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Danno al lupetto e responsabilità dell'associazione scout

di Cristina Poncibò

 

 

Cassazione Civile, III Sezione, 7 marzo 2001, n. 10213 - Nicastro Presidente - Petti Relatore - F.P. Ponti, G. Ponti e Massenzi (avv. G. Greco) - Zurigo Assicurazioni S.p.A. (avv. R. Rudel) - Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani "Agesci" (avv. A. Berliri)

 

 

Responsabilità aquiliana - Associazione non riconosciuta - Rapporto Organico - Responsabilità indiretta (28 Cost.; 36, comma 2, 38, 2043 e 2049 c.c.; 75, comma 4, 83, 125, 182, 345 c.p.c.)

 

La responsabilità aquiliana investe tutti gli organi dell'ente (nel caso de quo: un'associazione non riconosciuta) e si fonda sul rapporto organico e sul generale principio che rende responsabili le persone fisiche e gli enti giuridici per l'operato dannoso di coloro che sono inseriti nell'organizzazione burocratica o aziendale (1)

 

(1) Gli attori, in qualità di esercenti la potestà genitoriale del figlio minore Gabriele (da notare: non la "patria potestà" come erroneamente riportato nella sentenza annotata), convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Roma l'Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani, "Agesci", in persona dei Presidenti del Comitato Centrale, nonché legali rappresentanti pro tempore dell'ente. Gli attori chiedevano al Tribunale di Roma di dichiarare l'Agesci responsabile dei danni alla persona subiti dal figlio, che era stato violentemente colpito da una palla da baseball lanciata, durante un gioco, da uno degli istruttori impegnati in un campo scoutistico. Secondo il Tribunale di Roma, l'associazione era tenuta a rispondere dei danni subiti dal minore ai sensi dell'art. 2049 c.c., in quanto il fatto civilmente illecito era stato causato dal comportamento di un istruttore, preposto dall'Agesci allo svolgimento di attività educative e sportive rientranti nello scopo sociale dell'ente.

Detta sentenza veniva riformata dalla Corte di Appello di Roma in accoglimento dell'eccezione di carenza di legittimazione passiva avanzata dall’associazione in veste di appellante: la Corte di Appello, dopo aver rilevato che le previsioni contenute nello Statuto dell'ente prevedono un riparto di responsabilità e di rappresentanza degli operatori secondo i diversi livelli di gestione organizzativa, aveva concluso che l'Agesci era stata erroneamente citata e rappresentata nel giudizio di primo grado secondo la capacità processuale "nazionale" ovvero in persona dei Presidenti del Comitato Centrale, nonché legali rappresentanti pro tempore dell'ente.

Con la sentenza qui riportata, il Supremo Collegio cassa la sentenza dei giudici di secondo grado, rilevando l'errore di motivazione in cui è incorsa la Corte di Appello di Roma nel porre a fondamento della propria decisione il tema della ripartizione statutaria di responsabilità e di rappresentanza in seno all'Agesci. Le argomentazioni svolte dal Supremo Collegio si svolgono, infatti, su un piano del tutto differente e riguardano sia la responsabilità aquiliana dell’ente per il fatto civilmente illecito commesso dall'organo nel perseguimento dello scopo sociale, sia la responsabilità del preponente per il fatto dannoso posto in essere dall'ausiliare ai sensi dell'art. 2049 c.c.

L'elaborazione di un concetto di organo distinto da quello di rappresentante deriva dall'esigenza fondamentale di consentire l'imputazione dell'attività giuridica anche a persone diverse dalla persona fisica, a cui resta la mera imputazione psicologica dell'atto o del fatto (Galgano, Diritto Civile e Commerciale, vol. II, III ed., 1999, 427; Tamburrino, Persone giuridiche, associazioni non riconosciute, comitati, II ed., in Giur. sist. civ. e comm., fondata da Bigiavi, Torino, 1997, 301 e segg.; Franzoni, Dei Fatti illeciti (artt. 2043-2059 c.c.), in Commentario del Codice Civile Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1993, 451; Giampietri, voce "Organo nella persona giuridica", in Digesto Civ., XIII, Torino, 1995, 190; Bianca, Diritto Civile (associazione non riconosciuta), vol. I, 1982, 361; Falzea, Capacità (teoria generale), in Enc. Dir., volume VI, 1960, 31).

