Luca CASTELLANI

I PARTITI POLITICI NEL DIRITTO DELL'AFRICA OCCIDENTALE1


Pubblicato in: CENDON (cur.), Scritti in onore di Rodolfo Sacco, I, Milano, 1994, pp. 247-270.


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Colonizzazione e strutture politiche precoloniali

1.- Gli antropologi2 ci hanno mostrato come l'Africa precoloniale conoscesse perlopiù strutture politiche a potere diffuso, caratterizzate dalla segmentazione della società in unità disposte in scala gerarchica (famiglia - famiglia allargata - clan - etnia) e da un sistema decisionale che richiede l'unanimità dei consensi dei soggetti legittimati a esprimersi a quel determinato livello sociale: unanimità che viene raggiunta tramite lunghe e faticose procedure di negoziazione, di solito ritualizzate.

Nella seconda metà del secolo scorso l'europeo arriva in Africa per insediarvisi stabilmente e porta con sé il concetto di partito politico, appartenente ormai da qualche anno al suo patrimonio culturale.

Il colonizzatore svolge una duplice azione in materia di organismi politici: l'una, meglio conosciuta, è distruttiva, e si compie alterando le strutture politiche preesistenti per renderle compatibili con le necessità di controllo dell'amministrazione coloniale; l'altra, forse meno nota, è propositiva, nel senso che si cerca di dotare, là dove lo si ritiene opportuno secondo una visione evoluzionista, le popolazioni autoctone di una qualche rappresentanza politica, che viene concepita e gestita in maniera coerente con il modello teorico di colonizzazione prescelto.

Dunque, in un determinato momento, variabile con il procedere della colonizzazione nei vari territori, ma ineludibile, le amministrazioni coloniali si trovano a dover scegliere gli interlocutori tra gli indigeni, al fine di instaurare quella collaborazione necessaria per ottenere un minimo di effettività del potere3. Il governo a potere diffuso adottato dalla grande maggioranza delle società africane tradizionali4, pur nella grande varietà di attuazioni pratiche, implica un sistema complesso di controlli sul personaggio che appare a prima vista come un capo assoluto, un vero e proprio "checks and balances" che coinvolge l'intera collettività ed il potere sacrale.

Il potere coloniale non si accorge di questi delicati equilibri, ma, quand'anche se ne accorgesse, non ne potrebbe tenere conto, poiché necessita di un responsabile diretto ed unico dell'ordine nel villaggio: la scelta cade così su soggetti più disponibili alla collaborazione o più in vista dei veri detentori del potere, ma delegittimati agli occhi della società tradizionale.

A sua volta, il soggetto che viene a godere dei favori dell'amministrazione coloniale, non abituato ad agire in una società a potere centralizzato, prende a gestire il potere che gli è stato conferito dall'europeo nel modo più istintivo, ovvero a vantaggio esclusivo suo e del suo gruppo di appartenenza, e non nell'interesse dell'amministrazione pubblica. La rottura del sistema tradizionale diventa irreversibile proprio a causa di questa scoperta da parte dell'africano, scoperta di rilevanza capitale, che ne incrementa sia il bagaglio socio-culturale che quello politico: un potere centralizzato unito ad adeguati mezzi coercitivi - forniti, all'inizio, dal potere militare dei colonizzatori - offre una immensa discrezionalità nella gestione della cosa pubblica, discrezionalità tanto più attraente e redditizia quanto più si estende territorialmente il potere, fino a raggiungere le dimensioni dello Stato.

Si intuisce così come, nel momento in cui la potenza colonizzatrice concede benevolmente un principio di autogoverno, chi esercita il potere opti senza indugi per un sistema a potere centrale, mentre la totalità dei governati rimane fedele ai sistemi a potere diffuso, poiché il nuovo modello che viene loro proposto comporta unicamente la perdita delle tradizionali possibilità di controllo ed influenza sui capi, senza contropartita alcuna.

Metodi coloniali e rappresentanza politica degli autoctoni.

2.- L'europeo che giunge in Africa con l'intenzione di occuparla in modo stabile teorizza due metodi di colonizzazione.

Il primo, detto dell'assimilation, viene elaborato dai Francesi, che considerano cosa ottima per il colonizzato l'essere educato in maniera tale da poter godere della cultura francese, razionale per definizione, esattamente come ne gode il francese metropolitano. In materia di diritti politici, ne conseguirebbe la completa equiparazione dell'autoctono rieducato ed assimilato al cittadino francese de pleno jure.

In realtà, se nell'Assemblée nationale si trovano deputati provenienti dalle colonie fin dal primo periodo rivoluzionario, ciò è dovuto non solo all'esigenza di non smentire subito gli ideali egalitari testé proclamati, ma anche e soprattutto alla necessità di controllare i turbolenti coloni del Québec e delle Antille che, sotto l'influsso della vittoriosa rivoluzione statunitense, avevano tentato invano di acquisire l'indipendenza piena5.

Questi primissimi elettori delle colonie hanno inoltre la caratteristica di essere tutti di lingua francese e razza bianca, dal momento che le persone di colore abitanti nelle Antille sono in stato di schiavitù e che la colonizzazione in Africa ed in Asia è limitata a sperduti fortini sulle coste a grande distanza l'uno dall'altro, rifugio e ristoro dei navigatori, con nessuna pretesa di esistere come entità politico-amministrative.

