Il bilancio assicurativo e il sistema del codice di commercio
 

di Paolo Donato.


  Sommario

1. La disciplina generale del bilancio nel codice di commercio.


2. La normativa specifica per le società di assicurazione. 


3. La riserve tecniche tra prassi di gestione delle imprese e aspettative di intervento legislativo. 


4. Gli schemi di bilancio del regio decreto 9 gennaio 1887 n. 2398

5. Bibliografia.


1. La disciplina generale del bilancio nel codice di commercio. 
Il primo accenno ad una disciplina del bilancio delle società di assicurazione è rinvenibile nel codice di commercio del 1882 . Ma prima di esaminare specificamente gli articoli che si riferiscono alla problematica qui affrontata è necessario esporre brevemente il sistema complessivo dei documenti di bilancio a cui erano sottoposte tutte le società di commercio (dunque , salvo le deroghe in seguito analizzate , anche le società di assicurazione) .

 La normativa generale del bilancio delle società di commercio occupa nel codice di commercio gli articoli 176, 177, 178, 179, 180, 181 e 182 .

L’articolo 176 disciplinava le modalità di presentazione del bilancio dell’esercizio concluso da parte degli amministratori ai sindaci . Il bilancio doveva essere presentato ai sindaci almeno un mese prima del giorno fissato per l’assemblea generale dei soci che doveva approvarlo . Ad esso dovevano essere allegati i documenti giustificativi (fatture , bolle ecc.) al fine di rendere effettivo il controllo contabile sindacale come descritto all’art. 178 .

Molto succinta era poi l’enumerazione dei requisiti di contenuto del bilancio anch’essa contenuta nel presente articolo . Infatti era richiesta l’indicazione del "capitale sociale realmente esistente" e della "somma dei versamenti effettuati e dei versamenti in ritardo" . Da queste espressioni si desume che l’obbligo di indicazione era limitato alla distinzione tra il capitale sociale interamente versato e i crediti verso i soci per versamenti ancora dovuti . Si segnala inoltre la terminologia alquanto nebulosa . Il secondo comma prevedeva una clausola generale riportante il principio di verità del bilancio . Infatti secondo l’art. 176 comma 2 il bilancio doveva dimostrare con evidenza e verità gli utili realmente conseguiti nell’anno e le perdite sofferte . L’avverbio "realmente" introduce il principio di prudenza che nel corso dell’evoluzione normativa dei decenni successivi sarà elaborato con maggiore attenzione anche tenendo conto dell’evoluzione delle scienze ragionieristiche . Per quanto riguarda il terzo comma si rinvia all’esame delle norme specifiche dedicate alle società di assicurazione .

L’art. 177 riguardava alcune disposizioni in merito al bilancio delle società aventi per oggetto l’esercizio del credito . In primo luogo si nota come agli obblighi del predetto articolo fossero sottoposte solo le società esercitanti il credito e non anche quelle che avevano come oggetto la raccolta del risparmio . Ma ciò era comprensibile in un periodo in cui i limiti dell’oggetto dell’attività bancaria erano molto elastici .

Ai nostri fini è utile citare il contenuto di questo articolo per poter paragonare le caratteristiche della vigilanza sulla situazione patrimoniale e finanziaria delle aziende di credito agli istituti dedicati in modo specifico alle società di assicurazione . Le società aventi come principale oggetto l’esercizio del credito dovevano presentare presso il Tribunale di commercio nei primi otto giorni di ogni mese un modello indicante la situazione patrimoniale del mese precedente sottoposto ad una sorta di certificazione interna mediante la sottoscrizione da parte di almeno un amministratore e di un sindaco.
In sostanza per tali imprese il monitoraggio sulla situazione patrimoniale era di due tipi : il modello mensile di situazione patrimoniale e il bilancio di esercizio annuale entrambi sottoposti ad una certificazione interna da parte degli amministratori e dei sindaci .

L’ultimo comma dell’articolo sarà esaminato in seguito in quanto riguardante specificamente le società di assicurazione .

L’art. 178 invece obbligava le società di commercio a allegare al bilancio una relazione di competenza dei sindaci contenente i "risultamenti dell’esame del bilancio e della tenuta amministrazione" e osservazioni e proposte in merito all’approvazione del bilancio stesso . Questa relazione non è che l’embrione dell’attuale relazione del collegio sindacale . Tuttavia i requisiti sostanziali di essa sono limitati ad un confronto tra scritture contabili e bilancio (i "risultamenti della tenuta amministrazione") e tra il bilancio stesso e i principi della scienza ragioneristica indispensabili per la redazione di un corretto modello di situazione patrimoniale . Il bilancio poi secondo l’art. 179 doveva essere depositato in copia insieme alla relazione dei sindaci negli uffici della società nei quindici giorni precedenti l’assemblea per la sua approvazione per permetterne la consultazione da parte dei soci .Dopo l’approvazione da parte dell’assemblea generale il bilancio doveva secondo l’art. 180 essere depositato a cura degli amministratori nella cancelleria del Tribunale di commercio insieme alla relazione dei sindaci e al verbale dell’assemblea per consentirne l’annotazione nel registro delle società e la pubblicazione .

L’art. 181 che disciplinava la distribuzione dei dividendi esorbita dall’ambito della presente ricerca mentre è di un certo interesse l’art. 182 il quale obbligava le società a prelevare annualmente dagli utili netti somme pari a un ventesimo degli utili stessi per formare il cosiddetto fondo di riserva . Tale fondo di riserva il cui importo massimo era pari a un quinto del capitale sociale non è che l’antenato della nostra riserva generale . Esso era nell’ottica liberista del codice di commercio l’unica misura , insieme al capitale sociale, di garanzia nei confronti dei creditori sociali .

 Osservando l’insieme di queste disposizioni si può facilmente notare come il legislatore del codice di commercio , animato da profonde concezioni liberiste , avesse lasciato alle società di commercio la più completa libertà di forme e talvolta anche di contenuto per quanto riguardava i documenti soci l’immaginazione ingannatoria di amministratori e sindaci senza scrupoli . Tutto ciò era poi oltremodo facilitato dalla totale assenza di una qualsivoglia disciplina delle valutazioni delle poste contabili .

In conclusione il sistema del codice di commercio non poteva avere che il valore di un esordio , di un autorevole esordio : presto l’evoluzione incessante della normativa e della sottostante pratica commerciale avrebbero imposto modifiche sostanziali a tale struttura di base .  [<<]
 

 
2. La normativa specifica per le società di assicurazione.
La fine del XIX secolo fu un periodo caratterizzato , per quanto riguarda l’ambito di questa ricerca, da una insanabile contraddizione di fondo : il settore assicurativo era in forte e tumultuoso sviluppo mentre la legislazione sull’attività assicurativa era estremamente carente . Se si aggiunge che il periodo storico fu segnato da improvvisi mutamenti di condizioni economiche , dalla nascita della grande industria , da modificazioni sostanziali dell’economia pubblica (l’avanzo del bilancio , i prestiti esteri e l’abolizione del corso forzoso) e soprattutto da forti squilibri fra settori che si trasformavano repentinamente in situazioni di crisi societarie e bancarie di vaste proporzioni , appare chiaro come il palese disinteresse del legislatore per una puntuale disciplina dell’attività assicurativa non potesse che favorire uno sviluppo senza controlli e al di fuori delle regole della correttezza commerciale del settore preso in esame .

