"I poteri del giudice nell'ammissione delle prove ed il principio della libera valutazione negli Stati Uniti"
di Anna Paola Favero

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Sommario: 1. Processo inquisitorio e accusatorio: due modelli a confronto. - 2. Il Fact-finding come tema di prova. - 3. Elementi essenziali e procedure per identicare le prove - 4. La discrezionalità del giudice nell’ammissione e nell’esclusione delle prove - 5. Logica e problematiche delle jury instructions - 6. La giuria e la valutazione delle prove: discrezionalità tecnica o emotiva? - 7. Rules of Evidence nei non-jury trials - 8. La ricerca della verità storica è ancora un imperativo del sistema giudiziario o è divenuto un criterio secondario? - 9. Le regole di diritto, la supervisione del giudice e la moralità, quale peso hanno sulla valutazione delle prove?


9.     Le regole di diritto, la supervisione del giudice e la moralità, quale peso hanno sulla valutazione delle prove?

 

Per comprendere la valutazione probatoria resa dall’organo laico è essenziale innanzitutto comprendere la portata del Right to a Jury Trial, così come previsto dalla stessa Costituzione. La giuria popolare infatti è indicata come l’organo a cui spetta, istituzionalmente, la ricostruzione fattuale dei casi che assurgono ad interesse giudiziario. Questo diritto comprende, evidentemente, alcune appendici importanti che non sono separabili e che si inseriscono nella gestione della procedura penale come elementi del giudizio. La struttura del criminal system è infatti caratterizzata da un duplice aspetto: da una parte, la giustizia si ritiene assicurata dalla gestione popolare del sistema penale, dall’altra, non intende rinunciare ai principi guida, alle garanzie e ai diritti fondamentali, scritti e non. In realtà queste due facce non sono opposte, la giustizia ritratta nei diritti costituzionalmente garantiti, infatti, ben si armonizza con la genuinità e la freschezza dei singoli giurati che si alternano nelle aule di giustizia, I quali assicurano una voce al sentimento e alla logica diffusa, caratteristiche di ogni società civile. Per semplificare, si potrebbe chiarire quest’unione e coesione invisibile con il senso di nazione, di gruppo, con l’identificazione nei colori della bandiera, con la familiarità tipica di chi si sente tra pari. Nel diritto avviene un fenomeno molto simile, per cui il giudizio comune dei dodici giurati, in realtà, non è nient’altro che lo specchio dei valori sociali, di quelli indicati nel testo fondamentale e di quelli che da essi derivano. D’altro canto, la Costituzione prevede anche espressamente alcune ipotesi di giustizia e verità da ritenersi insindacabili ed irrinunciabili; le regole così formalizzate evitano la precarietà delle passioni e dei sentimenti umani, correggono e mantengono uniformi I risultati, guidano le evoluzioni del senso comune, last but not least universalizzano I criteri di valutazione. La finalità delle enunciazioni costituzionali o comunque delle leggi ordinarie è, insomma, quella di mantenere la "posizione originale" che distingue e specifica un sistema in confronto ad altri, una sorta di sicurezza e certezza di base che, ciò nonostante, ammette e addirittura reclama interpretazioni nuove, moderne, adeguate alle realtà e alla società. Infondere ai giurati l’esatto ovvero l’originale significato dei principi di due process, di fairness, di uguaglianza e di aderenza alle prove addotte non significa, infatti, necessariamente deludere l’attualità della procedura, nè sminuire l’efficacia delle valutazioni probatorie discrezionali, anzi, significa permettere un adeguamento continuo della giustizia alla percezione diffusa, senza perdere in organicità e in coerenza.

