LA COLPA D’AUTORE NEL DIRITTO PENALE
 

 di Michela Giulia Tuzzato


Nella dottrina tedesca, attorno agli anni 40, si delineò accanto alla comune concezione di colpa la cosiddetta colpa d’autore o colpa per il modo d’essere (Taterschuld).
Tale concezione si basa sull’idea che è soggetto a punizione non tanto il fatto commesso, sebbene contrario a norme penali, quanto piuttosto il modo d’essere dell’agente.
La domanda che ci si pone di fronte a tale tipo di colpa è: "Si risponde penalmente per quello che si è commesso o per quello che si è?".
Il principio per il quale la colpevolezza si riferisce al singolo fatto considerato si è consolidato ormai attraverso elaborazioni dottrinali protratte per secoli.
Il diritto penale dell’Ottocento ne ha fatto uno dei capisaldi del sistema: si parlava a questo riguardo di un diritto penale a tendenza oggettiva per contrapporlo a correnti che invece si riferivano, come criterio di punibilità, a caratteristiche soggettive dell’agente.
Il prevalere di un diritto penale che guarda esclusivamente al fatto è stato favorito anche dal trionfo del principio di legalità, per il quale è assai più facile ipotizzare, come elementi costitutivi di un reato, fatti di carattere oggettivo piuttosto che caratteristiche personali del reo.
La nostra disciplina penale rivolge anch’essa la sua attenzione al fatto e ad una tipologia di fatti: oggetto di punizione è quindi un frammento, un segmento della vita di un uomo.
Com’è stato efficacemente detto da BINDING, un singolo avvenimento della vita, un’azione istantanea – forse del tutto eccezionale nello stile di vita dell’agente - lo ha reso colpevole, e solo per questo penalmente responsabile: non per il suo carattere, non per il suo permanente temperamento, non per la sua condotta antecedente o susseguente al fatto compiuto.
Il processo penale doveva, quindi, svolgersi solo intorno all’azione, senza che alcuna considerazione circa la personalità del soggetto venisse a turbare la coscienza del giudice. Questo sistema, tuttavia, si fondava su una concezione della colpevolezza meramente astratta e vivente al di fuori della storia.
Il nostro Codice penale non poteva accontentarsi di un’arida nozione di colpevolezza, intesa quale meccanica imputazione di un fatto al suo autore, al di fuori d’ogni considerazione relativa alla personalità del soggetto agente.
Il BOCKELMANN afferma, invero, che ci sono dei casi nei quali al diritto penale interessa l’uomo non in quanto agisce, ma in quanto è, perché si comporta in un determinato modo.

Questa è l’essenza della colpa d’autore: un’attenzione tutta rivolta alla psiche dell’uomo, alla sua mentalità, alla sua condizione sociale e, di conseguenza, ai motivi che lo hanno spinto a compiere un gesto tanto insensato, tralasciando quasi completamente il fatto in sé considerato.
Si è creata, così, una contrapposizione in tema di rapporti tra diritto e morale, poiché al Diritto interessa solo l’azione esterna, quasi svincolata dal suo autore, mentre all’Etica preme il lato puramente spirituale dell’azione, la sua ragione intrinseca.
E’ naturale che questa separazione concettuale del diritto dalla morale urti con una valutazione completa della personalità, e limiti la funzione del diritto alla valutazione e punizione del fatto. Se è vietato allo Stato di incidere nella sfera spirituale dell’individuo, l’uomo in quanto tale è perduto per il diritto, perché questo si dovrà limitare a riferirsi alle azioni di fatto astrattamente considerate.
Gli oggetti idonei ad una valutazione giuridica sono i negozi giuridici nel diritto civile, gli atti amministrativi nel diritto pubblico, i reati nel diritto penale: animo, carattere, malvagità o quant’altro inerente alla sfera personale è sottratti all’influsso e giudizio statale.
L’uomo, come entità morale, non è sottoposto né ad un giudice né ad un giudizio, perché solo ciò che fa è importante per il diritto penale.
La colpevolezza che oltrepassa la sfera della singola azione per invadere il campo della personalità del soggetto agente è chiamata dal MEZGER "colpa per la condotta di vita", in quanto il rimprovero che si muove all’autore si riferisce non ad un semplice atto, bensì ad un insieme di atti che " hanno dato tono alla sua persona".
Tale colpa differisce da quella comune perché ha ad oggetto non il fatto, commesso in un dato momento, contrario alle norme penali, bensì il comportamento del soggetto, il suo modo d’essere, il suo Io, e di conseguenza la sua malvagità e la sua inclinazione al delitto.
L’oggetto del rimprovero di colpevolezza consiste, così, nell’aver plasmato la propria vita in modo da acquisire una personalità delinquenziale: il fatto tipico commesso degrada a mero sintomo di una tale personalità che rappresenta il vero oggetto del rimprovero e l’obiettivo reale della punizione (PADOVANI).

