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Gioco, sport e responsabilità aquiliana

di Cristina Poncibó

 

Cassazione Civile, III Sezione, 4 maggio 2001, n. 8740 – Fiduccia Presidente - Segreto Relatore - Giacalone P.M. (diff.) - F. Pagnotta (avv. Isola) - Parrocchia Regina degli Apostoli (avv. Coletti)

 

Responsabilità civile - Responsabilità aquiliana - Sport - Fattispecie - Insussistenza (C.c. artt. 2043, 2047 e 2048; C.p.c. art. 345)

 

In caso di infortunio occorso ad un minore a causa di uno scontro con un compagno di gioco (nel caso de quo: ruba-bandiera), i danni per le lesioni riportate non sono risarcibili, a meno che non venga dimostrata l'antigiuridicità della condotta del minore antagonista per violazione delle regole del gioco (1)

 

 

 (1) I. L’attore, quale esercente la potestà genitoriale della figlia minore, conveniva in giudizio la Parrocchia Regina degli Apostoli per sentirla dichiarare responsabile e, quindi, tenuta al risarcimento dei danni occorsi alla figlia, che era stata travolta da un avversario, anch’esso minore, nel corso del gioco di ruba-bandiera organizzato durante un campo scuola parrocchiale.

Il Tribunale rigettava la domanda attorea e la Corte di Appello confermava la sentenza di primo grado, ritenendo insussistenti i presupposti per l’applicazione degli artt. 2047, 2048 e 2049 c.c., in quanto l’attore non aveva fornito, tra l'altro, alcuna prova circa l’illiceità del comportamento del minore antagonista per violazione delle regole del gioco, l’omessa sorveglianza da parte della Parrocchia e la pericolosità del gioco in questione.

Dello stesso avviso la Corte di Cassazione, che, investita della questione, ha ritenuto di confermare le decisioni assunte nei precedenti gradi di giudizio. La sentenza qui annotata, pur sviluppando alcune riflessioni circa l’applicabilità degli artt. 2047 e 2048 c.c., trova il proprio fondamento nelle considerazioni che seguono. E’ pacifico che la responsabilità aquilana è configurabile in presenza di un fatto/comportamento illecito, in quanto contrario o, comunque, difforme al diritto[1]). Orbene, nel caso de quo, l'attore non ha indicato sulla base di quali elementi il comportamento del minore antagonista avrebbe potuto essere qualificato come antigiuridico, in particolare, in quanto posto in essere (intenzionalmente o colpevolmente) in violazione del diritto ovvero, più precisamente, delle regole del gioco di ruba-bandiera. In particolare, si legge che: “(…) non risultava provato che il comportamento del minore fosse stato illecito per violazione delle regole del gioco e che il gioco non era oggettivamente pericoloso in sé”.

Dal momento che il comportamento del minore antagonista non costituisce un illecito civile2), i giudici di merito e, quindi, la Corte di Cassazione hanno ritenuto di escludere la responsabilità aquiliana ex artt. 2047 e 2048 c.c. della Parrocchia, quale sorvegliante dei minori impegnati nel gioco di ruba-bandiera, per le lesioni occorse alla figlia dell’attore.

Da notare che parte attrice ha agito ex art. 2048 c.c. solo nei confronti della Parrocchia, senza sollevare una eventuale responsabilità per culpa in educando dei genitori del minore antagonista in concorso con quella per culpa in vigilando dell’ente religioso, concorso ipotizzabile quando dalle modalità del fatto emerga che il comportamento del minore sia riconducibile in tutto o in parte ad un difetto di educazione 3).

II. L’elemento di maggiore interesse della sentenza in esame si rinviene laddove i giudici di legittimità escludono l’antigiuridicità del comportamento del minore antagonista, in quanto il medesimo non avrebbe violato le “regole del gioco”.

La giurisprudenza di merito è solita richiamare le regole del gioco in relazione alla risarcibilità dei danni occorsi durante le competizioni sportive, sostenendo che : "In caso di infortunio occorso ad un atleta durante una competizione sportiva (nella specie, una partita di squash), i danni per le lesioni riportate non sono normalmente risarcibili, a meno che non venga dimostrata l'intenzionalità della condotta o quantomeno la colpa dell'agente sotto il profilo di una violazione delle regole del gioco, perpetrata con la coscienza di mettere a repentaglio l'incolumità fisica dell'avversario"4).