Le regole del diritto, ovviamente, devono essere distinte a seconda delle loro caratteristiche intrinseche e degli effetti che provocano o che intendono provocare. Le regole costituzionali esprimono concetti piuttosto semplici, praticamente astratti, posto che difficilmente nella realtà si è mai verificata pienamente l’imparzialità, la trasparenza, la giustizia insomma. Questi ultimi, tuttavia, sono concetti assai facili da imporre all’attenzione della giuria, ottenendone il rispetto; stranamente, infatti, anche se nessun individuo si è mai trovato di fronte ad esempi palesi, a concretizzazioni assolute e totali, questi principi vengono comunque compresi nella loro importanza. Più complicata invece la situazione di quelle regole che si rivolgono ad aspetti tecnici e specifici del diritto sostanziale o della procedura. Il vocabolario, la struttura logica e le finalità non rientrano nel bagaglio culturale comune, non si riferiscono ad esempi concreti, nè indicano come devono essere attualizzate. La giuria insomma non è in grado di utilizzare quegli strumenti creati ad hoc dal sistema per facilitare e permettere il giudizio; la valutazione di una prova, in breve, per I giurati potrà essere guidata dal criterio di accuratezza e ponderatezza, di oggettività e di ragionevole dubbio, ma non sarà facilitata se la legge pone delle eccezioni, delle descrizioni scientifiche oscure, dei presupposti e delle conseguenze che un individuo normale ha difficoltà a rilevare nel caso concreto. I giurati, anche se ben disposti, cederanno presto al proprio istinto se ad ogni valutazione troveranno questo scoglio gnoseologico, se dovranno cambiare metodologia di ragionamento ad ogni piè sospinto, senza per altro disporre dei mezzi adatti per procedere a queste variazioni, ossia senza aver ricevuto un training sufficiente. Le regole istituzionali del "gioco", pur disciplinando la procedura, non sono discutibili, nè criticabili se non permettono ai giocatori di iniziare e proseguire la partita, sminuendo a mere descrizioni e definizioni che perdendo in imperio possono diventare interscambiabili, possono essere oggetto di applicazioni erronee e di traduzioni abusive. In alcuni casi, il valore dei precedenti o delle presunzioni legali potrà soccorrere I giurati e sollevarli da queste difficoltà di comprensione, d’altronde, però, l’unicità del giudizio e del processo per i membri laici non permette una comprensione e una gestione corretta, nemmeno di queste fonti, tanto che spesso si crea la difficoltà di capire differenze e similitudini tra caso in esame e casi precedenti, tra massime d’esperienza e particolarità del reato considerato, tra principi e pratica. La stessa distinzione tra ratio decidendi ed obiter dicta non è che una complicazione ulteriore, una ricerca difficoltosa per capire quale regola sia stata presa ad esempio e come sia stata interpretata. Il potere dei giurati di valutare, comprende quindi quello di vagliare e decifrare la legge, posto che questa è, comunque, la pietra di sostegno dell’intero sistema, tuttavia, la valutazione può arenarsi facilmente di fronte alla genericità o, al contrario, specificità del diritto. Le presunzioni e I precedenti, inoltre, non hanno la stessa forza persuasiva ed impressionante del caso in esame, posto che vengono riportati attraverso un linguaggio arido e difficile, privo di espressioni di comune utilizzo. Al contrario, l’emotività che genera la discussione in aula, le prove prodotte ed attaccate, le testimonianze e le ricostruzioni presentate, si fissano nella memoria dei giurati, focalizzando la loro attenzione. La selezione degli elementi di convincimento procede, infatti, mossa dalla conoscenza diretta, dall’impatto immediato, da una procedura che utilizza poco la logica e l’analisi, I criteri e I mezzi forniti dalla legge, ma che ha comunque la capacità di riconciliarsi con I principi e I valori fondamentali del sistema. La difficoltà della legge è, quindi, quella di fornire frammenti di una conoscenza troppo ampia e qualificata, di indicare regole non assolute, ma interpretabili, senza tuttavia fornire la parola d’ordine o meglio il programma adatto per poter procedere al commento, è ,ancora, quella di suggerire ipotesi prima facie che