In virtù di tale rapporto, le organizzazioni collettive con rilevanza esterna sono vincolate dall'operato della persona fisica, poiché si ritiene che, in tal caso, si verifichi l'immedesimazione della persona fisica nell'organo e di quest'ultimo nell'ente. Diversamente dalla rappresentanza, questa forma d’imputazione diretta dell'atto e/o del fatto dell'organo in capo all'ente può riguardare i comportamenti giuridicamente vincolanti, leciti ed illeciti e, talvolta, anche i fatti di coscienza, come la buona fede.

In tema di responsabilità aquiliana, la giurisprudenza ha riconosciuto la responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. dell'organizzazione per il fatto civilmente illecito posto in essere dall'organo nel perseguimento degli scopi sociali (Cass., 17 dicembre 1999, n. 14270, in Rep. Giur. It., 1999, voce "Responsabilità civile", n. 166; Cass., 3 luglio 1998, n. 6519, in Rep. Giur. It., 1998, voce "Società", n. 686, e Foro It., 1998, I, 3209; Cass., 3 dicembre 1998, n. 12283, in Rep. Giur. It., 1998, voce "Lavoro (Rapporto)", n. 476; Cass., 21 agosto 1997, n. 7821, in Rep. Giur. It., 1997, voce "Responsabilità civile", n. 198; Cass., 7 ottobre 1997, n. 9742, in Rep. Giur. It., 1997, voce "Responsabilità civile", n. 112; Cass., 25 marzo 1997, n. 2605, in Rass. Avv. Stato, 1997, I, 128; Cass., 17 settembre 1997, n. 9260, in Rep. Giur. It., 1997, voce "Responsabilità civile", n. 223, e Foro It., 1998, I, 1217).

Nella sentenza qui riportata, il Supremo Collegio sembra aderire a tale impostazione nel ritenere l'Agesci direttamente responsabile del fatto civilmente illecito dell'istruttore in virtù dell'immedesimazione organica tra l'associazione scoutistica, il livello organizzativo locale dell'ente e l'istruttore, autore del fatto dannoso. Il tema del rapporto organico, che pure costituisce l'elemento di maggiore novità contenuto nella sentenza in esame, non è stato, tuttavia, oggetto di alcuna riflessione da parte dei giudici di legittimità; riflessione tanto più utile, se si considera che la giurisprudenza ha individuato tale tipologia di rapporto in relazione a fattispecie, diverse dalla presente, concernenti gli istituti di istruzione, la pubblica amministrazione e le società.

In effetti, la giurisprudenza offre differenti ricostruzioni sia della figura dell'organo, sia del principio dell'immedesimazione tra quest'ultimo e l'ente.

Innanzitutto, i giudici hanno esteso lo stesso concetto di organo, in modo tale che detta figura e quella dell'ausiliare o preposto, che dovrebbero essere teoricamente alternative, hanno finito spesso per sovrapporsi: si pensi, ad esempio, agli amministratori delle società, che possono essere contemporaneamente organi ed ausiliari delle stesse. Si rinviene, inoltre, un singolare indirizzo giurisprudenziale, in base al quale il rapporto organico è posto a fondamento della responsabilità aquiliana dell'ente pubblico per il fatto proprio non solo degli amministratori, ma anche dei dipendenti; tale impostazione si giustifica in quanto la presunzione di culpa in eligendo o in vigilando di cui all'art. 2049 c.c. non trova applicazione nei riguardi della pubblica amministrazione, che è tenuta a scegliere i propri dipendenti secondo alcune precise regole stabilite dalla legge (Cass., 17 settembre 1997, n. 9260, in Foro It., 1998, I, 1217, e in Danno e Resp., 1998, 244, nota di Cesare; Cass., 3 dicembre 1991, n. 12960, in Rep. Giur. It., 1991, voce "Responsabilità civile", n. 120).

