Nomi a dominio - domain name- e proprietà industriale: un tentativo di conciliazione.

di Luca Peyron



Il rapporto tra Internet e diritti di proprietà industriale ed intellettuale presenta aspetti di notevole interesse scientifico e pratico, nonchè motivi di riflessione dal punto di vista internazionalprivatistico (sul punto si veda CERINA, Commento a U.S. (S.D.N.Y.), 9 settembre 1996, in Dir.Ind., 1997, 302 segg.). Infatti non solo negli Stati Uniti, dove The Net è più sviluppato, ma anche in Italia i giudici hanno cominciato ad occuparsi di vertenze che hanno per oggetto proprietà industriale ed intellettuale ed Internet così come nell'ordinanza che si riporta in epigrafe (cfr. Assise Perugia, 2 luglio 1997, in Giur.it., 1996, II, 606 con nota di ANDREOTTI; Trib. Modena 23 novembre 1996 in Riv.dir.ind., 1997, II, 177 con nota di FRASSI nonchè CERINA, Internet: nuova frontiera per il diritto dei marchi, in Dir. Ind., 1996, 552).

La decisione in epigrafe è particolarmente significativa perchè per la prima volta, anche se in pochi passaggi, tenta un accostamento tra il domain name ed un tipo giuridico: l'insegna. Ed è questo in effetti il punto di rilievo in quanto l'ordinanza nel suo complesso, compiuto questo passaggio logico, non si discosta dalla giurisprudenza ormai consolidata in tema di contraffazione di marchio d'impresa ed insegna (cfr. Appello Bologna, 1 ottobre 1992, in Giur.Dir.Ind., 1993, 221). Un ulteriore dato che si è messo in risalto è il fatto che per il Giudice di Milano il top level domain name it non è sufficiente ad operare una sufficiente differenziazione e distinzione tra segni diversi (pur nell'inesattezza tecnica secondo cui detto top level domain name contraddistingue la collocazione geografica dell'elaboratore il che non è sempre vero). Se questo risponde a criteri di logica giuridica, in linea con il diritto consolidato del marchio d'impresa, non pochi problemi configurerà nell'ambito delle reti telematiche. Tornando al punto centrale cercheremo di enucleare un ragionamento intorno al domain name prendendo spunto dall'ordinanza di cui si è dato conto.

E' opportuno partire da un assioma di fondo, come autorevole Dottrina ha sottolineato (cfr. MAYR, I domain names ed i diritti sui segni distintivi: una coesistenza problematica, in AIDA, 1996, 223): quello di considerare Internet qualche cosa di non troppo dissimile dal già conosciuto. In altre parole è più interessante applicare modelli e metodi di ragionamento sino ad oggi utilizzati, operando i dovuti aggiustamenti, quanto piuttosto creare un diritto ad hoc, un cyberdiritto come ad esempio il mondo statunitense ha già proposto (cfr. sul Web http://vmag.law.vill.edu).

I punti di contatto, e talora di frizione, tra Internet ed il diritto sono molteplici ed interessano in modo specifico soprattutto il diritto d'autore. Tuttavia in queste poche righe si vuole analizzare più da vicino solo uno degli aspetti del sistema vale a dire i domain names o nomi a dominio.

Questi, come noto, vengono assegnati dalle Autorità che sovrintendono al funzionamento del sistema su base esclusivamente pratica, senza verificare eventuali implicazioni giuridiche connesse all'utilizzo di un nome, ma limitandosi a generiche avvertenze. Questo può creare non pochi problemi che interessano la proprietà industriale, ed in effetti lo dimostra l'esperienza soprattutto nord-americana. (Sul punto ed in generale su queste tematiche, con ampi richiami, si veda l'ottimo scritto di P. FRASSI, op.cit.).

Per poter svolgere un qualunque ragionamento è necessario dare una definizione giuridica, inquadrare il soggetto del discorrere per poi verificare se e come applicare una norma di diritto o meno.

