativo. E' il caso, soprattutto, di interrogarsi sulla resistenza ora in atto: quella, ad esempio, che porta a considerare quanto meno prematura l'ipotesi di azioni private di danni per violazione dell'articolo 30 del Trattato di Roma.

Forse e' superfluo in una scuola come questa, che fa della "rilevazione delle differenze tra sistemi" il manifesto del diritto comparato (cfr. tesi di Trento); ma se l'accademia e' veicolo di integrazione, e' il caso che essa resti coscienza critica delle identita' nazionali se ed in quanto tradotte in autodeterminazione e regole operative.

Note

(1) Nessuno dei temi indicati puo' considerarsi strettamente privatistico; ciascuno di essi, tuttavia, comporta riferimenti a private actions di giurisdizione ordinaria.

(2) Cfr. J. Temple Lang, EEC Competition Actions in Member States' Courts - Claims for Damages, Declarations and Injunctions for Breach of Community Antitrust Law, 7 Fordham Int'l L. J. 389 (1984).

(3) Garden Cottage Foods v. Milk Marketing Board, 1 [1984] AC 130.

(4) Cfr. J.H.H. Weiler, The Transformation of Europe, 100 Yale L. J. 2043 (1991).

(5) Convenzione concernente la competenza giurisdizionale e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, firmata a Bruxelles il 27 settembre 1968.

(6) Corte di giustizia europea, 17 maggio 1994, 294/92.

(7) Il 'distinguo' si fonda su un formalismo davvero fragile. Cfr. P. R. Beaumont, European Court of Justice and Jurisdiction and Enforcement of Judgments in Civil and Commercial Matters, in: Current Developments: European Community Law, II, 44 Int'l & Comp. L. Quarterly 214, 218, 221 (1995): "This is a subtle distinction given that if the father is successful in his action against the son he will have rights in rem [...] against the whole world".

(8) Ma v. le critiche puntuali di J. P. Beraudo in nota al caso in parola nella rassegna Communautes europeennes della Rev. crit. dr. internat. prive' , 1995, 123, 134 ss.

(9) Sul caso Magill la Corte di giustizia si e' infine pronunciata il 6 aprile 1995.

(10) V. indicativamente i rilievi di J. I. Zuckerman (86 American Journal of Int'l. Law 561 (1992)) in nota alla vicenda Honda (No. 91-D-31, Bulletin Officiel de la Concurrence, de la Consommation et de la Repression des Fraudes, 1991, 249).

(11) Schulze 1995.

(12) Cfr. J. H. H. Weiler, Eurocracy and Distrust: Some Questions Concerning the Role of the European Court of Justice in the Protection of Fundamental Human Rights within the Legal Order of the European Community, 61 Wash L. Rev. 1081 (1986) e i rilievi dello stesso Autore sui casi Diatta e Demirel.

(13) Cfr., indicativamente, S. A. Bibas, The European Court of Justice and the U.S. Supreme Court: Parallels in Fundamental Rights Jurisprudence, 15 Hastings Int'l & Comp. L. Rev. 253 (1992).

(14) V: supra n. 11.