DOMINANZA E POSSESSO (E PROPRIETÀ?)

IN ALCUNE SOCIETÀ NON UMANE·

 

 

 

di Raffaele Caterina

 

 

 

 

 

 

 

Il presente scritto vorrebbe analizzare le regole, corrispondenti alle nostre norme sulla proprietà e sul possesso, che determinano l’allocazione delle risorse nelle società animali.

L’analisi della letteratura in materia ci ha suggerito di distinguere l’analisi in due parti, valutando separatamente le regole che riguardano il territorio e quelle che riguardano altri oggetti.

 

 

La territorialità e le sue spiegazioni

 

 

Necessaria premessa ad ogni discorso sulla territorialità fra gli animali è la constatazione che fra la maggior parte dei vertebrati superiori è possibile riscontrare comportamenti territoriali[1]. Con ciò si intende dire non soltanto che gli individui tendono a occupare un territorio, ma anche che tale territorio viene difeso efficacemente; ciò può avvenire perché i conspecifici evitano spontaneamente i territori occupati, o perché l’animale riesce ad imporre tale rispetto con comportamenti minacciosi, o perché, pur non essendo pacifico il potere sulla cosa, l’animale sul proprio territorio appare avvantaggiato nello scontro, e risulta nella gran parte dei casi vincente.

Una seconda premessa, più volte, nel passato, messa in discussione, ma, ci pare, per le notizie che oggi sono a nostra disposizione, difficilmente contestabile, è la constatazione che tutte, o quasi tutte, le popolazioni di cacciatori-raccoglitori esibiscono comportamenti territoriali[2].

In queste condizioni, sostenere che il comportamento territoriale sia un’aberrazione culturale propria esclusivamente dell’uomo e nata con lo sviluppo dell’agricoltura sembra assai difficile.

Di fronte alle informazioni che l’antropologia e l’etologia ci offrono, due sono state sostanzialmente le strade percorse. L’una è quella di considerare la territorialità una forma geneticamente prestabilita di comportamento che si è evoluta in molte specie, compresa la nostra[3]. L’altra è quella di negare che nell’uomo, ed in alcune almeno fra le specie animali, la territorialità sia un tratto geneticamente fissato, spiegandone altrimenti l’adozione come strategia di comportamento.

Nell’ambito di questa seconda possibilità, è interessante notare come risultati assai simili sono stati raggiunti in modo almeno parzialmente indipendente dagli antropologi, in stretto dialogo con gli studiosi del comportamento animale, da un lato, e dagli economisti dall’altro.

In un articolo del 1978[4], Rada Dyson-Hudson ed Eric Alden Smith negano che la territorialità possa essere considerata un comportamento innato, se non per un numero ristretto di specie animali. Essi partono dalla constatazione che non solo fra le popolazioni umane, ma anche fra quelle animali sono state riscontrate, rispetto al comportamento territoriale, importanti variazioni; importanti variazioni fra le diverse popolazioni locali, ma anche importanti variazioni in una stessa popolazione in momenti diversi: non soltanto il comportamento territoriale sembra poter mutare col mutare delle stagioni, ma talvolta si sono registrati importanti mutamenti rispetto al comportamento territoriale di una popolazione in risposta a cambiamenti non stagionali delle risorse disponibili.

Questi dati vengono spiegati attraverso un modello fondato sul concetto di difendibilità economica: il comportamento territoriale emerge quando i costi dell’uso esclusivo e della difesa di un’area sono superati dai benefici che scaturiscono da questo schema di utilizzazione delle risorse. I fattori che incidono sulla difendibilità economica sono molteplici. Nell’articolo, si evidenziano l’importanza della  prevedibilità della distribuzione spazio-temporale delle risorse (quanto più la distribuzione spazio-temporale delle risorse è prevedibile, tanto maggiore è la difendibilità economica del territorio) e della densità delle risorse (quanto maggiore è la densità delle risorse, tanto più il territorio è difendibile, in quanto si riduce l’area che deve essere difesa e dunque si riducono i costi di difesa; ma se una risorsa è così abbondante che la sua disponibilità per la popolazione è ai fini pratici illimitata, allora non c’è beneficio nel difenderla e non si svilupperanno comportamenti territoriali).