aprono un ventaglio di possibilità e di eccezioni valutative che complicano, anzichè agevolare, il compito a cui sono tenuti I giurati. Questi ultimi dovrebbero cioè essere in grado non solo di capire la portata legale delle prove addotte, in loro presenza, ma anche di considerare le potenziali connessioni, differenze e parallelismi con la storia del diritto, con la teoria e con le applicazioni pratiche succedutesi durante gli anni. Non si tratta solo di difficoltà di comprensione grammaticale e logica, ma anche di qualificazione delle eccezioni valutative, della peculiarità delle interpretazioni, a seconda delle specifiche circostanze. Questo, ovviamente, è uno sforzo che non ogni individuo è disposto e può fare, senza che per questo sia moralmente o intellettualmente criticabile. La formalità della legge è pur tuttavia irrinunciabile, infatti, anche se percentualmente la comprensione e l’esatta applicazione delle regole di diritto, nella valutazione probatoria, restano piuttosto esigue, non è pensabile un sistema in cui non esistano definizioni standard di fatti, qualità, eventi e stati soggettivi, secondo un principio fondamentale per cui solo distinguendo l’essere dal non essere è possibile l’identificazione. Così ad esempio, solo prefissando il concetto "omicidio" è possibile valutare un caso e le prove stesse e poi decidere di conseguenza, altrimenti ogni fatto potrebbe venire ricostruito e dunque apparire in modo diverso, ogni accusato subire un processo distinto ed imprevedibile ed ogni giurato potrebbe dare una definizione diversa, adeguandola alla valutazione preferita, ma scardinando così il sistema. La valutazione degli elementi di convincimento non è quindi libera, ma solo discrezionale, ciò significa che, innanzitutto, devono essere rispettati I principi fondamentali, scritti e non; in secondo luogo, devono essere rispettate le regole di diritto e le leggi, attuando uno sforzo esegetico non trascurabile, ma tuttavia essenziale per poter giungere ad una decisione accettabile ed armonica rispetto all’idea di giustizia eletta a guida. La legge quindi, anche se appare un punto controverso e minore per la frazione che occupa nel procedimento valutativo, resta comunque imprescindibile. I confini da questa tracciati segnano I limiti dei poteri e della discrezionalità dell’organo laico e salvaguardano la stessa organicità dell’insieme.

La figura del giudice deve essere considerata anche alla luce di questa premessa sulla legge e sulle difficoltà interpretative della giuria; intendendone la presenza come una salvaguardia, sia per il diritto che per la valutazione probatoria. Il sistema non potrebbe infatti tollerare l’incondizionata azione dei giurati, nè valutazioni dissonanti, rispetto alle linee processuali consolidatesi nel tempo, se non a condizione che ogni cambiamento derivi dalla legge stessa, ovvero l’interpretazione non sia meramente arbitraria, bensì ammessa implicitamente dal testo o dalla ratio di legge. Come anticipato, però, la ragione del diritto non è evidente per I dodici membri che rivestono la carica di giurati, così che diventa essenziale la presenza del giudice togato. Quest’ultimo è un tecnico del diritto, è in grado quindi di capire le regole formalizzate, ma soprattutto può tradurle e renderle comprensibili in modo che dei profani possano comunque trarne vantaggio ed applicarle correttamente. La giustizia passa dunque attraverso la parola e l’espressione del giudice, pur se la valutazione resta di dominio della giuria; certo I confini tra una semplice traduzione semplificata e una suggestiva riformulazione dei concetti legali non sono così netti, tanto che la questione è di vecchia data, per alcuni addirittura una profezia avveratasi. La questione riguarda soprattutto il potere di riassunto finale di cui gode il giudice, azzardando il dubbio circa l’erosione delle libertà di giudizio della giuria per via di commenti più o meno celati. Alla luce di quanto detto, sembrerebbe che l’eventuale intrusione del giudice togato sia comunque tollerabile in un sistema che, evidentemente, tenta di correggere gli errori che derivano da una gestione popolare del crimine; d’altronde, però, mal si concilia con il principio d’imparzialità che caratterizza la