LEGGE BERSANI: CADE UN DIVIETO ANACRONISTICO E L'AVVOCATO CONQUISTA LA SOCIETA' PROFESSIONALE

di  Mario Barbuto
(Presidente di Sezione del Tribunale di Torino)
Articolo apparso su 'Il Sole 24ore', Guida al Diritto, n° 31 del 23.08.97
 

Nella legge "Bersani" vi è un laconico articolo 24 - annidato fra norme a contenuto omnibus  (rottamazione delle moto, zone terremotate, imprenditoria femminile, metanizzazione del Mezzogiorno, turismo e tante altre cose) - che suona così: "L'art. 2 della legge 23 novembre 1939, n° 1815, è abrogato".
Mai come in questo caso deve valere la famosa osservazione di Kichman, un giurista tedesco dell'Ottocento: "tre parole modificatrici del legislatore e intere biblioteche diventano carta straccia".

Un dibattito lungo mezzo secolo - Il lettore è stato informato dalla stampa che per effetto dell'articolo 24 della "Bersani": "dopo 60 anni cade il divieto di costituire società di professionisti"; gli studiosi del diritto hanno dedotto dai giornali che è finita la lunga querelle  sulle società professionali che ha appassionato il dibattito giuridico nell'ultimo cinquantennio di vita del codice civile vigente.
I termini del problema sono semplici. Per le cosiddette "professioni protette" l'articolo 2 della legge 1815/1939 conteneva un divieto che sembra(va) abbracciare tutte le forme societarie, anche se personalizzate: avvocati, commercialisti, medici, architetti (e simili) l'unica forma consentita di esercizio in comune dell'attività professionale sarebbe quella dello "studio associato", che la Cassazione ha definito come "associazione atipica", o sui generis (e non come società). La giurisprudenza più recente ha ritenuto ammissibili solo le cosiddette "società di mezzi o di servizi" e le "società interne", quelle finalizzate a gestire, ad esempio, mobili, immobili, personale e servizi oppure i rapporti interni fra i partecipanti (strutture prive di rilevanza esterna nel rapporto cliente/professionsitsta). Il vecchio divieto poteva essere comprensibile, dopo l'entrata in vigore del codice del '42, per le società di capitali (Spa, Srl, Sapa) e per le strutture "personali" a vocazione commerciale (Snc, Sas); lo era meno per le società semplici, le quali non potendo, per legge, svolgere attività commerciale ed essendo caratterizzate dalla massima "trasparenza personale", hanno natura e struttura teroicamente non incompatibili con l'esercizio delle attività professionali. Si spiega così la diffusione del fenomeno degli "studi professionali" costituiti in forma di società semplici, in contrasto (palese o apparente?) con la legge 1815/1939. Non si è trattato di una ribellione gratuita, ma il frutto di un'incertezza di lettura di quella vecchia normativa ante-codice.

I dubbi interpretativi - E' inutile riprecorrere oggi i filoni intepretativi sui quali si è incentrata la tesi del "contrasto (solo) apparente" con la legge, e quindi della legittimità delle società semplici prefessionali, contrapposta alla tesi (anche della Cassazione) del "contrasto palese" e quindi dell'illegittimità di qualunque forma societaria per l'esercizio delle professioni protette. (Oggi sarebbe superfluo esporre anche i termini del dibattito sull'odiosa orgine antisemita della legge del 1939, da molti giuristi ritenuto un falso problema. La speigazione del "falso problema" secondo me è semplice: l'intervento normativo del 1939, inserito inequivocabilemte nel cotesto delle leggi antisemite di quegli anni, pur in presenza di una occasio legis vergognosa, conteneva, suo malgrado, una ratio legis accettabile; ed è questa la ragione per cui è sopravvissuto alle abrogazioni delle leggi razziali nell'immediato dopoguerra ed  ai controlli di legittimità della Corte Costituzionale negli anni successivi (si vedano la sentenza  17/76 e l'ordinanza 71/88).