La responsabilità per i fatti dannosi occorsi nell'ambito delle attività sportive viene, quindi,  ricostruita dalla giurisprudenza di merito in senso restrittivo: si presume, infatti, che l'atleta, prendendo parte ad una competizione sportiva, ne accetti i rischi e si individua una causa di giustificazione speciale rinvenibile ora nel consenso (presunto) della parte lesa rispetto al rischio insito nel normale svolgimento dell'attività in questione, ora nell’esercizio di un diritto5). In tal senso, il Tribunale di Milano è stato chiaro nell’affermare che: “I partecipanti ad una partita di calcetto, decidendo di scendere in campo assumono il rischio di condotte violente degli altri competitori non conformi alle regole del gioco, le quali non sono fonte di responsabilità civile qualora siano poste in essere senza l’intenzione di ledere la persona altrui o comunque non denotino disprezzo per l’incolumità del concorrente e siano adeguate alla finalità del gioco oltre che ispirate a razionalità sportiva” 6) .

Relativamente a ciò viene assegnata la massima espansione alla causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto, in quanto la giurisprudenza e la dottrina7) sembrano ritenere che non possa ravvisarsi alcuna antigiuridicità relativamente all'evento lesivo, che si sia verificato quando le regole del gioco, riconosciute dall'ordinamento come inerenti ad un'attività lecita, sono rispettate dai partecipanti. Il criterio del rischio è poi ritenuto valido dalla giurisprudenza anche con riferimento alle attività sportive non agonistiche8).

Tale regime di esenzione dalla responsabilità cessa, tuttavia, di operare almeno in due ipotesi: quando la condotta lesiva dell'atleta esuli dalle regole della specialità sportiva praticata, rivestendo gli estremi della colpa grave o dell'intenzionalità, e quando manchi un nesso di funzionalità tra la condotta lesiva e lo svolgimento della competizione.

Su quest’ultimo profilo, i giudici di merito hanno chiarito che: "Qualora durante un incontro sportivo si sia verificato un evento dannoso con espulsione del giocatore danneggiante, occorre distinguere se la fattispecie integri un mero illecito sportivo ovvero un illecito fonte di responsabilità civile e/o penale. Criterio discriminatorio a tal fine è costituito dalla sussistenza o meno del rapporto di funzionalità tra l'azione che ha causato le lesioni e lo scopo proprio dell'attività sportiva. Infatti, se l'intervento del giocatore danneggiante si è realizzato nell'ambito di un'azione del gioco nella specie diretto funzionalmente all'impossessamento del pallone (…) e solo nella concitazione del gioco risoltosi in un evento dannoso, esso integra un illecito sportivo" 9) .

Dello stesso avviso anche la Cour de Cassation10) quando afferma che occorre considerare se: "(…) l’enfant n’ait pas observé loyalement les règles du jeu” posto che “(…) la victime en ayant participé à ce jue avec ses camarades avait nécessairement accepté de se soumettre à ces règles du jue et aux risques que présentait celui-ci (…)"11).

Nella medesima sentenza, la Cour de Cassation ha poi sostenuto che: "En ca d'accident sportif, la responsabilité des parents du fait de leur enfants mineurs peut être engagée même en l'absence de responsabilité de l'enfant", riconoscendo che la responsabilità (diretta) dei genitori per i danni causati dal figlio minore “(..) n’est pas subordonnée à l’existence d’une faute (préalable) de l’enfant”.

Naturalmente, il rischio assunto dall’atleta varia a seconda della natura dello sport praticato12), che può presentare diversi gradi di violenza: si distingue lo sport a violenza eventuale, il calcio, e lo sport di natura violenta, ad esempio, il pugilato.

Nella sentenza in esame, i giudici di legittimità paiono fare riferimento a tale orientamento giurisprudenziale nell’escludere la risarcibilità dei danni occorsi alla figlia dell’attore, in quanto il comportamento del minore antagonista non risulta essere antigiuridico per violazione delle regole del gioco di ruba-bandiera.

La novità della sentenza annotata consiste, quindi, nell’estendere i criteri di valutazione elaborati dalla giurisprudenza in relazione all’illecito civile nello sport ad una attività non propriamente sportiva e ad un particolare soggetto: il minore.

Il criterio del rischio si giustifica in virtù di ragioni di opportunità e di favore verso lo svolgimento dello sport (nella dottrina francese si rinviene questa espressione: “(…) pour permettre au jeu de vivre”) ed è impiegato nel caso de quo in virtù del fatto che lo sport12) ed le attività di gioco non propriamente sportive, quale il ruba-bandiera, possono presentare un certo grado di utilità sociale, in quanto entrambe favoriscono la socializzazione degli interessati. 

Nonostante tale comune denominatore, è evidente che le due attività possono avere delle finalità e delle regole alquanto differenti, salvo il caso dei giochi a “contenuto sportivo”.

Ed ancora, la sentenza si riferisce genericamente alle regole del gioco ruba-bandiera, ma quali sono queste regole ? Per quanto concerne le attività sportive, si può fare riferimento alle norme regolamentari stabilite dal Coni e, quindi, dalle singole federazioni sportive (ad esempio: le regole della FIGC per il calcio), mentre è evidente la difficoltà per il giudice di merito di ricostruire le (incerte) regole del gioco ruba-bandiera13) in base alle consuetudini, agli usi e, talvolta, agli accordi presi tra i partecipanti.

