The Cardozo Electronic Law Bulletin

 

 

 

 

L’AZIONE  degli organismi di credito iNTERNAZIONALI 

e DELLE ISTITUZIONI SOVRANAZIONALI

nell’offerta di modelli giuridici agli ordinamenti post - socialisti*.

 

di  Barbara Pasa

Sommario: 1. Introduzione.  2. L’impatto del  modello giuridico comunitario: le clausole di condizionamento politico. 2.I. Gli Accordi europei di associazione e gli Accordi di cooperazione. 2.II. Il Libro Bianco “Sulla preparazione dei Paesi associati dell’Europa centro - orientale all’integrazione nel mercato interno dell’Unione”. 2.III. “Agenda 2000. Per un’Unione più forte e più ampia” e i Paternariati di adesione.  2.IV. La fonte culturale e il diritto comunitario. 3. Gli esempi concreti: il diritto societario e i servizi finanziari. 4. Paradossi ed inefficienza del modello comunitario. 5. Gli organismi di credito internazionali. 5.I. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. 5.II Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. 5.III. La nuova clausola dello “sviluppo sostenibile”. 6. I risultati  della recezione dei modelli giuridici nell’area. 7. Conclusioni nella transizione.

1.  Introduzione.

Il 30 marzo del 1998, in occasione della riunione tra i ministri degli Esteri dei  quindici Stati membri dell’UE, dei dieci Paesi candidati dell’Europa centro - orientale e di Cipro, si è ufficialmente dato avvio al processo di adesione. E’ noto che gli  avvenimenti del 1989 – ‘90 hanno inaugurato una nuova fase nella storia dell’integrazione europea che apre la “transizione verso la democrazia ed il mercato” dei Paesi dell’Est europeo (cd. PECO)[1], tradizionalmente compresi entro la “Famiglia di Diritto Socialista”. La caduta dell’ideologia ha favorito la riconsegna di molti di quegli ordinamenti all’alveo romano - germanico, determinando un periodo transitorio senza precedenti e privo di modelli di riferimento.

In questo contesto, sul fronte della circolazione dei modelli giuridici, si può parlare di un eccesso dell’offerta sul mercato, che potrebbe risolversi alternativamente o in un periodo di stagnazione, causato dall’incertezza, ovvero nello sviluppo di nuovi criteri attraverso i quali procedere alla trasformazione.  

Le nuove “contaminazioni”[2] determinate da un lato dalla “circolazione per il prestigio” di modelli di provenienza non solo europeo - continentale, ma anche angloamericana e, dall’altro, dalla “circolazione sospinta dai condizionamenti di tipo economico” ad opera degli organismi internazionali sono al vaglio dei commentatori sia esterni che interni all’area. Il tema della ricodificazione – connesso allo studio del funzionamento delle nuove regole introdotte e il coordinamento di queste con il sistema delle fonti – è lo snodo centrale imposto dalla necessità di andare incontro ai parametri di un’economia di mercato, e su di esso hanno posto espressa enfasi anche le istituzioni di credito internazionali. Ed è apparso chiaro che la riforma del sistema delle fonti di diritto civile e commerciale non può essere analizzata separatamente dal processo di ravvicinamento all’Unione europea.

Secondo una prima approssimazione, l’attuale fase di armonizzazione delle normative dei Paesi dell’Est europeo è contraddistinta dall’utilizzo di nozioni, modelli di istituzioni e vocabolario giuridico propri della Western Legal Tradition; nonostante ciò, gli ordinamenti di questi Paesi mantengono una loro originalità in conseguenza dell’ “accelerazione”[3] che caratterizza il momento transitorio, la quale si traduce in una “ricombinazione” dell’assetto dei diritti proprietari[4]. Nonostante il flusso circolatorio dei modelli giuridici verso Est produca un certo livellamento delle normative in fase di recepimento, l’originalità di questi sistemi permane. Essa risulta evidente se, ad esempio, si considera la prima fase di recezione di modelli giuridici che ha stimolato l’avvio dei mercati, che in alcuni casi si può considerare già conclusa[5].

L’analisi che segue si limita a considerare il ruolo di alcune istituzioni sovranazionali e organismi internazionali nella circolazione dei modelli giuridici nell’Europa centro – orientale. I primi paragrafi si soffermano sull’azione dell’Unione europea come soggetto propositore e sugli attuali rapporti tra l’Unione e i Paesi dell’Europa centrale ed orientale nell’ottica della progressiva armonizzazione dei sistemi giuridici ai fini dell’integrazione nel mercato interno. L’ambito specifico considerato è quello del diritto societario e dei servizi finanziari. I paragrafi successivi sono dedicati alla recezione  indotta dall’azione di alcune organizzazioni di credito internazionali: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. I risultati del gioco della domanda/offerta di modelli sono esposti nel paragrafo che si occupa della rinascita del diritto commerciale, che vede l’ingresso sulla scena economica di nuovi soggetti giuridici (i fondi d’investimento e le banche). Il paragrafo conclusivo racchiude alcune considerazioni coerenti con il leitmotiv dell’analisi, secondo il quale non è tanto il corpus normativo offerto dalle varie istituzioni internazionali (che sta per essere integralmente recepito), bensì il metodo proposto (“a condizione che”), a non apparire idoneo ai fini dell’armonizzazione del diritto e dell’integrazione politico - economica, in quanto fonte di paradossi ed inefficienza. In estrema sintesi, sia gli organismi internazionali che l’Unione europea si sono impegnati affinché i Paesi dell’Europa centro - orientale, attuali importatori di modelli, ratificassero un ampio numero di accordi e convenzioni internazionali. Paradossalmente, alcune delle convenzioni in questione non sono mai state firmate neppure dagli Stati membri dell’Unione europea che ne proponevano la sottoscrizione e, allo stesso tempo, gli Accordi europei di associazione, così come intesi dalla Commissione, non hanno garantito al Paese associato i benefici indotti dalle libertà delle importazioni parallele o la diretta applicazione delle regole sulla competizione, che avrebbero potuto proteggere i più deboli attori economici dei Paesi importatori, ad esempio contro la pratica di utilizzare i diritti di proprietà intellettuale per isolare i singoli mercati nazionali e per imporre termini e condizioni restrittive sulle licenze locali e sui distributori[6].

 

2. L’impatto del modello giuridico comunitario: le clausole di condizionamento politico.

All’interno della cornice costituita dall’internazionalizzazione dei mercati e dal refrain del villaggio globale, che impone nuove forme di cooperazione internazionale sia al fine di dirimere gli eventuali conflitti di leggi, sia allo scopo di coordinare e vigilare sui mercati e sugli intermediari finanziari, ben si comprende come la Comunità europea abbia intensificato le relazioni con l’Europa dell’Est, sottoscrivendo, già sul finire degli anni ‘80,  accordi con alcuni Paesi dell’area[7]. Ma una concreta strategia di adesione per i Paesi dell’Europa centro – orientale è stata elaborata con un certo ritardo. Infatti, la questione è stata affrontata per la prima volta nel dicembre del 1992, in occasione del summit di Edimburgo che ha aperto i negoziati con i candidati membri dell’EFTA: la Commissione aveva previsto una “lista di condizioni” che i PECO dovevano soddisfare per poter essere considerati quali possibili candidati di una futura adesione all’UE. Invero, già nel dicembre del 1991 la Comunità aveva concluso degli Accordi europei di associazione con Polonia ed Ungheria (successivamente anche con Repubblica ceca, Bulgaria, Romania e Slovacchia, in un secondo momento, estesi agli Stati Baltici - 1995 - e, infine, alla Slovenia – 1996), entrati in vigore il 1° Febbraio del 1994, ma l’intento di tali Accordi era quello di rinviare l’allargamento del mercato interno.

Solo a Copenaghen[8] nel giugno del 1993 è stato stabilito un legame diretto tra gli Accordi e l’adesione dei PECO all’Unione europea. I criteri fissati in quella sede, tutt’oggi tenuti in considerazione dalla Commissione nell’elaborazione dei pareri sulle domande di adesione, hanno inaugurato il modello comunitario della “clausola del dialogo politico”, prevedendo che ciascun Paese, per potersi ritenere candidato all’adesione a) abbia raggiunto una stabilità istituzionale tale da garantire la democrazia, lo stato di diritto, la tutela dei diritti dell’uomo e delle minoranze;   b) abbia accolto un’economia di mercato funzionante e possieda gli strumenti per affrontare le pressioni competitive all’interno del mercato dell’UE; c) sia in grado di assumere obblighi connessi alla partecipazione all’UE, compresa l’adesione agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.

Con il Consiglio europeo di Essen del dicembre 1994 si è aperto ufficialmente il processo di allargamento ai sei Paesi che avevano concluso gli Accordi europei di associazione.  Allo scopo di fornire una valida assistenza all’interno della strategia di pre – accessione, la Commissione CE nel maggio del 1995 ha presentato il Libro Bianco “Sulla preparazione dei Paesi associati dell’Europa centro - orientale all’integrazione nel mercato interno dell’Unione”[9], con il quale ha inteso suggerire una netta scansione tra i momenti della riforma cui devono preocedere questi ordinamenti. Il Consiglio europeo di Madrid nel dicembre 1995 ha concluso che l’armoniosa integrazione degli Stati candidati dell’Europa centro – orientale costituisce una “sfida” per l’Unione ed ha richiesto alla Commissione europea di preparare un documento d’insieme che risponda alle domande d’adesione.

Questa è, in sintesi, la genesi di “Agenda 2000: per un’Europa più forte e più ampia”[10] che è stata presentata dalla Commissione durante il Consiglio europeo tenutosi ad Amsterdam nel giugno del 1997, con allegati i pareri sulle domande di adesione. L’impegno assunto dalla Commissione in quella sede, di riferire periodicamente al Consiglio europeo sui progressi compiuti da ciascuno dei candidati dell’Europa centro – orientale nei preparativi per l’adesione, ha portato alla redazione di “Relazioni Periodiche”[11], corredate dalle necessarie raccomandazioni al fine di organizzare incontri governativi bilaterali.  Strutturate come dei pareri, esse hanno analizzato in ciascun ordinamento il rispetto delle condizioni politiche (democrazia, Stato di diritto, diritti dell’uomo, tutela delle minoranze) ed economiche (economia di mercato funzionante, capacità di far fronte alle pressioni concorrenziali e alle forze di mercato all’interno dell’Unione) menzionate dal Consiglio europeo. Il parere conclusivo circa l’adesione di ciascun Paese è stato dato in relazione al grado di adozione dell’acquis comunitario. I progressi fatti nell’adozione sono stati valutati in base alla legislazione adottata, anche sulla base di informazioni fornite dagli stessi Paesi candidati. Mancano dati obiettivi circa l’applicazione e il grado di operatività delle normative adottate, nonostante che il Consiglio europeo di Madrid avesse insistito sulla “valutazione della capacità giudiziaria ed amministrativa”: non essendo agevole monitorare l’opera delle Corti, si ritiene che l’affresco presentato dalla Commissione in ciascuna relazione sia comunque “parziale”.

 

2.I. Gli Accordi europei di associazione e gli Accordi di cooperazione.

Gli Accordi preparatori all’adesione all’UE hanno aperto ufficialmente un dialogo politico e stabilizzato le relazioni commerciali creando un’area di libero scambio per i prodotti dei contraenti, così come prevedevano i rispettivi Preamboli[12].

Non sfuggono le profonde differenze tra gli Accordi europei di associazione, preludio ad una prossima adesione all’Unione europea, e gli Accordi di Cooperazione siglati con i 12 Paesi  membri  della CSI[13]. Questi ultimi - pur seguendo lo stesso modello inaugurato dagli Accordi di associazione, quello della “clausola del dialogo politico”, consistente nell’integrazione in Europa previo accoglimento dei principi democratici, a tutela dei diritti umani, della regola di diritto e del libero mercato - si propongono come obiettivo il rafforzamento dei legami economici tra Europa ed ex - Stati Sovietici (si veda ad esempio, l’art. 68 dell’accordo con la Federazione Russa), al fine di creare un’ampia area di cooperazione, ove possano convergere le attività delle imprese private che affiancano quelle statali in seguito alle privatizzazioni, nonché gli scambi commerciali sempre più frequenti con l’Unione.

 

2.II. Il Libro Bianco “Sulla preparazione dei Paesi associati dell’Europa centro - orientale all’integrazione nel mercato interno dell’Unione”.

Il Libro Bianco, pur enunciando nel Sommario esecutivo che la mera trasposizione formale della legislazione non sarà sufficiente a raggiungere il desiderabile grado di efficienza nel funzionamento del mercato interno, prevede che i Paesi dell’Europa centro - orientale debbano seguire le raccomandazioni in esso contenute affinché l’adozione dell’acquis comunitario abbia un impatto efficiente sul piano economico.