figura dell’organo monocratico e il modello procedurale accusatorio. A questo punto, è bene precisare una differenza importante tra il sistema di Common Law inglese e quello americano. Nel primo, infatti, al giudice è stato attribuito un ruolo più attivo e partecipe, potendo egli esprimere le proprie opinioni personali al termine del processo; negli Stati Uniti, invece, il giudice resta una figura con minor peso e minori poteri. Nel sistema inglese, ad esempio, non è raro che il giudice intervenga interrompendo bruscamente l’interrogatorio di un testimone, proferendo egli stesso delle domande o, ancora peggio, accennando e segnalando proprie convinzioni alla giuria. Queste distrazioni possono essere tollerate, considerate positivamente come dovute ad un superiore rispetto per la giustizia, ma comunque, sono diminutive dell’autorità e della neutralità dell’organo monocratico. I giudici delle corti statali inglesi inoltre, sempre più frequentemente, hanno proceduto a raccogliere dati durante i processi, cumulando annotazioni, che poi diventano letture di fronte ai giurati, I quali possono percepirle come simboli di una professionalità e di una pratica che assicurano certezza e validità alle conclusioni, sentendosi quindi doverosamente tenuti ad appropriarsene e ad applicarle, o più irrealisticamente, come semplici elementi aggiuntivi a garanzia della chiarezza e correttezza di giudizio. Il passaggio infatti, da una lista di eventi, ad un esame delle prove che contenga una serie di conclusioni, corre sul fil di lana, specie quando l’annotazione diventa minuziosa, portando addirittura ad interruzioni e pause durante il dibattimento, per dare al giudice il tempo di assumere correttamente le prove presentate. In questo caso, la commistione tra passività ed ingerenza è al limite del legittimo, posto che I giurati, potrebbero concepire le pause, come un segno che, la prova presentata, è particolarmente incriminante o scagionante, o comunque potrebbero essere sviati sull’elemento specifico che ha suscitato un tale interesse e che, il giudice, e non la giuria, ha valutato come rilevante, a scapito di altri passaggi probatori, inevitabilmente sbiaditi al confronto. Ogni avvenimento insolito infatti può facilmente influenzare I giurati, sia questo proceduralmente ammesso o meno. Negli Stati Uniti è tuttora vietato un attivismo così palese del giudice, tuttavia, non è pensabile che l’unico mezzo d’influenza sia solamente la parola e l’espressione verbale. A tale proposito, può essere citato come esempio la capacità di comunicazione mimica del giudice o, al contrario, l’insofferenza e la disattenzione dell’organo monocratico su certi aspetti, secondo un comportamento che, apparentemente, non costituisce una violazione di imparzialità, ma che produce effetti inconsci notevoli e assai pericolosi. Certamente, se di psicologia si parla, bisogna anche riferirsi a quella del giudice stesso, senza degenerare in radicalizzazioni proibitive, tuttavia, è da sottolineare come la volontà del giudice possa avere un peso decisivo nella conduzione del processo e nella commistione dei ruoli. L’organo monocratico non ha poteri decisori veri e propri sul fatto, mentre gli è stato riconosciuto un potere di commento sulle prove, qualora la giustizia o la verità potrebbero essere stravolte da una comprensione inadatta della giuria. Questa opportunità appare dunque del tutto discrezionale, potendo comportare un controllo indiretto ed informale sulla discrezionalità valutativa dei giurati. Nonostante il pericolo suddetto, in Inghilterra, il giudice è autorizzato comunque ad esprimere la sua opinione in modo addirittura deciso e robusto, dichiarando le proprie convinzioni e opinioni personali sulle prove addotte e sulla ricostruzione del fatto auspicabile. Il potere di commento può essere considerato, ovviamente, come l’attribuzione formale di un ruolo più attivo e più importante al giudice, oppure, come la creazione di una dipendenza non prevista originariamente. Secondo altri, tale potere non è che un’ulteriore garanzia di correttezza valutativa e decisoria, al riparo dalle tattiche dell’avvocato migliore, dai cedimenti emotivi della giuria, dall’incidenza della spettacolarità o tragicità di alcune prove.