Sotto l’impero del codice di commercio del 1865 le società di assicurazione erano sottoposte all’autorizzazione e alla sorveglianza governativa in quanto società anonime . Invece il nuovo codice di commercio , di impronta liberista , non prevedeva in generale (e dunque neanche per le imprese di assicurazione) un’autorizzazione governativa per la costituzione delle società anonime . La ratio di tale disinteresse pareva ritrovarsi secondo il De Gregorio nella sufficienza , ai fini della vigilanza finanziaria , della predisposizione di un nuovo organo di controllo (il collegio sindacale) , della disciplina sulla responsabilità degli amministratori e soprattutto dell’obbligo di redazione del bilancio annuale (peraltro senza che la legge prevedesse uno schema obbligatorio.....) . La forma giuridica era libera anche se le imprese di assicurazione avevano assunto nella stragrande maggioranza dei casi la forma di società per azioni o di mutua assicuratrice . A questo proposito sorgeva un dubbio esegetico: dato che il codice regolava solo le società per azioni e le mutue era possibile che un’impresa di assicurazione non rientrante in uno dei sopra citati tipi potesse sottrarsi alla disciplina delineata dal codice ? Il Monzilli nel suo saggio propendeva per la soluzione negativa dichiarando che una interpretazione di tale tipo avrebbe svuotato la legge di ogni contenuto .

Per quanto riguarda gli istituti di garanzia il codice non obbligava le società per azioni , qualunque fosse il loro oggetto ,a possedere un capitale minimo : esso richiedeva solo la sottoscrizione per l’intero e il versamento di almeno tre decimi . Ma l’art. 131 prevedeva la seguente agevolazione : le società anonime di assicurazione potevano essere validamente costituite con il versamento in contanti del solo 10% del capitale azionario . Gli estensori motivarono questa ulteriore libertà con la discutibile considerazione della mancata funzione di garanzia che il capitale sociale poteva svolgere nei confronti degli assicurati . Escludendo in sostanza il capitale dall’insieme degli istituti di garanzia il legislatore fu costretto per costruire un sistema minimo di tutela a introdurre il sistema del vincolo.

Già sotto l’impero del codice del 1865 alle società di assicurazione era imposta una cauzione in rendita italiana vincolata a favore del Governo e degli assicurati che variava a seconda dei casi da £ 100.000 a £ 500.000 e che doveva essere accresciuta proporzionalmente all’incremento della riscossione dei premi .

L’art. 145 del codice del 1882 invece obbligava le società di assicurazione sulla vita e le società amministratrici di tontine nazionali ed estere a impiegare un quarto ,se nazionali, o metà ,se estere, dei premi e dei frutti in cartelle di debito pubblico vincolate presso la Cassa Depositi e Prestiti . Molte voci immediatamente si levarono contro tale disposizione . Molti giuristi tra cui il Monzilli sottolineavano il fatto che tale forma di garanzia non corrispondeva ai più avanzati sistemi europei (e segnatamente a quello inglese) . Si affermava che tale sistema non poteva tutelare gli interessi degli assicurati nel primo periodo di attività della società perché in tal modo erano escluse dalla libera disponibilità dell’impresa ingenti somme che potevano divenire indispensabili per far fronte alle notevoli spese iniziali di costituzione e di amministrazione (oltre che per risarcire eventuali sinistri avvenuti prima della costituzione del fondo di riserva premi) . Inoltre si riteneva che la tutela fosse inesistente anche nei periodi successivi alla costituzione della società in quanto il quarto o la metà dei premi e degli interessi rappresentavano un’indicazione empirica in netto contrasto con le tecniche statistiche usuali nella pratica assicurativa . Infine si considerava del tutto inadeguata ad una corretta e dinamica gestione finanziaria la determinazione fissa e inalterabile di una sola forma di investimento delle somme raccolte . Le stesse Compagnie avevano espresso forti perplessità in quanto i depositi presso la Cassa Depositi e Prestiti erano soggetti a un imposta pari all’uno per mille che poteva diventare molto gravosa ; si notava poi che , essendo i titoli di debito pubblico al portatore , la Cassa depositaria non avrebbe risposto dei danni da incendio o da casi di forza maggiore e che le formalità lunghissime del vincolo e dello svincolo dei valori avrebbero immobilizzato qualunque tentativo di gestione dinamica dei premi raccolti . Ma il clima di ostilità di fronte a tale struttura obbligatoria di impiego delle somme raccolte era già evidente nell’iter che aveva condotto alla formulazione finale della legge .

La proposta originaria del Ministro dell’Industria contenuta in una memoria in data 25 ottobre 1874 suggeriva l’obbligo per le compagnie di impiegare i tre quarti dei premi riscossi in titoli di debito pubblico con l’espresso intento di costruire un sistema che evitasse al Governo la responsabilità di "calcoli e ragguagli soverchiamente complessi" . Fu poi l’Ufficio centrale del Senato che modificò tale proposta nei termini che furono trasferiti nel testo di legge .

L’unica voce di dissenso fu quella di Pasquale Stanislao Mancini che propose per le imprese di assicurazione nazionali e estere o amministratrici di tontine di includere nei mezzi di impiego dei premi riscossi anche i titoli di credito individuati con apposito successivo regio decreto e di determinare la quota dei premi sottoposti a vincolo al netto dei pagamenti dei sinistri già avvenuti e delle spese di amministrazione . Il Senato non volle modificare il progetto e la Commissione parlamentare accolse il testo di legge senza operare alcuna sostituzione per evitare "un perseverante e inconciliabile dissenso" .

Ma al quadro già piuttosto contestato si aggiunsero le minuziose (e per molti inaccettabili) previsioni degli art. 55-56-57-58-59 e 60 del Regolamento del codice di commercio . L’art. 55 imponeva il deposito dei titoli (in cui erano stati impiegati i premi riscossi) presso la Cassa Depositi e Prestiti entro i primi dieci giorni successivi alla fine di ogni trimestre e l’impiego dei frutti dei titoli stessi in titoli della medesima specie . L’art. 56 invece disciplinava i criteri valutativi dei titoli il cui valore era determinato in base al corso di borsa della piazza in cui aveva sede la società del giorno precedente il deposito . L’art. 57 imponeva il vero e proprio vincolo a favore degli assicurati sui titoli depositati . Ma la disposizione più contestata era quella dell’art. 58 che dava al Ministero dell’Industria la facoltà di controllare ogni trimestre l’esatto adempimento dell’art. 145 del codice mediante l’esame dei libri della società . Zammarano vivacemente protestò contro tale continuo monitoraggio dell’impresa assicuratrice dato che esso se praticato con continuità avrebbe senza dubbio portato alla paralisi dell’attività dell’impresa stessa . Infine gli articoli 59 e 60 disponevano la liberazione dal vincolo nel caso di pagamento della somma assicurata o di altro mezzo di estinzione dell’obbligazione .