Il documento consta di tre parti.  La prima analizza gli scopi, il contesto e la natura dell’iniziativa di armonizzazione in termini politici ed indica in che modo raggiungere gli obiettivi. La seconda parte, costituita dall’Allegato, è un’esposizione dettagliata della legislazione comunitaria relativa al mercato interno, che esamina 23 settori d’intervento legislativo. L’Appendice contiene delle indicazioni sulla successione delle misure attraverso le quali i Paesi associati potranno realizzare il ravvicinamento legislativo, nonché sulle condizioni necessarie per il funzionamento della legislazione stessa. In estrema sintesi, il Libro Bianco propone che l’armonizzazione della legislazione comunitaria avvenga in due momenti e per questo presenta una bipartizione interna[14].

Se si considera il Libro Bianco nell’ottica dell’offerta di modelli, ci si rende conto che, in concreto, il tema dominante la discussione sul ravvicinamento all’Europa diviene quello delle “condizioni politiche” dettate dall’Unione ai Paesi dell’Europa centro – orientale, che essi devono soddisfare durante i successivi stadi dell’integrazione verso il mercato[15].

Le “clausole di condizionamento politico” consentono all’Unione di mantenere un’ampia flessibilità di manovra, influenzando la politica economica di questi Paesi: si tratta di barriere “a lungo termine”, poste in settori significativi che impediscono ai Paesi associati di assumere un ruolo pienamente autonomo ai fini dell’elaborazione delle strategie future.

La lista delle condizioni d’accesso generali si ricava dallo stesso Libro Bianco:

·         l’adozione da parte dei Paesi dell’Europa centro - orientale dell’intero acquis comunitario,

·         la stabilità delle istituzioni affinché siano garantiti la democrazia, i diritti dell’uomo, il rispetto per le minoranze,

·         lo sviluppo di un’economia di mercato,

·         la capacità di coesistere in un ambiente competitivo, quale è il mercato interno all’Unione.

Le condizioni specifiche, invece, vengono articolate nell’Allegato al Libro Bianco, che espone dettagliatamente le condizioni necessarie alla messa in opera della legislazione e opera una doppia selezione: a) delle misure da adottare nel corso della prima tappa; b) delle misure da adottare nel corso della seconda tappa[16].

Al contesto di condizionalità politica si aggiunge anche una sorta di “protezionismo” dell’Unione: si consideri, ad esempio[17], il basso costo del lavoro nell’area in esame e quindi il vantaggio competitivo rispetto ai Paesi industrialmente avanzati nell’attrarre gli investimenti stranieri, anche di tipo strategico. Tale vantaggio peraltro è neutralizzato dalle politiche e dalle normative restrittive dell’Unione, con azioni antidumping.

Complica il quadro un ulteriore aspetto[18], rappresentato dalla legislazione dei Paesi dell’area centro - orientale sugli investimenti stranieri, che ha creato delle enclaves preferenziali, volte all’incremento dell’afflusso di capitale estero ritenuto necessario per la crescita economica.

Sul piano operativo, si registra infine una serie di difficoltà, collegate all’ampiezza qualitativa e quantitativa del diritto comunitario da recepire (secondo la scansione che di seguito verrà approfondita per quanto concerne il diritto societario e i servizi finanziari), unitamente al divario economico e sociale esistente, e alla breve (o almeno presunta tale) fase intermedia di associazione (se confrontata al periodo intermedio di Spagna e Portogallo durato 20 anni, o ai 15 anni della Grecia).

 

2. III. “Agenda 2000. Per un’Unione più forte e più ampia”  ed i Paternariati di adesione.

E’ il documento della Commissione[19] che esprime gli orientamenti della Comunità relativi alle politiche agricole e strutturali, alle prospettive finanziarie per il quinquennio che apre il nuovo secolo e all’ingresso dei Paesi candidati.

“Agenda 2000” ha definitivamente individuato i Paesi che parteciperanno all’ampliamento – Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Cipro – ed ha posto tra le dinamiche necessarie di integrazione il rafforzamento della strategia di preadesione. Questa comunicazione si colloca nella linea di sviluppo ideale che dall’Atto unico del 1986, giunge al Trattato di Amsterdam del 1997 ed evidenzia come l’ampliamento abbia rappresentato uno sviluppo coerente con il disegno storico delle CEE. Al fine di conseguire l’ampliamento, la Commissione ha affinato il suo metodo e proposto nuovi mezzi finanziari e strumenti giuridici.

Concentrarsi sulle priorità dell’ampliamento significa innanzi tutto procedere alla riforma istituzionale, al rafforzamento della capacità istituzionale ed amministrativa dei Paesi candidati, attraverso un’opera di institution building[20]. E’ previsto inoltre che le imprese privatizzate si adeguino a quanto contemplato dalle norme comunitarie, raggiungendo obiettivi intermedi (rafforzamento della esistente struttura istituzionale ed amministrativa; tutela dell’ambiente; sviluppo del mercato interno) e a lungo termine (in quanto la crescita demografica e le nuove tecnologie spingono alla ristrutturazione dei mercati, delle imprese e dei servizi finanziari; approfondimento delle tematiche di corporate governance).

Tra gli strumenti giuridici presentati nella comunicazione “Agenda 2000”, la novità è costituita dai “Partenariati di adesione”[21]. Questi vengono convenuti con tutti i Paesi candidati e definiscono un programma di lavoro e un calendario ben precisi, che devono condurre all’adesione. In questo modo, i candidati si familiarizzano con i meccanismi delle politiche e delle procedure UE. La Commissione auspica che i candidati recepiscano ed applichino l’acquis suggerito dal Libro Bianco (1400 norme - chiave relative al mercato interno) prima dell’adesione.

 

2.IV. La fonte culturale e il diritto comunitario.

Le difficoltà che l’Unione europea incontra nel percorso di integrazione politico - economica sono molteplici[22]. A parte le questioni istituzionali generate dal cd. “ritorno all’Europa” di alcuni Paesi dell’Est, l’analisi della dinamica proposta/recezione dei modelli comunitari conduce ad indagare il ruolo indispensabile dell’elaborazione dottrinale: l’armonizzazione delle legislazioni - ad esempio in tema di in tema di società e  servizi finanziari - ha senso quando esista tra gli operatori sufficiente familiarità con la cultura che ha generato la normativa stessa. La parola spetta dunque alla fonte culturale, che ha ispirato le moderne riflessioni sulla rinascita dello jus commune in Europa. Per accogliere gli strumenti giuridici offerti, i Paesi post - socialisti devono procedere ad una sostanziale trasformazione del codice culturale rendendosi “culturalmente consapevoli”[23] e tale aspetto merita di essere approfondito anche dai giuristi[24]. Ma sino ad oggi, l’azione dell’Unione europea (e l’attività di uniformazione promossa da altri organismi internazionali, Unidroit e Uncitral in primis), è rimasta ancorata a livello di “diritto comune legislativo”.

L’idea per la quale il motore del rinnovamento e dell’integrazione coincide col formante legale appare criticabile sotto vari aspetti. Per far luce sul punto, pare  opportuno aprire una parentesi sull’atteggiamento della Commissione CE in relazione al ravvicinamento legislativo e alle riforme economiche, in tema di privatizzazioni.

Può il Trattato dell’Unione considerarsi “neutrale” rispetto alle scelte degli Stati membri di caratterizzare come pubbliche o private le economie nazionali? La risposta è negativa; come hanno rilevato altri autori[25], la politica dell’Unione è attualmente in larga misura favorevole alle privatizzazioni, nel senso che esse vengono in ogni modo ritenute sinonimo della libera competizione sul mercato e dell’efficiente allocazione delle risorse.

Posto dunque che la Commissione sia in grado di eludere la norma sull’eguale trattamento delle proprietà pubbliche e private, a tutela dei diritti proprietari negli “Stati membri”[26], e posto che scavalchi anche il principio di sussidiarietà combinato col più generale principio di proporzionalità, secondo i quali le istituzioni comunitarie devono preferire, ai fini dell’integrazione nel mercato interno, gli strumenti che lasciano più libertà agli Stati membri, a quel punto ci si chiede se essa[27] possa imporsi come organo di monitoraggio e/o supervisione delle privatizzazioni condotte nei Paesi dell’Europa centro - orientale (ormai quasi al termine), nonostante la norma[28] faccia riferimento ai soli “Stati membri”. 

E in relazione alla normativa sulla competizione e all’art. 3A del Trattato[29] che favoriscono il libero mercato, quali criteri saranno utilizzati per selezionare l’accesso all’Unione europea? Dopo l’accesso, la Corte di Giustizia potrà sindacare (attraverso l’interpretazione) i metodi di privatizzazione e le politiche economiche poste alla base del processo di riorganizzazione interna delle società polacche, ungheresi e ceche, qualora non conformi a tali principi? Quali dunque le conseguenze sul piano del governo delle società privatizzate?

Vale la pena di rilevare che l’esaltazione del dato positivo, della legge come panacea, non è certamente aliena alla cultura giuridica dei Paesi dell’Europa centro - orientale, segnata - in epoca socialista - da un complesso rapporto tra diritto e politica. Il problema sta nel fatto che tal esaltazione mal si concilia con l’idea della competizione dei modelli giuridici come alternativa ai processi d’armonizzazione proposti dall’Unione. Competizione che dal mercato si traspone in ambito giuridico, come suggeriscono sia l’analisi economica del diritto che la comparazione giuridica, consentendo ai modelli che governano il flusso della circolazione di influenzare i vari ordinamenti nella transizione[30].

 

3. Gli esempi concreti: il diritto societario e i servizi finanziari.

Nella fase cd. post-shock therapy, la costruzione di un’economia di mercato di stampo occidentale che scaturisce dall’incontro fra passione esterofila, anche per il modello di common law, e politica economica sofisticata e interventista dell’Unione europea e di organismi di credito internazionali, si deve confrontare con la precarietà delle preesistenti istituzioni giuridiche ed economiche. Ciò è evidente soprattutto in alcuni settori del diritto.

I)     Il diritto societario.

Le condizioni necessarie per il ravvicinamento della normativa dei Paesi dell’Europa centro - orientale al diritto societario comunitario, per quanto attiene l’aspetto procedurale - amministrativo si sostanziano “1 - nell’esistenza di un registro delle imprese e di un bollettino nazionale ove sia assicurata la pubblicazione di certe informazioni concernenti l’organizzazione delle società, gli aspetti finanziari e il sistema di divulgazione delle informazioni ai terzi; 2 - nella designazione di un’autorità amministrativa o giudiziaria che assicuri il controllo delle modalità di costituzione di una società e la legalità di determinati atti; 3 - nella designazione di esperti indipendenti, incaricati di valutare la situazione finanziaria delle società nelle differenti tappe verso il riavvicinamento; 4 - nella formazione di nuovi amministratori d’impresa”[31].

Come è noto, eccettuato il problema del governo delle società di capitali connesso alla partecipazione dei lavoratori, il legislatore comunitario non ha incontrato particolari ostacoli sul terreno dell’armonizzazione e dell’uniformazione[32] (almeno finché si è trattato di agire nell’alveo della “normativa tecnica”). Quanto indicato ai Paesi dell’Europa centrale ed orientale nella prima fase verso l’integrazione è, in definitiva, il contenuto delle direttive fondamentali (cd. direttive - chiave): la prima direttiva sulle società - 68/151/CEE - e la seconda direttiva sul capitale sociale - 77/91/CEE - (modificata dalla direttiva 92/101/CEE). Per quel che concerne la seconda fase, il Libro Bianco ha selezionato alcune direttive comunitarie sulla base delle infrastrutture supplementari che esse prevedono: la terza direttiva - 78/855/CEE -, l’undicesima direttiva - 89/666/CEE - , la dodicesima direttiva - 89/667/CEE - ed il regolamento CEE n. 2137/85 relativo al GEIE[33].

II)   I servizi finanziari. 

Il settore dei servizi finanziari procede di pari passo con la ristrutturazione del diritto societario.

Delle istituzioni finanziarie, il Libro Bianco offre una nozione onnicomprensiva, - da cui rimane comunque escluso il settore assicurativo - volta a comprendere tutti i principali soggetti giuridici presenti sul mercato dei titoli : “(…) sono quelle istituzioni che prestano servizi e che sono assimilabili agli altri settori dei servizi. Il successo dipende dalla loro capacità di fornire i beni prodotti in concorrenza con gli altri operatori del settore, gestendo il denaro dei clienti (…)”[34].