Non è difficile notare la somiglianza di tale teoria con la spiegazione della nascita dei diritti di proprietà contenuta nel fondamentale articolo Toward a theory of property rights di Harold Demsetz[5]. Tale spiegazione può essere formulata in questo modo: i diritti di proprietà si sviluppano per internalizzare le esternalità quando i benefici dell’internalizzazione diventano più grandi dei costi dell’internalizzazione.Per esemplificare tale assunto Demsetz si avvale di informazioni fornite da antropologi a proposito degli Indiani che abitavano le regioni vicine al Quebec.

In breve: gli antropologi constatano che tali popolazioni, che fino al XVII secolo non conoscevano diritti di proprietà sulla terra, hanno sviluppato a partire dal XVIII secolo un sistema di territori di caccia privati. La ragione del mutamento è individuata nello sviluppo del commercio delle pelli. In precedenza, gli Indiani cacciavano solo per il cibo e per le poche pelli che usavano per sè o per le loro famiglie. In queste condizioni, certamente, ogni uccisione impone costi esterni sui successivi cacciatori; ma questi effetti esterni erano assai poco significativi.

L’avvento del commercio di pelli incrementò il valore delle pelli per gli Indiani, e con esso l’intensità della caccia. Di conseguenza, dovette crescere anche l’importanza delle esternalità connesse con la caccia libera. In mancanza di controllo sulla caccia da parte di altri, nessuno avrebbe avuto interesse a conservare le riserve di selvaggina, e si sarebbe rischiata l’estinzione delle specie cacciate. L’istituzione di territori privati di caccia incentivava le famiglie titolari ad adottare tecniche di rotazione nello sfruttamento dei loro territori, evitare sprechi, a tenere, insomma, comportamenti volti ad evitare tale rischio.

Demsetz rileva che gli indiani delle pianure sudoccidentali non sembrano aver mai sviluppato diritti di proprietà sulla terra, e spiega agevolmente il dato sulla base della sua teoria. Non esistono, nelle pianure, animali di importanza commerciale paragonabile a quella degli animali da pelliccia delle foreste canadesi. I benefici connessi allo stabilimento di territori di caccia privati sono perciò minori. Inoltre, mentre gli animali delle foreste confinano i loro movimenti a territori relativamente piccoli, gli animali delle pianure percorrono spazi molto grandi. Ciò fa crescere i costi dell’internalizzazione connessi allo stabilimento di territori di caccia privati.

Il modello proposto da Demsetz è stato applicato anche al comportamento di alcune specie animali.

In un articolo del 1976[6], Melvin Fredlund, propone una spiegazione fondata su tale  modello per le divergenze emerse dai resoconti di David Mech e di Farley Mowat sul comportamento dei lupi. I lupi della Isle Royale, descritti dal primo, non esibiscono comportamenti territoriali, a differenza dei lupi descritti da Mowat.

Fredlund osserva che sulla Isle Royale vive una popolazione assai numerosa di alci, e che tali alci si muovono su territori assai vasti.

Mowat ha invece osservato i lupi della tundra nel periodo dell’anno in cui, essendo da poco nati i piccoli, essi non possono seguire le mandrie di caribù come fanno nel resto dell’anno. La principale fonte di cibo per i lupi è costituita da topi, lemmings, scoiattoli. Questi piccoli animali tendono a restare relativamente vicini alle loro tane. Essi, nella condizione di scarsità di cibo in cui si trovano i lupi, acquistano come prede un alto valore relativo.