La concessione di un deputato al Senegal nel 1848 limitava il collegio elettorale ai quatre communes dove la presenza francese è ormai stabile, ovvero ad un territorio ridottissimo intorno a Dakar. La Cour de Cassation prende a interpretare la disposizione in senso restrittivo, concedendo i diritti elettorali ai soli indigeni originari dei quatre communes e negando la possibilità di estenderli a chi vi avesse stabilito la residenza in seguito, ovvero di allargarli agli ulteriori territori sotto amministrazione diretta francese6: questi problemi ermeneutici sorgono dopo il 1833, in seguito all'abolizione della schiavitù, che rende cittadini francesi gli schiavi liberati. Tuttavia, l'importanza di queste vicende non deve essere sopravvalutata: il cuore del dibattito politico coloniale rimane nelle Antille, ed è sempre con riguardo alle particolari esigenze di queste isole che bisogna valutare la discussione politica intorno alla teoria dell'assimilation, non solo in riferimento alla maggiore omogeneità delle strutture sociali caraibiche con quelle metropolitane, ma soprattutto in considerazione del rilevante profitto che la coltivazione delle piantagioni garantisce.

La penetrazione militare nell'interno del continente africano guidata da Faidherbe e Gallieni pone il problema del controllo effettivo del territorio. Non si vuole più parlare espressamente di assimilation, perché le popolazioni colonizzate appaiono, dal punto di vista dello stadio della loro evoluzione, immature; coerentemente, non si estende ai territori conquistati il regime elettorale politico dei quatre communes, che rimane così un mero accidens storico.

Ciò non significa che l'elezione da parte del collegio senegalese del primo deputato di colore all'Assemblée nationale, Blaise Diagne, nel 1914 e la conseguente organizzazione da parte di autoctoni della prima formazione politica nel senso occidentale del termine siano avvenimenti privi di importanza: gli abitanti di colore di Dakar non lottano però contro il potere coloniale, ma contro le lobbies dei commercianti di sangue misto che hanno l'esclusività della rappresentanza nella metropoli7.

Queste primissime esperienze elettorali vedono spesso brogli e violenze, nonché continue ingerenze da parte dell'amministrazione coloniale8.

Negli altri territori dell'Afrique occidentale française l'amministrazione coloniale si appoggia largamente ai capi tradizionali locali, adattandosi alle circostanze senza schemi predefiniti9, pur senza rinunciare allo schema di riferimento teorico dell'assimilation. L'articolo 11 del decreto del 21 maggio 1919 concede alle popolazioni indigene una limitata possibilità di istituire organi amministrativi locali, "dans les circonscriptions administratives où le développement de la population indigène le permettra". I membri di questi organismi sono scelti dai governatori tra i capi tradizionali, così come i membri del similare Conseil colonial del Sénégal10.

La situazione muta solo a seguito dell'adozione della costituzione francese del 1946 che, istituendo nel suo titolo VIII l'Union Française, introduce assemblee elettive in ogni colonia (unità ormai corrispondenti geograficamente agli attuali Stati sovrani) e quadruplicò la presenza di deputati coloniali all'Assemblée nationale, portandola ad ottanta deputati su seicento, nonché decuplicò quella al Conseil de la République (settanta senatori su trecento)11. Tuttavia anche questa soluzione non fu esente da critiche, in particolare nell'adozione del sistema del doppio collegio in ogni colonia, al fine di assicurare la preponderanza dei deputati eletti dai cittadini di origine metropolitana, sistema già sperimentato con successo in Algeria fin dal 1919. Il doppio collegio fu abolito quasi subito, ma l'evolversi della situazione politica internazionale aveva ormai fatto emergere con forza il desiderio dell'indipendenza da parte dei paesi colonizzati. I rappresentanti delle colonie nella metropoli, presa coscienza di questa istanza, decisero di muoversi in maniera politicamente unitaria, allontanandosi contemporaneamente dal partito comunista francese che, avendo sostenuto la causa dell'indipendenza fin dagli anni trenta, era stato il loro primo naturale alleato.

I britannici, ed in particolare Lord Lugard, un amministratore coloniale poi divenuto Governatore della Nigeria12, elaborano l'altro metodo coloniale, detto dell'indirect rule.

L'indirect rule auspica un'ingerenza minima dei colonizzatori nella vita quotidiana dei colonizzati, compatibilmente con le esigenze dello sfruttamento coloniale: le strutture politiche preesistenti vengono lasciate in piedi e sono invitate a collaborare con l'amministrazione coloniale.

La penetrazione coloniale britannica si limita in un primo momento alla creazione di Crown Colonies nelle aree lungo le coste dove poi sarebbero sorte le capitali dei futuri Stati e dove è il centro degli interessi commerciali ed economici. In un secondo momento, nell'ultimo quarto del secolo scorso, la necessità di assicurare l'effettività del controllo del territorio adiacente alle Colonies richiede l'imposizione del regime di Protectorate su queste aree con il ricorso, se del caso, alla forza. In una terza fase, a partire dagli anni trenta di questo secolo, il regime delle Colonies è gradualmente esteso agli altri territori.

Per quanto riguarda la rappresentanza politica dei nativi, il metodo coloniale viene applicato con precisione: solo le Colonies sono dotate di organi amministrativi in cui si ammettono rappresentanti autoctoni preselezionati secondo criteri ben definiti. Il riconoscimento normativo in via generale di queste Representative Legislatures si trova nel Colonial Laws Validity Act del 186513. In Africa, un organo di questo tipo è introdotto per la prima volta in Costa d'Oro (l'attuale Ghana) con la Guggisberg Constitution del 1925; nello stesso paese, i membri elettivi africani acquistano la maggioranza nella Legislature con la Burns Constitution14 del 1946.