Risulta, poi, parzialmente superato il principio dell'immedesimazione organica, in base al quale il fatto civilmente illecito commesso dall'organo nel perseguimento degli scopi sociali era ritenuto direttamente imputabile all'ente e, quindi, estraneo al proprio autore materiale. Ed infatti, la giurisprudenza ha stabilito che, in relazione a talune fattispecie dannose, l'autore materiale del fatto civilmente illecito, nonchè espressione di un organo, è tenuto a rispondere insieme all'ente secondo i principi della responsabilità extracontrattuale: si pensi alle ipotesi delineate nell'art. 28 della Costituzione in relazione allo Stato ed agli enti pubblici e negli artt. 2281, 2395 e 2396 c.c. (Galgano, Diritto Civile e Commerciale, vol. II, III ed., 1999, 427). Alla luce di quanto sopra, la responsabilità aquiliana dell'ente fondata sul rapporto organico appare, per certi aspetti, assimilabile alla responsabilità del preponente per il fatto civilmente illecito commesso dal preposto (art. 2049 c.c.), finendo con l'estendere ulteriormente l'ambito della responsabilità per il fatto altrui.

La difficoltà di delimitare i confini delle due forme di responsabilità aquiliana sembra emergere anche nella sentenza qui in esame, nella quale la Corte di Cassazione ha riconosciuto la responsabilità aquiliana dell'Agesci per i danni causati al minore dall'istruttore sia in virtù del sopra considerato rapporto organico, sia in base al disposto dell'art. 2049 c.c. (Tribunale di Roma, 2 ottobre 1997, in Danno e Resp. 1998, n. 2, 182, nota di Vidiri).

A quest'ultimo riguardo, la giurisprudenza ha operato, nel corso degli anni, una progressiva estensione dell'ambito di applicazione dell'art. 2049 c.c., oltre il contratto di lavoro subordinato, a tutti rapporti di preposizione fondati sul potere di direzione e di vigilanza del preponente sul preposto (Cass., 14 giugno 1999, n. 5880, in Rep. Giur. It., 1999, voce "Responsabilità civile", n. 174, e Danno e Resp., 1999, 1022, nota di Pedrazzi; Cass., 21 giugno 1999, n. 6233, in Rep. Giur. It., 1999, voce "Responsabilità civile", n. 139; Cass., 9 ottobre 1998, n. 10034, in Rep. Giur. It., 1998, voce "Responsabilità civile", n. 128; Cass., 9 luglio 1998, n. 6691, in Rep. Giur. It., 1998, voce "Responsabilità civile", n. 94, e Danno e Resp., 1999, 48, nota di Laghezza; Cass., 9 agosto 1991, n. 8668, in Rep. Giur. It., 1991, n. 114; nel merito: Tribunale di Milano, 20 ottobre, 1997, in Resp. Civ., 1998, 1144, nota di Gorgoni; Tribunale di Roma, 4 aprile 1996, in Resp. Civ. e Prev., 1996, 1247, nota di Frau, e Tribunale di Roma, 9 marzo 1996, in Riv. Dir. Sport, 1997, 106).

In quest'ambito, si inserisce il riconoscimento, peraltro avvenuto in tempi alquanto remoti, della responsabilità ex art. 2049 c.c. dell'associazione non riconosciuta per il fatto civilmente illecito compiuto dai propri ausiliari nell'esercizio delle incombenze a cui i medesimi sono adibiti (Cass., 29 marzo 1969, n. 1037, in Giur. It., 1969, I, 1, 2020).

In virtù di tale orientamento giurisprudenziale, l'articolo 2049 c.c. ha finito per rappresentare una clausola generale di responsabilità "indiretta", in base alla quale un soggetto può essere chiamato a risarcire il danno cagionato da un altro soggetto, quando: a) sia rinvenibile un rapporto di preposizione, tale da prevedere il potere di vigilanza del preponente sul preposto, e b) il rapporto di preposizione abbia operato come occasione necessaria dell'evento dannoso. A tale fine, è necessario e sufficiente che l'incombenza abbia una qualsiasi relazione, sia pure marginale, con il predetto rapporto (di preposizione), in modo tale che la condotta del commesso possa essere riferita all'ambito delle attività e, quindi, alla sfera giuridica del committente (Galgano, Diritto Civile e Commerciale, vol. II, ed. III, 1999, 368 - 377; Basile, Gli enti di fatto, in Trattato di Diritto Privato, diretto da Rescigno, II ed., Torino, 1999, 538 e segg.; Corsaro, Responsabilità per fatto altrui, in Digesto Discipl. Priv., Sez. Civ., Utet, Torino, 1998, vol. XVII, 383; Visintini, Trattato Breve della Responsabilità Civile, Padova, 1996, 597; Bianca, Diritto Civile, La responsabilità, Milano, 1994, 692, 703, 730, 758; Franzoni, Dei fatti illeciti (2049 e 2054 c.c.), in Comm. c.c. Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1993, 326, 349, 398, 702).