Dettagliatamente, secondo l’Unione europea si rende opportuno creare un sistema bancario efficiente, che preveda la conversione dei risparmi del privato in prestiti alle imprese a condizioni di mercato, accanto ad un sistema dei pagamenti efficace e allo sviluppo dei fondi collettivi d’investimento o di mutual funds. Le direttive proposte a modello dal Libro Bianco, volte a facilitare il funzionamento del mercato in tal senso sono: la prima direttiva bancaria - 77/780/CEE, seguita dalla seconda adottata nel dicembre 1989 e applicata dal gennaio 1993, la direttiva sugli organismi collettivi d’investimento in valori mobiliari, - 85/611/CEE - e dalla direttiva sui servizi d’investimento, - n. 22 del 1993 -

Ora, avendo sinteticamente ricordato le precondizioni poste dalla Commissione, ci si può domandare se nei due ambiti normativi di riferimento, diritto delle società e dei servizi finanziari, l’ipotesi di “integrazione attraverso le tappe” sia destinata ad assorbire integralmente ipotesi concorrenti, quale quella dell’integrazione attraverso “la competizione di modelli giuridici”, che si realizza essenzialmente ai seguenti livelli: a) tra formanti interni a ciascun ordinamento nazionale (giurisprudenza, dottrina, legislazione); b) tra stati membri dell’Unione europea e non; c) tra modelli nazionali e normative comunitarie.

In un’ottica di efficienza, l’interazione concorrenziale tra modelli appare preferibile rispetto al modello comuniatrio, come si dirà nel paragrafo che segue.

4. Paradossi ed inefficienza del modello comunitario.

 

Il Libro Bianco della Commissione CE, Agenda 2000 e le Relazioni Periodiche, così come larga parte delle raccomandazioni, confermano l’opera di armonizzazione condotta sulla base del modello comunitario; scandiscono “le tappe” della riforma, individuando dapprima gli aspetti di diritto privato che coinvolgono la categoria della cd. “transazioni orizzontali tra privati” e successivamente le cd. “regole di diritto pubblico”[35].

In termini generali, ci si può chiedere se questo modello offerto dall’Unione europea sia efficiente in relazione al rapporto tra costi e benefici, anche se va tenuto conto che il legal transplant segue sollecitazioni di tipo politico, culturale e sociale, che non necessariamente implicano una valutazione del rapporto fra costi e benefici.

Una prima critica riguarda il metodo d’integrazione suggerito, “attraverso l’adeguamento all’acquis comunitario”: l’imperatività dell’offerta sembra produrre effetti paradossali, generando mercati meno regolamentati. La spinta all’armonizzazione secondo il timetable prestabilito dalla Commissione a lungo andare può tradursi in un indebolimento dell’organizzazione societaria e delle istituzioni finanziarie dell’area centro - orientale.

L’altra obiezione è rivolta al tipo d’integrazione “per tappe”, proposta dalla Commissione quando i Paesi in questione vedono già operanti molte di quelle regole che dovrebbero rientrare nella “seconda” categoria delle cd. “regole di diritto pubblico”. Ciò è evidente, ad esempio, se si considerano le privatizzazioni e lo sviluppo del settore privato dai quali dipende l’azione degli intermediari finanziari e, di conseguenza, la dinamica outside/inside control nella gestione dell’impresa[36]. Non appare certo realistico ipotizzare un congelamento di quanto sinora prodotto in attesa di un intervento degli organi legislativi post - socialisti che segua il timetable della Commissione.

Pe queste ragioni, pare opportuno accogliere la diversa prospettiva offerta della teoria dei public goods[37], muovendo dal presupposto che la disciplina del mercato non è riscritta su di una tabula rasa, ma in un ambiente giuridico segnato da aspetti di path - dependence[38].  Alla luce di questa teoria, la transizione giuridico – economica da un regime politico di stampo comunista con un’economia pianificata ad un sistema di tipo democratico e di mercato assume una nuova dimensione. In particolare, l’urgenza di rivedere il funzionamento del settore societario e finanziario prima di ogni altro trova giustificazione nella necessità di creare una “cultura di opposizione” al sussidio statale, dato che in epoca socialista il cittadino non percepiva detto sussidio come risorsa scarsa, bensì come inclusive goods [39]. Le peculiari istituzioni ereditate dal passato socialista fanno ritenere scarsamente efficace l’armonizzazione così come proposta dalla Commissione CE nei documenti ufficiali.

 

5. Gli organismi di credito internazionali.

Accanto alle istituzioni europee, varie agenzie governative ed istituzioni nordamericane[40] operano ai fini dello sviluppo delle relazioni politiche ed economiche (United State Agency for International Development) o per il trasferimento delle conoscenze tecniche nelle regioni dell’Est Europa (American Business Initiative) ovvero ai fini della selezione di progetti d’investimento nell’Est europeo sulla base di valutazioni d’impatto ambientale, di partecipazione azionaria dei dipendenti (Enterprise Funds). In questa sede non è possibile dar conto dell’apporto al legal process delle varie istituzioni appena citate. Appare invece interessante considerare, per i motivi che si esporranno di seguito, alcune istituzioni di credito internazionali[41] che propongono modelli giuridici autorevoli nell’area post – socialista: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

Va preliminarmente evidenziato che natura e azione distinguono decisamente la BERS rispetto alle altre istituzioni internazionali, caratterizzando la prima in senso europeista e connotando il suo mandato come politico – economico, simile pertanto a quello della UE.

Il primo articolo dello Statuto della BERS[42] (ed il Preambolo) esplicita la “clausola di condizionamento politico”, accogliendo i principi fondamentali per lo sviluppo di un governo democratico, enunciati nell’Atto Finale della Conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

Per contro, nessuna clausola di condizionamento si ravvisa nello Statuto del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale[43].

 

5.I. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo[44].

Il condizionamento politico è un elemento del tutto nuovo rispetto all’esperienza delle esistenti Banche Mondiali di Sviluppo. La BERS è fondata sull’ipotesi che i Paesi dell’Europa centro – orientale realizzino costanti progressi nel processo di transizione verso il mercato, nella promozione dell’iniziativa privata e dell’attività imprenditoriale e applichino, con misure concrete, i principi della democrazia pluripartitica [45].

L’Accordo sottoscritto il 29 maggio del 1990 da 39 Paesi, dall’Unione europea e dalla Banca europea per gli investimenti (queste ultime detengono insieme il 51% del capitale della Banca) ha costituito la prima istituzione internazionale della quale sono membri Paesi dell’Est e dell’Ovest[46].

La Banca, definita da più parti come la “prima istituzione post - guerra fredda” o la “prima istituzione del nuovo ordine”, si propone di assistere la ricostruzione economica nei Paesi dell’Europa centro - orientale attraverso la promozione e lo sviluppo dell’attività imprenditoriale privata, privilegiando il sistema dei prestiti: a) all’imprenditoria privata, senza alcuna restrizione; b) alle imprese di stato che operano sul mercato secondo le regole della concorrenza; c) alle imprese in via di privatizzazione, in mano ad agenzie pubbliche, che richiedono fondi per facilitare la transizione verso la proprietà privata. La Banca, inoltre, facilita l’accesso ai finanziamenti domestici ed internazionali e presta assistenza tecnica nella ricostruzione delle infrastrutture. Le joint ventures con patners stranieri sono state le maggiori beneficiarie dei prestiti della Banca. Una spiegazione va ravvisata nel fatto che l’accesso ai finanziamenti dipende dall’evoluzione del processo di liberalizzazione e sono in molti  a sostenere che l’intervento esterno possa risananre le economie in transizione.

Le operazioni  a favore del settore privato connotano in senso “privatistico” la BERS, distinguendo la sua azione rispetto alle altre Banche Multilaterali di Sviluppo che agiscono per lo più nel settore pubblico, dialogando con i governi.

Un aspetto che marca ulteriormente il carattere europeo della nuova istituzione è la denominazione del capitale in ECU. La Banca effettua la provvista in diverse valute, applicando le condizioni migliori offerte dai vari mercati finanziari. La scelta del paniere di valute funge da garanzia rispetto ad eccessive fluttuazioni che potrebbe subire il valore del suo capitale se fosse stato denominato in una singola valuta.

Per quanto concerne la struttura della Banca essa è dotata di un Consiglio dei Governatori, di un Consiglio d’Amministrazione, di un Presidente e da più funzionari. Ogni membro della Banca è rappresentato nel Consiglio dei Governatori da un Governatore (o dal suo sostituto), revocabile in ogni momento. Detto Consiglio a sua volta elegge il Presidente, con poteri d’impulso e indirizzo, nonché il Consiglio d’amministrazione, responsabile della gestione delle operazioni generali della Banca. In particolare, il C.d.A. prepara i lavori del Consiglio dei Governatori ed elabora le politiche in materia di crediti, garanzie, partecipazioni, emissioni di prestiti, da sottoporre all’attenzione di quest’ultimo, seguendo le direttive generali del Consiglio dei Governatori; infine approva il bilancio della Banca. I quorum previsti per le deliberazioni di maggior rilievo – maggioranza assoluta per l’approvazione di singoli prestiti, i 2/3 per le scelte politiche, i ¾ per la decisione sui programmi d’investimento – garantiscono l’operatività della Banca.

 

5.II. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund) e la Banca Mondiale (anche nota come International Bank for Reconstruction and Development) sono stati istituiti in seguito agli Accordi di Bretton Woods (1944) [47]. Lo spirito di cooperazione tra le nazioni soprattutto per ciò che concerneva gli aspetti economici della ricostruzione – far fronte all’alta inflazione, alle restrizioni nei pagamenti e nei traffici internazionali, alla speculazione sui mercati di cambio -, al termine della guerra è stato il fattore decisivo che ha determinato l’intervento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il quale ha invitato a sottoscrivere gli Accordi di Bretton Wood 44 governi (dei soli  Paesi Alleati), inclusi alcuni tra quelli in via di sviluppo – Brasile e Messico -.

I negoziati per la creazione delle due organizzazioni di credito internazionali avevano quale obiettivo formale i finanziamenti su scala mondiale dei Paesi usciti dalla II guerra mondiale e dei Paesi in via di sviluppo. Di fatto, però, la discussione si concentrò sul sistema monetario internazionale. La ricostruzione e lo sviluppo d tutti i Paesi membri, la ristrutturazione delle economie distrutte dalla guerra, la riconversione delle industrie belliche, la promozione degli investimenti stranieri e gli aiuti agli investimenti domestici attraverso il sistema dei prestiti agli Stati rimangono comunque gli scopi primari evidenziati nei Preamboli e nei primi articoli dei rispettivi accordi istitutivi.

L’accento posto sulla ricostruzione economica dà ragione dell’istituzione di organismi affiliati, cd. World Bank Group, creati successivamente a partire dagli anni ’60, come l’International Development Association (IDA), International Finance Corporation (IFC), Multilateral Investment Guarantee Agency (MIGA) e l’International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID)[48].

La letteratura giuridico – economica sulle istituzioni finanziarie di cui sopra è molto estesa e ad essa si rinvia; nel caso che ci occupa, si discute se il mandato assunto dal Fondo Internazionale e dalla Banca Mondiale di fronte alla comunità internazionale  comprenda la  promozione del cd. “sviluppo sostenibile”. Gli Accordi istitutivi, come già ricordato, esplicitamente proibiscono di interferire con gli affari politici dei Paesi e impongono di agire solo in base a considerazioni economiche. Ma naturalmente l’effettività dell’intervento finanziatore va posta in relazione al “buon governo” di ciascun Paese. Solo promuovendo indirettamente la trasparenza, la prevedibilità, la competenza nel condurre la politica economica e nella gestione pubblica dell’economia gli organismi di credito internazionali possono assicurare un utilizzo efficiente delle risorse ed ottenere garanzie sui prestiti concessi. In caso contrario, possono limitare o bloccare i finanziamenti ed i prestiti, ma il Paese continuerà a rimanere un membro dell’organismo finanziatore e ad avere voce in capitolo sulla gestione degli affari.

 

5.III. La nuova clausola dello “sviluppo sostenibile”.

La concezione del mandato delle Banche Multilaterali di Sviluppo - International Bank for Reconstruction and Development, Asian Development Bank, Inter - American Development Bank, African Development Bank - come agenti che condizionano i processi di recezione nei Paesi in transizione o in via di sviluppo sta mutando. In occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del giugno 1997, per la revisione del programma “Agenda 21”[49], il rapporto finale ha stabilito che la democrazia, il rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali, incluso il diritto allo sviluppo, un governo trasparente e responsabile, come l’effettiva partecipazione della società civile, sono parte essenziale delle fondamenta per la realizzazione di uno “sviluppo sostenibile”.