Non bisogna però sopravvalutare le competenze di questi organi, spesso consultivi o, al massimo, paragonabili ad un moderno consiglio comunale, e comunque sottoposti al controllo del Governatore e composti per la maggioranza, almeno in un primo momento, da membri da lui nominati o da aventi diritto ex-officio.

In questo quadro, appare quasi naturale l'apertura politica del colonizzatore ad autoctoni esponenti di una borghesia commerciale locale in crescita e più vicini per cultura e bisogni ai sudditi metropolitani di Sua Maestà che agli indigeni abitanti le foreste dei protettorati. La nascita di moderni movimenti politici africani nelle colonie anglofone si può datare intorno al 1920: subito si manifesta una tendenza all'aggregazione di queste associazioni al fine di acquistare maggior peso nei rapporti con la metropoli per presentare in modo più efficace le specifiche esigenze del nascente ceto medio mercantile locale, tendenza che porta alla costituzione del National Congress of British West Africa15. L'azione del N.C.B.W.A. è molto importante nell'ispirare le riforme istituzionali che si succedono a partire dal 1925 in tutte le colonie britanniche ad opera dei rispettivi governatori, ma sarebbe eccessivo attribuire a questo movimento rivendicazioni ideologiche di indipendenza e di panafricanismo che, nelle poche occasioni in cui effettivamente vi sono, si dimostrano fugaci e di facciata. Ciò dipende dal fatto che le classi sociali che animano questi primi dibattiti traggono ricchezza proprio dal sistema commerciale coloniale, in cui operano come traits d'union tra i mercati metropolitani e le risorse coloniali: esse non possono pertanto volere il sovvertimento del mondo che incomincia ad arricchirle.

Mutatis mutandis, il metodo dell'indirect rule è applicato anche in Liberia dopo la creazione dello Stato ad opera degli schiavi statunitensi liberati, ed anche qui gli autoctoni ottengono i diritti politici solo in un secondo tempo, tra il 1945 e il 1963, grazie al presidente Tubman16.

L'indipendenza.

3.- Intorno al 1960 esplode la grande stagione dell'indipendenza africana. Le potenze colonizzatrici richiedono come condizione per la concessione della piena autonomia l'adozione di una costituzione di modello europeo (francese o inglese, a seconda della colonizzazione subita), in cui, tra l'altro, vengano proclamate e protette le libertà politiche.

In particolare, gli Stati francofoni adottano testi fortemente ispirati alla costituzione francese del 4 ottobre 1958 e ne riprendono più o meno letteralmente l'articolo 4 dedicato ai partiti politici: "Les partis et groupements politiques concourent à l'expression du suffrage. Ils se forment et exercent leur activité librement. Ils doivent respecter les principes de la souveraineté nationale et de la démocratie". Questa formula è inserita dapprima nelle costituzioni adottate nell'ambito della Communauté17, e viene pretermessa da due soli paesi: la Guinea, che opta per l'indipendenza immediata, rifiutando l'ingresso nella Communauté, e che promulga la propria costituzione un solo mese dopo quella francese gollista, dovendo così obbligatoriamente ispirarsi al modello francese del 194618, e l'Alto Volta, che nella costituzione del 9 novembre 1960 non riprende, senza un motivo visibile, l'articolo 7 del precedente testo, adottato nell'ambito della Communauté.

La disposizione dell'art. 4, nuova rispetto al precedente testo costituzionale francese, pecca di eccessiva indeterminatezza sui contenuti specifici dei comportamenti vietati e sulla determinazione degli organi competenti a rilevarli19, lasciando una grande discrezionalità alla futura evoluzione della prassi costituzionale.

L'interpretazione africana di questa norma si rivolge subito nel senso dell'esclusione della liceità di partiti a base etnica e regionale, sotto il profilo dell'attentato all'integrità nazionale che questi inevitabilmente porterebbero. La conseguenza in molti Stati è l'esclusione dell'unico fondamento possibile per i partiti politici a beneficio dei gruppi etnici già rappresentati al potere20: solo in seguito la necessità di mantenere il controllo del paese impone l'introduzione di meccanismi per il recupero dei consensi tribali, come la redistribuzione dei posti di potere su base etnica.

Gli Stati anglofoni seguono un percorso differente: il modello anglosassone non prevede la formalizzazione del ruolo dei partiti politici, mentre la gradualità con cui è stata effettuata l'estensione del diritto di voto agli autoctoni fa sperare nel recepimento dei principii costituzionali non scritti. Ne risultano costituzioni che presuppongono un sistema politico bipartitico, ma che non pongono alcun ostacolo formale all'evoluzione del sistema verso il monopartitismo: emblematico è il caso del Ghana, in cui il processo di introduzione del partito unico incomincia già in periodo coloniale e dove la partenza dei colonizzatori significa semplicemente la fine della tutela delle opposizioni.

In ogni caso, non bisogna sopravvalutare l'importanza della norma costituzionale: come è stato efficacemente detto, le prime costituzioni non sono veri fonti primarie, ma solo tecniche di decolonizzazione21. L'effettività dei dati costituzionali in Africa è relativa: spesso la norma costituzionale è inattuata e volutamente ingannatoria perchè rivolta principalmente agli interlocutori esterni, agli altri membri della comunità internazionale, africani e non, come declamazione politica di buona volontà.