La responsabilità indiretta non richiede, pertanto, un comportamento colposo (i.e. "culpa in eligendo o culpa in vigilando") da parte del preponente (Cass., 29 agosto 1995, n. 9100, in Rep. Giur. It., 1995, voce "Responsabilità civile", n. 87), ma solamente che l'ausiliare, ricorrendone i presupposti soggettivi (Cass., 14 novembre 1996, n. 9984, in Resp. Civ. e Prev., 1998, n. 455, nota di Botti), ponga in essere un fatto dannoso, fermo restando che la responsabilità del committente ex art. 2049 c.c. non esclude la concorrente responsabilità diretta dell'autore dell'illecito (Cass., 21 giugno 1999, n. 6233, in Rep. Giur. It., 1999, voce "Responsabilità civile", n. 139, 171; Cass., 10  dicembre 1998, n. 12417, in Giur. It., 1999, 2031, con nota di Greca; Cass., 26 giugno 1998, n. 6341, in Danno e Resp., 1998, 1049; Cass., 7 agosto 1997, n. 7331, in Rep. Giur. It., voce "Responsabilità civile", n. 115; Cass., 3 aprile 1991, n. 3442, in Rep. Giur. It., voce "Responsabilità civile", n. 113). Tale responsabilità di natura oggettiva potrebbe, tuttavia, essere considerata come eccessivamente gravosa per le associazioni, i comitati ed, in generale, per tutti gli enti "no profit"; soprattutto, ove si consideri che la responsabilità aquiliana ex art. 2049 c.c. è sorta con riferimento alle attività produttive e che la medesima è principalmente giustificata in base al "rischio di impresa", rischio che risulta totalmente assente negli enti senza fini di lucro.

Detta responsabilità trova, comunque, un limite, dal momento che, secondo la giurisprudenza, l'art. 38, comma 1, c.c., il quale prevede la limitazione della responsabilità per le obbligazioni dell'associazione nell'ambito del fondo comune associativo, dovrebbe trovare applicazione anche per le obbligazioni di fonte extracontrattuale (Cass., 28 giugno 2000 n. 8817, inedita; Cass., 10 dicembre 1971, n. 3579, in Rep. Giur. It., 1971, voce "Responsabilità civile", n. 90; Cass., 29 marzo 1969, n. 1037, in Giur. It., 1969, I, 1, 2020).

In conclusione, dall'inquadramento della presente fattispecie nell'ambito tanto della responsabilità aquiliana dell'ente fondata sul rapporto organico, quanto della responsabilità ex art. 2049 c.c., discende la soluzione del caso in esame accolta dal Supremo Collegio: le suddette forme di responsabilità extracontrattuale, pur avendo presupposti differenti, riguardano l'ente nel suo complesso e, quindi, tutti i suoi diversi livelli organizzativi e gestionali, indipendentemente da eventuali previsioni statutarie in tema di riparto di responsabilità in seno all'organizzazione; ne consegue che, in tali ipotesi, il medesimo (l'Agesci nel giudizio de quo) può essere legittimamente rappresentato nel relativo giudizio in persona del proprio Presidente, nonché legale rappresentante pro tempore. Da notare, infine, che la sentenza qui riportata non ha considerato l'orientamento in base al quale un'associazione non riconosciuta non potrebbe mai escludere, in forza del proprio statuto, la capacità processuale passiva del Presidente dell'ente; tale impostazione risponde all'esigenza di tutelare i terzi, che possono anche ignorare il contenuto dello statuto associativo, spesso privo di pubblicità e difficilmente conoscibile all'esterno (Consiglio di Stato, 27 ottobre 1995, n. 1485, in Foro amm., 1995, 2235; in dottrina: Basile, Gli enti di fatto, in Trattato di Diritto Privato, diretto da Rescigno, Torino, 1999, 534 e segg.; Bianca, Diritto Civile, vol. I, 1982, 362).