.L’intima cattiveria in sé non offende alcun bene, né costituisce un pericolo per la comunità, perché solo la capacità a delinquere, intesa come possibilità maggiore o minore che il singolo commetta in futuro azioni criminose, può costituire tale pericolo.

Il rimprovero che si muove all’individuo si estende non solo all’ultima azione compiuta, ma a tutte le azioni precedenti che hanno determinato un’inclinazione nell’animo del reo.Si pensi al recidivo: si discute ancora molto sulla sua natura, ma, in ogni modo, l’aggravamento di pena per il secondo o gli ulteriori reati che commette chi è stato precedentemente condannato si spiega in quanto viene considerato l’atteggiamento psicologico del reo e si rimprovera al soggetto un determinato tenore di vita, una ripetizione di azioni delittuose che hanno lasciato in lui l’inclinazione al reato.
Non bisogna credere, tuttavia che, parlando di colpa d’autore, si voglia rimproverare un individuo per quello che è, in quanto la natura lo ha dotato di una certa personalità: non si tratta, infatti, di punire un soggetto per un suo modo d’essere nei confronti del quale nulla può.
In questo caso saremmo nel campo della pericolosità, non in quello della colpevolezza che suppone libertà di scelta o meglio la possibilità di dare alla propria personalità un certo indirizzo.

MEZGER ha acutamente notato che una colpa per la condotta di vita può sussistere solo e in quanto stava "in potere dell’agente" assumere quel particolare modo d’essere, dovendosi distinguere nella personalità umana diversi elementi, alcuni superabili dal soggetto, altri no.
Non è detto, infatti, che ogni e qualsiasi deficienza costituzionale sia invincibile, perché la formazione del carattere della personalità non è qualcosa di meccanico, bensì un’attività cosciente capace di superare tare e deficienze innate.
Il GEMELLI ha detto: "il carattere non è qualche cosa di fisso, d’inalterabile, di ereditario, di legato in modo indissolubile, ma si presenta come plastico e trasformabile; il carattere cioè ci appare come un’unificazione interiore e totalizzatrice di tutte le attività psichiche, alle quali ci dobbiamo riferire se vogliamo intendere il modo di agire di una persona".

Ci sono pur sempre casi nei quali non si può parlare di colpa d’autore, per l’effettiva impossibilità che ha l’individuo di superare le proprie tare e deficienze innate; ammettere anche in questi casi una colpevolezza d’autore significherebbe violare la realtà e basarsi su una finzione di libertà.

La teoria della colpa d’autore viene generalmente respinta per vari motivi. Non solo perché presupporrebbe nel giudice la capacità quasi sovrumana di cogliere l’uomo concreto nella sua globalità e stabilire se ed in quali limiti l’agente aveva la possibilità di comportarsi diversamente, superando gli aspetti innati del suo carattere, le tare ereditarie, le anomalie biopsichiche; ma, soprattutto, perché allo Stato è negato il potere di perseguire l’individuo per la sua malvagità.

L’intervento sanzionatorio dello Stato è ammesso solo quando l’individuo viola la legge penale e quando sussiste il pericolo che il soggetto possa compiere in futuro ulteriori reati.

La malvagità, quindi, non ha rilevanza ai fini della punibilità del soggetto: quest’ultima trova la sua ragione d’essere soltanto nella necessità di assicurare la conservazione e la sicurezza della collettività, promuovendo così il progresso sociale.

 


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