 Cosa è o come potrebbe essere definito giuridicamente un domain name?

Sovente si dice, in modo non del tutto esatto a mio giudizio, che il domain name è solo un indirizzo. Se così fosse molto difficilmente potrebbero essere utilizzati gli strumenti giuridici che conosciamo, per dare una indicazione il più possibile interessante e rispondente alle necessità della pratica commerciale. E' evidente, per fare un esempio banale, che nessuno agirebbe in giudizio per contraffazione perchè Tizio ha come indirizzo una dicitura che, in ipotesi, sia in conflitto con dei diritti di proprietà intellettuale ed industriale; del resto è la stessa lettera della legge a prescriverlo (cfr. art. 1-bis numero 1 lettera a) l.m.) e parimenti la giurisprudenza (cfr. Trib. Milano 13 maggio 1965, in Riv. Dir. Ind., 1968, II, 247).

Sembra più interessante considerare il domain name non solo come un indirizzo, benchè elemento necessitato come nota FRASSI (cfr. FRASSI, op.cit., 182). (Si veda l'interessante K.S. DUEKER, Trademark Law lost in cyberspace: trademark protection for Internet adresses, in Harvard Journal of Law & Technology, 1996, 483 ss.). Ed in effetti non è (solo) indirizzo per due motivi fondamentali. Un primo motivo, oggettivo, è di natura strettamente tecnica. Il domain name infatti viene utilizzato (e nacque) per permettere all'uomo di riconoscere e tenere a mente un determinato codice numerico (questo sì un indirizzo anche se di tipo telematico). In altre parole l'uomo utilizza la macchina come una decriptatrice: digita una sequenza alfabetica (un nome) che la macchina associa all'indirizzo vero e proprio: un numero attraverso cui il sistema operativo (il browser) collega l'utente al sito. E' il sistema stesso che ci avverte che il domain name non è l'indirizzo quando interrogato risponde che l'IP address di un sito è un determinato numero. Ove quindi viene indicato l'Internet Protocol Address (IP address) viene indicato l'indirizzo. Un ulteriore riscontro di questo fatto è che nomi diversi, domain name diversi, possono essere associati ad uno stesso sito, ad uno stesso numero che quindi è il vero e proprio indirizzo. E' quanto accade spesso con società che hanno diversi domain names ma un unico sito a cui tutti i domain rimandano. Giuridicamente quindi non è l'indirizzo vero e proprio ma solo il mezzo attraverso cui esso si può conoscere(cfr. la causa MTV Networks v. Curry, 867 F.Supp 202, n.2 , S.D.N.Y, 1994 citata da K.S. DUEKER, op.cit.). Sottogliezza questa che non sembra tuttavia ancora sufficiente e convincente. Si deve anche riflettere sul fatto che pur essendo necessitato, rectius essendo necessitata la sua presenza, non altrettanto si può dire della denominazione prescelta. In altri termini mentre un indirizzo non può essere scelto ma viene assegnato (dall'autorità amministrativa ad esempio) nel caso della rete esso è indicato da colui che lo registra ed assegnato previo un controllo che ne verifichi l'utizzabilità (vedi infra).