La differenza nel comportamento delle due popolazioni di lupi può essere spiegata secondo il modello di Demsetz. Per i lupi della tundra stabilire “property rights in land” (l’espressione è di Fredlund) è economicamente desiderabile, essendo poco costoso (perchè i roditori si muovono in aree ristrette) e assai vantaggioso (per l’alto valore relativo delle prede). Per i lupi della Isle Royale la situazione è opposta.

Come è facile notare, i modelli proposti da Demsetz e da Dyson-Hudson e Smith sono sostanzialmente identici. La spiegazione economica dei sistemi di proprietà privata umani vale anche per i comportamenti territoriali di almeno alcune specie animali.

C’è da registrare che nella bibliografia dell’articolo di Dyson-Hudson e Smith non figurano né l’articolo di Demsetz, né quello di Fredlund. A sua volta, Fredlund non cita alcuni studiosi del comportamento animale che erano arrivati a risultati non dissimili dai suoi[7]. Ciò costituisce un esempio sorprendente di assenza di dialogo fra discipline. Sembra invece sicuro che l’analisi economica del diritto abbia molto da offrire, e molto da prendere, dalle scienze che si occupano del comportamento animale[8].

Ci sembra in ogni caso che queste analisi non evidenzino un dato che è per il giurista di assoluto interesse. Nel negare che la territorialità umana  sia un comportamento geneticamente prestabilito, Dyson-Hudson e Smith ammettono tuttavia che come tutti i comportamenti la capacità di demarcare e difendere il territorio deve avere una base genetica[9]. L’affermazione è indiscutibile: un lupo potrà trascorrere la sua vita senza marcare il territorio e senza incontrare territori marcati; tuttavia, il lupo è capace di marcare il territorio e di riconoscere un territorio marcato. Senza tali basi genetiche, i lupi non potrebbero porre in atto comportamenti territoriali. Ci pare che talvolta nel dibattito sulla natura innata o meno dei comportamenti territoriali si faccia confusione. Un conto è studiare le ragioni (e dunque anche le circostanze scatenanti) del comportamento territoriale. Un conto è studiare gli strumenti che una popolazione ha a disposizione per porre concretamente in atto un sistema territoriale. Ebbene, l’etologia sembra insegnarci che a tale scopo non solo non c’è bisogno di uno stato, ma nemmeno di un cervello evoluto come quello umano. Gli strumenti sono iscritti in una base genetica che l’uomo sembra condividere con la maggior parte delle altre specie animali.

Il dato trova conferma nelle informazioni che ci sono offerte dagli studiosi dell’evoluzione del cervello[10]. Essi ci informano che il cervello umano è trino: esso, nel corso della sua evoluzione, ha conservato le caratteristiche anatomiche e chimiche di tre formazioni di base che riflettono le nostre relazioni ancestrali con i rettili, i mammiferi primitivi, i mammiferi più evoluti. In termini semplici, anche se probabilmente non del tutto precisi, si può affermare che noi abbiamo una parte del cervello in comune con i rettili. Fra i rettili esistenti, i più vicini parenti dei nostri antenati rettili (e dunque i più vicini parenti nostri) sono probabilmente le lucertole. Nell’analizzare il comportamento delle lucertole sono state identificate più di 25 forme di comportamento che sono anche caratteristiche dei mammiferi. Fra queste, possiamo registrare la tendenza a stabilire territori, la loro marcatura, la loro difesa attraverso comportamenti ritualizzati di minaccia e attraverso combattimenti. Anche fra le lucertole, si è riscontrato che l’individuo sul proprio territorio sembra avere un vantaggio sull’intruso.

Gli esperimenti condotti indicano in modo chiaro che nei vertebrati la parte “rettile” del cervello gioca un ruolo essenziale nei comportamenti di esibizione utilizzati nella comunicazione sociale. E si è notato che ad esempio l’atteggiamento di sfida presenta singolari somiglianze in animali differenti come le scimmie e le lucertole.