L'adozione di sistemi multipartitici non è suggerita unicamente dall'influenza dei modelli metropolitani imposti per portare a compimento la decolonizzazione (si badi bene, modelli metropolitani, e non coloniali, poiché, come si è visto, praticamente mai si ebbe vita politica autonoma nella colonia): il momento dell'indipendenza permette alle forze politiche emerse dal processo che aveva portato all'indipendenza di arrivare ad un confronto diretto ed i diversi leaders politici trasformano così la propria influenza in una formazione politica organizzata ed in una rappresentanza parlamentare22.

L' evoluzione verso il partito unico

4.- Poco tempo dopo l'indipendenza, la maggior parte dei paesi esaminati in questo lavoro opta per un sistema politico monopartitico: all'inizio del 1963, Costa d'Avorio, Dahomey, Guinea, Alto Volta, Mali, Mauritania, Niger, Togo e Ghana hanno già fatto questa scelta. Le strade percorse per giungervi sono differenti, pur se è possibile individuare caratteri di fondo comuni23.

In molti Stati la scena politica è dominata da pochissime forti personalità politiche, che nel caso dei paesi francofoni erano di solito state elette deputati all'Assemblée nationale e ivi avevano condotto un'azione unitaria con gli altri africani, ricavandone grande esperienza politica ed enorme prestigio in patria. Similmente in Ghana la scena politica è polarizzata dalla figura di Kwame Nkrumah, che diventa un simbolo di novità intellettuale e di riscatto, dando vita ad una originale ma effimera corrente di pensiero politico.

Emerge subito un quadro che vede le formazioni di questi uomini politici primeggiare dai banchi dei governi su una serie di piccoli partiti a base tribale, i quali a loro volta si affrettano a riunirsi in coalizioni eterogenee, al fine di meglio proteggersi. A questo punto, alcuni commentatori, peccando di ottimismo, salutano la nascita del bipartitismo all'africana24. Si ricorda però un solo caso in cui una coalizione riesce a rovesciare democraticamente il partito di maggioranza: in Niger, nel 1958, dove, alle elezioni per l'entrata del paese nella Communauté, il Mouvement socialiste africain, contrario, viene nettamente battuto e si disgrega in seguito a questa sconfitta.

Il bipartitismo non appare là dove il fondamento tribale dei partiti è più radicato e le differenze etniche sono storicamente più marcate, come in Dahomey ed in Nigeria: in questi casi il numero di partiti resta sempre maggiore di due, con gravi difficoltà al momento di dover formare governi di coalizione.

La fase bipartitica è superata ben presto e l'evoluzione verso il partito unico procede senza titubanze. La necessità di pervenire all'unità dei movimenti politici all'interno dello Stato era stata teorizzata dalla grande maggioranza degli uomini politici africani fin dai primissimi tempi della decolonizzazione con giustificazioni poi puntualmente riprese: il multipartitismo è un'eredità coloniale contraria allo spirito unitario africano; il multipartitismo alimenta i tribalismi; il multipartitismo è eccessivamente costoso per i disastrati bilanci pubblici25.

Vediamo quali sono le tecniche in concreto impiegate per introdurre il partito unico.

In un primo momento, viene spesso avanzata la proposta politica di riunire tutte le formazioni esistenti in un partito unificato26, formula che indica quei particolari comitati di salvezza pubblica che riuniscono tutti i partiti esistenti in momenti di eccezionale pericolo per lo Stato: la forza di maggioranza invita pertanto le opposizioni ad unirsi ad essa per dare vita ad una nuova formazione che, agendo unitariamente, possa avere un'azione più efficace nel promuovere lo sviluppo sociale ed economico. Solo in Mauritania la proposta è accolta27, ma tentativi in questo senso si vedono anche in Senegal, in Dahomey, in Alto Volta ed in Niger, e negli ultimi tre paesi il rifiuto di unirsi da parte delle opposizioni provoca il passaggio immediato al monopartitismo con mezzi coercitivi. Le difficoltà maggiori nell'utilizzo di questa formula sorgono a causa del fatto che solo i principali esponenti politici dell'opposizione sono ricompensati con posti di prestigio nel governo e nell'amministrazione, mentre i militanti restano in balìa dei sostenitori del partito (assorbente) di maggioranza relativa.

Quando le dimensioni ridotte dei partiti all'opposizione lo permettono, è possibile procedere al loro graduale assorbimento nei quadri del partito di governo, come avviene in Guinea nel 1958 a beneficio del Parti démocratique de Guinée28. In Senegal l'U.P.S. di Senghor riesce ad assorbire le opposizioni del Parti du regroupement africain nel 1966 solo dopo aver prestato adeguate garanzie politiche sulla continuazione del dibattito politico all'interno dell'U.P.S. stesso.

Più spesso l'opera di disgregazione politica nei confronti dei partiti dell'opposizione viene condotta agendo sui singoli membri, favorendone il passaggio al partito di governo con la promessa di prestigiosi incarichi ed eventualmente corrompendoli: peraltro, non è inusuale che gli uomini politici africani si premuniscano contro i rovesci elettorali aderendo a due partiti contemporaneamente e scegliendo solo dopo le elezioni l'effettivo gruppo di appartenenza29. Questo comportamento è diffuso al punto che talvolta il costituente si preoccupa di prevenirlo: ad esempio, le Sections 64 e 103 della costituzione nigeriana del 1979 vietavano espressamente ai deputati il cambio del partito politico di appartenenza durante la legislatura.