Il secondo motivo è d'ordine logico e pratico, quindi più opinabile, anche se affidabile. Il domain name non viene percepito dall'utente come un indirizzo, come potrebbe essere ad esempio una casella postale. Non viene in altri termini percepito ed utilizzato come un'indicazione che contraddistingue una porzione di spazio e quindi una collocazione fisica (o virtuale che dir si voglia) di qualche cosa. L'esperienza, ed il conflitto in conseguenza, insegna invece che il domain name viene percepito ed utilizzato come un mezzo per riconoscere un determinato soggetto nel mare magno della rete. Infatti è un dato difficilmente controvertibile che nella maggioranza dei casi si raggiunge un determinato sito per tentativi, utilizzando spesso denominazioni che hanno attinenza specifica con un determinato soggetto. Ad esempio, se è mia intenzione cercare il sito corrispondente ad una nota società, poniamo la BACARDI, la prima cosa che farò è utilizzare detta denominazione per la mia ricerca digitando, ad esempio, BACARDI.COM ed infatti in questo modo raggiungo il sito della nota casa produttrice di alcoolici. (Sul punto si veda, anche se in parziale asintonia con quanto sino ad ora esposto, DUEKER, op.cit. ove si legge:"Domain name are similar to telephone number mnemonics, but they are of greater importance, since there is no satisfactory equivalent to a telephone company white pages or directory assistanced, and domain names can often be guessed"). A sostegno di questa tesi si può prendere in esame l'indirizzo di posta elettronica - E-mail. Essa è, come noto, uno dei mezzi di comunicazione più veloci che il sistema consente, ed una delle ragioni del successo di Internet visto il costo irrisorio e la velocità di trasmissione dei dati. Analizzando l'E-mail dal punto di vista giuridico necessariamente si giunge a definirla un indirizzo, tanto che viene anche comunemente definita casella di posta elettronica. Orbene l'E-mail viene scelta dall'utente che la elegge a suo indirizzo elettronico con gli stessi criteri, e con la stessa "capricciosità" con cui si sceglie un domain name. La differenza sostanziale sta però nel fatto che l'E-mail può svolgere solamente il ruolo di indirizzo e non altri. Attraverso l'E-mail io posso comunicare con un soggetto ma non vengo in contatto in modo diretto con prodotti o servizi, immagini e quant'altro può essere presente su di una pagina Web contraddistinta da un domain name. Inoltre un indirizzo di posta elettronica molto più difficilmente può essere "indovinato" da un utente che non lo conosca, al pari di un indirizzo comune od un numero telefonico. Questo avviene perchè la variabili connesse ad una E-mail sono diverse rispetto ad un domain name che non si appoggia perlopiù su altri soggetti come invece avviene molto spesso per una E-mail. (Cfr. ad esempio le migliaia di E-mail che si appogiano al servizio Hotmail e che hanno uno schema di questo tipo: name@hotmail.com). Da quanto precede si percepisce allora che il domain name è qualche cosa di altro rispetto ad un indirizzo pur svolgendo taluna delle funzioni che un indirizzo ha.

Capovolgendo il ragionamento, e chiudendo sul punto, si potrebbe a contrario affermare che anche il marchio d'impresa è un indirizzo al pari di un domain name. Esso infatti è scelto capricciosamente, mette in relazione un utente con il titolare o con colui che comunque se ne serve svolgendo la funzione d'indicazione d'origine. Se utilizzato per contraddistinguere dei locali permette di riconoscere un luogo ove può venire in contatto con l'imprenditore o comunque con i prodotti o servizi che sono contraddistinti da quel marchio. Tutto ciò detto qualificare il marchio come un indirizzo è una assurdità che confligge con l'esperienza prima ancora che con il dettato della legge. Il marchio, questo credo si possa dire e sostenere, svolge in casi determinati funzioni simili a quelle di un indirizzo pur non essendolo. Al pari di un domain name.

Da queste prime considerazioni discende che il domain name può aver molto in comune con una categoria giuridica: quella dei segni distintivi. In primo luogo perchè è palesemente 'segno', in secondo luogo perchè distingue un determinato sito da altri. Non solo, ma permette a chi non conosce un determinato indirizzo (telematico) di raggiungere, rectius collegarsi, con un determinato sito. Si concreta così una delle caratteristiche proprie dei segni distintivi, vale a dire quella di essere indicazione di provenienza di un determinata attività, in questo caso di un determinato servizio (cfr. per tutti VANZETTI - DI CATALDO, Manuale di Diritto Industriale, Milano, 1996, 117 ss.). A contrario si potrebbe dire che imbattendosi in un determinato sito (ed è l'id quod plerumque accidit) e verificando il domain name che lo contraddistingue è possibile sapere quale è il soggetto che lo ha posto in essere ed al quale il sito e quanto contiene è collegato.