In buona sostanza sembrano esserci prove sufficientemente sicure che i “displays of power”, i comportamenti ritualizzati che giocano un ruolo fondamentale nella concreta realizzazione di un sistema territoriale siano condizionati da una parte del nostro patrimonio genetico che abbiamo in comune con gli altri vertebrati.

Ripercorriamo il percorso fatto. Né l’uomo, né almeno una parte delle altre specie animali sono geneticamente condizionate a tenere sempre un comportamento territoriale, a prescindere dalle circostanze. Le ragioni che concretamente determinano la realizzazione di un sistema territoriale sembrano essere fondamentalmente le stesse per l’uomo e per alcune almeno fra le specie animali.

Il comportamento territoriale non è dunque geneticamente imposto; nondimeno, esso è reso possibile da una parte del nostro patrimonio genetico che abbiamo in comune con gli altri vertebrati.

Un discorso ancora differente va condotto se vogliamo compiere un ulteriore passo indietro, e interrogarci sulle ragioni di questo patrimonio genetico.

La tesi più convincente ci sembra quella dell’ecologo scozzese V.C. Wynne-Edwards[11].

Punto di partenza di tale tesi è la constatazione che le popolazioni animali tendono in linea generale a preservare una certa consistenza, fluttuando intorno ad un punto di equilibrio fondamentalmente stabile. Ogni scienziato sa che gli animali posti in un universo chiuso, come un acquario o una gabbia, tendono a moltiplicarsi fino a raggiungere una certa consistenza, e successivamente a non discostarsene fintanto che si mantengono le condizioni immutate. Eppure, ogni popolazione animale avrebbe la possibilità teorica di crescere fino a raggiungere condizioni di sovrappopolazione.

L’intuizione di Wynne-Edwards è che questa condizione di omeostasi è raggiunta attraverso la instaurazione di meccanismi di competizione fra gli individui. Tali meccanismi possono regolare la consistenza di una popolazione escludendo alcuni individui dall’accesso al cibo, ma anche escludendoli semplicemente dalla possibilità di riprodursi, o controllando la consistenza della prole che ogni individuo può riuscire a generare o mantenere. Due esempi di tali meccanismi sono i sistemi territoriali e lo sviluppo di gerarchie sociali.

La competizione, influenzando in ultima analisi la possibilità di nutrirsi e riprodursi, è ovviamente di importanza vitale per gli individui. Eppure, Wynne-Edwards sottolinea che il conflitto fra gli individui per il territorio o lo status è quasi sempre strettamente convenzionalizzato. Al combattimento si sostituisce la mera minaccia di violenza. Siamo di fronte, per utilizzare una efficace espressione dello scienziato scozzese, al mondo del bluff e degli status symbol. Ciò che ha luogo è una gara per premi convenzionali condotta secondo regole convenzionali[12]. Wynne-Edwards definisce la società come un’organizzazione di individui che è capace di organizzare una competizione convenzionale fra i suoi membri[13].

La tesi di Wynne-Edwards può esserci utile su due livelli.

Innanzitutto spiega la grande diffusione della base genetica della territorialità. Per diverse che siano le esigenze delle diverse specie animali, per ognuna di esse l’esistenza di meccanismi capaci di evitare la sovrappopolazione non può che rivelarsi un tratto vincente. La territorialità è appunto uno dei meccanismi che, creando una competizione convenzionale, evita l’accesso indiscriminato al cibo e la riproduzione indiscriminata, e dunque la sovrappopolazione.

Su un piano differente, essa sembra poter fornire una spiegazione più sofisticata (sebbene in concreto non così distante) del concreto sviluppo di comportamenti territoriali rispetto al modello proposto da Dyson-Huson e Smith. La tesi di Wynne-Edwards non comporta che comportamenti territoriali debbano sempre svilupparsi con la stessa intensità. La competizione sociale dipende dalla densità della popolazione. Più sono i competitori, più aspra sarà la competizione; al di sotto di certi limiti essa potrebbe non avere ragione di prodursi. L’importante è che essa entri in gioco al momento in cui si affaccia il rischio di una sovrappopolazione.

