"I poteri del giudice nell'ammissione delle prove ed il principio della libera valutazione negli Stati Uniti"
di Anna Paola Favero

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Sommario: 1. Processo inquisitorio e accusatorio: due modelli a confronto. - 2. Il Fact-finding come tema di prova. - 3. Elementi essenziali e procedure per identicare le prove - 4. La discrezionalità del giudice nell’ammissione e nell’esclusione delle prove - 5. Logica e problematiche delle jury instructions - 6. La giuria e la valutazione delle prove: discrezionalità tecnica o emotiva? - 7. Rules of Evidence nei non-jury trials - 8. La ricerca della verità storica è ancora un imperativo del sistema giudiziario o è divenuto un criterio secondario? - 9. Le regole di diritto, la supervisione del giudice e la moralità, quale peso hanno sulla valutazione delle prove?


2.     Il Fact-finding come tema di prova.

 

La fisionomia del processo statunitense presenta una caratteristica particolare, per quanto riguarda la divisione delle competenze decisorie nei jury trial. L’accertamento dei fatti della causa, la loro valutazione, la determinazione della colpevolezza o al contrario dell’innocenza e di conseguenza l’inflizione di una pena adeguata, sono fasi decisorie che non appartengono completamente né al giudice, né alla giuria. C’è invero una divisione di competenze tra questi due organi, che rivela un dualismo all’interno del processo. Le parti, a cui spetta l’onere di provare la rilevanza e la fondatezza delle proprie affermazioni, presentano in giudizio un insieme di fatti che determinano diritti, doveri o che producono altre conseguenze specifiche e che hanno come spettatore privilegiato la giuria. E’ quest’ultima, infatti, che deve essere convinta della dinamica degli eventi e delle posizioni per cui si è dato corso legale alla questione; la giuria è dunque l’organo chiamato ad accertare il fatto (fact-finder), la law of evidence è lo strumento per tale investigazione.

In alcuni casi, si tratterà solo di accertare la realizzazione di fatti di per sé costitutivi di conseguenze legali, secondo una ricostruzione meramente scientifica. In altri casi, la giuria avrà un compito più complesso, dovendo risalire alla verità attraverso un’indagine storica, non potendo il più delle volte desumere la realtà del caso dai meri fatti della causa. Una volta fissate le situazioni, ossia una volta affermati I fatti e individuate le conseguenze, dichiarando, quindi, l’innocenza o la colpevolezza, spetterà poi al giudice togato di determinare la qualità e la quantità della pena. Così delineate le competenze del doppio giudizio, il problema si sposta evidentemente sulla presentazione del fatto, essendo questo il punto cardinale del sillogismo che porta poi al giudizio finale. Infatti, il giudizio sul fatto viene condotto secondo una logica di premesse e conseguenze, che devono essere focalizzate e presentate dalle parti. La procedura di accertamento partirà evidentemente dalla valenza probatoria della prova, in sè; così, ad esempio, verrà valutata l’attendibilità del testimone, per poi procedere all’accertamento dei valori, ossia se quel fatto, ormai considerato come dato certo, si sia verificato per negligenza o in condizioni ragionevoli e scusabili, se sia stato provocato da cause esterne e cogenti o se invece debba essere sanzionato. Il soggetto che ha adito il tribunale deve quindi soddisfare due aspetti: deve provare il fatto e deve provare che la conseguenza legale, a cui aspira, sia applicabile. In un senso, entrambe queste finalità sono fatti, ovvero fenomeni, d’altronde però, la seconda di tali aspirazioni sembra assimilabile maggiormente ad una questione di puro diritto. In questo senso, quindi, la giuria certamente è tenuta ad accertare il fatto, nel senso di una mera valutazione gnoseologica degli eventi, così come si sono verificati nello spazio e nel tempo, ma è innegabile, comunque, una certa competenza anche di diritto e di interpretazione delle previsioni di legge. Il contesto dell’indagine sul fatto a cui è tenuta la corte è il Trial, inteso come dibattimento condotto secondo lo stile adversary, in cui, quindi, la ricostruzione subisce la contesa tra posizioni interessate e parziali; dove la giuria deve valutare una verità che non è oggettiva, bensì soggettiva e individuale. Le prove presentate vengono calibrate in quanto a valenza e peso, dal continuo scontro tra le parti e dall’apprezzamento fattone dai giurati. Questi ultimi sono infatti consapevoli di partecipare ad un accertamento parziale, necessariamente limitato al caso; non possiedono che soffuse e ridotte informazioni legali, essendo completamente assorbiti dalle prove e dalla presentazione del caso specifico che, devono giudicare, secondo una attività di cognizione suscettibile di errore e secondo l’esercizio di poteri valutativi suscettibili di abuso. La giuria strutturerà la sua decisione su ciò che gli viene mostrato in aula, su ciò che ascolta, vede e percepisce; quindi, anche attraverso un coinvolgimento emotivo e psicologico. La maggior parte delle giurisdizioni non consentono ai giurati di porre direttamente domande ai testimoni, né consentono loro un diritto di parola. I giurati vengono addirittura ammoniti dal giudice a non discutere tra sè del caso, gli viene suggerito di: "be patient, for the matter of this concerne, will very likely be covered in due course, by further questions on direct and cross-examination". Ciò che devono valutare sono le prove e le argomentazioni addotte in giudizio secondo un atteggiamento che può spingersi sino alle deduzioni, ai riferimenti al senso comune, alle regole di esperienza, ma che non può fare a meno delle descrizioni, dei dati e delle prove fornite dalle parti. La presentazione dei fatti è però un processo distinto rispetto alla collezione e al riassunto che ne segue, essendo questo un momento argomentativo che si distingue dalle regole di evidence vere e proprie. Il termine di evidence, nel procedimento di dimostrazione di un fatto, significa il tentativo di persuadere il tribunale, positivamente o negativamente, circa la verità della posizione specifica assunta. La law of evidence è, quindi, quell’insieme di regole che permettono un’indagine giudiziaria su un fatto sconosciuto e soprattutto contraddittorio. Ciò comporta che la valutazione delle prove traccia la verità del caso: di ciò che non è noto all’inizio, di ciò che è stato, attraverso il passaggio continuo tra fatti e affermazioni, tra descrizioni e opinioni, stabilendo l’autenticità del legame con il reato.