Il passo successivo che si può fare è individuare quale tra i segni distintivi tipici ha caratteristiche più vicine al domain name per poi, in conseguenza, applicare le regole che dottrina e giurisprudenza hanno codificato per quel determinato segno. In altri termini ciò che si ricerca è una configurazione del domain name come segno distintivo che richieda una soglia di originalità, novità, distintività la più bassa possibile sì da essere applicabile al numero più elevato di casi. Prima di fare ciò si può peraltro dire che in linea di principio tutta la normativa sui segni distintivi è nel suo insieme omogenea (cfr. art. 13 R.D 21 giugno 1949 n. 292 così come modificato dal D.lgs 4 dicembre 1992 n.480 in seguito l.m.) o come indicato da autorevole Dottrina "integrale" (cfr. FLORIDIA, Marchi, invenzioni e modelli. Codice e commento delle riforme nazionali, Milano, 1993, 28). La tutela infatti che il legislatore accorda ai singoli tipi, in presenza beninteso di un rapporto concorrenziale, è una sorta di gradazione che ascende da due principi di fondo: la tutela del pubblico come fruitore di attività e la tutela dei diritti di colui che tali attività pone in essere, con investimenti e sforzi della più varia natura. Pertanto individuare un tipo non significa escludere a priori che regole legate ad un altro, caso per caso, non possano essere invocate. Allo stesso modo scegliere un tipo non significa che il domain name non possa assumere connotazioni, in ossequio a quanto prescrive il diritto, di uno degli altri tipi come sopra si è tentato di mettere in luce.

Deve essere premesso che le considerazioni che di seguito vengono svolte partono da un'analisi congiunta del domain name e del sito che esso contraddistingue in modo analogo al rapporto che sussiste, ad esempio, tra marchio d'impresa e prodotti su cui è apposto.

Una rapida analisi dei regolamenti che sovrintendono alle registrazioni (NSI Domain Name Dispute Policy in fttp://rs.internic.net/policy per quanto riguarda gli Stati Uniti e www.nis.garr.it per quanto attiene all'Italia) porta a dire che il sistema rifiuta esclusivamente diciture identiche e termini ben precisi (acronimi utilizzati in rete con particolari significati ad esempio com; gov; www etc.). Da ciò discende che è possibile registrare diciture d'uso comune, nomi comuni in relazione a siti che contengono attività comunemente legate a quel nome. In questa luce ben si può pensare ad un domain name privo del requisito di originalità e quindi non più segno distintivo. E' condizione sufficiente inoltre che una domain si differenzi da un altro anche di un solo carattere per essere accettato e registrato. Questo però non può voler dire che il domain name non è nuovo per il solo fatto che non ve ne può essere uno identico. Sappiamo infatti che la similitudine o la semplice assonanza fonetica escludono la novità dei segni. Anche il requisito della novità pertanto non è soddisfatto in modo automatico dalle modalità di registrazione del domain name.

 Ciò premesso analizziamo dunque questi tre tipi partendo dal più significativo: il marchio. Di necessità si deve parlare del marchio c.d. di fatto poichè qualora un domain name sia un marchio registrato, o qualora venga utilizzato un marchio registrato come domain name, si può parlare e ragionare solo di modalità d'uso di un segno distintivo che ha già la sua "etichetta". Per poter definire un segno distintivo marchio di fatto esso deve avere caratteristiche ben precise che qui rilevano: avere originalità e novità nonchè notorietà anche se solo locale. Dei primi due già si è detto supra tra le considerazioni generali sui segni distintivi. Terzo requisito rimane dunque la notorietà anche solo locale del segno. Si sarebbe tentati di dire che l'uso in Internet soddisfi automaticamente il dettato della legge; in realtà così non è o perlomeno, ancora una volta, non a priori. Infatti benchè Internet sia oggi molto diffuso ed in continua espansione, anche nel nostro Paese, ciò non significa che tutti coloro che sono connessi alla rete automaticamente vedano, e quindi prendano conoscenza, di un determinato sito e del domain name che lo contraddistingue. Il sistema collasserebbe ed i suoi utenti prima di lui, sommersi da un flusso incontenibile, e non richiesto, di informazioni e dati. Il sistema viceversa conta automaticamente il numero di accessi ad un determinato sito, senza possibilità di manomissioni od interventi da parte di alcuno, al pari di un contachilometri di una automobile. Il requisito della notorietà quindi può essere dimostrato, ma non sussiste indistintamente men che meno per il solo fatto che Internet è così sviluppato e copra ampie porzioni di territorio.