Già sul finire degli anni settanta i fattori non economici entrarono a far parte dei legittimi criteri sulla base dei quali il processo decisionale delle istituzioni di credito internazionali fu indirizzato alla crescita e allo sviluppo. Ma fu solo in seguito all’insuccesso della Banca Mondiale in India, con il progetto Sardar Sarovar di dighe e irrigazioni, che l’opinione internazionale realizzò l’insufficienza dei criteri non economici e la necessità di affiancarvi quelli politico - sociali[50].

Nonostante gli Statuti delle Banche sottolineino che il loro operato deve essere guidato da “mere considerazioni di tipo economico” e non contengano un esplicito mandato nel senso di promuovere il cd. sustainable development, l’attività politica di tali istituzioni (formalmente proibita) è incoraggiata dai mutamenti nella politica internazionale pubblica e da varie pressioni esterne alle Banche. Le implicazioni giuridiche del ruolo degli organismi di credito internazionali nel dare impulso allo sviluppo sostenibile sono evidenti, soprattutto per quel che concerne la circolazione dei modelli giuridici.

 Su di un altro versante, restano aperte le problematiche della non - cogenza dei loro dettami, dell’esiguo potenziale autoritativo, seppur coniugato ad un alto livello d’effettività.

Malgrado la ridefinizione del ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali in atto, sospinta dal sustainable develpoment, è difficile capire se e come le Banche Multilaterali di Sviluppo possano perseguire obiettivi che, per loro natura e scopo, non rientrano tra le competenze attribuite dagli originari fondatori negli atti costitutivi.

Chiarisce in parte detta questione la Corte Internazionale di Giustizia, nell’Advisory Opinion[51] occasionata dall’interpretazione dell’Accordo tra WHO (World Health Organization) ed Egitto, la quale ha notato che tutte le organizzazioni internazionali sono soggette al diritto internazionale, oltre che alle previsioni dei rispettivi Accordi istitutivi. Le istituzioni di credito internazionali non potranno dunque accontentarsi di affrontare le questioni sociali, istituzionali ed ambientali in modo incidentale in relazioni ai progetti di sviluppo, ma saranno investite di un affirmative duty al fine di incorporare questi obiettivi tra le operazioni di credito.

Le organizzazioni internazionali potrebbero essere riluttanti ad accettare obbligazioni derivanti da Trattati ai quali non hanno dato la loro adesione, accordi rispetto ai quali esse rimangono soggetti terzi. Ciò non toglie che in qualità di membri della comunità internazionale le Banche Multilaterali di Sviluppo, oltre ad essere soggette al diritto internazionale pubblico, devono conformarsi ad un codice di principi generali universalmente riconosciuti dagli Stati. Ed in questo senso possono favorire il legal process internazionale.

 

6. I risultati della circolazione dei modelli: il diritto commerciale nella fase post - socialista.

La riforma del diritto commerciale ha richiesto una diversificazione dei metodi e degli strumenti utilizzati per portarla a termine. Da un lato la restaurazione delle codificazioni commerciali pre - socialiste e dall’altro l’adozione di nuove leggi extra codicem si sono manifestate come fenomeni minori rispetto alla “ricodificazione”, intesa come ristrutturazione sistematica e razionale del diritto civile.

E’ accaduto che la recezione di nuovi modelli, principalmente nel campo del diritto privato e commerciale, ha indebolito i legami culturali che hanno unito, a dispetto di decenni di sovietizzazione, le culture giuridiche di questi Paesi all’area continentale.

In questo senso è evidente la disomogeneità dell’area, soprattutto se si pone a confronto la rinascita del diritto commerciale in Russia con quella polacca, ceca ed ungherese.

In Russia, la normativa societaria è stata introdotta ex novo nel 1990. Nel 1994 il nuovo Codice Civile, nella sezione dedicata ai soggetti di diritto (individuali e collettivi, commerciali e non), è intervenuto nuovamente sulla materia: oltre a fornire i principi generali per tutti i tipi di organizzazioni commerciali, agli artt. 48 - 65, ha introdotto ulteriori tipi societari. Da ultimo, è intervenuta la legge del 1995 sulle S.p.A.[52].

Fondamentalmente, in Russia e nelle altre Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, la rinascita del diritto commerciale è stata marcata da tratti comuni:

- la mancanza di una tradizione commerciale pre - socialista, dovuta alla prematura invalidazione della normativa zarista nel 1917 - 1918, e alla debolezza dell’Impero russo nel campo del diritto commerciale prima del 1917;

- il mantenimento del principio dell’ “unità del diritto civile”, già caro ai civilisti sovietici degli anni ‘60, secondo il quale le regole principali di diritto commerciale sono contenute nel Codice Civile e non vi è alcuna differenziazione tra contratti commerciali e civili.

La situazione è alquanto differente se si guarda all’esperienza degli Stati dell’Europa centrale. I dati formali della continuità declamata tra legislazione pre - socialista e socialista e quello del permanere di un solido substrato normativo - culturale, vengono ridimensionati se si prende in considerazione il processo di emancipazione dell’impresa dal monopolio dello Stato iniziato anteriormente alle riforme degli anni ’80 in Polonia, Ungheria,  ex Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria.

In particolare, in Polonia ed Ungheria, già durante gli anni ‘70 alcune leggi avevano rivisitato e corretto la disciplina dell’impresa. Ne era risultato un modello incline all’assorbimento del sistema tedesco del controllo dei lavoratori e prima ancora  del sistema jugoslavo dell’autogestione.

Successivamente, l’enfasi posta dalla dottrina domestica nonché dai consiglieri esterni sulla necessità di riscrivere le fonti del diritto commerciale, si è tradotta in un rinnovamento di quelle leggi, soprattutto per soddisfare i parametri richiesti dall’Unione europea ai fini dell’armonizzazione e dell’integrazione nel mercato interno. Va ricordato, ad esempio, il riconoscimento della società unipersonale a responsabilità limitata (forma assente nella fase pre - socialista) avvenuto in tutti i Paesi dell’area a partire dall’Albania (che ha seguito un modello di ricodificazione francesizzante), Repubblica Ceca, Slovacca, Polonia  e Ungheria, sino alle ex Repubbliche sovietiche, già durante la prima fase di privatizzazione, soprattutto nei casi in cui il Fisco ha agito come unico fondatore di nuove unità commerciali. Si è aggiunto così un ulteriore tassello nella recezione dell’acquis comunitario.

Peculiare è la via percorsa dalla Repubblica Ceca e da quella Slovacca (all’epoca Cecoslovacchia): nel gennaio del 1992 è entrato in vigore un nuovo Codice Commerciale (obchodnì zakonìk). Esso ha assorbito molte aree del diritto delle obbligazioni che tradizionalmente appartenevano al Codice Civile (art. 261 - 408), ed é diviso in quattro sezioni:

I)     la prima contiene le disposizioni generali, norme relative alla definizione d’impresa, attività imprenditoriale, registro commerciale, competizione;

II)   la seconda è dedicata alle società commerciali (così come conosciute nella tradizione occidentale) alle associazioni e alle cooperative;

III) la terza individua una serie di disposizioni comuni ai contratti più usati nel commercio internazionale e detta la disciplina delle obbligazioni;

IV) la quarta raccoglie le disposizioni transitorie e finali.

Il nuovo Codice ha recuperato concetti e regole tradizionalmente appartenuti alla cultura giuridica del Paese: ad esempio, il modello di gestione delle società si fonda sul Codice Commerciale Ceco del 1863 e Slovacco del 1875, a loro volta modellati sul Codice Commerciale austriaco. Inoltre, il Codice ha riconosciuto l’importanza dei modelli uniformi: la Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale di beni mobili del 1980 è stata recepita per quanto concerne le regole attinenti alla consegna dei beni e alle obbligazioni del venditore al paragrafo 412 del Codice stesso; ciò significa che, in quanto riportate nel codice, le disposizioni della Convenzione andranno a disciplinare anche le compravendite realizzate tra soggetti domestici. Il Codice del 1992 succede ad entrambi i suoi predecessori socialisti, il Codice economico e il Codice di commercio internazionale del 1964. Esso, inoltre abroga la normativa del periodo di transizione appena successivo al 1989, contenuta nella Legge sulle società commerciali del 1990, di stampo tedesco, ora materia regolata dal II libro del Codice, e nella Legge sulle società a partecipazione straniera del 1988.

Per quanto riguarda l’Ungheria, la Legge sulle società del 1988 (come emendata nel 1991)[53] ha previsto sia le società di persone sia di capitali, come nella più comune tradizione occidentale: la società a responsabilità limitata, (simile alla GmbH tedesca), la società per azioni, la società semplice, che può esistere anche come combinazione tra una persona giuridica e una persona fisica.

La Polonia non ha ricodificato, ma ha proceduto all’emenda del vecchio Codice commerciale del 1934, che seguiva il modello tedesco[54].

La Bulgaria ha sostituito il vecchio Codice commerciale del 1897 con la Legge sul commercio del 1991[55].

A ben vedere, la sopra documentata eterogeneità delle regole di diritto commerciale, ancor più evidente se si confrontano la Federazione russa e gli altri Stati della CSI con i Paesi dell’Europa centro - orientale, viene meno -  per quel che riguarda le regole di dettaglio dei codici, vecchi o nuovi che siano – se si considera la struttura di governo societario, che si avvicina al “sistema dualista” tedesco[56].

Anche per quanto concerne il sistema bancario, nonostante la presenza di un modello di riferimento omogeneo, quello tedesco, le scelte normative dei Paesi in questione appaiono sovente segnate da una certa eterogeneità[57]. In Polonia il sistema bancario appare ancora ampiamente controllato dallo Stato: la privatizzazione di alcune banche indica che il processo di trasmissione del controllo alla mano privata è ancora da completare. Organo di controllo è l'Ispettorato generale per la vigilanza sulle banche, che è un Dipartimento della Banca centrale. In Ungheria la precoce normativa del 1989 (emendata nel 1997) prevede una struttura per gli istituti di credito che, ad opinione della Commissione europea, è basata su requisiti comunitari. Rispetto all'acquis l'armonizzazione appare così compiuta per quel che riguarda la prima direttiva sull'attività degli enti creditizi, la direttiva sui fondi propri, la direttiva sul riciclaggio, e sui grandi fidi. Dal 1 gennaio 1998 l'accordo OCSE ha previsto anche il libero stabilimento di succursali di banche estere. La Repubblica Ceca sta completando la privatizzazione di alcune banche; le condizioni di accesso delle banche straniere sono "generalmente compatibili con la prima e seconda direttiva sui servizi bancari". Le difformità rispetto alla normativa comunitaria si registrano su di un altro versante, in relazione al sistema della garanzia dei depositi, all'adeguatezza patrimoniale e alla sorveglianza consolidata.

A dispetto dunque di un nucleo di problemi comuni ereditati dalla precedente organizzazione dell’economia (quali il sistema di pianificazione centralizzata, la struttura monopolistica dell’impresa, l’inesistenza dei mercati finanziari, la scarsa incisività del capitale domestico nello smantellamento della proprietà statale), attualmente l’area appare disomogenea.

La “varietà”, naturalmente, è primariamente determinata dalle differenti economie politiche varate dai governi e dall’impatto politico che la riforma dell’economia ha prodotto nella regione. In questo caso, la sola analisi del versante formale della riforma giuridica può risultare fuorviante, per la doppia attitudine dei politici, dovuta da un lato al rispetto delle politiche di aggiustamento predisposte dalle organizzazioni internazionali e dall’altro alla necessità di far fronte alle resistenze interne verso la shock therapy.

In secondo luogo, la “varietà” è determinata anche dalla diversa storia politica e dalla differente tradizione riformista dei Paesi, soprattutto in tema di diritti proprietari, argomento centrale dell’ideologia marxista – leninista. Come è noto, infatti, il lungo processo di emancipazione dal pervasivo sistema di pianificazione centrale in Polonia ed Ungheria, sviluppatosi negli anni ’80, come del resto le parziali riforme adottate in Unione Sovietica nell’ultima fase della perestroika, hanno significativamente ostacolato in quegli stessi Paesi l’azione delle agenzie per la privatizzazione durante gli anni novanta.

In terzo luogo, la “varietà” è un risultato dello schema istituzionale. L’evoluzione del dibattito istituzionale nella Federazione Russa o in Ucraina, come in Polonia, Albania e Lituania, ha mostrato recentemente che l’orientamento post - socialista verso “un presidenzialismo imperfetto” (d’ispirazione francese, più che americana) può portare alla concentrazione di ampi poteri nelle mani del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio dei Ministri, vista la necessità di una rapida crescita della performance economica. Il quadro è reso più complesso se si considerano i cambiamenti delle “regole costituzionali del gioco”, sperimentati da molti dei Paesi in esame tra il 1991 e il 1994.