Il racconto in aula di un fatto esprime uno tra gli aspetti più caratterizzanti del processo penale statunitense, posto che la sua valutazione non è solo espressione di regole di diritto, nel caso specifico di rules of evidence, ma anche del legame tra il quotidiano, tra il giudizio sociale e la giustizia formale, tra una comunicazione più palpabile ed individualizzata ed una più oscura. Una tale organizzazione procedurale, evidentemente, permette di interpretare e stimare la realtà attraverso il racconto storico del caso; senza, quindi, che la giustizia diventi un’entità superiore e misteriosa. La semplicità di questo legame tra il fatto, la sua presentazione in forma di storia e la sua valutazione, sublima la realtà processuale in quanto ad efficacia e spiega la ragione dell’utilizzo di una giuria laica quale organo giudicante. Quest’ultima, vive infatti la realtà sociale quotidiana e comune, proprio per questo è adatta alla valutazione di prove che riportano un pezzo, un esempio casistico di tale realtà e che, quindi, sono suscettibili di un giudizio secondo la coscienza sociale diffusa. I poteri di interpretazione della storia raccontata in aula devono considerare un ampio spettro prospettico, un numero elevato di informazioni al fine di organizzare e spesso di riorganizzare il fatto, a causa di prove costantemente cangianti. La trama è assai complessa, specie se si considerano le inevitabili parentesi che vengono aperte durante il giudizio, le sotto tesi che si insinuano e che disorientano o le domande parallele all’argomento principale che richiedono, comunque, una verifica, ma che nel contempo complicano l’intreccio del caso. L’aspirazione del sistema americano è di accertare il fatto attraverso una procedura uniforme e tale, comunque, da permettere a diversi individui per estrazione sociale, sesso, razza, religione e così via, di percepire il caso in modo oggettivo. Sarebbe però utopistico affermare che nella realtà le cose si verifichino così candidamente; al contrario, I modi di presentazione di un fatto attraverso le prove, spesso, trasformano la realtà, tanto da essere difficilmente riconciliabili con l’idea astratta. L’essere plausibile di una storia deve passare attraverso l’accertamento della giuria, attraverso l’interpretazione, la valutazione delle prove addotte, la loro combinazione e l’alternante critica tra le opposte posizioni sostenute dalle parti. Queste ultime godono, quindi, di una certa libertà in quanto a descrizione e narrazione, specie se il caso deve essere accertato sulla base di prove circostanziali; prove cioè, che sono controllabili e manipolabili perché non definite, né determinanti se considerate singolarmente, ma suscettibili di interpretazioni favorevoli, a seconda dell’abilità nel presentarle e nell’accostarle ad altre prove. La giuria può, quindi, essere ingannata, illusa dal fatto oggetto di giudizio, in quanto la dinamicità del caso non è mai scontata o prevedibile. Per tale ragione, la procedura di accertamento può diventare vittima del sistema più che guida del medesimo; le immagini possono essere stimate in modo fallace, la comunicazione può essere distorta. Senza cedere a visioni pessimistiche, per altro, resta sempre la sfida ad una diversa interpretazione, ad una nuova storia che emerge da una nuova prova o da una diversa opinione formatasi nel corso del processo. La trasparenza e fragilità che caratterizzano la realtà non eccedono, per altro, in una sfiducia nella giustizia, anzi, stimolano proprio l’attenzione dell’osservatore perché permettono variazioni continue delle teorie gnoseologiche; permettono di selezionare dati ed elementi di giudizio, sempre nuovi ed imprevedibili, di ridefinire I criteri guida e di acquisire le nozioni "mancanti" per comprendere lo spirito del sistema casistico di Common Law.