Spostando l'analisi su un altro dei tipi, la ditta, si deve giungere alle stesse conclusioni. La ditta infatti storicamente e legalmente identifica l'imprenditore o l'impresa e per questo motivo il legislatore ha previsto che essa debba contenere il nome dell'imprenditore o comunque una sua sigla (art. 2563, 2° comma C.c.) salva l'ipotesi della ditta derivata. Non tutti i domain name hanno queste caratteristiche. Si può però andare oltre il dettato della legge attraverso la c.d. ditta di fantasia che oggi in modo pacifico viene accettata dalla giurisprudenza. E' pur vero che il dato legislativo impone ora la registrazione della ditta nell'apposito registro ma per ragioni altre rispetto alla sua qualifica di segno distintivo (Ciò in linea con quanto prescrive la Convenzione di Parigi del 20 marzo 1883 -ratificata con legge 160/76 - art. 8 ove si dice che :"Il nome commerciale sarà protetto in tutti i Paesi dell'Unione senza obbligo di deposito o di registrazione, anche se non costituisce parte di un marchio di fabbrica o di commercio"). In ossequio a quanto precede dottrina e giurisprudenza ammettono pacificamente la c.d. ditta di fatto. Pur ovviando però agli ostacoli che la lettera della legge sembra porre, la ditta è e rimane il segno distintivo che contraddistingue l'imprenditore, lo contraddistingue ad esempio nella corrispondenza, nel rapporto con i fornitori ed i creditori. Ancor più se si è di fronte, come nell'ipotesi di un domain name non registrato come ditta, ad una ditta di fatto. Va detto comunque che i punti di contatto sono certamente numerosi ed importanti ed in generale la soglia di originalità e novità richiesta per la ditta è certamente più bassa rispetto al marchio (cfr. sul punto CARTELLA, Richiami su tutela cautelare, originalità e confondibilità di ditte e marchi, nota a Trib. Milano 31 ottobre 1994 in Riv.Dir.Ind., 1995, II, 184 e seg. in particolare con ampie note di richiami).

Vi è però un elemento di fondo che a mio giudizio rende più interessante propendere per l'ultimo dei tipi, l'insegna, ed è la rispondenza in astratto del tipo alla realtà che stiamo analizzando. Cercando infatti di svincolare il ragionamento dall'esperienza pratica che abbiamo dell'insegna, ed adeguando alla realtà virtuale quanto per essa è previsto, i punti di contatto sono davvero molti e ricordati nell'ordinanza che si commenta in epigrafe.

 