Le difficoltà intrinseche al sistema e le critiche provenienti da insigni giuristi e dagli esperti di ragioneria indussero il Ministro dell’Industria a sospendere l’applicazione dell’art.145 del codice in attesa di una riforma . Fu proposta dallo stesso Ministro la modifica delle modalità di esecuzione dell’art.145 del codice mediante la riforma del regolamento del codice ma tale tentativo si arenò per i dubbi di legittimità costituzionale (non appariva costituzionalmente legittimo modificare un regolamento promulgato in forza di delega legislativa con un decreto reale) . In realtà l’art.145 non fu mai compiutamente applicato e il Ministro concesse in aperta deroga al regolamento depositi e controlli su base annuale e non più trimestrale .

Tutta la polemica che venne sviluppandosi in merito all’art.145 non si estese all’ambito delle assicurazioni danni . Ma ciò fu dovuto al fatto che per esse la legge non stabiliva alcun obbligo di investimento rimettendosi agli statuti delle singole imprese .

Per quanto riguarda la compilazione dei documenti di bilancio il codice di commercio del 1865 non dava alcuna indicazione per le imprese italiane mentre obbligava le società estere autorizzate a operare in Italia a predisporre alla fine di ciascun esercizio un conto separato per le operazioni effettuate nel nostro Paese , il contenuto del quale però era lasciato alla libertà dei compilatori . L’articolo 177 secondo comma del codice di commercio del 1882 (insieme con l’art. 62 del regolamento) invece obbligava le imprese di assicurazione a uniformare i propri bilanci ad uno schema che sarebbe stato stabilito con regio decreto. Ma fu solo , come si vedrà , a distanza di cinque anni che , dopo velate e ostili resistenze da parte delle Compagnie , il Ministero renderà operativa la previsione dell’art. 177 predisponendo i primi schemi uniformi di bilancio delle società di assicurazione . Infine è necessario ricordare che l’art. 176 terzo comma obbligava le società di assicurazione e le società di amministrazione di tontine a indicare nel bilancio le "prove" dell'adempimento alle prescrizioni dell’art.145 . Tale obbligo veniva in sostanza soddisfatto separando nel bilancio l’indicazione degli investimenti sottoposti a vincolo da quella degli investimenti liberi . Ma le modalità di tale costruzione contabile erano lasciate alla libertà degli estensori del bilancio .  [<<]

 
3. La riserve tecniche tra prassi di gestione delle imprese e aspettative di intervento legislativo.
In primo luogo occorre dire che alcuni studiosi non ebbero ben chiara la distinzione fondamentale tra riserve tecniche (riserve di premi) e riserve di utili (tra le quali rientravano la riserva legale dell’art.182 del codice e le riserve statutarie) . Ma a prescindere da questa considerazione di fondo (la quale non può che farci comprendere la quasi totale mancanza di comunicazione tra i cultori della ragioneria e i giuristi di allora) la stessa legge era fuori da ogni dubbio carente di definizioni. E qui occorre distinguere tra assicurazioni sulla vita e assicurazioni contro i danni .

Per quanto riguarda le prime , principi antichi di sana amministrazione aziendale avevano sostanzialmente imposto alle imprese di costituire e mantenere la cosiddetta riserva matematica .Essa si formava con l’accumulazione di quote dei premi netti calcolate sulla base di tavole di mortalità e con la capitalizzazione degli interessi a un tasso stabilito tenendo conto della valutazione dei premi stessi . Tuttavia le tavole di mortalità (e di conseguenza le quote di premi accantonate) e gli interessi praticati variavano in modo consistente da impresa a impresa . Come si è visto il codice non suppliva a tale difformità poiché esso nulla diceva sulla costituzione della riserva limitandosi all’art.145 a disciplinare solo l’impiego di una parte di essa .

A titolo esemplificativo può essere utile ricordare il progetto di legge sull’attività assicurativa che fu presentato dal Ministro dell’Industria alla Camera nella seduta del 21 novembre 1895 (progetto Barazzuoli preceduto a sua volta da un progetto Boselli) . Di esso è rintracciabile una lucida critica nell’opera di Masè Dari . Il progetto di legge (all’art.9) prevedeva la determinazione della tavola di mortalità e del saggio di interesse da parte del Governo sentiti il Consiglio di Previdenza e il Consiglio di Stato con regio decreto . Ma l’incertezza era insita sulla modalità di tale determinazione : il Governo avrebbe indicato una delle tavole allora in uso come tavola ufficiale oppure avrebbe dovuto stabilire ex novo una tavola unica e valevole per tutte le imprese ? Tale tavola sarebbe stata da considerarsi immutabile o soggetta a periodica revisione ?

Minori difetti presentava l’art.10 che stabiliva i modi di impiego della riserva matematica allargando seppure in modo incompleto la "stretta" che era imposta dall’art.145 del codice di commercio . L’assoluta preferenza era data ai titoli di credito quotati in Borsa , ai titoli di credito italiani dello Stato o da questo garantiti . Inoltre l’impiego vincolato della riserva matematica si aggiungeva ad un insieme di cauzioni obbligatorie nel periodo iniziale di vita dell’impresa che avrebbero dovuto costituire nelle intenzioni degli estensori della legge un valido sistema di tutela per gli assicurati . Ma anche il progetto di legge del 1895 come altri precedenti e successivi (progetti Magaldi , Rava , Ranieri , Nitti) cadde nel dimenticatoio .

 Per quanto riguarda le assicurazioni contro i danni la legge taceva in modo assoluto . In tale settore di attività le Compagnie erano libere di costituire riserve tecniche di importi anche irrisori ma soprattutto erano libere di investire le somme riscosse in qualsiasi operazione anche la più rischiosa a completo detrimento della tutela degli assicurati . Dunque la più completa libertà era presente sia sul versante della presenza e dell’entità delle riserve tecniche sia su quello dell’impiego delle somme rientranti nel computo delle riserve stesse .

 Dall’analisi finora condotta è evidente la presenza negli ultimi anni del XIX secolo di un forte desiderio di riforma insito nella dottrina e anche nei comportamenti delle Compagnie , desiderio che fu invece costantemente disatteso dal legislatore . Solo l’affinarsi della tecnica giuridica e ragioneristica avrebbe condotto a un sistema più consono all’importanza che stava assumendo il fenomeno assicurativo con tutti i suoi successi ma anche con tutti le sue potenziali minacce alle aspettative di masse sempre crescenti di individui .  [<<]

 

 

4. Gli schemi di bilancio del regio decreto 9 gennaio 1887 n. 2398

 
Obiettivi
Gli schemi di bilancio per le imprese di assicurazione predisposti dal Ministro del Commercio e dell’Industria furono comunicati alle Compagnie operanti in Italia con circolare in data 23 maggio 1886 al fine di renderli applicabili già nell’esercizio 1886 .

In tale circolare il Ministro specificava con molta enfasi gli scopi ai quali era stata informata la struttura del bilancio : razionalità e semplicità di struttura ; evidenza della situazione finanziaria e degli impegni della Compagnia , dell’estensione delle operazioni , dell’andamento dell’esercizio , delle modalità di gestione e del vantaggio conferito agli assicurati . L’idoneità al raggiungimento di tali obiettivi da parte degli schemi di bilancio del 1887 sarà esaminata in seguito . Ora occorre fare un po' di luce sullo stato della letteratura contabile dell’epoca .