Il procedimento principe per l'instaurazione del monopartitismo consiste nell'adozione di un sistema elettorale maggioritario a lista unica nazionale: l'assegnazione di tutti i seggi a chi riporta la maggioranza relativa dei voti assicura automaticamente la scomparsa delle opposizioni dai parlamenti30. Questo sistema scoraggia sia eventuali potenziali oppositori, che sanno di non poter ottenere neanche un singolo seggio, sia elettori indecisi, che preferiscono votare un candidato a loro maggiormente gradito tra quelli proposti dalla lista del partito al governo, se una scelta è possibile, piuttosto che vedere il proprio voto inutilmente disperso a favore di una opposizione comunque destinata a non essere rappresentata. La ineluttabile scomparsa dei partiti di opposizione permette una comoda dimostrazione a posteriori della loro inutilità da parte delle forze di governo.

La lista unica nazionale appare in Africa per la prima volta con l'articolo 4 della costituzione della Guinea del 1958, viene adottata nell'agosto del 1960 dagli Stati del Conseil de l'Entente (Costa d'Avorio, Alto Volta, Dahomey e Niger) e da lì è veicolata verso gli altri stati francofoni ed il Ghana. La maggior parte dei paesi anglofoni non conosce questo sistema elettorale: ciò può essere dovuto alla persistenza del modello di Westminster, in cui l'estensione del sistema maggioritario dal collegio alla lista unica nazionale è semplicemente inconcepibile. L'eccezione, già ricordata, del Ghana dà luogo a questo interessante episodio in occasione delle elezioni politiche del 1965: essendosi presentata solo la lista del partito di governo, il Convention People's Party di Nkrumah, questa è proclamata eletta senza la verifica delle urne; si prende così dal diritto pubblico anglosassone la regola che permette di non procedere a operazioni elettorali in presenza di un unico candidato, ma negando di fatto alle opposizioni la possibilità di esprimere il proprio dissenso (il regime di Nkrumah viene rovesciato da un colpo di Stato l'anno seguente).

In alcuni casi l'adozione della lista unica nazionale si accompagna a misure in apparenza conformi alla legge, ma in realtà tali da escludere ogni concorrenza elettorale: così si stabiliscono cauzioni esose per l'accettazione della candidatura, cauzioni che non sono restituite nel caso non sia raggiunto un numero minimo piuttosto consistente di voti, e che talvolta vengono istituite pochi giorni prima delle elezioni, imponendo termini brevissimi per il deposito; in altre circostanze, l'amministrazione pubblica si rifiuta di rilasciare i documenti necessari ai candidati, che rimangono così esclusi per l'inevitabile conseguente decorso dei termini.

Là dove il partito unico è di fatto il solo riconosciuto, la legge ricorre spesso ad un accorgimento formale, ammettendo solo le liste dei partiti costituiti conformemente alla legge: ciò al fine di evitare censure internazionali sui testi costituzionali, che possono così proclamare l'adesione formale al multipartitismo.

Spesso poi si utilizzano mezzi apparentemente legali, ma di fatto coercitivi31. Ciò è possibile poiché la concezione tradizionale africana del diritto è incompatibile con la teoria della divisione dei poteri proclamata dalle Costituzioni dell'indipendenza; quest'ultima rimane al livello di declamazione, e conseguentemente il potere giudiziario, non essendo di fatto indipendente, non è in grado di controbilanciare le iniziative degli altri due (tanto più se questi sono riuniti nella figura del Presidente della repubblica, come spesso accade).

In particolare, si allarga in molti paesi la nozione di ordine pubblico per limitare le libertà di riunione e di stampa. La sanzione penale per i reati politici, già particolarmente dura, è quasi ovunque ulteriormente irrigidita con la creazione di tribunali speciali. Non di rado lo scoppiare di moti e disordini rappresenta il pretesto per la messa al bando di partiti d'opposizione ed i loro principali esponenti sono sovente imprigionati con l'accusa di aver organizzato complotti che, veri o presunti, si ripresentano in alcuni paesi con una certa regolarità.

La repressione degli atti razzisti e tribali alimenta la persecuzione dei membri dei partiti politici all'opposizione, anche nei rari casi in cui la base di questi è effettivamente allargata a più gruppi etnici.

La comparsa di modelli notevoli: socialismo africano...

5.- L'incontro dei paesi africani con gli ideali socialisti è già stato descritto con abbondanza di particolari32, così come la genesi di quella concezione originale denominata socialismo africano. In questa sede è quindi sufficiente sviluppare qualche considerazione sulle conseguenze di questa esperienza politica sull'organizzazione dei partiti politici.

Nel 1946 i primi deputati eletti all'Assemblée nationale trovano naturale confluire nel gruppo socialista della S.F.I.O., apertissimo all'idea dell'indipendenza per le colonie. L'alleanza politica non dura molto, ma è sufficiente perché l'assistenza organizzativa della S.F.I.O. veicoli in Africa un modello di partito a struttura piramidale. Questo modello è particolarmente adatto a controllare la fedeltà dei membri del partito: se questo partito diventa poi l'unico, permette di controllare da vicino gli organi politici che regolano la vita dell'intero Stato, organi che, proprio in quanto politici, possono prendere decisioni con un ampio margine di discrezionalità.