Significativa la definizione di Auteri che indica come l'insegna contraddistingua il luogo ove l'imprenditore:"Offre al pubblico i suoi prodotti o servizi [e si usi] per identificare l'esercizio, distinguendolo da quello dei concorrenti, e consentendone anche il reperimento".(AUTERI, voce "Insegna", in Enc.Giur.Treccani, Roma, 1990, XVII; si veda anche MAGINI, L'insegna: nozione e generalità, in Trattato di diritto commerciale diretto da GALGANO, V, 376 ss.). Il domain name in modo del tutto analogo contraddistingue il luogo, non propriamente fisico (ma la legge non l'impone expressis verbis) ove il titolare del sito incontra il pubblico. Il legislatore è vero fa cenno ai "locali" ma volendo sottilizzare il domain name contraddistingue anche fisicamente un luogo, un locale anche se sui generis: la porzione fisica di spazio nella macchina dell'Host provider ove sono registrati i dati del sito. Ed ancora il domain name consente il reperimento dell'esercizio, al pari di un indirizzo, al pari di un'insegna. L'insegna è segno distintivo con un basso grado di novità ed originalità, ed è tale anche in assenza di notorietà e conoscibilità da parte del pubblico essendo infatti sufficiente l'uso, condizione peraltro richiesta anche per chi registra un domain. Chi passa per una via vede l'insegna così come chi "passa" per quel sito, potremmo immaginare quasi con la stessa aria distratta, vede il domain name. Così come l'insegna il domain name è usato per calamitare l'attenzione ed indicare un luogo ove si può avere un contatto con un soggetto di cui già si è sentito il nome. Si pensi ad esempio a quanto comunemente avviene in rete, e di cui abbiamo parzialmente dato conto in questa sede.

Vi sono comunque delle differenze tra i due oggetti, non ultima quella che l'insegna e la giurisprudenza ad essa legata (il dato legislativo si riduce al solo articolo 2568 c.c) per ovvi motivi hanno un inquadramento ancorato alla genesi di questo segno distintivo. In altre parole i giudici hanno sempre pensato all'insegna quale la conosciamo, con una valenza legata molto fortemente al territorio. Internet per sua stessa natura non ha territorio. A ben guardare tuttavia anche questa considerazione non limita la portata di questa teoria, ma ha come conseguenza che si richieda un livello più alto di originalità del domain name per qualificarlo come insegna essendosi dilatato il concetto di territorio comunemente utilizzato. Si potrebbe argomentare che la presenza dei top level domain name quali com, it, uk ecc. valgano a distinguere ambiti territoriali diversi, anche se ancora una volta di tipo virtuale. Sembra tuttavia difficile accettare questa teoria, anche sulla scorta del ragionamento enucleato dal Tribunale di Milano, condotto è vero sul marchio d'impresa ma che può essere legittimamente applicato a tutti i segni distintivi ivi inclusa l'insegna. Oltre a ciò si debba aggiungere che una situazione di questo tipo concreterebbe il rischio di una non veritiera associazione dei segni in capo ad uno stesso soggetto così come avviene ad esempio legittimamente nei contratti di franchising (catene di negozi o di ristoranti ad esempio. Sul punto CARTELLA, op.cit., 188). E' poi giurisprudenza acquisita che l'aggiunta di un toponimo (quale può essere considerato il top level domain name) non modifica il carattere distintivo dell'insegna (cfr. PERLETTI nota a Appello Milano, 15 ottobre 1993, in Dir. Ind, 1994, 433 ed in Giur.Dir.Ind, 1994, 445). Inoltre, partendo dal presupposto che la disciplina dell'insegna, per espressa previsione legislativa (art. 2568 c.c.), deve essere integrata con quella della ditta, la giurisprudenza costante prevede che:" Ai fini del pericolo di confusione tra ditte, il luogo di esercizio dell'impresa - previsto dall'art. 2564 c.c.- non va inteso in senso restrittivo come località in cui l'impresa si trova, ma come intera zona territoriale raggiunta dall'attività d'impresa, in relazione alle sue dimensioni ed alla sua capacità di penetrazione" (Appello Catania, 12 maggio 1993, in Giur.Dir.Ind., 1993, 551).

 

Ed allora quid juris ove convivano domain name identici ma con top level domain names diversi (ad esempio nome.it e nome.fr) oppure domain name anche differenti ma confondibili e caratterizzati dallo stesso top level domain name? Verosimilmente, laddove contraddistinguano siti contenenti beni o servizi simili ed abbiano la levatura di segni distintivi (di pari grado), dovrà applicarsi, in ossequio a quanto pacificamente avviene per l'insegna, il principio prius in tempore potior in jure.