 

Lo stato della dottrina economica e giuridica sul bilancio
 

Nel 1887 non esisteva alcuna opera monografica sul bilancio di esercizio : le trattazioni classiche di ragioneria consideravano il bilancio come un documento avente funzione di "epilogo strutturale" e dedicavano ad esso solo pochi riferimenti come completamento delle trattazioni sulle scritture di chiusura . In questo periodo la migliore opera era quella del Villa del 1864 in cui appariva per la prima volta chiara la funzione del bilancio come sintesi del lavoro graduale di compilazione del libro mastro e del libro giornale .

Nel campo giuridico all’epoca del codice di commercio gli studi sul bilancio erano appena iniziati ma nel volgere di breve tempo essi assunsero un’importanza sempre maggiore fino a scavalcare per numero e qualità gli scritti di ragioneria riguardanti lo stesso argomento (soprattutto grazie all’influenza della dottrina tedesca) . Tali sottolinearono immediatamente l’insufficienza del sistema inaugurato dal codice di commercio specie nella ossessiva ricerca della "clausola di stile" . Aziendalisti e giuristi finirono poi per confrontare le loro esperienze in un gran numero di congressi e convegni . Quindi il compilatore dei nuovi schemi di bilancio disponeva non solo delle indicazioni assai poco significative delle norme del codice di commercio (e delle uniche esperienze estere di bilanci assicurativi uniformi : gli schemi della legge inglese del 1870 e quelli predisposti dalle autorità dello Stato di New York le quali a loro volta prendevano spunto e elementi dalla prima legge assicurativa americana : quella pubblicata nel 1855 in Massachusetts) ma anche di una quantità di opere di giuristi e di aziendalisti che seppure presentando a volte le tipiche imprecisioni dei pionieri potevano rappresentare un’utile base di partenza . In effetti come si vedrà i nuovi schemi di bilancio rispondevano a talune esigenze prospettate dagli studiosi lasciandone però altre insoddisfatte .  [<<]

 

Composizione del documento
 

Il decreto 2398 obbligava le Compagnie a redigere cinque modelli e cinque tabelle .

Essi erano :

  Le cinque tabelle presentavano invece elementi utili per il calcolo della riserva matematica . Esse erano :  

In pratica il Ministero si limitò a richiedere la comunicazione degli elementi necessari per il calcolo della riserva matematica solo per le categorie in cui essi potevano riassumersi "in pochi gruppi e in una tabella" e cioè per i casi morte con premio costante , morte con premio unico e rendite annue anticipate e posticipate .

Tuttavia il Ministero si riservava il potere di ispezionare comunque i libri e i registri della società .

Con la circolare del 23 maggio 1886 le Compagnie furono anche invitate a comunicare al Ministero le proprie osservazioni in merito ai nuovi schemi di bilancio . Nacque così un acceso dibattito che culminò nelle adunanze tra rappresentanti delle società e del Ministero tenute nei giorni 16,17,18 dicembre 1886 . Solo perciò dopo un certo tempo fu possibile raggiungere un accordo che portò alla formulazione definitiva degli schemi per l’appunto con il decreto 2398 del 9 gennaio 1887 .Si nota dall’elenco sopra riportato che nel decreto furono indicati due modelli di Conto economico separati per le assicurazioni vita e per le assicurazioni danni , per le assicurazioni stipulate in Italia e per quelle stipulate all’estero . Tale espediente fu necessario perché tutte queste attività presentavano caratteristiche peculiari che dovevano essere poste in evidenza . Il ramo danni aveva come caratteristica una sostanziale costanza dei rischi e nel settore esisteva anche una certa uniformità gestionale . Invece il ramo vita la rischiosità era estremamente variabile (dato anche il carattere pluriennale dei contratti) ed era dunque necessario un modello specifico che indicasse in modo chiaro la riserva matematica .

E’ interessante notare come sul punto le Compagnie opposero una certa resistenza appoggiandosi al fatto che secondo loro con la previsione di distinti modelli di Conto economico si violavano i precetti di unità gestionale e di rilevazione implicitamente richiesti dall’art. 177 del codice di commercio . Ma tale obiezione non resse di fronte alla constatazione che i vari modelli non potevano non essere che parti distinte di un unico bilancio .

Le Compagnie richiesero anche l’eliminazione della distinzione tra il lavoro estero e quello italiano adducendo motivi di riservatezza . Ma anche tale richiesta non venne accolta e in tal modo iniziò la lunghissima tradizione del bilancio assicurativo a modelli plurimi , la quale esplica ancora ai giorni nostri i suoi effetti .  [<<]

 

Lo Stato patrimoniale
 

Il modello A riportante lo schema dello Stato patrimoniale si presentava a sezioni contrapposte denominate Attivo e Passivo . Esso presentava altresì un frontespizio in cui erano indicate varie informazioni : il nome , la sede centrale e la sede principale in Italia , l’anno di istituzione e l’anno di autorizzazione all’esercizio delle assicurazioni della Compagnia ; i rami esercitati , il capitale nominale , quello sottoscritto e quello versato (informazioni queste addirittura più puntuali di quelle comprese nel prospetto contabile vero e proprio) , la forma delle azioni (nominative o al portatore) , il capitale versato sulle medesime e infine la garanzia per il capitale non versato . Il prospetto contabile vero e proprio aveva quindici voci all’attivo e undici voci al passivo . L’elencazione delle stesse non seguiva alcun criterio (come ad esempio poteva essere per l’attivo il criterio della liquidità o per il passivo il criterio delle scadenze debitorie) .

Nell’attivo erano comprese le seguenti voci :

 

Invece il passivo era composto dalle seguenti voci :

 

All’attivo comparivano dunque due voci che si riferivano alla costituzione della società (debito degli azionisti e azioni non emesse) , sette agli investimenti (mutui garantiti da ipoteche , beni stabili , rendita italiana , altri titoli , prestiti sopra carte pubbliche , spese di primo impianto e mobiliare) , una a obblighi di legge per cauzioni (somma depositata secondo le prescrizioni del codice di commercio) , tre all’attivo circolante (depositi in conto corrente , contanti in cassa e debitori diversi) e due residuali (eventuali e a pareggio) .

Al passivo cinque voci erano riferibili al patrimonio netto (capitale sociale , fondo di riserva statutaria , riserva straordinaria , interessi e dividendi da pagarsi agli azionisti e partecipazione degli assicurati agli utili) , tre agli obblighi verso gli assicurati (riporto delle quote di premio per rischi non estinti alla chiusura dell’esercizio , ammontare delle quote di premio destinate all’adempimento degli obblighi futuri assunti nel ramo vita , ammontare dei sinistri già avvenuti e non ancora liquidati) , una ai debiti (creditori diversi) e due residuali (eventuali e a pareggio) .

 Non si spenderanno parole per le due poste riferite alla costituzione della società se non per dire che esse erano state inserite nello schema di bilancio per adempiere alle indicazioni sul contenuto del bilancio contenute nell’art.176 primo comma del codice di commercio .

Maggiore interesse presentavano invece le voci degli investimenti . Non esisteva la distinzione tra immobilizzazioni materiali , immateriali e finanziarie : infatti le voci erano elencate senza alcun ordine. Anzi a priori non erano neppure distinguibili in alcune voci le componenti costituenti immobilizzazioni da quelle costituenti impiego temporaneo (specie nei mutui , nella rendita italiana , nei prestiti sopra carte pubbliche e negli altri titoli) . Tra le voci degli investimenti assumevano particolare importanza quelle della rendita italiana e quella degli altri titoli .