L'adozione del modello organizzativo sovietico si osserva sia per quei paesi che in seguito adottano altri principi socialisti marxisti-leninisti, sia per quelli che optano per il socialismo africano o che, come la Costa d'Avorio, rifiutano decisamente qualsiasi socialismo. Fuori dall'area francofona, il modello passa anche al Ghana di Nkrumah, che cerca a sua volta di sviluppare una via originale al socialismo improntata ad un più marcato materialismo.

Vi è un ulteriore aspetto interessante dell'interazione tra partito unico ed adozione dell'ideologia socialista: quasi sempre il socialismo viene a legittimare l'adozione di un partito unico con il modello culto sovietico, al fine di prevenire imbarazzanti rilievi dell'opinione pubblica occidentale sulla democraticità dei sistemi politici, con i conseguenti tagli agli aiuti umanitari ed alla cooperazione internazionale. Ciò è ancora più vero quando il partito unico interviene a legittimare una struttura messa in piedi dai militari per perpetuarne la detenzione del potere attraverso la mobilitazione delle masse e l'aumento del consenso popolare, come avviene, intorno alla metà degli anni settanta, in Benin, ed alcuni anni dopo in Burkina Faso e in Guinea; proprio in questi casi l'ispirazione al modello sovietico è maggiormente proclamata e l'obiettivo di raggiungere il comunismo è perseguito con il massimo impegno. Questa scelta permette di lottare contro il tribalismo e la struttura sociale tradizionale, e mira a sostituire le forme tradizionali di gestione diffusa delle risorse comuni con la centralizzazione del potere: ciò è necessario perché spesso i militari provengono da etnie localizzate in una parte ben definita del paese e pertanto hanno bisogno di tenere a bada le altre etnie, che possono essere numericamente preponderanti.

e multipartitismo ottroiato

6.- Un modello notevole di particolare interesse è il "multipartitismo ottroiato"33, ovvero la previsione, a livello di fonte primaria, di un numerus clausus di partiti legalmente riconosciuti, con il duplice scopo di evitare la dispersione dei voti in una miriade di partitini a base tribale e di selezionare preventivamente le ideologie compatibili con il regime costituzionale, senza rinunciare, almeno formalmente, al principio multipartitico. Tutte le costituzioni prevedono, in maniera implicita o esplicita, casi limite in cui i partiti possono essere dichiarati illegali per finalità eversive dell'ordinamento costituzionale: in questo caso, la novità è rappresentata dalla previsione preventiva delle ideologie lecite e del numero dei partiti, previsione difficilmente compatibile con le concezioni classiche di libertà di pensiero e di associazione.

Il multipartitismo ottroiato fa la sua prima comparsa in Senegal con la revisione costituzionale del 19 marzo 1976, che impone un numero massimo di tre partiti: il presidente Senghor si cura di specificare oralmente le ideologie ammesse, ovvero la liberale democratica, la socialista umanista e la socialista marxista-leninista. Già nel 1978 il numero dei partiti è elevato a quattro, per permettere il riconoscimento del partito conservatore, e nel 1981, dopo il volontario abbandono della scena pubblica da parte di Senghor, il multipartitismo integrale viene ristabilito.

Il modello passa alla costituzione della terza repubblica dell'Alto Volta del 21 ottobre 197734, ma con una modifica fondamentale: ottengono legale riconoscimento i tre partiti che riportano il maggior numero di voti alle susseguenti elezioni legislative. Ben cinque partiti ottengono seggi nelle elezioni del 30 aprile 1978, e pertanto diventa necessario procedere alla fusione dei partiti minori con quelli maggiori. Questa disposizione rimane in vigore solo per tre anni, fino al colpo di stato militare del 25 novembre 1980.

Un'ulteriore applicazione di questo modello si ha nella costituzione nigeriana del 1989, che prevede un sistema bipartitico con due formazioni ideologicamente non contrapposte, ma divise solo circa le priorità ed i tempi di attuazione degli obiettivi comuni35. Questa costituzione, che avrebbe dovuto entrare in funzione a pieno regime nel 1992 per suggellare il passaggio del potere dai militari ai civili, non ha ancora trovato attuazione perché le scadenze programmate per la normalizzazione sono state rinviate sine die. Anche la nuova costituzione della Guinea adotta il multipartitismo ottroiato, limitando il numero dei partiti ammessi a due; tuttavia, pure questa costituzione è in attesa di concreta applicazione36.

Riflessioni sul partito unico africano.

7.- Il partito unico, di diritto o di fatto, è stato adottato per periodi di tempo più o meno lunghi in almeno tredici dei quattordici Stati qui considerati: il dato storico colpisce la sensibilità dell'osservatore europeo, abituato ad un gioco democratico in cui i cittadini aderiscono volontariamente al partito che meglio li rappresenta e gli danno il proprio sostegno elettorale, scegliendo in base ai programmi ed alle ideologie che sono loro presentati. Perché in Africa il modello europeo non riesce ad attecchire, nonostante gli inviti e le pressioni internazionali (ed al di là di ogni valutazione sulla correttezza di imporre modelli giuridici)?