Alla luce delle evoluzioni seguite dai due sistemi di Common Law più importanti, si aprono dunque molteplici possibilità di discussione e di cambiamenti. Il modello che emerge in Inghilterra, ad esempio, ha ceduto forse qualcosa dell’accusatorietà originaria, guadagnando però in accuratezza e legalismo; quello americano, invece, non ha ancora scelto espressamente una caratterizzazione specifica, pur essendosi comunque già allontanato dal modello puro. In entrambi i casi, ciò che rileva è, ovviamente, il risultato ottenuto sulla valutazione probatoria, ossia se, questo maggiore attivismo abbia prodotto una effettivo e numericamente rilevante miglioramento o se, invece, la stima della giuria sia comunque da ritenere sufficientemente garantista, anche in una situazione in cui il giudice si riduce a mero moderatore delle forze. La previsione costituzionale di un right to a jury trial comunque non prevede una minore serietà e certezza del giudizio solo perchè la giuria è composta da soggetti inesperti; si ritiene semplicemente che, ferma restando l’applicazione del diritto e della legge, la giuria sia in grado di apportare un surplus alla valutazione, rendendola più precisa e più flessibile. Il rapporto tra giudice e giuria si dovrebbe delineare su di un livello collaborativo unidirezionale, finalizzato cioè alla ricostruzione e valutazione migliore: adeguata alla specificità del singolo caso, ma anche rispettosa dei principi e dei limiti di legge. La conclusione che si può trarre è quindi favorevole alla possibilità di commento del giudice, viste le difficoltà che, altrimenti, si frappongono tra giuria e comprensione del diritto, anche se il commento stesso non può essere completamente libero, bensì sottoposto a rigide regole che ne disciplinino l’accuratezza e la neutralità, assicurando alle parti in causa un giudizio ponderato e razionale. L’imposizione di queste regole e di un consequenziale controllo potrebbero apparire come strumenti profilattici poco rispettosi della professionalità e serietà del giudice, pur tuttavia, sarebbero efficaci onde evitare l’erosione del modello accusatorio, lo spostamento dell’onere probatorio a danno di una parte ed in favore dell’altra e, soprattutto, l’influenza sulla discrezionalità valutativa della giuria.

Le istruzioni o il sunto finale sulle prove e sul significato legale di alcuni termini o espressioni tecniche viene considerato dalla giuria come un importante e sicuro punto di riferimento durante il processo, ma la valutazione degli elementi di convincimento, su cui la giuria ha pieni poteri, non si anima solo di questi concetti e ragionamenti così nuovi ed estranei alla vita comune, si avvale anzi e soprattutto dell’istinto, della morale e del senso diffuso di giustizia. In particolare, la morale, come coscienza che caratterizza l’essere umano, non può essere scrutinata perfettamente, nel senso che non è possibile identificare con assoluta certezza il rapporto e il peso di quest’ultima in un procedimento valutativo, specie perchè non ha punti di riferimento validi erga omnes e riconoscibili a prima vista. Gli studiosi, tuttavia, sono concordi nel confermarne l’importanza e la centralità, in quasi tutti I passaggi decisori.