Per il calcolo della prima un’istruzione in calce al decreto prescriveva di seguire i criteri stabiliti nello statuto sociale (purché essi non comportassero valutazioni superiori al corso di borsa del giorno) e in mancanza di indicare il prezzo di acquisto (anch’esso comunque doveva essere non superiore al corso di borsa del giorno) .

Per quanto riguarda la voce "Altri titoli" le società potevano indicare in appositi allegati al bilancio eventuali specificazioni dei titoli aumentando il grado di informazione del documento nel suo complesso . Tali titoli erano poi da valutarsi secondo le disposizioni statutarie purché non superiori al corso di borsa .

La posta "Somma depositata secondo le prescrizioni del codice di commercio...." faceva riferimento all’obbligo stabilito dall’art.145 del codice di impiegare in titoli di debito pubblico il 25 % (o il 50 % se estere) dei premi raccolti : in tale posta erano iscritte per l’appunto tali ammontari che dovevano essere valutati secondo le già viste disposizioni del regolamento del codice di commercio .

Infine occorre menzionare l’obbligo per le imprese di iscrivere nella voce spese di primo impianto non soltanto le spese fatte "nei primordi dell’istituzione" ma anche quelle dei periodi successivi purché non ancora ammortizzate e l’inclusione del fondo "piastre e insegne" nella voce "Mobiliare" .

 Nella sezione Passivo è da segnalare solo il fatto che la previsione di un solo schema contabile sia per le assicurazioni contro i danni che per quelle sulla vita aveva costretto il redattore del decreto a predisporre dei correttivi . In primo luogo la voce "Riporto delle quote di premio per rischi non estinti alla chiusura dell’esercizio" che corrispondeva all’odierna riserva premi per rischi in corso non comprendeva le somme della riserva matematica delle assicurazioni vita che invece erano incluse nella voce successiva "Ammontare delle quote di premio destinate all’adempimento degli obblighi futuri assunti nel ramo vita" (la quale era al netto delle riassicurazioni cedute , peraltro espressamente indicate) . Invece per la voce "Ammontare dei sinistri già avvenuti , non ancora liquidati" tale distinzione tra rami danni e ramo vita non sussisteva in quanto le somme di quella che in futuro sarà meglio qualificata come riserva sinistri erano per tutte le imprese iscritte in questa posta (un’istruzione in calce al decreto avvertiva solo che nel caso di imprese vita l’espressione "sinistri già avvenuti" doveva intendersi come "polizze già scadute" .

 Infine si nota come fosse possibile grazie a un’avvertenza in calce al decreto suddividere ciascuna voce in sottovoci senza alcun limite salvo quello che le sottovoci così create fossero nel loro insieme "rispondenti all’oggetto della rubrica" (limite invero assai labile che consentiva alla fantasia dei redattori di bilancio di creare poste fittizie per nascondere movimenti di somme più o meno leciti) .  [<<]

 

Considerazioni
 

Innanzi tutto occorre menzionare una curiosa vicenda che coinvolse lo scopo di "porre in evidenza la condizione finanziaria delle imprese" esposto nella relazione del maggio del 1886 . Il legislatore ritenne di aver adempiuto a tale promessa con l’obbligo di indicare in due voci dal nome analogo (una per l’Attivo e una per il Passivo) l’importo degli impegni assunti non solo nel corso dell’esercizio ma anche a carico degli anni a venire . Le due voci "Premi da incassare negli anni seguenti fino alla scadenza delle polizze" furono oggetto di critiche feroci da parte delle Compagnie . Esse infatti si trinceravano dietro il diritto di mantenere il riserbo su dati che avrebbero fatto presumere ai concorrenti l’ammontare dei portafogli negli anni futuri . Il Ministero sostenne in contrapposizione che la conoscenza dell’ammontare dei premi futuri era indispensabile al fine della corretta interpretazione delle voci nelle quali erano iscritte le spese di amministrazione generale e di agenzia le quali per loro natura erano comprensive anche di quote afferenti a contratti a lunga durata . Fu raggiunto infine un accordo in base al quale le due voci vennero soppresse e fu lasciata alle Compagnie la facoltà di indicare i premi da incassare negli anni futuri a tergo del bilancio . In effetti la soluzione adottata appariva più corretta dal punto di vista contabile in quanto tali somme venivano così ad essere iscritte in una sorta di conto d’ordine . Pur tuttavia poche imprese esercitarono tale facoltà tanto che con i successivi schemi del 1928 e del 1978 il sistema fu completamente riformato .

Altre osservazioni ci furono in merito alle qualificazioni contabili delle voci e ai criteri di valutazione delle stesse . Particolarmente dibattuta fu la questione della valutazione degli investimenti in titoli che era particolarmente sentita data la sua diretta influenza sulla problematica innescata dall’obbligo disciplinato dall’art. 145 del codice di destinare il 25 % o il 50 % dei premi riscossi in titoli del debito pubblico . Infatti per essi esistevano criteri di valutazione definiti dalle norme del regolamento del codice ma nulla era invece previsto per tutte le altre specie di titoli costituenti l’insieme degli investimenti mobiliari della Compagnia . Nella prima redazione dei modelli di bilancio il Ministero adottò il criterio del valore corrente nel giorno di redazione del bilancio : infatti le voci "Rendita italiana" e Altri titoli" indicavano che esse dovevano essere esposte al corso di borsa del giorno . Tale criterio fu fortemente voluto dal Monzilli nella sua qualifica di rappresentante del Ministero per la necessità di stabilire una modalità di valutazione che permettesse una rappresentazione del valore reale e non fittizio dei titoli. Inoltre applicando la stessa ratio il Ministero valutò i "Beni stabili" secondo il prezzo risultante dal reddito del giorno tenendo conto dei deprezzamenti.Ma presto sul sistema piovvero le critiche delle Compagnie . Esse proponevano che nell’Attivo i titoli dovessero essere valutati al costo di acquisto e che nel Passivo dovesse essere costituito un apposito fondo in cui far confluire la differenza tra il prezzo di acquisto e il corso di borsa del giorno di chiusura dell’esercizio se quest’ultimo fosse risultato più basso . le Compagnie perorarono tale proposta essenzialmente per motivi fiscali : infatti nel caso in cui i corsi di borsa fossero risultati superiori al prezzo di acquisto esse avrebbero subito la tassazione delle plusvalenze .

Il Ministero inizialmente respinse le critiche delle Compagnie e si limitò a mutare la rappresentazione delle poste prevedendo l’esposizione al prezzo di acquisto ma con l’indicazione in poste distinte delle plusvalenze e delle minusvalenze rispetto al corso di borsa . Allora le Compagnie modificarono le loro pretese chiedendo di poter utilizzare nella valutazione dei titoli i criteri fissati negli statuti sociali purché essi non comportassero un valore superiore al corso di borsa . Il Ministero chiarì prima di tutto che la tassazione sarebbe andata a colpire solo le plusvalenze realizzate e non quelle derivanti dall’applicazione di criteri di valutazione e poi autorizzò le società all’applicazione dei criteri statutari purché essi non comportassero sopravvalutazioni rispetto ai corsi di borsa (come si è visto dall’analisi particolareggiata delle singole poste nella loro struttura definitiva).Venne così a crearsi una discrasia tra la valutazione dei titoli e quella dei beni stabili . Infatti questi ultimi continuarono a essere valutati al valore corrente derivante dalla capitalizzazione del reddito nel giorno di chiusura al netto dei deprezzamenti . L’eccedenza eventuale del valore nei confronti del prezzo di acquisto non veniva imputata a utile tranne che nel caso di liquidazione di tale ammontare per effetto della vendita dell’immobile . Tale sistema apparentemente uniforme nella realtà consentiva notevoli possibilità di "manovre" più o meno lecite data la diversità dei tassi di capitalizzazione prescelti dalle Compagnie e i valori stimati (e dunque non certi) dei deprezzamenti .