Essa ci appare più sofisticata perché evidenzia un dato di cui gli altri modelli proposti non sembrano tener conto: quello della possibile convenzionalità del premio.

Per apprezzare pienamente l’importanza di tale dato, possiamo citare le osservazioni compiute da Helmut Buechner a proposito del comportamento dell’antilope dell’Uganda[14]. Gli studi di Buechner si sono incentrati sulla popolazione di antilopi che abitavano la Riserva di Semliki, a nord di Fort Portal, in Uganda. Le circa 10000 antilopi che abitavano la riserva e le zone vicine utilizzavano solo 13 luoghi di accoppiamento. Il luogo di accoppiamento medio consisteva di un’area centrale di intensa attività, di circa duecento iarde di diametro, contenente dai 12 ai 15 territori più o meno circolari con un diametro dalle 20 alle 60 iarde, e di una zona periferica circostante, ampia dalle 100 alle 200 iarde, contenente un numero all’incirca doppio di territori. Ogni territorio era posseduto da un maschio; la difesa del territorio era compiuta perlopiù attraverso comportamenti ritualizzati di minacce; non mancavano tuttavia i veri combattimenti; il maschio sul proprio territorio ne usciva vincitore con maggiore frequenza rispetto allo sfidante. Gli accoppiamenti avevano luogo solo in tali luoghi, e le femmine si accoppiavano solo con i maschi che possedevano l’appezzamento su cui si trovavano. Se una femmina sceglieva di lasciare un territorio per un altro, il maschio del territorio abbandonato si fermava al confine e non cercava di seguire la femmina.

C’è da notare che Buechner riferisce che nelle Pianure Ruthshuru del Congo, in cui la densità della popolazione era assai minore, le antilopi non sembravano tenere lo stesso comportamento, e ne deduce che “high population density may be essential for expression of territorial behavior in Uganda kob”.

Il luogo di accoppiamento non presentava peculiarità, sotto il profilo delle risorse offerte, rispetto alle zone circostanti. Lo stesso Buechner riferisce che i maschi lasciavano il territorio una o due volte al giorno in cerca di acqua e cibo.

Il comportamento territoriale della antilope dell’Uganda non sembra interpretabile se non attribuendo ai territori il valore di un premio convenzionale; in una zona densamente popolata, in cui l’accoppiamento indiscriminato avrebbe potuto provocare la sovrappopolazione, il territorio svolge la funzione di status symbol capace di condizionare la risposta sessuale delle femmine.    

 

 

Il possesso mobiliare e gli Scimpanzè

 

 

Quando ci accostiamo al tema del possesso di beni diversi dal territorio fra gli animali, entriamo in un campo in cui le informazioni disponibili sono recenti, lacunose, e talvolta contrastanti. Le analisi debbono spesso fondarsi su singoli episodi documentati dagli osservatori. Considerata tuttavia la qualità e la quantità delle scoperte degli ultimi decenni, c’è da confidare che tale situazione non dovrà protrarsi indefinitamente.

Intendiamo affrontare tale compito nel modo seguente. Innanzitutto riferiremo nel modo più preciso possibile gli episodi significativi che sono stati riportati e di cui noi siamo a conoscenza. Tali episodi ci consentono di conoscere il modo in cui sono stati risolti alcuni conflitti, attuali o potenziali, concernenti risorse diverse dal territorio.

Poiché tali soluzioni non sono ovviamente motivate, cercheremo di individuare quali possibili regole potrebbero avere portato ad esse; e cercheremo inoltre di individuare quali comportamenti non ancora documentati potrebbero risultare decisivi nell’individuazione di tali regole.