Nella Federazione Russa, per esempio, la prima fase dell’impasse tra esecutivo e legislativo si è conclusa con un aggiramento delle competenze parlamentari e con l’adozione (dicembre 1993), attraverso referendum, di una nuova Costituzione. Nel nuovo testo, l’attività di normazione è sbilanciata a favore dell’esecutivo e ancor più del Presidente. Lo sviluppo dei piani di privatizzazione seguiti all’entrata in vigore della Costituzione sembra riflettere questo cambiamento degli equilibri.

In altri Paesi la “guerra delle leggi” tra legislativo ed esecutivo è condizionata dalle leggi elettorali: la paura di una nuova concentrazione dei poteri nelle mani di uno o due partiti politici ha spinto a preferire la regola proporzionale sulla maggioritaria. Di fronte al doppio compito di assicurare governabilità e legittimità, i redattori delle nuove leggi elettorali hanno per lo più adottato sistemi misti, combinando assieme il metodo proporzionale ed il maggioritario. Ciò ha influenzato le dinamiche d’interazione tra esecutivo e parlamento.

Di fronte al confronto tra i più alti organi dello Stato, le nuove Corti Costituzionali, istituite in tutti i Paesi dell’area dopo il 1989, hanno prodotto decisioni che, oltre ad influenzare il processo di creazione del mercato, possono anche intendersi come l’inizio di un processo di checks and balances. L’intera riforma contiene elementi di transizione; nonostante ciò, con il consolidarsi dell’ordine giuridico ed economico e con il totale rinnovamento delle Carte Costituzionali[58], ci si può attendere che le relazioni tra parlamento ed esecutivo seguano in futuro modelli tradizionali.

Infine, la “varietà” può spiegarsi anche come risultato della circolazione e recezione dei nuovi modelli.

 

7. Conclusioni "nella transizione".

Dopo il primo stadio, caratterizzato da una forte enfasi, posta sia da Est che da Ovest, sul bisogno di un assoluto rinnovamento delle fonti legislative nel diritto post - socialista, la collaborazione tra giuristi locali e stranieri nel processo di riforma della legislazione è approdata alla seconda fase, marcata da un’attitudine verso l’automatico trapianto di modelli legislativi esterni. In questo senso si può considerare anche l’offerta dei modelli giuridici degli organismi di credito internazionali e dell’Unione europea.

Malgrado ciò, va sottolineato ancora una volta che il “trapianto di regole positive” e la “circolazione di modelli culturali” non necessariamente coincidono e dunque non si può parlare di adozione di nuove soluzioni laddove vi è una mera trasposizione del dato formale.

In altre parole, le radici continentali della cultura giuridica russa, ucraina o bielorussa, sono più profonde che in ogni altro Stato della CSI; l’Europa centrale presenta un substrato pre - socialista di stampo romano – germanico. In tale contesto marcatamente eterogeneo,  ci si chiede se l’'integrazione in tema di diritto societario e di disciplina delle istituzioni finanziarie tra l'Unione europea e i Paesi dell'Europa centro - orientale sia realizzabile così come suggerita dai documenti ufficiali dell’UE e sostenuta dalle istituzioni di credito internazionali. E la risposta, articolata su diversi livelli, non può che essere cautamente negativa.

Su di un piano strettamente giuridico - formale, le interazioni tra l'area del diritto privato e quella del diritto pubblico (in tema di diritto fiscale, del commercio internazionale, di diritto del lavoro e previdenziale) testimoniano che una soluzione di integrazione "per tappe”, non conduce all'auspicata convergenza dei sistemi giuridici in esame. Se, da un lato, il diritto societario nelle economie industriali d'Occidente si è sviluppato in modo omogeneo, nel tentativo di riconciliare i differenti interessi di azionisti, creditori, lavoratori e Stato, e ha percorso i vari momenti della propria evoluzione sostanzialmente all'interno del sistema del diritto privato, palesandosi in separati codici di commercio o in sezioni apposite all'interno dei codici civili, dall'altro, la regolamentazione per la crescita e la tutela del mercato finanziario è stata emanata solo successivamente, seguendo un percorso "alternativo" rispetto al diritto societario, (il Belgio  è stato il primo ordinamento europeo a dotarsi di una normativa sulla circolazione dei titoli e sulla protezione degli investitori, dopo l'US Securities Act del 1933), che si è svolto nel solco del diritto pubblico, accanto alla regolamentazione dei monopoli, alla politica dei prezzi, alla tutela dell'ambiente. Il tema dell'impatto del modello comunitario nel diritto societario e nel settore dei servizi finanziari dell'Europa centro - orientale è dunque particolarmente intricato perché‚ "di confine" tra il diritto pubblico e quello privato, e ancor più perché‚ elemento "di chiusura" della discussione tra modello normativo e dispositivo. Inoltre, a complicare il quadro vi è un ulteriore elemento connesso alla trasformazione del sistema bancario, condizione strutturale per lo sviluppo della normativa societaria e del mercato finanziario. In quest'area - basti guardare ancora una volta al cammino compiuto dagli Stati europei membri dell'Unione - sono state adottate soluzioni molto diverse. Vi sono sistemi giuridici, quello belga, francese e britannico, in cui opera il principio per cui l'attività di deposito - finanziamento e quella di investimento debbono rimanere separate; d'altro canto, altri ordinamenti quali quello tedesco, svizzero e austriaco hanno privilegiato il modello dell' universal banking. Note sono le conseguenze a livello di controlli sullo scambio dei titoli, di rappresentanza dei soggetti depositari dei titoli, di posti riservati nel consiglio di sorveglianza (ove esso sia previsto) della società. Come suggerito da autorevoli fonti[59], il processo di armonizzazione delle regole giuridiche condotto dall'Unione europea attraverso l'adeguamento alle direttive - chiave, deve misurarsi con il case law. L'armonizzazione del diritto societario può procedere in modo più efficace attraverso il formante giurisprudenziale.

Se poi dalle considerazioni strettamente formali si passa alla valutazione dell’operatività delle regole del diritto societario e dei mercati finanziari nei Paesi dell'Europa dell’Est, alla luce del dibattito di Law and Economics, si aprono nuove questioni. Seguendo il modello classico dell'analisi economica del diritto, l'evoluzione economica "seleziona  per l'estinzione" le istituzioni che danno luogo a risultati inefficienti, mentre consente la sopravvivenza alle soluzioni efficienti. Questa metafora sulla selezione naturale in sè‚ non è in grado di spiegare come e perchè‚ ciò che è sopravvissuto sia sopravvissuto. Secondo una tesi particolarmente accattivante[60], quanto sopravvive nella scala evolutiva dipende non solo dall'efficienza, ma a) dalle condizioni iniziali, spesso accidentali - teoria del caos -, b) dalla storia e dai precedenti incidenti di percorso, che sono stati risolti nel passato e che potrebbero essere irrilevanti oggi - path dependence  -, c) da quella che, allo stato attuale, sembra la miglior soluzione, ma che potrebbe essere stata in precedenza selezionata per l'estinzione (poi per qualche ragione non avvenuta) - nuovo paradigma dell'evolutionary theory -. Utilizzando il modello creato dalla sintesi di tre teorie, quella del caos, la path dependence e la nuova evolutionary theory, si possono svolgere alcune conclusioni su alcuni aspetti della transizione che sta interessando i Paesi dell'Est Europeo. La transizione verso il mercato, stimolata in gran parte dalla politica economica neo - liberista accolta nei primi anni '90 da Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca e condotta attraverso i programmi di  privatizzazione delle imprese di stato socialiste si è ormai assestata su di un modello di mercato aperto, teso alla progressiva regolamentazione, secondo l'esempio comunitario. Il paradigma classico dell'evoluzione economica, secondo il quale le soluzioni più efficienti si perpetuano automaticamente nel tempo, non spiega perch‚ certe istituzioni di tipo socialista (l'impresa di stato) sopravvivono e quali potrebbero essere le strutture istituzionali di futuro sviluppo. Accanto agli elementi accidentali e non prevedibili che incidono sullo sviluppo del mercato, si deve tenere conto di quei problemi già affrontati e apparentemente risolti in modo definitivo nel passato, le cui soluzioni oggi potrebbero apparire irrilevanti, trascurabili.

Prendiamo, ad esempio, la forma di governo[61] delle imprese socialiste, che è dipesa in larga misura dalla posizione politico - giuridica della nomenklatura. Negli anni '70 e '80, Polonia ed Ungheria per prime hanno affrontato il problema della gestione, concedendo ampi spazi all'autogestione da parte dei collettivi dei lavoratori o dotando di maggiore autonomia le unità imprenditoriali, ponendo in capo agli amministratori nuovi poteri. Se si confrontano costi e benefici in relazione a tali scelte, che hanno inciso sul governo delle società privatizzate consentendo agli insiders (managers e lavoratori) di acquisire il controllo del pacchetto di maggioranza, esse paiono meno adatte alle realtà economiche in continua trasformazione - ed ecco allora perchè‚ si discute sulla forma di gestione imperniata sulla partecipazione dei lavoratori nell'impresa, attraverso l'acquisto di quote di azioni, sul modello degli Esop angloamericani -.

Quanto premesso, fa ritenere opportuno l’accoglimento di soluzioni che sembravano destinate a scomparire negli anni passati, ma che ora costituiscono validi meccanismi di coordinamento: è il caso delle “reti organizzative di imprese”[62].

Alcuni commentatori, infatti, sostengono che i Paesi dell'Europa centro - orientale nell'attuale fase post – socialista, pur essendo privi sia di un apparto statale funzionante che di meccanismi di mercato avanzati, possono vantare decenni di esperienza in tema di organizzazione di "strutture a rete". Ciò consente di ritenere che la ristrutturazione delle imprese industriali, le quali si basano su reti di relazioni sociali fondate sulla reciprocità e sui legami associativi, possono divenire una alternativa credibile ai vari modelli in competizione sul mercato dell'offerta, a dimostrazione del fatto che lo sviluppo non procede necessariamente in modo incrementale[63]. L'impresa di stato, tipica espressione dell'economia socialista, ha mutato forma giuridica con le privatizzazioni: le società di capitali rappresentanto l'adattamento al rinnovato ambiente competitivo. Il nuovo status delle imprese dopo il progressivo ritiro dello stato non ha però spezzato i legami associativi interni tra le imprese medesime. Queste, pertanto, potrebbero essere l'elemento determinante nella transizione verso il mercato, rendendosi necessaria una ricapitalizzazione delle imprese che lo Stato ha  "ceduto", e non potendosi contare, a tal fine, sui nuovi titolari di esse, che difficilmente potrebbero garantire la copertura del  capitale circolante.

Pertanto sembra che le “reti d'imprese” possano colmare il vuoto istituzionale lasciato dallo stato e disincentivare eventuali rapide dismissioni, in tal modo evitando la scarsa liquidità dei mercati dei titoli e la diminuzione del corso dei titoli stessi, che si potrebbero ripercuotere sulla solvibilità dei fondi d'investimento.

I mercati non sono, dunque, l'unica istituzione decentralizzata e non gerarchica per coordinare il settore economico. Le “reti di imprese” hanno una capacità di trasformazione in un doppio senso: da un lato sono le stesse reti che dovrebbero costituire "l'oggetto" della ristrutturazione; dall'altro, esse rappresentano "il soggetto"  propulsore delle trasformazioni, in quanto la responsabilità di realizzare la ristrutturazione dovrebbe essere trasferita ad istituzioni strutturate "a rete".

In questa prospettiva, il modello giuridico - economico di corporate governance dell'area asiatica, flessibile ai cambiamenti dei mercati mondiali, concorre con quello offerto dall'Unione europea. Sia che si tratti degli elementi della reciproca proprietà azionaria all'interno dei Keiretsu giapponesi[64] o dei legami familiari entro il chaebol della Corea del Sud[65] o ancora delle imprese collegate dal quanxiqivye di Taiwan, più integrato orizzontalmente[66], questi legami sociali caratteristici delle reti tra aziende dell'est asiatico suggeriscono che la scelta strategica non è tra il mercato e la pianificazione o tra i clan ed il mercato, ma, ricordando una significativa espressione, "i clan per il mercato"[67].

L'indagine condotta sul corporate governance[68] nell’Europa dell’Est ha dunque evidenziato, ancora una volta, notevoli differenze tra gli ordinamenti dell’area. Le “strutture a rete" in Ungheria si formano principalmente attraverso partecipazioni reciproche tra società, coinvolgenti in parte anche le banche e le istituzioni di livello intermedio, cioè le società d'investimento; nel linguaggio dell'analisi di rete si può dire che le imprese nella fase di transizione sono "unite saldamente a livello di impresa e debolmente a livello intermedio".