Anche le riserve tecniche iscritte nel Passivo erano valutate in modo fra di loro difforme : per la riserva matematica le imprese erano libere di scegliere il metodo reputato migliore (attraverso la scelta di un’opportuna tavola di mortalità e di un saggio di interesse) , per la riserva sinistri le società potevano effettuare il calcolo in base all’importo dei danni dichiarati dall’assicurato o in base all’ammontare accertato dalla perizia , per la riserva premi infine fu stabilito il criterio pro-rata temporis ma solo per le assicurazioni contro la grandine e contro gli incendi .  [<<]

 

Il Conto economico
 

I modelli del 1887 presentavano Conti economici separati per il ramo vita e il ramo danni (nonché per le società operanti nel solo ramo vita - casi fortuiti) denominati rispettivamente Modello B e Modello C i quali a loro volta erano suddivisi nei Modelli B1 e C1 riferiti alle operazioni eseguite in Italia e nei Modelli B2 e C2 riferiti alle operazioni sia italiane che estere .

Ognuno dei prospetti era a sezioni contrapposte (e questa sarà una caratteristica che nonostante le critiche della migliore dottrina giuridica e aziendalista continuerà a conformare anche i successivi modelli del 1928 e del 1978) denominate Entrata e Uscita .

Nella sezione Entrata dei modelli B1 e B2 era prevista una tabella autonoma riportante il movimento delle assicurazioni . In essa erano indicati l’ammontare dei rischi in corso alla chiusura del precedente esercizio , l’ammontare dei rischi assunti nell’esercizio e l’ammontare dei rischi estinti nell’anno per surrogazioni , annullamenti e disdette . Tramite somma algebrica delle precedenti voci si giungeva poi all’ammontare dei rischi in corso alla chiusura dell’ultimo esercizio .

La sezione Entrata del modello B1 era così costituita dalle seguenti tredici voci :

 

Invece la sezione Uscita comprendeva le seguenti 10 voci :

 

 

Infine sempre nella sezione Uscita era presente una tabella indicante la ripartizione dell’utile secondo gli statuti sociali in interessi agli azionisti , in dividendi agli azionisti , in fondo previdenza o di riserva e in altri eventuali impieghi .

Il Modello B2 era analogo al modello B1 mentre notevoli differenze si riscontravano nei modelli C1 e C2 .

Il Modello C1 presentava nella sezione Entrata le seguenti otto voci :

 

 

La sezione Uscita aveva invece la seguente conformazione a tredici voci :

 

 

Infine sempre nella sezione Uscita era presente anche in questo caso una tabella riportante il dettaglio della ripartizione dell’utile secondo lo statuto sociale .

 

Il Modello C2 era identico al Modello C1 .

 

Per quanto riguarda i Modelli B1 e B2 occorre fare alcune considerazioni . In primo luogo si nota come l’elencazione delle poste segua un criterio più razionale rispetto a quello già visto per lo Stato patrimoniale . Infatti a prescindere dalle voci incluse nella tabella del Movimento delle assicurazioni si nota questa successione di voci : le sei voci dedicate al valore della produzione della gestione tipica della società (la riserva premi per rischi in corso all’inizio dell’esercizio , la riserva sinistri all’inizio dell’esercizio , l’ammontare dei premi per le assicurazioni stipulate anteriormente e per quelle stipulate nell’anno , gli accessori di polizza e i rimorsi da rapporti riassicurativi) , la voce dedicata ai proventi finanziari , la voce per i proventi straordinari e infine l’immancabile posta residuale "Eventuali" . Pur tenendo conto dell’evoluzione successiva e soprattutto del fatto che oggi il Conto economico è in forma scalare le attuali categorie reddituali erano già presenti in embrione nello schema del 1887 . Più caotica la situazione nell’Uscita . Infatti le spese della gestione tipica erano elencate in modo abbastanza corretto (secondo la successione di spese tipiche nelle prime quattro voci , delle spese di amministrazione e delle spese di agenzia) ma non vi era menzione espressa degli oneri finanziari e le tasse non erano messe in diretta comunicazione con l’utile di esercizio .

Nell’analisi delle singole voci è necessario sottolineare alcuni aspetti . Nelle voci "Premi dell’anno per assicurazioni stipulate anteriormente" e "Premi dell’anno per assicurazioni stipulate nell’anno stesso" dell’Entrata le società mutue non operanti con premi fissi dovevano (secondo un’istruzione in calce al decreto) distinguere tra l’ammontare dei premi come stipulati nelle polizze e le quote addizionali e supplementari . Le società mutue che distribuivano gli utili in base all’ammontare complessivo dei premi e delle tasse potevano indicare le tasse nelle voci "Premi dell’anno per assicurazioni stipulate anteriormente" e "Premi dell’anno per assicurazioni stipulate nell’anno stesso" anziché nella voce "Accessori di polizze...." . Infine la voce "Utili ricavati dall’impiego di capitali e fondi" non si riferiva alle società operanti in diversi Paesi. Invece nell’Uscita si nota come i risarcimenti liquidati nel corso dell’esercizio dovessero essere conteggiati al lordo delle quote a carico dei riassicuratori (le quali comparivano nel lato Entrata in "Rimborsi dalle Compagnie riassicuratrici") , come per la voce "utile dell’esercizio" valessero nei confronti delle imprese operanti in più Stati le stesse regole della voce dell’Entrata "Utili ricavati dall’impiego dei capitali e fondi" e come nella tabella della ripartizione degli utili le società mutue dovessero indicare in luogo degli interessi agli azionisti e dei dividendi la quota di utile spettante agli assicurati per ogni £ 100 di premio .

Le stesse regole valevano per il Modello B2 il quale era arricchito da un’avvertenza in calce che ricordava la validità del modello stesso solo per le Compagnie italiane che assumevano anche all’estero assicurazioni dirette (erano esclude dunque le riassicurazioni) e per le Compagnie estere aventi sede in Paesi dove non esistevano norme per la compilazione del bilancio . Laddove invece tali norme fossero esistite vi era l’obbligo di allegare una copia del bilancio redatto secondo la legge del Paese della sede della Compagnia indicante l’intero volume degli affari .

 I Modelli C1 e C2 presentavano una maggiore analiticità rispetto ai modelli B1 e B2 . Infatti nell’Entrata tra le cinque voci rappresentanti il valore della produzione tipica , le prime tre erano soggette a una minuziosa suddivisione in sottovoci che teneva conto della classificazione delle assicurazioni sulla vita in assicurazioni caso morte , caso vita e miste . Invece la restante parte della sezione era sostanzialmente identica ai modelli per i rami danni (salvo nella voce riferita ai proventi finanziari la menzione degli utili da "altri beni sociali" in sostituzione di "utili da fondi") . La stessa maggiore analiticità era riscontrabile nella sezione Uscita nella quale dopo la voce "Premi per riassicurazioni cedute" seguivano tre voci di spese di gestione tipica anch’esse suddivise in sottovoci indicanti le varie tipologie di assicurazione sulla vita . In tale sezione erano poi presenti voci peculiari dell’assicurazione sulla vita come le somme pagate per i riscatti di polizze , gli onorari dei medici e la partecipazione degli assicurati agli utili .