Fin dal momento dell'indipendenza, i riferimenti ideologici delle prime formazioni che si trovano ad operare in sistemi multipartitici sono scelti dai leaders sulla base di calcoli di convenienza politica internazionale o locale. L'adesione al partito politico, quando vi è possibilità di scelta tra formazioni diverse, avviene in larghissima parte su base tribale, nonostante i reiterati divieti, formalizzati spesso anche a livello costituzionale. Finché l'interesse del singolo coincide con quello dell'etnia o del clan, difficilmente ci si può allontanare individualmente dal gruppo per abbracciare l'ideologia declamata da un partito che in realtà rappresenta solo un gruppo rivale37. Il partito, privato della legittimazione che gli deriva dall'adesione della maggioranza della popolazione, si degrada ad una semplice associazione, il cui scopo è la gestione ed il rafforzamento del proprio potere sulle strutture statali.

Si può però forse intravvedere una forma diversa di partito unico, dove si cerca di riprodurre il sistema di gestione della società tradizionale, favorendo l'utilizzo del partito unico come sede di mediazione delle istanze provenienti non solo dalle varie classi sociali ma anche dalle differenti tribù. Questo tipo di partito unico, da non confondere con quello assolutista che reprime il dialogo intertribale, non è un partito politico nel senso occidentale del termine, che implica una scelta ideologica da parte degli individui: è un interfaccia tra il potere che è venuto sempre più centralizzandosi secondo i modelli coloniali - coloniali nel senso che l'africano li ha visti messi in pratica al tempo della colonizzazione, ma li ha acquisiti nel proprio patrimonio giuridico solo con le costituzioni dell'indipendenza - e le società tradizionali in cui vive la grande maggioranza dei cittadini. Il grado di effettiva democraticità del sistema politico viene così a dipendere dallo spazio concesso alle richieste provenienti dai cittadini e mediate dalle società a potere diffuso.

La proposta di vedere nel partito unico una sede privilegiata di mediazione delle istanze tribali, in una specie di macroriproduzione delle tradizionali strutture tribali segmentate, comporta l'invito a rimeditare l'intero diritto pubblico africano. L'urgenza di decolonizzare portò all'adozione di quelle prime costituzioni puramente strumentali, dal contenuto meramente riproduttivo di quelle metropolitane, senza curarsi dell'impatto con la realtà locale. Se queste costituzioni avessero trovato effettiva applicazione, si sarebbe trattato di un imponente fenomeno di deculturazione sociale, prima che giuridica: ma le strutture locali rigettarono gli innesti e condizionarono a loro volta il successivo sviluppo costituzionale. Il pluralismo partitico non entrò in crisi da solo, fu seguito dagli altri capisaldi del diritto pubblico occidentale, come il principio della separazione dei tre poteri ed il sistema gerarchico delle fonti, con le ovvie conseguenze in tema sia di controllo di costituzionalità sia di affermazione dello Stato di diritto.

La richiesta del multipartitismo come conditio sine qua non (insieme alle altre opzioni costituzionali di matrice europea occidentale) per l'ottenimento dell'indipendenza fu la causa diretta della dissociazione che si riscontra immancabilmente tra dato proclamato costituzionalmente e prassi politico-istituzionale. Si può allora riconoscere che sono solo le ragioni della politica internazionale e, più recentemente, la dipendenza economica dei paesi più poveri dagli aiuti umanitari che impongono un'adesione di facciata dei paesi africani a principi estranei al loro pensiero giuridico tradizionale.

Il superamento dei dati formali permette di proporre una chiave di lettura originale dell'evoluzione politica africana dopo l'indipendenza: i sistemi politici africani si sono mossi costantemente tra due poli estremi - due punti di equilibrio instabili - rappresentati non dalla dittatura e dal sistema multipartitico, ma dalle loro versioni africane: da un lato la tendenza all'assolutizzazione del potere in una persona, ereditata dai modelli coloniali38, dall'altro i tentativi di riprodurre, al di là delle proclamazioni, un dialogo intertribale in seno al partito unico o ai partiti consentiti dalla legge.