La valutazione si compone dunque di diversi fattori, che vengono a coincidere e ad amalgamarsi durante il dibattimento: le prove innanzitutto, l’insieme del fatto ricostruito, I sentimenti che vengono stimolati, l’idea di giustizia, I criteri di legge, le convinzioni soggettive. L’iter che conduce alla decisione, sia sui singoli elementi, sia sul caso globalmente considerato, si compone di conseguenza di un misto tra ragione, regole ed emotività, tra criteri di scelta scritti e generali e tra criteri soggettivi e incoscienti; in una misura che è variabile, ma che consente una differenziazione tra giusto e sbagliato, tra verità e falsità. Il procedimento valutativo non è per altro completamente casuale nei suoi risultati ed effetti; infatti, quella stessa ragione che appartiene e che viene usata comunemente dagli individui ha partecipato alla creazione delle regole che reggono il sistema, per tanto, in parte, queste sono comunque comprensibili. La giuria evidentemente quindi agirà secondo ragione, ma anche secondo l’istinto e le proprie abitudini valutative, posto che purtroppo la specificità del diritto, del linguaggio e delle sue finalità allontanano la legge dall’immediata comprensione. Il giudizio dell’organo popolare dunque segue delle regole che, anche se non sono verbalizzate, ciò non significa che non siano meno vivaci e reattive, anzi si animano di quella comunione, non solo linguistica e storica, che lega gli individui di una nazione, che enfatizza un‘unione di sentimenti e di etica. Questi aspetti sostengono la stima e la decisione dei dodici membri, anche là dove la legge non pare essere stata compresa pienamente. Il pericolo è ovviamente quello per cui tra questi due tipi di regole non ci sia corrispondenza di obbiettivi; così, ad esempio, se la legge mira alla verità dei fatti oltre ogni ragionevole dubbio, mentre lo spirito comune ritiene prevalente arginare la criminalità, attraverso condanne che possono venire comminate ad una soglia di certezza probatoria più bassa di quella standardizzata, o, ancora, se dispensano valutazioni clementi in ragione di fattori esterni alle prove presentate, quali ad esempio la benevolenza per l’imputato nella cui figura, in parte, si identificano, o l’assoluzione decisa in base alle pressioni sociali sul caso, o, ancora, la volontà di concludere in breve tempo la procedura di accertamento e quindi il processo. Questa incongruenza si può infatti verificare, posto che, le regole di diritto sono basate su elementi oggettivi e certi, le regole morali su particolari intellettuali, indefiniti e non scientificamente testabili. L’imprevedibilità delle ragioni soggettive e trascendenti non è tuttavia di sconforto per gli individui, I quali senza difficoltà riescono a rintracciare e a far aderire al caso concreto l’insieme del loro bagaglio culturale, delle esperienze passate, del ragionamento e della morale diffusa, più che non specifiche e singole categorie legali. Una capacità questa che viene considerata positivamente dal sistema americano, il quale consente ai giurati di sfruttare tali abilità nell’ambito della procedura penale e della valutazione probatoria. Un autore in particolare, Samuel Stoljar, ha trattato approfonditamente il rapporto tra legge e morale sottolineando che I due ambiti sono strettamente connessi. Il passaggio mentale tra percezione e valutazione avviene infatti, per lo più, in modo immediato, istintuale, secondo l’operare automatico degli imperativi morali. Questi ultimi non rappresentano dunque una fonte ulteriore di legge, come gli statutes o le codificazioni, essendo invece espressione della ragione "naturale" a cui I giudici si ispirano per giungere ad una decisione di diritto, la quale è destinata a divenire un case-law. Alla luce della teoria naturalista evidentemente adottata, la creazione giurisprudenziale si distingue in quanto a possibilità di trarre equilibrio ed orientamento proprio dalle ragioni della morale. L’autore comunque non si spinge sino a negare totalmente l’utilità e la fondatezza della teoria positivista del diritto, posto che leggi immorali o ingiuste possono esistere solo "positivisticamente", in quanto provenienti da autorità superiori. Nel procedimento valutativo, dunque, ciò che prevale è sempre la ragione, pur se condizionata e guidata dall’etica e dalle virtù personali.

L’essenza della moralità supera la prudenza e l’intelligenza che caratterizzano la razionalità delle regole di diritto, ciò significa che un imputato potrà essere giudicato per la "perfezione" del suo crimine, ossia sulla base delle prove che dimostrano la commissione, così come descritta e richiesta dalla legge, oppure per la criminalità del suo fine, secondo un giudizio più tipicamente morale secondo cui, a parte gli elementi costitutivi, il punto decisivo resta ciò che l’imputato avrebbe dovuto fare, secondo I criteri che I giurati come parte della società ritengono decisivi.