Analizzando le singole voci si nota che era permesso alle società mutue di aggiungere nella sezione Entrata una voce supplementare denominata "Somma accumulata alla chiusura del precedente anno di esercizio spettante alle polizze con accumulazione degli utili" , che anche in tale modello valevano le regole speciali per le mutue che distribuivano gli utili proporzionalmente all’ammontare complessivo dei premi e delle tasse e per le società operanti in più Paesi in relazione a poste specifiche già prese in considerazione nell’esame degli altri modelli . Per quanto riguarda la sezione Uscita occorre dire che anche in tale prospetto la voce "Indennizzi liquidati nel corso dell’esercizio" era al lordo delle quote cedute in riassicurazione , che la voce "Utile dell’esercizio" non si riferiva , alle società operanti in più Paesi e che per quanto riguardava le mutue , nella tabella di ripartizione degli utili , gli interessi e i dividendi dovevano essere sostituiti dalla quota di utile spettante agli assicurati per ogni £ 100 di premio .

Nessun particolare problema degno di nota destava la lettura degli schemi del Modello C2 data la sua identità con il modello C1 .  [<<]

 

Osservazioni
 

Dall’analisi delle voci degli schemi del Conto economico balzava immediatamente agli occhi la presenza nella sezione Entrata dei modelli B1 e B2 della tabella sul movimento delle assicurazioni . Tale peculiare struttura ebbe una genesi piuttosto travagliata . Infatti le Compagnie erano restie a rendere pubbliche informazioni così dettagliate in merito a ogni singolo ramo di attività e proposero l’eliminazione della tabella o in subordine l’eliminazione delle distinzioni tra le diverse categorie di rischi connesse alle diverse cause di estinzione . La seconda richiesta fu accolta dal Ministero per i Modelli B1 e B2 ma il Ministero stesso si oppose ad ogni modificazione dei Modelli C1 e C2 per tutelarsi contro eventuali frodi nelle restituzioni dei depositi vincolati da effettuarsi secondo le già viste norme del regolamento del codice di commercio in caso di estinzione dell’obbligazione . Tuttavia dopo un acceso dibattito si pervenne a una soluzione di compromesso relegando le informazioni sul movimento delle assicurazioni vita in una delle tabelle allegate al bilancio .

Per quanto riguarda le voci degli utili e la loro non riferibilità alle imprese operanti in più Stati occorre dire che tale esclusione fu decisa per le difficoltà opposte dalle società estere a esporre gli utili connessi alle operazioni effettuate in Italia . Le stesse società estere avevano in un primo tempo proposto di esporre gli utili realizzati in Italia in proporzione diretta al volume dei premi , ma tale arbitrario criterio di riparto non fu preso in seria considerazione . Lo stesso problema (rimasto irrisolto) si pose nel determinare la corretta ripartizione tra i modelli B1 e B2 e tra i modelli C1 e C2 dei ricavi e dei costi relativi rispettivamente a operazioni in Italia e all’estero . Senza una soluzione in senso generale rimase anche la questione della suddivisione dei costi e dei ricavi nei diversi conti di ramo (dato che la modulistica del 1887 prevedeva singoli Conti economici di ramo) . L’unico rimedio peraltro parziale fu quello di stabilire che le spese generali (e solo di queste) sarebbero state iscritte nei vari Conti economici di ramo proporzionalmente ai volumi dei premi raccolti.

Infine interessante fu il dibattito sul criterio da adottare per il calcolo delle riserve . La questione era incentrata sulla scelta di basarsi sui premi netti o su quelli di tariffa . Le Compagnie chiesero di avere piena libertà nell’impiego di uno o dell’altro criterio sottolineando il fatto che il calcolo basato sui premi di tariffa non avrebbe fornito risultati rigorosi perché esso poteva condurre di volta in volta a una sopravvalutazione o a una sottovalutazione delle riserve (e dunque per correggere l’errore sarebbero stati necessari più accurati e nello stesso tempo più gravosi controlli da parte del Ministero sui registri sociali) . Il rappresentante ministeriale , dopo aver raccolto tutti i pareri , decise di lasciare , per quanto riguardava la riserva premi e la riserva matematica , la più ampia libertà di calcolo alle Compagnie : non furono infatti previste tavole di mortalità , saggi di interesse e criteri di valutazione uniformi e obbligatori .  [<<]

 

Le tabelle allegate al bilancio
 

L’insieme dei documenti di bilancio secondo il sistema del 1887 era costituito oltre ai prospetti già esaminati anche da cinque tabelle .

Esse in dettaglio riguardavano :

 

Nessuna informazione era richiesta per le operazioni effettuate all’estero. Indubbiamente tale limitazione non poteva che comportare una grave lacuna nel sistema informativo complessivo permettendo movimenti e compensazioni tra rischi italiani e esteri al limite del lecito e a detrimento della garanzia nei confronti degli assicurati. Allo stesso modo nessuna informazione supplementare era richiesta per le assicurazioni contro i danni.

 Ora si passerà ad un esame delle singole tabelle .

La tabella I comprendeva le informazioni riguardanti il movimento delle assicurazioni nel ramo vita dell’uomo stipulate in Italia . Essa indicava il numero delle polizze , il capitale assicurato e le rendite delle assicurazioni in corso alla fine dell’esercizio , delle assicurazioni assunte nell’anno e delle assicurazioni estinte nell’anno (informazione utile ai fini della liberazione dal vincolo del deposito cauzionale) . Le informazioni sulle tre situazioni (assicurazioni in corso , assunte , estinte) erano a loro volta suddivise a seconda del tipo di contratto fra contratti in caso di morte , misti e a termine fisso , contratti in caso di vita e contratti con rendite vitalizie immediate . Le assicurazioni in corso e quelle assunte nell’anno comprendevano la quota ceduta ai riassicuratori . Inoltre era fatto obbligo alle società di esibire al Ministero in allegato alla tabella la suddivisione delle assicurazioni estinte per causa di estinzione al solo scopo di illustrazione statistica .

 La tabella II era intitolata "Classificazione per categorie delle assicurazioni stipulate in Italia . In essa , ai fini dell’individuazione sommaria delle componenti della riserva matematica , le varie categorie di assicurazione sulla vita erano messe in correlazione con tutta una serie di parametri . Le categorie prese in considerazione erano : le assicurazioni a vita intera con premi unico , le assicurazioni a vita intera con premio annuo costante , le assicurazioni a vita intera con premio annuo variabile , l’assicurazione temporanea con premio unico , l’assicurazione temporanea con premio annuo , le assicurazioni miste e a termine fisso (ognuna di queste categorie era poi suddivisa in assicurazioni senza partecipazioni di utili e assicurazioni con partecipazione agli utili) , l’assicurazione reciproca a due teste , l’assicurazione a due teste con sopravvivenza determinata (con l’espressa menzione delle assicurazioni di dote) , l’assicurazione di capitali differiti e l’assicurazione di rendite (distinguendo tra rendite vitalizie immediate o differite e temporanee) . Nell’assicurazione mista a termine fisso una nota obbligava le imprese a calcolare la riserva distintamente per ogni anno di durata della polizza mentre lasciava libere le Compagnie di continuare a applicare i propri criteri di classificazione per età (con il solo obbligo di indicarli in calce alla tabella) .