Questa chiave di lettura permette altresì di dar conto dei recenti successi ottenuti, qua e là nel continente nero, dalle conferenze nazionali, dove si applica il principio della decisione unanime e della rappresentanza paritaria di tutti i gruppi, indipendentemente dal peso politico o economico, che sono precisamente i criteri decisionali delle vecchie società a potere diffuso. Resta aperto il problema della integrazione di queste procedure di formazione della volontà collettiva con strutture statali che i detentori del potere vogliono fermamente mantenere a potere centralizzato.
1 In questo lavoro sono stati presi in considerazione i seguenti paesi: Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. 2 A partire dal classico FORTES M. - EVANS PRITCHARD E.E., African Political Systems, London, 1940. Opera di sintesi del dibattito giuridico e antropologico in materia è NUSCHELER F. - ZIEMER K., Politische Organisation und Repraesentation in Afrika, Berlin, 1978, Erster Halbband, pagg. 1-200, ed ivi amplia bibliografia. 3 GENTILI, Elites e regimi politici in Africa occidentale, Bologna, 1974, pagg. 123 e segg. Per un'analisi sommaria ma completa delle strutture sociali e statali precoloniali v. GONIDEC P.F. - BOCKEL A., L'Etat africain, II ed., Paris, 1984, pagg. 30-46. Inoltre, per un'introduzione generale al costituzionalismo africano, si segnala DE VERGOTTINI G., Diritto costituzionale comparato, IV ed., Padova, 1993, parte quarta. 4 Si segnalano eccezioni come, nell'area geografica presa in considerazione, i regni di Abomey e degli Ashanti: si può forse parlare, in realtà, di casi di strutture politiche intermedie tra il potere diffuso e quello centralizzato, che in questa sede verranno tralasciate per brevità di trattazione. 5 DESCHAMPS H., Les méthodes et les doctrines coloniales de la France, Paris, 1953, p. 71 e segg. 6 GIRAULT A., Principes de colonisation et de législation coloniale, 5a ed., Paris, 1929, p. 571 e sentenze ivi citate. 7 ADU BOAHEN A., Politics and nationalism in West Africa, 1919-1935, in UNESCO General history of Africa, vol. VII, p. 643 segg. 8 MILLE P., The black vote in Africa, in Journal of the African Society, 1901, citato da CRUISE O'BRIEN D., Les élections sénégalaises du 27 février 1983, in Politique africaine, 1983, septembre, p.9. 9 DESCHAMPS, Les méthodes, cit., p. 138. 10 GIRAULT, Principes, cit., p. 617. 11 DESCHAMPS, Les méthodes, cit., p. 199. 12 LUGARD F.D., The Dual Mandate in British Tropical Africa, 3a ed., Edinburgh/London, 1926. 13 Art. 5: "Every Representative Legislature shall ...have... full Power to make Laws respecting the Constitution, Powers, and Procedures of such (Colonial) Legislation; provided that such Laws shall have been passed in such Manner and Form as may from Time to Time be required by any Act of Parliament, Letters Patent, Order in Council, or Colonial Law for the Time being in force in the said Colony.". Il testo completo si trova in ROBERTS-WRAY K., Commonwealth and Colonial Law, London, 1966, p. 914. 14 ELIAS T.O., Ghana and Sierra Leone: the Development of their Laws and Constitutions, London, 1962. 15 ADU BOAHEN A., Politics, cit., in UNESCO General History of Africa, vol. VII, cit., p. 628 e segg. 16 LIEBENOW J.G., Liberia, in CARTER G.M. (ed.), African One-Party States, Ithaca, N.Y., 1962, p. 356. 17 Si trattò di una fugace esperienza politica che voleva riunire la Francia alle sue ex-colonie dell'Africa nera in una formula simile a quella del Commonwealth britannico. 18 La costituzione del 10 novembre 1958 si limita così a tutelare genericamente i diritti di elettorato attivo e passivo e di associazione (artt. 39 e 40), senza menzione alcuna dei partiti politici. Peraltro, la Guinea, sotto la guida di Sékou Touré, aveva già imboccato con grande decisione la via socialista e questa costituzione nacque già morta. 19 LAVROFF D.G., Les systèmes constitutionnels en Afrique noire - Les Etats francophones, Paris, 1976, p. 70. 20 LAVROFF D.G., Les systèmes, cit., p. 71. 21 CONAC G., Les institutions constitutionnelles des Etats d'Afrique francophone et de la République malgache, Paris, 1979, p. 13. 22 LAVROFF D.G., I partiti politici in Africa nera, edizione italiana, Milano, 1971, p. 100; LAVROFF D.G., MABILEAU A., Le pouvoir politique en Afrique noire, in L'Afrique noire contemporaine, Paris, 1968, p. 354. 23 LAVROFF D.G., Les systèmes, cit., pagg. 70-73. 24 MAHIOU A., L'avènement du parti unique en Afrique noire, Paris, 1969, p. 63; LAVROFF D.G., I partiti politici, cit., p. 101. 25 MAHIOU A., L'avènement, cit., p. 50. 26 MAHIOU A., L'avènement, cit., p. 73 e segg; LAVROFF D.G., I partiti politici, cit., p. 109. 27 Per i dettagli si veda FESSARD DE FOUCAULT B., Le Parti du Peuple Mauritanien (I), in Revue Française d'Etudes Politiques Africaines, 1973, n. 94, p. 35. 28 LAVROFF D.G., I partiti politici, cit., p. 115; LAVROFF D.G., MABILEAU A., L'Afrique noire contemporaine, cit., p. 357. 29 MAHIOU A., L'avènement, cit., p. 132. 30 LAVROFF D.G., I partiti politici, cit., p. 116 segg.; LAVROFF D.G., MABILEAU A., L'Afrique noire contemporaine, loc. ult. cit. 31 MAHIOU A., L'avènement, cit., p. 134 e segg. 32 Per tutti, HAZARD J.N., Marxist models for west african law, in Ius privatum gentium - Festschrift fur Max Rheinstein, Tuebingen, 1969, Band I, pagg. 285-297; inoltre GONIDEC P.F., La conception de la démocratie dans les Etats à orientation socialiste, in Le mois en Afrique, 1986, n. 243-244, pagg. 34-45. 33 Definito da OWONA J., Droit constitutionnel et régimes politiques africaines, Paris, 1985, "multipartisme limité". Mi pare che l'aggettivo "ottroiato" renda meglio lo spirito dell'istituto. 34 OWONA, Droit constitutionnel, cit., p. 320. 35 AKINOLA A.A., A Critique of Nigeria's Proposed Two-Party System, in 27 The Journal of Modern African Studies (1989), n. 1, pagg. 109-123. 36 REYNTJENS F., The Winds of Change. Political and Constitutional Evolution in Francophone Africa, 1990-1991, in 35 Journal of African Law (1991), 1-2, pag. 52. 37 Per uno spunto in questo senso si veda LAVROFF, I partiti politici, cit., p. 154 e segg., in particolare pag. 171. 38 Si pensi al potere del Governatore della colonia e, ancor più agli occhi dei colonizzati, a quello del Comandante militare.