A ciò si aggiunge che gli sforzi profusi dai giudici di merito non hanno ancora sortito una linea di demarcazione attendibile tra le condotte di gioco lecite ed illecite, diradando i dubbi circa le eventuali conseguenze riservate dall’ordinamento a chi partecipa ad una competizione sportiva.

Risulta, inoltre, evidente che la presunzione di (tacito) consenso al rischio da parte degli atleti, che decidono di impegnarsi nelle attività sportive, è difficilmente configurabile in capo ai minori coinvolti ora nello sport ora nei giochi presso le scuole e le parrocchie14).

L’impostazione accolta nella sentenza qui in esame non tiene, pertanto, conto della difficoltà di riferire ai minori l’accettazione del rischio (nonché il rilascio del tacito consenso) e, soprattutto, attraverso l’applicazione di un criterio alquanto restrittivo di imputazione della responsabilità aquiliana, essa finisce per limitare l’ambito di tutela del minore danneggiato rispetto al regime ordinario di responsabilità extracontrattuale. Limitazione che, nel caso di specie, pare essere giustificata in virtù del favore dell’ordinamento verso lo sport, in generale, e verso il gioco di ruba-bandiera, in particolare.

III. A fini di completezza, si può, infine, sottolineare che, nella sentenza in esame, il Supremo Collegio ha precisato che, ai fini dell'applicabilità dell’art. 2047 c.c., il giudice di merito deve accertare in concreto se il soggetto, autore di un illecito civile, sia o meno capace di intendere e di volere, non essendo di per sé sufficiente la minore età del medesimo per dichiararne l'incapacità.

In tal senso, si legge che "(…) il giudice non può limitarsi a tenere presente l’età dello stesso e le modalità del fatto, ma deve anche considerare lo sviluppo intellettivo del soggetto, quello fisico, l’assenza (eventuale) di malattie ritardanti, la forza del carattere, la capacità del minore di rendersi conto dell’illiceità della sua azione e la capacità del volere con riferimento all’attitudine ad autodeterminarsi"15). Tale accertamento è risultato essere del tutto assente nel caso in esame, ove la capacità di intendere e di volere del minore antagonista non è mai stata in discussione nei precedenti gradi di giudizio. La fattispecie in esame andrebbe, pertanto, ricondotta nell'ambito di applicazione del solo articolo 2048 c.c., dal momento che: "La responsabilità del genitore, per il danno cagionato dal fatto illecito del figlio minore, trova fondamento, a seconda che il minore sia capace di intendere e di volere al momento del fatto, rispettivamente nell’art. 2048 c.c., in relazione ad una presunzione iuris tantum di difetto di educazione, ovvero nell’art. 2047 c.c., in relazione ad una presunzione iuris tantum di difetto di sorveglianza e di vigilanza. Le indicate ipotesi di responsabilità presunta, pertanto, sono alternative - e non concorrenti - tra loro, in dipendenza dall’accertamento, in concreto, dell’esistenza di quella capacità"15) .

Da rilevare infine che, secondo la sentenza annotata, la presunzione di responsabilità di cui all'ultimo comma dell'art. 2048 c.c. ben avrebbe potuto essere superata dalla Parrocchia convenuta, considerando la non pericolosità e, soprattutto, l'assoluta imprevedibilità dello scontro tra i due minori, che è risultato essere tanto repentino da non consentire alcun tempestivo ed efficace intervento da parte dei sorveglianti16). La prevedibilità dell’evento è valutata in concreto, con riferimento alla ricorrenza statistica del medesimo17), fermo restando che un fatto repentino può rendere impossibile un tempestivo ed efficace intervento18).

 



[1]) Franzoni, Dei fatti illeciti, (artt. 2049 e 2054),  in Comm. del Cod. Civ. a cura di Scialoja e Branca, Bologna - Roma, 1993, 68.

2) Per un inquadramento generale della fattispecie, vedi: Galgano, Diritto Civile e Commerciale, 3a ed., II, Padova, 1999, 368 e segg.; Corsaro, Responsabilità per fatto altrui, in Digesto Priv., XVII, Torino, 1998, 383 e segg.; Visintini, Trattato Breve della Responsabilità Civile, Padova, 1996, 597 e segg.; Bianca, Diritto Civile, La responsabilità, Milano, 1994, 692, 703, 730, 758.

3) Cass., 9 ottobre 1997, n. 9815, in Danno e resp., 1998, 254, nota di Montaguti.

4) Trib. Monza, 22 luglio 1997 e 5 giugno 1997, in Riv. Dir. Sport., 1997, 758, nota di Palmieri.