Per ogni categoria elencata dovevano essere riportati il numero delle polizze , le somme assicurate (distinguendo tra capitale e rendita) , l’ammontare dei premi netti , la riserva matematica (nella percentuale stabilita dagli statuti sulla base dell’ammontare dei premi netti) , le correzioni relative alla scadenza dei premi , le frazioni di premio scadenti nell’anno successivo e l’ammontare della riserva definitiva dato dalla somma della riserva matematica statutaria con le correzioni sottraendo poi le frazioni di premio scadenti nell’anno successivo .

 La tabella III metteva in relazione , per quanto riguardava le assicurazioni in caso di morte con pagamento di un premio annuo vitalizio stipulate in Italia , l’età degli assicurati alla chiusura dell’esercizio con il numero di persone assicurate per ogni anno di età , l’ammontare dei capitali assicurati , l’ammontare dei premi netti , la riserva matematica e la riserva definitiva .

 La tabella IV , in relazione alle assicurazioni in caso di morte con pagamento di un premio unico stipulate in Italia , collegava l’età degli assicurati alla chiusura dell’esercizio con il numero delle persone assicurate per anno , con l’ammontare dei capitali assicurati e con il valore attuale dei capitali assicurati (definito come la riserva matematica calcolata secondo le tavole stabilite dallo statuto sociale) .

 La tabella V riguardante le assicurazioni di rendite vitalizie immediate ad una testa stipulate in Italia consentiva il raffronto tra l’età degli assicurati , il numero dei vitaliziati , l’ammontare delle rendite annue e la riserva "per le annualità future" (riserva matematica) . Ogni voce (con l’eccezione dell’età dei vitaliziati) teneva poi conto della distinzione tra rendite anticipate e rendite posticipate .  [<<]

 

Osservazioni
 

In calce alle tabelle II , III , IV e V compare una nota che riveste una grande importanza . Infatti in questa indegna posizione è riportata la prima definizione legislativa (o per meglio dire definizione di un documento promanante dalle Autorità) della riserva matematica . Infatti essa è descritta come "l’ammontare delle quote di premio destinate all’adempimento degli obblighi futuri" . Dalla preoccupazione del Ministero di prevedere una simile annotazione si desume che alle soglie del XX secolo permaneva nella prassi amministrativa delle imprese di assicurazione una grave confusione terminologica . Tale situazione non poteva poi che condurre a effetti dirompenti tenuto conto anche del completo silenzio definitorio del codice di commercio e delle incertezze della dottrina sul punto .

Inoltre è da registrare il fatto che anche per quanto riguardava le tabelle le Compagnie ebbero modo di esprimere critiche e perplessità . Infatti esse richiesero al rappresentante del Ministero di eliminare in ogni tabella la colonna relativa ai premi di tariffa (resa obbligatoria nelle tabelle II , II , IV e V per permettere un confronto con i premi netti) . Le società di assicurazione consideravano dannosa l’esposizione dei premi di tariffa alla luce di un possibile sviluppo di una "guerra dei prezzi" scatenata dai concorrenti resi edotti di una così importante informazione .

La corretta soluzione del problema fu richiesta ad un attuario il quale consigliò il mantenimento delle colonne dei premi di tariffa per rendere più agevole il controllo tecnico del bilancio da parte del Ministero (al fine soprattutto dell’esame imposto dal sistema delle cauzioni e dei depositi previsto dall’art.145 del codice di commercio) .  [<<]

 

Il valore dei modelli del 1887
 

In precedenza erano già stati esaminati gli scopi verso i quali doveva , nell’intenzione del Ministero , tendere il sistema dei documenti di bilancio come delineato dai modelli del decreto 2398/1887 .

Ora è tempo di verificare , alla luce di quanto esposto in queste pagine , il raggiungimento effettivo di tali obiettivi . Innanzi tutto si osserva che era impossibile desumere dai vari documenti il risultato di esercizio . Nello Stato patrimoniale mancava un qualsiasi ordine classificatorio delle voci secondo la liquidità per l’Attivo e l’esigibilità per il Passivo . Persistevano criteri di valutazione non uniformi e in taluni casi contabilmente non corretti . Infatti i beni immobili erano , come si è visto , iscritti al valore corrente , la Rendita italiana e gli Altri titoli erano valutati secondo le modalità più disparate e infine al Passivo le poste caratteristiche dell’attività assicurativa e cioè le riserve tecniche erano calcolate dalle singole società secondo metodologie improprie e comunque soggette a continue variazioni .

Anche l’andamento economico e l’estensione delle operazioni risultavano di difficile conoscenza . Infatti data la mancanza di un Conto economico riassuntivo relativo all’intera attività dell’impresa non era possibile rilevare con immediatezza il risultato complessivo dell’esercizio . Inoltre nello Stato patrimoniale l’utile era iscritto nella posta "A pareggio" nella quale però illogicamente confluiva indistintamente anche tutta una serie di altre informazioni contabili relative agli anni precedenti (perdite non coperte , utili non ripartiti ecc.) . La stessa mancanza di un Conto economico riassuntivo comportava anche molteplici difficoltà nell’analisi della composizione qualitativa e quantitativa del risultato economico .

Per quanto riguarda le modalità di gestione esse non potevano che rimanere piuttosto oscure agli occhi del lettore (anche qualificato) del bilancio : le Compagnie avevano ottenuto come è già stato accennato notevoli possibilità di occultamento di informazioni che esse ritenevano pregiudizievoli alla "segretezza mercantile" ma che avrebbero potuto costituire un utile base di partenza per un valido giudizio sulla conduzione degli affari da parte dell’amministrazione dell’impresa (si ricordano ancora una volta l’abolito obbligo di indicazione delle cause di estinzione dei contratti dei rami danni e delle relative suddivisioni delle uscite) .

Tuttavia il sistema documentale del decreto 2398 raggiunse alcuni importanti risultati (sottolineati in particolare dallo Zammarano) .

In primo luogo l’uniformità dei bilanci fu sfruttata con profitto per il trattamento dei dati statistici , elementi così importanti nell’attività assicurativa . Fu imposta anche alle imprese una nomenclatura contabile uniforme e si mise ordine nel comportamento amministrativo delle società con il prevedere il bilancio annuale (mentre fino a quel momento molte Compagnie stilavano i bilanci ogni biennio o addirittura ogni triennio) . Infine fu affermata la centralità della funzione degli schemi come ausilio per il controllo dell’attività assicurativa da parte del Ministero : nessun cedimento infatti vi fu da parte delle autorità nei confronti delle richieste delle Compagnie per quelle poste che servivano a creare un sistema automatico e celere di monitoraggio della gestione . La conformazione del bilancio come strumento di controllo divenne da questo momento in poi una caratteristica peculiare del sistema contabile degli enti assicurativi in Italia .  [<<]


5. Bibliografia.  [<<]
 
 

 


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