All'opposto, il caso ceco rivela legami intermedi principalmente tra banche e fondi d'investimento, mentre sono rare le relazioni dirette, in termini di partecipazione al capitale (e quindi in termini di titolarità di quote), tra le società stesse: si parla, in tal caso, di società "unite saldamente a livello intermedio e debolmente a livello di imprese".

In Ungheria, dove lo stato ha vegliato sulla privatizzazione caso per caso, le attività imprenditoriali vanno riorganizzate intervenendo sulle catene di proprietà tra aziende; nella Repubblica Ceca, lo stato stesso dovrà partecipare alla trasformazione, attraverso la rinegoziazione delle attività  delle reti di livello intermedio[69].

La situazione delle nuove società polacche è solo in parte coinvolta dalla lettura secondo lo schema delle reti di imprese. Il ruolo preminente nel governo delle società polacche è attualmente rivestito dai lavoratori. Lo spostamento dell'asse verso questi e le organizzazioni sindacali, al fine di un loro coinvolgimento nelle posizioni di controllo delle società, non è però privo di costi. Il problema del ruolo dei rappresentanti dei sindacati nel processo di conversione è acuito dal fatto che il patto del 1993 non è intervenuto sulle norme relative all'organo societario peculiare, il Consiglio dei lavoratori; il patto ha inoltre mantenuto in capo agli insiders il diritto di eleggere 1/3 dei membri del Consiglio di Sorveglianza, incidendo così sulla previsione della legge sulla privatizzazione in ordine alle percentuali del possesso di azioni in capo ai lavoratori. Anche se l'influenza dei lavoratori dipendenti va riducendosi drasticamente a favore del controllo dei managers, essa comporta evidenti costi a livello gestionale. Il primo problema implicito nel modello di partecipazione azionaria dei dipendenti è quello connesso alla eterogeneità della forza - lavoro; in tal senso è da considerarsi correttiva la pratica inglese di dividere gli utili della società equamente tra i lavoratori, a prescindere dalle differenze di età o qualifica (cd. equal sharing scheme). Il livellamento conseguente a tale schema, e dunque, la non corrispondenza tra salario/produttività  del lavoratore, comportano però il venir meno degli incentivi per ottenere performance aziendali soddisfacenti. In secondo luogo, la partecipazione dei lavoratori alla società attraverso l'acquisto di azioni può causare un aggravamento della situazione di scarsa liquidità del mercato: i lavoratori difficilmente riescono ad ottenere prestiti dalle istituzioni di credito, in quanto queste ultime o altri eventuali  creditori temono i comportamenti opportunistici dei lavoratori dipendenti. Un'altra questione riguarda l'alterazione del paradigma sulla sopportazione del rischio: il lavoratore che acquista prevalentemente azioni nella società in cui lavora non diversifica l'investimento, che risulta pertanto poco opportuno soprattutto nel caso di fallimento della società: il lavoratore / investitore perderebbe sia il reddito del proprio lavoro che il capitale investito[70].

Rimane irrisolto anche il problema dell'allocazione del controllo, a causa delle asimmetrie informative che caratterizzano il rapporto tra chi controlla e chi finanzia l'impresa[71] e a causa dei possibili rischi di abuso da parte dell'organo deputato al controllo. La questione, ormai è noto, è stata affrontata in due modi diversi, concedendo ai soggetti (le banche) che finanziano le operazioni societarie la supervisione diretta sugli organi interni di controllo (come nel caso tedesco), ovvero sviluppando il cd. del mercato per il controllo societario (come suggerito dal modello nordamericano). 

In conclusione, malgrado le osservazioni critiche circa l'attribuzione del pacchetto di maggioranza ai lavoratori dipendenti, il modello della codeterminazione, di stampo tedesco, conserva una sua capacità attrattiva. Se le relazioni tra mercato ed organizzazione aziendale fossero definite da condizioni di perfetta competizione, la codeterminazione non avrebbe alcuna utilità, dato che, in tal caso, gli esiti ottimali sarebbero assicurati. Ma visto che esistono meccanismi distorsivi e incidenti sul perfetto funzionamento del mercato, attraverso i quali il management acquisisce un considerevole potere discrezionale sulle decisioni societarie, la codeterminazione[72] diventa un elemento decisivo per bilanciare "i poteri" all'interno delle moderne  società di capitali nella fase di transizione.



* Già pubblicato in Studi di diritto internazionale dell’economia, (a cura di ) G. Porro, Torino, 1999, pp. 115 – 148 e pp. 332 – 348.

[1] Per   una definizione dell’area si veda G. AJANI,  Diritto dell’Europa Orientale, Torino, 1996, cap. I.

[2] Cfr. P.G. MONATERI, The “weak law: contaminations and legal cultures, in Italian National Reports to the XVth International Congress of Comparative Law -Bristol 1998, Milano, 1998, pp. 83 – 110. 

[3] Sull’“accelerazione” come fonte di originalità, in quanto causa primaria della  competizione più accesa fra i diversi formanti, si vedano le riflessioni di Gambaro e Sacco  a proposito del diritto americano, considerato come originale e non come tarda riproduzione dei modelli europei (in particolare di quello inglese). A. GAMBARO, R. SACCO, Sistemi Giuridici Comparati, Torino, 1996, pag. 163.

[4] Cfr. D. STARK, Networks of Assets, Chains of Debt, in Corporate Governance in Central Europe and Russia, R. Frydman, Cheryl W. Gray, A. Rapaczynski (cur.), vol. 2, Budapest, 1996, pp. 109-150. L'autore vede nell'innovazione delle forme di organizzazione economica una sorta di ricombinazione (e non una sostituzione), nel senso di dis - assemblaggio e ri - assemblaggio, delle preesistenti istituzioni.  La mappa delle nuove relazioni proprietarie viene fornita al di fuori della tradizionale dicotomia pubblico/privato, che generalmente struttura la discussione sulla trasformazione dei diritti di proprietà nei Paesi post - socialisti. Il punto focale diventa la particolare "riorganizzazione decentralizzata" che si sta verificando nelle proprietà incrociate tra imprese ereditate dal passato socialista, sotto la pressione del declino nelle vendite, dell'indebitamento interno e delle procedure fallimentari. Le nuove unità dotate di personalità giuridica sono nominalmente indipendenti (ovvero registrate separatamente, con consiglio d'amministrazione e bilancio autonomi); in realtà godono di uno status di semi - autonomia trattandosi di imprese satelliti rispetto alle prime. Le reti di imprese si distinguono dal modulo di organizzazione societaria noto nei sistemi occidentali come holding company, in quanto le reti rappresentano relazioni proprietarie "a catena" più complesse: un esempio di rete si ha quando una società a responsabilità limitata è posseduta pro quota da privati e da altre società a responsabilità limitata, e queste, a loro volta, sono possedute da società per azioni, banche e imprese di grandi dimensioni a compartecipazione statale. La nuova forma di proprietà (soprattutto in Ungheria e nella Repubblica Ceca) rappresenta la sintesi tra legami orizzontali caratteristici delle proprietà incrociate e legami verticali propri delle holdings.

[5] S’intende far riferimento al primo momento della transizione verso il mercato che è consistito nell’attuazione di politiche macro - economiche incentrate sulla convertibilità della moneta, sulla liberalizzazione dei prezzi e sulla stabilizzazione del mercato della produzione, principalmente attraverso il controllo dell’inflazione, seguito in un secondo momento dalla fondamentale riforma in tema di diritti proprietari.

[6] Cfr.  S. SOLTYSINSKI, Transfer of  Legal Systems as Seen by the "Import Countries": a View from Warsaw, in Systemtransformation in Mittel –und Osteuropa und ihre Folgen fùr Banken, Bòrsen und Kreditsicherheiten,  a cura di J. Basedow, K.J. Hopt, H. Kòtz, Tubingen, 1998. Tesi di Soltysinski è che sia gli Accordi di associazione sia altri accordi internazionali costringono ("force") i Paesi dell'Europa centro - orientale a introdurre riforme  nell'interesse dei Paesi esportatori. Cfr. anche A. CALUS, The Adjustment of Polish Law to the Law of European Community, in Droit polonais contemporain/Polish Contemporary Law,  1994,  pag. 29.

[7] I primi accordi – stipulati con l’Ungheria e la Polonia - erano essenzialmente commerciali e prevedevano l’applicazione reciproca della “clausola della nazione favorita”, eliminavano le restrizioni quantitative sugli scambi ed aprivano strada alla liberalizzazione del commercio.

[8] Cfr. le conclusioni di Copenaghen in Bollettino CE n. 6 del 1993.

[9] Si trova in COM (95) 163 def.

[10] E’ il documento ufficiale della Commissione  COM (97) 2000 def., del 26 giugno 1997.

[11] Si fa riferimento ai documenti della Commissione CE del 17.12.1998, sui progressi della Polonia - COM (1998) 701 def. - ,  dell’Estonia - COM (1998) 705 def. -, della Repubblica Ceca - COM (1998) 708 def. - verso l’adesione all’UE.

[12] Gli Accordi prevedono: 1) la creazione di un dialogo politico volto all’assistenza ai Paesi associati durante la transizione, per incrementare la convergenza tra l’Unione e i PECO; 2) il libero scambio, la libera circolazione di persone, merci, capitali, il diritto di stabilimento; 3)  il riavvicinamento delle legislazioni; 4) la  regolamentazione della competizione; 5) la creazione di una cooperazione economica, finanziaria  e culturale.

[13] I primi Paesi a stipulare tali Accordi di Cooperazione sono stati Federazione Russa, Kazachistan, Ucraina e Kirghizistan, nella primavera del 1994; l'autunno successivo anche Moldova e Bielorussia hanno sottoscritto simili accordi con l'Unione europea. Cfr. S. PEERS, From Cold War to Lukewarm Embrace: The European Union's Agreements with the Cis States, in International and Compartive Law Quarterly, 1995, pp. 829 - 847.

[14] Ad esempio, per quanto concerne i servizi finanziari, il primo stadio è rivolto all’introduzione dei principi basilari per lo stabilimento delle istituzioni finanziarie e il secondo al rafforzamento della disciplina prudenziale per la supervisione delle società d’investimento, allo scopo di uniformare la normativa agli standards internazionali.

[15] Come poc’anzi accennato, il documento individua “(…) le misure chiave in ogni settore del mercato interno e suggerisce una successione di tappe per portare a termine il processo di ravvicinamento legislativo (…)”, per raggiungere l’allineamento ai principi del mercato unico europeo“.  La conseguente strategia preliminare adottata dall’Unione, volta al ravvicinamento dei Paesi dell’Europa centro - orientale, consiste nella “(…) messa a punto di sistemi legislativi compatibili con quelli dell’Unione (…)”.

[16] Cfr. l’Allegato, op. cit. supra nota 9.

[17] Sia D. KENNEDY e D. E. WEBB, The Limits of Integration: Eastern Europe and the European Communities, in Common Market Law Review,  1993,  pp. 1095 - 1117, che S. RICHTER, The Visegrad Group Countries'  Expectations vis à vis Western Europe, in Russian and Eastern Europe Finance and Trade, 1996, pp. 6 - 33, analizzano l'atteggiamento protezionista dell'Europa occidentale, come percepito dai governi di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca.

[18] Vd. C. W. GRAY, W.W. JAROSZ, Law and the Regulation of Foreign Direct Investment: the Experience from Central and Eastern Europe, in Columbia Journal of Transnational Law, 1995, pp. 1 - 40.

[19] Si rinvia all’appendice n. 9,  circa il “Rafforzamento della strategia di  preadesione”.

[20] Si rinvia all’appendice n. 9.

[21] Sugli Accession Partnerships cfr. l’ipertesto MEMO/98/21 sul sito Internet della Commissione europea,   http://www.eu.int/comm/off/index-it.htm. 

[22] La letteratura sul punto è vasta. Si segnalano: M. JOVANOVIC, Does Eastern Enlargement Mean the End of the European Union?, in International Relations, 1998, pp. 23 – 39; L. MARINI, I Rapporti  tra la Comunità Europea e i Paesi dell’Europa centro – orientale nella prospettiva dell’adesione, in La Comunità  Internazionale, 1998, pp. 327 – 342; H. GABRISCH,  Eastern Enlargement of European Union: Macroeconomic Effects in New Member States, in Europe - Asia Studies, 1997, pp. 567 - 590; S..S. NELLO, K.E. SMITH, The Consequences of Eastern Enlargement of European Union Stages, EUI Working Papers, n. 51, 1997; E. REGELSBERGER, Political Dialogue with the Visegrad Group: Only Business as Usual at High Speed?, in B. Lippert, H. Schneider (edit.), Monitoring Association and Beyond the European Union and the Visegrad States, Bonn, 1995; AaVv, Europa: l’impossibile status quo, a cura del Club di Firenze, prefazione di J. Delors, Bologna, 1996; vd. anche B. SCHLOH, Implications of Widening the European Union, in Fordham International Law Journal, 1995, pp. 1251-1257.