5) Cass., 6 marzo 1998, n. 2486, in Giur. It., 1999, I, 265, nota di Piccirilli, e in Resp. Civ. e Prev. 1999, 1099, nota di Frau; Pret. Trento, 11 maggio 1996, in Riv. Dir. Sport, 1997, 277, con note di De Marzo, Violazione delle regole del gioco e responsabilità dell'atleta, e di Rosa, I calci nel gioco del calcio; Trib. Napoli, 11 dicembre 1995, in Giur. It., 1996, I, 2, nota di Magni; Id. Latina, 17 marzo 1994, in Riv. Dir. Sport., 1995, 410; Id. Napoli, 12 maggio 1993, ibid., 1994, 434.  Il diritto dello sport è oggetto di un crescente interesse da parte della dottrina, vedi, ad esempio: Sanino, Diritto sportivo, Padova, 2002; AAVV., Attività motorie e attività sportive: problematiche giuridiche, a cura di C. Bottari, Padova, 2002; Traversi, Diritto penale dello sport, Milano 2001; Alvisi, Autonomia privata e autodisciplina sportiva. Il CONI e la regolamentazione dello sport, Milano, 2000. Sul punto, si può segnalare la serie di incontri padovani sul tema: “Lo sport tra volontariato e professionismo: aspetti giuridici, amministrativi, assicurativi, fiscali, medici” che ha avuto inizio il 25 febbraio 2002.

6) Pagliara, Rilevanza della responsabilità civile nello sport, in Dir e Prat. Assicuraz., 1990, 59 e De Marzo, Accettazione del rischio e responsabilità sportiva, in Riv. Dir. Sport., 1992, 8.

7) Trib. Milano, 20 dicembre 1999, in Riv. Dir. Sport, 2000, 189, nota di Chiné; Id. Vercelli, 11 novembre 1996, in Nuovo Dir. 1997, 207, nota di Manera.

 

8) Trib. Vercelli, 11 novembre 1996, in Nuovo Dir. 1997, 207, nota di Manera; Vedi, anche: Cass., 16 gennaio 1985, n. 97, in Giur. It. 1985, I, 1, 1226; Trib. Monza, 22 luglio 1997, in Riv. Dir. Sport., 1997, 758, nota di Palmieri; Id. Napoli, 11 dicembre 1995, in Giur. It., 1996, I, 2, 656, nota di Magni.

9) Pret. Trento, 11 maggio 1996, in Riv. Dir. Sport., 1997, 277, e in Giur. Di Merito, 1997, 264.

10) Sulla Cassazione francese, vedi il sito: www.courdecassation.fr

11) Cass., 2me civ., 10 mai 2001 (Levert/Sté Garantie mutuelle des fonctionnaires et a.), in La Semaine Juridique, 2001, II, 10613, nota di Mouly, il quale tiene a sottolineare che: “L’indemnisation des accidents sportifs contribue, pour une part non négligeable à l’évolution du droit de la responsabilité civile”. Fra i precedenti francesi è possibile segnalare: Cass., 2eme civ., 22 mai 1995, in JCP , 1995, II, 22550 e Cass., 2eme civ., 3 févr. 2000, in JCP, 2000, II, 10316, in cui i giudici francese hanno riconosciuto la responsabilità “(…) des clubs sportifs du fait de leurs joueurs”.

 

12) Per una definizione di tale attività: R. Frascaroli, Voce Sport, in Enc. Dir., vol. XLIII, Milano, 1990, 546.  Sull’ordinamento sportivo: Gérald Simon, Existe-t-il un ordre juridique du sport ?, in Droits, 2001, 97-106, Napolitano, La nuova disciplina dell’organizzazione sportiva italiana: prime considerazioni sul Decreto Legislativo 23 luglio 1999, n. 242 di “riordino” del Coni, in Riv. Dir. Sport , 1999, 617; Di Nella, La teoria della pluralità degli ordinamenti giuridici: analisi critica dei profili teorici e della applicazione al fenomeno sportivo, in Riv. Dir. Sport, 1998, 5 e seg.

13) Trib. Milano, 20 dicembre 1999, in Riv. Dir. Sport, 2000, 189, nota di Chiné; Trib. Latina, 17 marzo 1994, in Riv. Dir. Sport, 1995, 410, nota di Fontana.1998, 5 e seg.

14) Scialoja, Voce "Responsabilità sportiva", in Digesto Civ., XVII, Torino, 1998, 410 e seg.

 

15) Cass., 26 giugno 1984, n. 3726, in Arch. Civ., 1985, 51.

16) Trib. Monza, 22 luglio 1997, in Riv. Dir. Sport 1997, 758, nota di Palmieri.

17) Cass. 2 dicembre 1996, n. 10723, in Arch. Civ., 1997, 1040.

18)  Sulle attività sportive: Trib. S. Maria Capua V., 31 marzo 1998, in Gius, 1998, 2935.