Nella maggior parte dei casi ciò che la giuria interpreta sono per lo più elementi non tangibili, non empirici, che permettono di stabilire dei legami tra punti di una storia complessa e, soprattutto, di individuare la versione reale degli eventi. Le prove, cioè, possono mancare di consistenza, possono difettare in quanto a causalità o descrivere situazioni improbabili; così che la giuria può effettivamente stimare la consistenza e veridicità di un elemento di prova, solo se procede ad una considerazione del caso nella sua totalità. Il giudizio valutativo di un fatto nella sua formazione deve superare, quindi, l’ostacolo della singola prova, estrapolata dal contesto, per prediligere l’insieme degli elementi raccolti, delle categorie linguistiche, logiche e normative che si intrecciano nel corso del processo. La ricostruzione di un evento passato richiede una grande capacità di osservazione critica, di interpretazione dei vari e contraddittori elementi; la capacità di giudicare, solo quando tutte le prove sono state presentate; di giudicare in modo fair e in maniera oggettiva. Ciò non significa necessariamente ricostruire la realtà, bensì accertare gli eventi alla luce della percezione del soggetto che racconta il fatto o del convincimento della giuria che lo ascolta; per cui, la rappresentazione di un fatto può generare la convinzione che la soluzione sia veritiera, tanto la ricostruzione appare perfetta. Questa molteplicità di cause, effetti e significati è tale che ogni descrizione è insufficiente. Le possibilità di scelta con riferimento a tali elementi di giudizio non sono quantificabili, né sono definibili con certezza le categorie conoscitive e normative utilizzate; così che, da un medesimo evento possono fiorire diverse ricostruzioni, a seconda della rilevanza e della impressione fatta dalle ambiguità della storia. Il margine di errore è sicuramente elevato, ma allo stesso tempo inevitabile, posto che la codificazione dei vari input e delle varie circostanze presentate rivela una difficoltà e limitatezza tipicamente umana. La verità che viene presentata nei tribunali è, quindi, solo in ipotesi estreme perfettamente tangibile, precisa e chiara in quanto a contenuti e riferimenti teorici e pratici. Il fact-finding non è solo processuale, ovvero non tollera completamente la ristrettezza degli argomenti legalistici, né è imbarazzato dalla solennità delle aule di giustizia o dall’imparzialità della pura logica.

Stabilire la verità e la dinamica dei fatti comporta una serie di passaggi probatori, ma anche deduttivi che coinvolgono l’organo giudicante e la sua coscienza. Esistono infatti degli elementi di prova che hanno un peso notevole e che sono in grado, proprio in virtù di questa loro caratteristica, di fissare la soluzione del caso attraverso una forza dirompente e insindacabile. Il sillogismo che si compone, per esempio, nel caso di un assassinio da arma da fuoco, si rivela elementare se l’accusa ha a disposizione e, quindi, presenta alla giuria, l’arma del delitto, le impronte digitali, coincidenti con quelle dell’imputato o la prova alla paraffina di tracce di polvere da sparo sulle mani del medesimo. Il fatto costitutivo dell’illecito appare di facile individuazione; così che, il compito della giuria non è che marginale, le prove essendo puntuali e precise. I casi processuali di maggior interesse comportano, però, una ragnatela ben più fitta e vischiosa; le prove prodotte disegnano una trama e ordito complesso, non sono cioè semplicemente costitutive, ovvero non richiedono solo un’attività di analisi, necessitando, invece, di un lavoro di speculazione deduttiva.


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