Precisiamo preliminarmente che concentreremo la nostra attenzione su una sola specie animale, quella degli scimpanzé[15], limitandoci a qualche occasionale comparazione con il comportamento di altri primati. Ciò anche in considerazione del fatto che si tratta, come è noto, dei nostri parenti più prossimi fra le specie attualmente viventi, e come tali meritano certamente una speciale attenzione.

Gli scimpanzé vivono in comunità di grandezza variabile. All’interno della comunità esistono gerarchie sia per i maschi che per le femmine; i maschi adulti sono comunque dominanti sulle femmine e sui cuccioli. Nel corso delle nostre riflessioni, sarà estremamente importante verificare se gli episodi interpretabili come manifestazione del rispetto per il possesso di un bene non siano spiegabili più semplicemente come manifestazioni del rispetto per il rango superiore del possessore.

Sebbene in passato vi siano state parecchie incertezze in proposito, appare ormai sicuro che gli scimpanzé sono territoriali.

Passiamo ora in rassegna i comportamenti degli scimpanzé che appaiono rilevanti ai nostri fini.

Innanzitutto, essi riguardano le attività di caccia.

Le proteine animali non sono fondamentali per gli scimpanzè; la caccia, d’altronde, si svolge sempre quando l’animale è già sazio. Essi sembrano gradire il sapore della carne.

Gli scimpanzé cacciano da soli o, più spesso, in gruppo. Può darsi che uno scimpanzé impegnato in altre attività si accorga di una preda potenziale a pochi metri, e la catturi; ma spesso la caccia è collettiva e premeditata, consistendo in un inseguimento più lungo, ed eventualmente in un accerchiamento della preda, con cui le si blocca ogni possibilità di fuga. Spesso la preda è un babbuino, costretto a rifugiarsi su un albero e lì bloccato. L’interesse e l’intento predatorio sono espressi con una espressione facciale fissa o assente; lo scimpanzè diventa insolitamente tranquillo, la postura è tesa e i peli parzialmente eretti su tutto il corpo. Gli altri scimpanzè rispondono a questi segnali con movimenti vigili ed eccitati, che culminano nell’inseguimento simultaneo. Di solito solo i maschi maturi partecipano alla caccia.

Il momento di maggior interesse è per noi quello successivo all’abbattimento della preda. Essa viene divisa fra gli scimpanzé presenti. Alla divisione partecipano non solo gli individui che hanno partecipato alla caccia, ma tutti coloro che sono abbastanza vicini da riuscire a mettere le mani sulla preda nei momenti immediatamente successivi all’abbattimento. Dopo tale divisione, gli individui che hanno ottenuto della carne si allontanano per cibarsene. Dopo tale momento, sembra che gli altri individui rispettino il possesso della carne. Il furto è tollerato solo in alcuni casi. La madre tollera il furto da parte dei figli. I fratelli tollerano reciprocamente il furto. Il maschio può tollerare il furto da parte di una femmina disponibile sessualmente. Un maschio potrà togliere la carne a una femmina o ad un cucciolo. Al di fuori di questi casi, il furto non è tollerato: chi vuole carne, deve chiederla attraverso segnali convenzionali. Chi avanza la richiesta avvicina la faccia a quella del “proprietario” o alla carne, o stende la mano e tocca la carne stessa o il mento e le labbra dell’altro animale. Anche gli individui superiori al possessore nella gerarchia mendicheranno, senza far valere la loro superiorità per impadronirsi della carne.

Jane Goodall ci avverte che questo non significa che viene riconosciuto un “diritto” sulla carne: “rather it suggests that the usually higher ranking male knows that the other will not easily relinquish such spoils: meat is worth fighting for and he is likely to hang on tightly and crouch over it”[16]. Non ci pare che la precisazione abbia grande importanza. Il possesso del bene assume rilevanza nel momento stesso in cui comporta una distribuzione delle risorse differente da quella che verrebbe a determinarsi sulla base del semplice ordine gerarchico. Prendiamo semplicemente atto che su ciò può incidere la consapevolezza della minore arrendevolezza del subordinato possessore.