Vi è poi un’altra distinzione da rilevare, si tratta delle finalità di giustizia e di utilità che il sistema è tenuto ad affrontare. Il primo di questi imperativi è oggetto di interesse privato, individuale, l’altro invece deve soddisfare il gruppo e la società. La differenza si specifica soprattutto nella distribuzione delle conseguenze dei reati commessi: la legge, in tal senso, ha posto come ago della bilancia la verità dei fatti. Là dove vi sia la certezza della responsabilità quindi, la punizione dovrà essere adeguata al reato commesso, ma se questa definizione così lineare non si verifica, allora il peso delle conseguenze viene distribuito sul condannato, ma anche sulla società. Al contrario la giuria, è meno bilanciata nelle proprie reazioni, spesso ritenendo addirittura eccessive le garanzie processuali, le lunghezze e la prudenza nel giudizio; il suo rimprovero può effettivamente portare a dei risultati che appagano il senso comune di giustizia, più che non quello reclamato da ogni singolo imputato. In tal senso, la propensione verso la giustizia o verso l’utilità può essere considerata come emblema di interessi opposti, emergenti in particolare in quest’ultimo decennio di grave crisi dell’efficienza dell’apparato processuale, ossia come specchio di un conflitto più profondo tra interessi privati e pubblici, tra valutazioni probatorie che rispettano la realtà del caso e altre che invece sottolineano maggiormente l’efferatezza, la brutalità del comportamento, punendo, di conseguenza, non secondo un tentativo di recupero del singolo colpevole, ma con l’espressa finalità di proteggere la società dal crimine e dalla violenza. Così ad esempio, potranno influenzare la valutazione della giuria le rimostranze sociali, le opinioni filtrate dai mass-media e le stesse scelte politiche, oppure, al contrario, potrebbe prevalere l’attenzione per i diritti dell’individuo, a seconda della presentazione delle prove, particolarmente convincente da parte della difesa, della capacità del giudice di mantenere il giusto bilanciamento tra due process e crime control e tra utilitarismo e valutazione probatoria corretta. Le influenze esterne sono quindi molto importanti per quel che riguarda l’indirizzo valutativo prevalente: così infatti se, socialmente e politicamente, viene preferita una linea che, pur sanzionando il crimine commesso, sia anche educativa e di recupero del colpevole; la valutazione. in tal caso. potrà essere compensata dall’equità nella stima delle prove. Al contrario, se il processo viene impostato secondo uno schema di tipo manageriale, anche la valutazione e la morale subiranno dei mutamenti e dei compromessi; il giudizio sarà meno individualizzato e secondo un approccio generale ed asettico preferirà l’oggettività del risultato, in riferimento alla colpa e al fatto, evitando le riserve e le riflessioni sulla personalità o sul passato dell’imputato. La moralità e la legge sono quindi rilevanti e ugualmente incisive sulle capacità e sugli atteggiamenti valutativi dell’organo laico. Così, ad esempio, la prima caratterizza la procedura decisoria per spontaneità e mutevolezza, la seconda per neutralità e generalità. La combinazione di queste due forze può portare ad innumerevoli risultati di cui l’imputato stesso può beneficiare, nel senso che il suo caso potrà venire vagliato alla luce delle peculiarità che lo caratterizzano o nel senso che la giuria potrà essere influenzata dalle modalità di presentazione dei fatti dalla difesa. Di questa interazione potrebbe però anche beneficiare il sistema, nel senso che l’apporto tecnico fornito dal giudice si potrebbe armonizzare con la discrezionalità di cui godono I giurati, dando vita ad una soluzione bilanciata e veritiera. Ancora, potrebbe giovarsene la società, ovvero l’interesse pubblico a processi economicamente contenuti, rapidi, efficaci e caratterizzati da pene rigide, in risposta al crescente fenomeno della criminalità.


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