Il problema relativo all’allargamento dell’Unione a nuovi Stati membri è stato affrontato, da ultimo,  anche nel Trattato di Amsterdam del 1997,  siglato il 2 ottobre 1997 tra i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri. Detto Trattato modifica quello sull’Unione europea, i precedenti Trattati che istituiscono le Comunità europee e gli atti connessi, prevedendo alcune modifiche di rilievo quanto al funzionamento delle istituzioni europee. Vd. anche il Protocollo sulle Istituzioni nella prospettiva dell’allargamento dell’Unione europea, pp. 111 ss. del Trattato di Amsterdam (pubblicazioni ufficiali della Commissione europea, Lussemburgo, 1997). Il Trattato è disponibile come ipertesto al sito Internet dell’Unione europea cit. nota 21, CONF 4007/97 JUR.

[23] Espressione utilizzata  da U. MATTEI, Il problema della codificazione civile europea e la cultura giuridica. Pregiudizi, strategie e sviluppi, in Contratto e impresa/Europa, 1998, pg. 213.

[24] Sul ruolo e l'incidenza del codice culturale preesistente, sulla societal consciousness in relazione al mutamento delle istituzioni, vd. P. STZOMPKA, The Intangible and Imponderables of the Transition to Democracy, in Studies in Comparative Communism, 1991, pp. 295 - 311.

[25] Tra gli altri vd. W. DEVROE, Privatization and Community Law: Neutrality versus Policy, in Common Market Law Review, 1997, pp. 267 - 306; A. VERHOVEN, Privatisation and EC Law: is the European Commission "Neutral" with respect to Public versus Private Ownership of Companies?, in International and Comparative Law Quarterly, 1996, pp. 861 - 887.

[26] Art. 222 del Trattato di Maastricht, ora art. 295 con la nuova numerazione introdotta dal Trattato di  Amsterdam.

[27] Se sia possibile configurare un’azione di e controllo della Commissione ovvero, più precisamente, degli organi chiamati a garantire il funzionamento degli Accordi di associazione.

[28] Cfr. nota 26.

[29] Dopo Amsterdam è l’art. 4.

[30] Sulla competizione tra modelli  vd. U. MATTEI, Three Patterns of Law, Taxonomy and Change in the World’s Legal Systems, in American Journal of Comparative Law, 1997, p. 5 ss. .

[31] Libro Bianco, op. cit.   supra nota 9.

[32] Cfr. D. CAMPBELL (a cura di), Approaching 2000: The Corporation in Transition, Boston, 1994. Anche se in realtà netta è la sensazione di disorganicità degli interventi in campo  societario, di assenza di interventi riformatori mirati, prevalendo una tecnica "a macchia di leopardo". La riforma organica del diritto societario rimane ai margini del dibattito europeo.

[33] La terza, l'undicesima e la dodicesima direttiva sono rispettivamente volte: - alla ristrutturazione dei gruppi societari, attraverso una procedura comune applicabile a tutte le società che intendono procedere alla fusione; - alla espansione delle succursali oltre lo stato di provenienza, pertanto considerando regole di pubblicità delle informazioni circa la gestione e la situazione finanziaria delle società; - alla creazione di società a responsabilità limitata con un unico socio. Il regolamento, infine, è volto all'istituzione del gruppo societario europeo d'interesse economico.

[34] Libro Bianco, op.cit. nota  9, a pag. 283 dell'Allegato.

[35] Cfr. R.M. BUXBAUM, Modernization, Codification, and Harmonization: The Influence of Economic Law of European Union on Law Reform in The Former Socialist Bloc, in European Economic and Business Law, R.M. Buxbaum et al. (cur.), 1996. L'autore propone che l'integrazione fra ordinamenti dell'area e diritto comunitario abbia inizio dal diritto civile/commerciale, comprendendo all'interno di questo anche il tema degli investimenti privati degli stranieri, la protezione della proprietà intellettuale, la protezione degli investimenti e la tassazione. Solo in un secondo momento si renderebbero necessarie quelle che l’autore definisce "le regole del gioco" (regole che verrebbero, per così dire, introdotte "successivamente al gioco") che delineano esternamente, partendo dalla società civile, le componenti dell'azione privata: le regole sulla protezione del consumatore, le regole sui mercati finanziari (inclusi gli aspetti riguardanti i titoli di credito), la protezione dell'ambiente, il diritto del lavoro e le regole sulla concorrenza.

[36] Chiarisce questa espressione la famosa opera di Bearle e Means sulla separazione tra proprietà e controllo, The Modern Corporation and Private Property (1932), che tratta il problema  del trade - off tra gli interessi degli azionisti  e quelli degli amministratori, cd. agency problem. Estesa è la letteratura economica e giuridica sul punto: il governo delle società (cd. corporate governance) è la chiave di volta del capitalismo finanziario degli anni ‘90, terreno di elezione per il confronto (particolarmente vivace negli USA) degli studi di Law and Economics sulla questione fondamentale della derogabilità versus imperatività delle norme di diritto societario. Cfr. R. M. BUXBAUM, Corporate Governance and Corporate Monitoring: the Whys and Hows, in Australian Journal of Corporate Law, 1996, pp. 309-321; Corporate Governance in Europe, Centre for European Policy Studies, 1995, mimeo; AaVv., Contemporary Issues in Corporate Governance, D.D.Prentice, P.R.J. Holland (edit.), Oxford, 1995; J. P. CHARKHAM, Keeping Good Company, Oxford, 1994; AaVv, Institutional Investors and Corporate Governance, T. Baums, Richard M. Buxbaum, Klaus J. Hopt (edit.), Berlin, 1994; AaVv, Aspects of Corporate Governance, M. Isaksson, R. Skog (edit.), Stockholm, 1994; J. POUND, The Rise of Political Model of Corporate Governance and Corporate Control, in N.Y.Univ. Law. Rev., 1993, pag. 1004 ss; J.C. COFFEE, The Mandatory / Enabling Balance in Corporate Law: an Essey on the Judicial Rule, in Columbia Law Rev., 1989, pag. 1618 ss.; K. J. HOPT, G. TEUBNER, Corporate Governance and Directors’ Liabilities, Berlin, 1985.

[37] La teoria in esame considera gli incentivi economici che favoriscono oppure intaccano la riserva di beni pubblici. Questi beni  devono essere garantiti a tutti i membri del gruppo a partire dal momento in cui sono condivisi da alcuni di essi: le strade, l’aria pura, ma anche i sussidi in denaro, gli sgravi fiscali o la regolamentazione dei prezzi rientrano in questa categoria “aperta”. Il problema è rappresentato dal fatto che ogni membro del gruppo intende fruire delle garanzie e protezioni correlate a tali beni, ma di regola non vuole sopportare i costi che consentirebbero anche agli altri membri dello stesso gruppo di godere dei benefits, confermando in tal senso la teoria del free rider. In quali circostanze dunque, i membri di una comunità sono incentivati a sopportare dei costi per godere di vantaggi (quali, ad esempio, un basso tasso d’inflazione) che automaticamente si prestano ad essere condivisi con ogni altro individuo del gruppo? Secondo la teoria dei beni pubblici, ciò si verifica quando i vantaggi afferenti alla sfera personale di uno o più appartenenti al gruppo superano il costo totale necessario per ottenere i vantaggi stessi. Cfr. P.A. McCOY, Levels of Law Reform: Public Goods and Russian Banking, in Cornell International Law Journal, 1997, pp. 45 - 137.

Già in questo senso vd., tra gli altri, R.D. COOTER, The Theory of Market Modernization of Law, in International Review of Law and Economics, 1996, pag. 140 ss.; in particolare l'autore sostiene che, per assicurare il successo di una riforma economica, la legge debba fornire uno schema neutrale, neutralità che si risolve nella protezione del diritto di libera associazione (peraltro già garantito a livello costituzionale), della libertà contrattuale e della competizione, quest'ultima assicurata dall'eliminazione del sistema dei sussidi statali e della tassazione privilegiata. Vd. anche J.R. MACEY, E. COLOMBATTO, The Public Choice Theory and the Transition Market Economy in Eastern Europe: Currency Convertibility and Exchange Rates, in Cornell International Law Review, 1995, pag. 387 ss.

[38] Nel senso che, a tutt'oggi, l'area dell'Europa centro - orientale appare dotata di caratteri peculiari rispetto all'area occidentale e si può intendere come omogenea al prorpio interno, in relazione alla condivisa fase socialista. Affinità che emerge, ad esempio, nell’analisi dei processi di privatizzazione intervenuti nell’area a partire dai primi anni ‘90. Nonostante che ogni governo post - socialista abbia privilegiato uno specifico metodo di privatizzazione (in Polonia la partecipazione azionaria dei dipendenti, in Ungheria l’asta pubblica e la vendita all’investitore straniero, nella Repubblica Ceca la distribuzione di vouchers alla popolazione), col passare degli anni si è creato un moto circolatorio interno all’area “per imitazione” dei modelli e delle procedure. La Polonia ha seguito l’esempio ceco della privatizzazione di massa, l’Ungheria ha mutuato il modello polacco della partecipazione azionaria dei dipendenti, mentre la Repubblica Ceca ha accolto il metodo dell’asta pubblica. 

Va peraltro tenuto conto che l’impronta originariamente data da ciascun governo dell’area alle privatizzazioni delle grandi imprese statali si è “perpetuata” e costituisce oggi il tratto peculiare della rinascita economica di ciascun ordinamento. La scelta iniziale di intervenire nella trasformazione attraverso l’asta pubblica piuttosto che tramite distribuzione gratuita di coupons, oppure attraverso la partecipazione azionaria dei lavoratori dipendenti piuttosto che tramite l’ingresso di investitori esterni, ha determinato crescenti differenze di struttura negli assetti proprietari, che possono risultare decisive nel favorire o meno le prossime riforme economiche (infra  par. 6).

[39] Nelle economie in transizione il gruppo "cittadini" o il più ristretto gruppo "lavoratori" o "consumatori" sono propensi a considerare come "pubblici" beni assolutamente diversi rispetto alle società in cui è maturata un'economia capitalistica. In tal senso va tenuta in considerazione la distinzione tra exclusive goods (i membri del gruppo credono che aumentando gli aderenti al gruppo si riduca proporzionalmente il benefit in relazione al bene pubblico) e inclusive goods (i membri del gruppo ritengono che il bene sia sufficientemente abbondante da non provocare un diminuzione del proprio vantaggio in relazione al bene stesso). 

[40] I Paesi dell'Europa centro - orientale stanno recependo l'acquis comunitario adeguandosi alle  direttive - chiave individuate dal Libro Bianco della Commissione, non senza accogliere delle soluzioni estranee, di tipo nordamericano, soprattutto per quel che riguarda l'organizzazione dei mercati finanziari. In particolare, si ricorda l’esempio della Repubblica Ceca, Paese leader nell'opera di ravvicinamento, che presenta una contaminazione tra common e civil law in tema di diritto societario, di responsabilità del produttore, di movimento dei capitali, di regolamentazione del settore bancario e dei titoli, di competizione sui mercati  e liberalizzazione dei prezzi. Cfr. l'aggiornamento contenuto in Ready for EU Entry, in Financial Times East European Business Law,  1997, pp. 14 -15.

[41] Cfr. H.V. MORAIS, The Role of International Financial Institutions in Promoting Good Governance, Including the Rule of Law, in their Member Countries, paper OSCE, Fifth Economic Forum, Praga, 1997., e G. AJANI, By Chance and Prestige: Legal  Transplants in Russia and Eastern Europe, in Am. J. Comp. Law, 1995, pp. 116 ss. 

[42] Il Preambolo e l'art. 1 dello Statuto BERS (allegato n. 8 in appendice) stabiliscono che lo scopo della banca è di incoraggiare la transizione verso il libero mercato e promuovere l'iniziativa imprenditoriale privata nei Paesi dell'Europa centrale ed orientale, nel momento in cui questi si impegnano nell'applicazione dei principi di democrazia, pluralismo partitico, rule of law, rispetto dei diritti umani e dei diritti economici.

[43] Cfr. l’art. 4, sez. 10, dello Statuto della Banca Mondiale: "(…) non deve interferire negli affari politici di alcun Stato membro, à solo considerazioni economiche  devono rilevare ai fini delle sue decisioni" e l’art. 4, sez. 8, dello Statuto del Fondo Internazionale, che non esplicita la proibizione di interferire con la politica degli Stati membri, ma la individua “in negativo”, statuendo che il Fondo "(…)  deve rispettare la politica sociale interna dei Paesi membri".