Al di fuori degli episodi di caccia, le testimonianze circa il comportamento degli scimpanzé si fanno più incerte.

Innanzitutto, non è del tutto chiaro se i superiori di rango possano o no, al di fuori degli episodi di caccia, togliere oggetti dalle mani degli inferiori.

In secondo luogo, sono stati riportati numerosi episodi in cui gli scimpanzé hanno dimostrato la capacità di riconoscere come altrui un oggetto separato nello spazio dal suo “proprietario”. Gran parte di questi episodi, tuttavia, vedono rispettata la “proprietà” di un superiore di rango.

Un episodio significativo, testimoniato da Jane Goodall, è il seguente: una scimpanzè, Passion, stava mangiando delle formiche, utilizzando un bastoncino; essendo stata attaccata da alcune formiche, si allontanò per rimuoverle dal proprio corpo, abbandonando il bastoncino; la sua figlia adulta, Pom, abbandonò il proprio bastoncino, più corto, per quello più funzionale abbandonato dalla madre; immediatamente Passion fece ritorno e toccò il “suo” bastoncino, Pom lo lasciò e continuò con quello più corto.

Tale episodio non appare isolato. La stessa Goodall riferisce che quando uno scimpanzé sbuccia la frutta che sta mangiando, gli scimpanzé inferiori si avvicinano alla buccia messa da parte molto cautamente, guardando attentamente il superiore, e la prendono solo se non vedono segni di minaccia. Un comportamento simile è descritto a proposito dei cuccioli: anche in questi casi se un cucciolo mette da parte un oggetto con cui sta giocando per mangiare, gli altri cuccioli si avvicinano cautamente all’oggetto, osservando attentamente il “proprietario”. Non sappiamo dire se, e come, anche fra i cuccioli possano giocare un ruolo le considerazioni di rango. 

Un episodio estremamente suggestivo, ma di difficile interpretazione, è documentato in un filmato della National Geographic Society[17], e ha per protagonisti Diane Fossey e un maschio di gorilla. La ricercatrice sta scrivendo sul suo taccuino. Il gorilla le si avvicina e afferra la matita, si allontana con essa di alcuni passi, la esamina minuziosamente, poi torna dalla donna e le rende la matita, per poi ripetere l’intera operazione col taccuino.

Quale interpretazione si può dare ai dati esaminati?

A nostro giudizio, esistono fondamentalmente due possibili letture.

Una possibile lettura è stata suggerita da Melvin Fredlund. Egli parte dall’assunto che gli scimpanzé mostrino di riconoscere “property rights” solo nella situazione conseguente alla spartizione della preda. Egli parte dall’assunto che gli scimpanzé non siano territoriali.

Se, per quanto riguarda il territorio, l’assunto di partenza di Fredlund si è rivelato errato, non esistono dati sufficienti per smentirlo per quanto riguarda gli altri oggetti. Può darsi, sulla base di quanto sappiamo, che per l’attribuzione dei beni diversi dalla carne sia decisivo il rango e non il possesso.

Fredlund applica in sostanza anche agli scimpanzé la tesi di Demsetz. I diritti di proprietà emergono a seguito della caccia poiché relativamente ai frutti di tale attività i benefici dei diritti di proprietà sono alti e i costi bassi. Gli scimpanzé non sono cacciatori estremamente efficienti. Se non cacciassero in gruppo, la loro attività di caccia sarebbe ben di rado coronata da successo. La cooperazione richiede tuttavia che anche i subordinati possano sperare di ottenere della carne.

Il costo dei diritti di proprietà, ammesso che esista, ricade solo sugli individui dominanti; ma in realtà  anche tali individui in assenza di cooperazione nella caccia mangerebbero probabilmente meno carne.