Tutto risolto? -  Bando però al passato e rallegriamoci - oggi, nell'agosto 1997, dopo 58 anni - per il salutare intervento chirurgico di abrogazione, atteso da tutti, anche da chi si limitava ad auspicare una mera legge interpretativa.
Ma c'è veramente da gioire e considerare il problema risolto definitivamente? Niente affatto.
Innanzitutto, una precisazione: l'articolo 24 della "Bersani" si limita, al comma 1, ad abolire sic et simpliciter  il divieto del 1939, tranquillizzando così chi temeva di incorrere nelle sanzioni pecuniarie previste per la relativa violazione o patire le conseguenze della dichiarazione di nullità di ogni atto giuridico compiuto dalle società professionali illegittime (fino a ieri); si pensi, ad esempio, alla scomoda situazione di non poter azionare giudizialmente i crediti insoluti verso la clientela.
La delusione viene dal comma 2, con il quale il legislatore ha conferito al Ministro della Giustizia (di concerto con quelli dell'Industra e della Sanità) il potere di discplinare, entro 120 giorni, con apposito Regolamento (in base all'articolo 17, comma 3 della legge 400/1988), "i requisiti per l'esercizio delle attività di cui all'art. 1 della legge 23/11/1939 n. 1815". In altre parole, sencondo la "Bersani", non è più vietato tenere in esecizio una società professionale già esistente, ma per costituirla coccorre attendere il Regolamento. L'effetto è che le situazioni in atto, pur non regolamentate, si considerano "non vietate", mentre nessuno sa che cosa si possa fare in futuro; un bel rompicapo per i giuristi impegnati a trovare gli inquadramenti dommatici dell'anomala fenomenologia societaria oggi esistente "in sommerso". Prolifereranno altre biblioteche di monografie destinate, prima o poi, a diventare di nuovo carta straccia?

Quale futura disciplina? - Non contribuirò certamente allo studio di una struttura societaria legittima "che non c'è" (una sorta di società del giorno dopo"). Mi limito a osservare che il problema dovrebbe essere affrontato alla radice, come ha fatto la Francia con la legge 90/1258 del 31 dicembre 1990 in tema di "Esercizio in forma societaria delle libere professioni". Ricordo che al Senato era in fase di studio il disegno di legge n° 473, in tema di "Stp-Società fra professionisti", un articolato di 34 norme che disciplinava come figura a sè stante tale struttura societaria, tenendo conto delle indicazioni di autorevole dottrina. Oggi non si sa ancora se l'emanando Regolamento ministeriale (a proposito, era proprio opportuna tale forma di regolamentazione? Non sarebbe stato meglio un intervento diretto del Parlamento con una legge formale, data l'importanza del problema?) terrà conto di tali suggerimenti, che potrebbero troncare sul nascere le perplessità sollevate a caldo dagli ordini professionali.
Mi limito a ricordare, ad esempio, Rodorf (magistrato esperto di diritto societario, attuale Commissario Consob) che ha ammonito: "... se la scelta lesilsativa si orienterà... nel senso della legittimità di società fra professionisti in forma capitalistica, dovranno essere necessariamente predisposti contrappesi colti a bilanciare il tendenziale anonimato che contraddistingue la partecipazione in società di tal genere" (si veda intervento al Seminario di Frascati del Csm del 28-30 Novembre 1991). Concordo con l'autore nell'auspicare che nella futura regolamentazione ministeriale siano previste norme specifiche, come già accade ora per le società di revisione (si veda DPR 136/1975), vole a grantire il possesso di adeguati requisiti professionali in capo a coloro che, a nome della società svolgono concretamente le prestazioni professionali richieste dai clienti.

Un auspicio - La mia opinione è che,a conti fatti e  a riforma avvenuta, ai professionisiti dovrebbe essere riservata una società sui generis tipizzata e ben riconoscibile perfino nella denominazione (ad esempio: "Stp- Società tra professionisti" oppure "Sp- Società professionili") essendo pacificamente inammissibile per ragioni sitimaitche - come ha più volte affermato la Corte di Cassazione - il ricorso ai "tipi societari" tradizionali disciplinati oggi dal Codice Civile.
Con uno slogan un po' frusto: una società ad hoc, e non un modello di società commerciale esistente. Oggi non c'entra più nulla l'antisemitismo quale ragione principale per riconoscere i soci o gli azionisti; ne va di mezzo la riconoscibilità del carattere "personale" delle prestazioni professionali protette - se svolte da soggetti abilitati o no- che rappresenta un valore di interesse pubblico per quelle cosiddette "protette".

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