[44] Sulla BERS la bibliografia di riferimento è molto estesa. Si segnalano, tra gli altri, J. L. TAYLOR, New Laws, New Lawyers and the Ebrd, in International Business Lawyer, 1996, pp. 98 ss.; sulla BERS e le altre MDB's (Multilateral Development Banks) vd. M.H. HURLOCK, New Approaches to Economic Development: the World Bank, the Ebrd, and the Negative Pledge Clause, in Harvard International Law Journal, 1994, pp. 345 - 371.; G. MARESCA, La Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo, in La Comunità Internazionale, 1990, pp. 538 – 548. Cfr.   anche in Internet, il sito http://www.ebrd.com.

[45] Enunciazioni di principio contenute nell’art. 1 e nell’art. 8 dello Statuto. La Banca effettuerà le operazioni di assitenza e presitito solo ai Paesi che soddisfano a queste condizioni.

[46] In origine gli Stati membri nonché destinatari delle operazioni di prestito erano Bulgaria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ungheria, Polonia, Romania, l’USSR e la Yugoslavia. Successivamente,  si sono aggiunte le Repubbliche di Macedonia, Slovenia, Albania, Moldavia, Georgia e recentemente la Bosnia - Erzegovina. Nel 1995 la Banca operava nei seguenti Paesi: Albania, Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Repubblica di Macedonia, Georgia, Ungheria, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Polonia, Romania, Federazione Russa, Repubblica Slovacca, Slovenia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan. Il 60 % delle risorse della BERS sono destinate alle privatizzazioni. Le operazioni di prestito sono iniziate nell’aprile del 1991.

 

 

[47] La bibliografia di riferimento è vastissima. Si segnalano, tra le opere più recenti: M. CHOSSUDOVSKY, The Globalisation of Poverty: Impacts of IMF and World Bank Reforms, 1997 (opera tradotta a cura di Porzia Persio, La globalizzazione della povertà:l’impatto delle riforme del Fondo Monetrario Internazionale e della Banca Mondiale, 1998); M.J.GRIESGRABER, Development: New Paradigms And Principles For The Twenty – First Century, Washington D.C., 1996. Si veda supra il contributo di S. CANTONI, Il contributo del Gruppo della Banca Mondiale alla promozione degli investimenti internazionali.

[48] Essi, rispettivamente, sono volti alla  concessione di prestiti a basso tasso alle nazioni più povere (indice pro capite inferiore ai 950 dollari) che non possono affrontare le normali condizioni di prestito richieste dalla Banca Mondiale; alla  promozione del settore degli investimenti privati nei Paesi più arretrati, finanziando progetti privati per mezzo di prestiti e garanzie; all’assicurazione contro il rischio sul versante politico, anziché commerciale, per incoraggiare gli  investiementi stranieri nei Paesi in via di sviluppo; all risoluzione delle controversie tra i Paesi in via di sviluppo e gli investitori. Cfr. anche in Internet, il sito http://www.dfait-maeci.gc.ca/ifinet/worldbank-e.asp.

[49] Il documento è reperibile in GA Res. 47/191, Report of the United Nations Conference on Environment and Developement, UN GAOR, 47 th Sess., Supp. N. 49, vol. 1. Si veda, successivamente, Programme for the Further Implementation of Agenda 21, GA Res. S – 19/2, Annex (June 28, 1997)36 ILM 1639 (1997).

[50] Cfr. G. HANDL, The Legal Mandate of Multilateral Developement Banks as Agents for Change Toward Sustainable Developement, in The American Journal of International Law, 1998, pp. 642 – 665.

[51] Cfr. ICJ REP. 73, 89 – 90, (Advisory Opinion of Dec. 20).

[52] Il testo della Legge n. 660/1990, si trova in RSFSR 1990, n. 30, 418; vd. G. AJANI e V. LOI, La nuova legislazione sovietica  sull’impresa, le società ed i titoli di credito, in Rivista di diritto civile, 1990, pp. 753 - 810. La traduzione in lingua inglese del Codice Civile è curata da  W. E. BUTLER, Civil Code of Russian Federation - Part one-, London, 1995. Vd. anche V. PECHOTA, Russian Promulgate a New Civil Code, in Parker School Journal of East European Law, 1994, pp. 706 - 709; F.J.M. FELDDBRUGGE, The New Civil Code of the Russian Federation,  (Ger P. van den Berg, William B. Simons, transl.), in Review of Central and East European Law, 1995, pp. 1 ss. Per un commento si veda B. KOZLOV, The new Russian Civil Code of 1994, in Quaderno n. 21, Roma, 1997. I tipi societari sono i seguenti: 1) Società di persone, nella forma di società semplice e società in nome collettivo (art.69 - 86); 2) Società per azioni , sia aperte che chiuse (art. 96 - 104); 3)Società a responsabilità limitata e a responsabilità ulteriore, sul modello tedesco, da intendersi la seconda come società in cui i partecipanti sono responsabili, secondo patti parasociali multipli, in base ai contributi di ciascuno (art.87 - 95); 4) Gruppi di società e cooperative di produzione (105 - 112); 5) Imprese di Stato e municipali, ove il termine impresa come soggetto di diritto è mutuato dalla tradizione socialista (art. 113 - 115).

Il Codice ha in parte risolto le contraddizioni e imprecisioni che le riforme dell’epoca della perestroika avevano introdotto nel diritto civile russo, adeguando l’immagine statica di “impresa come proprietaria di assetti finanziari” ai nuovi bisogni delle attività commerciali. Ad ogni modo, i nuovi soggetti riconosciuti come proprietari dal codice civile russo possono scegliere se riorganizzare la loro attività d’impresa secondo le forme societarie previste dal codice stesso o mantenere la forma già precedentemente rivestita fino al luglio 1999: nel secondo caso, esse saranno governate secondo le regole del “diritto di gestione operativa” (art. 296 c.c.) e i principi di responsabilità sussidiaria.

Infine, il testo della nuova legge sulle società - tradotto in inglese - si trova in J. N. HAZARD, V. PECHOTA,  Russia and The Republics Legal Material, in Parker School of Foreign and Comparative Law - Legal Materials, 1996. Per i commenti alla legge si vd. S. LUCAS, J. MALTSEV, The Development of Corporate Law in the Former Soviet Republics, in International and Comparative Law Quarterly, 1996, pp. 456 - 479; W. G. FRENKEL, Summary of the New Russian Corporation Law, in Seel, 1996, pp. 1 - 16; W. G. FRENKEL, Overview of the New Russian Corporation Law, in Parker School Journal of East European Law, 1996, pp. 101 - 114; O. SIRADDOEVA, The New Russian Joint Stock Company Law, in Parker School Journal of East European Law,  1996, pp. 85 - 99.

[53] Per il testo delle leggi, cfr. V. PECHOTA, Central and Eastern European Legal Material, in Parker School of Foreign and Comparative Law - Legal Materials, 1994.

[54] Emendato con L. 22 dicembre 1995, nella parte dedicata alle forme di pubblicità societaria verso i terzi, a garanzia del principio dell’affidamento. Cfr. Central European Law Comittee Newsletter, in International Law and Practice, 1996.

[55] Emendata con  L. 25/1992 e in seguito, con L. 83/1996: cfr. Collection of Bulgarian Laws, BBN (edit.) 1993, vol. 1.

[56]  Vedi par. conclusivo. Nel Cod. Civ. russo, agli artt. 203 ss., è prevista la facoltà (che diviene obbligo nelle società con oltre 50 azionisti) di istituire il consiglio di sorveglianza quale organo di controllo autonomo rispetto al consiglio di amministrazione. Nel Cod. Comm. bulgaro, agli artt. 219 ss. è prevista la facoltà di scelta tra sistema monistico e quello dualista: la società che opta per il  secondo deve anche garantire la partecipazione dei lavoratori nella misura di 1/3. Anche il Cod. Comm. ceco riserva una quota di partecipazione ai lavoratori nel consiglio di sorveglianza.

[57] Cfr. J. ROTOWSKI (a cura di), Banking Reform in Central Europe and the Former Soviet Union, Budapest, 1995.

[58] Si può ricordare che l'adozione di nuove Costituzioni ha subito ritardi in molti Paesi  (Polonia, Ucraina, Albania), per la mancanza di accordi sulle prerogative degli organi costituzionali. Il mantenimento di vecchie Carte ha prodotto, nonostante gli emendamenti,  effetti perversi nell'arena politica, dal momento che i membri del parlamento sono inclini a prendere seriamente le regole del periodo sovietico, le quali proclamano l'assemblea " il più alto organo dello stato".

[59] R. M. BUXBAUM, K. J. HOPT, Legal Harmonization and the Business Enterprise, Berlino – new York, 1988, p. 272.  Comunque,   non c'è dubbio che in alcuni casi l'integrazione tra sistemi si è realizzata più opportunamente a livello di regola legislativa: in particolare, in quei settori in cui le considerazioni di public policy sono relativamente pregnanti, oppure dove la struttura federale dello stato consente una più facile integrazione dei sistemi giuridici. Il trend dello sviluppo della normativa societaria statunitense pare sostenere questa tesi; è per mezzo di regolamentazioni dettagliate che le società possono acquistare azioni di altre società, acquistare o provvedere all'emissione di azioni proprie, prevedere nello statuto categorie speciali di azioni, etc.

[60] M. J. ROE, Chaos and Evolution in Law and Economics, in Harvard Law Review, 1996, pp. 641 – 668.

[61] Per “forma di governo” delle imprese si intende quella che, mutatis mutandis, nel panorama del diritto societario è nota come corporate governance, quell’insieme di regole sul funzionamento degli organi societari, sui sindacati azionari, sistemi di voto, etc., punto di partenza dell’odierno dibattito sulla separazione tra proprietà e controllo. Cfr. nota  36.

[62] Cfr.  L. BRUSZT E D. STARK, Le reti di imprese nela trasformazione post – socialista, in Stato e mercato, 1996, pp. 77 – 121.

[63] Le strutture “a rete” erano state selezionate per "l'estinzione" ma, contrariamente ad ogni previsione, sono sopravvissuto attraverso l'adattamento al  periodo di crisi, segnato dalla caduta dell’opzione socialista.

[64] T. HOSHI, The Economic Role of Corporate Grouping and the Main Bank System, in The Japanese Firm: the Sources of Competitive Strenght,  M. Aoki, R. Dore (edit.), Londra - New York, 1994.

[65] E. M. KIM, The Industrial Organization and Growth of the Korean Chaebol: Integrating Development and Organizational Theories, in Business Networks and Economic Development  in East and Southeast Asia, G. Hamilton (cur.), Hong Kong,  1991, pp. 272  - 299.

[66] I. NUMAZAKI, The Role of Personal Networks in the Making of Taiwan Guanxiqiye, in  Business Networks and Economic Development  in East and Southeast Asia, op. cit. nota precedente.

[67] Cfr. op. cit. supra  nota 4.

[68] Cfr. supra nota 36.

[69] Numerosi restano i rischi cui va incontro il modello di governo delle società sia nel caso ungherese che in quello ceco: esso appare poco attraente per chi entra nel mercato (soprattutto per le istituzioni finanziarie straniere che potrebbero contribuire alla ristrutturazione); inoltre, i fondi rischiano di diventare apparati burocratici vuoti che, incaricati del controllo delle imprese privatizzate, optano invece per un passivo investimento, comportandosi secondo il noto schema del free rider. Rilevante anche il pericolo di sviluppare conflitti d'interessi tra managers dei fondi e azionisti delle società, a causa dell'intenzione dei primi di "traslocare" i profitti delle società gestite in altre società da essi controllate

[70] Infine, si consideri che la società a partecipazione azionaria dei dipendenti ha la tendenza a convertirsi nel tipo di società cd. investor ownership. Ciò accade in almeno due ipotesi: a) quando la società ad azionariato operaio assume nuovi lavoratori che, in qualità di nuovi salariati consentono ai precedenti lavoratori uno "spostamento" nella gerarchia interna del controllo; b) quando il valore delle azioni cresce talmente che i lavoratori più giovani non possono permettersi di acquistare le azioni dai più anziani, e in tal caso questi ultimi sono incentivati a venderle agli outsiders.  

[71] Sulla teoria dell’agency,  ovvero sul conflitto tra principals (prorpietari - azionisti) e agents (amministratori) si veda, tra gli altri, D. BRZICA, The Role of Investment Companies and Investment Fund Managers in Exercising Ownership Rights, in Russian and East european Finance and Trade, 1996, pp. 47 – 66. Cfr. anche nota 36.

[72] Cfr. G. TEUBNER, Juridification of Social Spheres: A Comparative Analysis in the Areas of Labor, Corporate, Anti – trust and Social Welfare Law, in European Law Review, 1988, pp. 376 – 390.