A conclusioni parzialmente diverse si dovrebbe pervenire se i domain name interessati siano marchi registrati in paesi diversi. Innanzitutto si tratta di diritti, in ipotesi, legittimi che appartengono ad un titolare legittimo e territorialmente definiti. Il fatto che la rete sia fruibile da ogni paese dove esista un telefono determina che un certo marchio d'impresa registrato in un paese A, utilizzato ad esempio su di una pagina Web, risulti contraffazione di altro segno simile od identico in un altro stato B ove è stato invece registrato il segno identico da altro soggetto. Si deve notare però che si tratta, qualora anche il segno B sia in Internet, anche questo è contraffazione di A nello Stato corrispondente. Si tratta in definitiva dello scontro tra due segni di per sè territorialmente legittimi, che sono l'uno contraffazione dell'altro se si dovessero seguire le regole comunemente accettate ed applicate.

Si tratta evidentemente di una situazione alla quale non è possibile applicare i precetti usuali perchè palesemente inefficaci e neppure attenersi alla regola sopra prospettata del prius in tempore potior in jure. Inoltre, qualora le parti non intervengano l'una contro l'altra, non viene sollecitato l'intervento di chicchessia con, in ipotesi, grave danno dei consumatori che si troverebbero in una situazione di profonda incertezza. Permettere ciò significherebbe svuotare completamente il marchio della funzione d'indicazione d'origine che gli è propria. A fatti di questo tipo, peraltro prospettatisi nella pratica commerciale ove accordi di coesistenza hanno dato origine talora a situazioni di incertezza e di potenziale confondibilità di segni, si può ovviare oggi in luce della nuova evoluzione del diritto sui segni distintivi e dei marchi in particolare. Sul piano interno la soluzione è ancorabile all'art.11 l.m. in combinato disposto con gli artt. 2598 e 2601 c.c. che permettono di azionare rimedi un tempo considerati esclusivamente di pertinenza del diretto concorrente ed oggi, letti in chiave juspubblicistica, danno voce e rilievo anche alle esigenze dei consumatori esaltando la funzione di indicazione d'origine e più ancora di garanzia qualitativa che in particolare il marchio d'impresa (non solo collettivo) assolve (cfr. tra gli altri l'ancora attuale AUTERI, Territorialità del diritto di marchio e circolazione di prodotti originali, Milano, 1973, 56 ss.).

Sul piano internazionale una soluzione che è stata prospettata in dottrina (Cfr. Atti del seminario Indicam, L'impatto di Internet sulla proteggibilità dei marchi, Milano, 27 ottobre 1996) è quella di creare un obbligo a carico dei titolari dei marchi simili presenti su Internet di fornire, con il marchio, anche delle notizie complementari che permettano di determinare la fonte d'origine del marchio stesso (le c.d. distinguishing additions).

L'ipotesi è quella di porre in pristino l'indicazione d'origine data dal segno attraverso un artificio. La proposta si presenta come un'evoluzione più attenta della soluzione che, a suo tempo, diede la Corte di Giustizia al caso Persil ove si scontravano gli interessi di due soggetti titolari in diversi paesi di marchi identici ed utilizzati per gli stessi prodotti. La Corte adottò come soluzione l'imposizione alla parti di distinguere i rispettivi marchi attraverso una modifica cromatica degli stessi. Soluzione apprezzabile dal punto di vista teorico ma che, in effetti, non pose nel nulla gli effetti confusori che si determinavano.

 

In conclusione, pur tra i problemi di cui in parte si è detto, si tratta di applicare modelli che appaiono efficaci ad una realtà simile per molti aspetti, anche se non identica. Da sempre questo è il compito della dottrina che, seguendo l'insegnamento metascientifico di Popper e di Häberle, adegua al mutare dei rapporti commerciali e delle istanze del modo reale quello astratto del disposto legislativo.
 

Luca Peyron

 [Ordinanza Trib. di Milano]

[back to index]