Tale spiegazione deve fare i conti con un dato problematico: la proprietà è degli scimpanzé vicini, non necessariamente dei cacciatori. Fredlund ritiene che i costi dell’esclusione dei presenti che non hanno partecipato alla caccia siano troppo alti in relazione ai modesti benefici che se ne trarrebbero. Bisogna fra l’altro tener conto che la vicinanza può implicare partecipazione potenziale, anche se non attuale, alla attività di caccia. Tutti gli scimpanzé presenti avrebbero potuto rivelarsi utili, anche se non sono stati in concreto chiamati in azione.

Uno scritto di Hans Kummer[18] delinea una seconda possibile lettura. Kummer parte dalle sue esperienze con i babbuini. Egli rileva che fra i babbuini anche membri del gruppo più grandi e forti normalmente non cercano di sottrarre un oggetto ad un conspecifico che è ad esso più vicino. Tale fenomeno è stato chiamato da Lee Ellis, che aderisce alla impostazione di Kummer, “proximity principle of ownership”[19]. L’idea è che fra i primati la prossimità ad un oggetto sia in qualche modo riconosciuta e rispettata come se fosse un chiaro segno di appartenenza. Kummer precisa tuttavia che i membri del gruppo che si trovano in una alta posizione nella gerarchia sembrano controllare uno spazio più ampio; essi sembrano, per così dire, prossimi a più oggetti rispetto ai membri subordinati.

L’impostazione di Kummer permetterebbe di spiegare agevolmente i comportamenti di rispetto per il “proprietario” distante riportati dalla Goodall. Si potrebbe pensare che gli oggetti non siano mai usciti dalla prossimità dei membri di posizione elevata. Esso permetterebbe anche in realtà di spiegare taluni episodi in cui il superiore sottrae l’oggetto dalle mani del possessore. Il superiore potrebbe considerare prossimo anche un oggetto fisicamente più vicino ad un altro scimpanzè.

Margaret Gruter[20] ipotizza che il possesso possa nascere dalla percezione della vicinanza fra due individui o fra un individuo ed un oggetto come una unità o Gestalt. La percezione di una Gestalt familiare produce sensazioni di benessere; impressioni non familiari o “sbagliate” producono sensazioni di insicurezza o paura. Il concetto di possesso potrebbe dunque nascere dal fatto che una volta che un oggetto sia stato “unito” ad un individuo in un’unica Gestalt non sembra “giusto” rompere questa Gestalt. Non sapremmo onestamente formulare un giudizio sulla validità di tale teoria. Certo è che essa ben si accorda con la impostazione di Kummer. Vi è d’altra parte da considerare l’esistenza di uno spazio personale, che circonda gli individui, e che è tendenzialmente difeso e rispettato[21]. Si è osservato che la  ampiezza di tale spazio varia con il variare del rango sociale: gli animali più forti e aggressivi mantengono i conspecifici a distanze maggiori[22]. Può darsi che il rispetto del possesso nasca dal rispetto dello spazio personale del possessore.

La ricerca futura potrà dirci quale delle due regole meglio corrisponde alla realtà della vita sociale dei primati[23]. Una importanza cruciale rivestirà l’analisi del comportamento dei superiori di fronte ad inferiori che possiedono oggetti diversi dalla carne. I dati, come già detto, sono allo stato attuale contraddittori. Se in definitiva riscontrassimo una sistematica prevalenza del superiore, allora dovremmo considerare più credibile la spiegazione di Fredlund. Naturalmente è possibile che le regole siano differenti per le differenti specie di primati; e nella prevalenza dell’una o dell’altra regola potrebbe giocare un ruolo la diversa importanza del rango nelle diverse specie[24].

 

 

La mutazione adattativa

 

 

Nel suo articolo più volte citato, Melvin Fredlund precisa che nel suo scritto egli intende occuparsi delle ipotesi di “property rights behavior” e non di quelle di comportamento territoriale. A suo giudizio, il comportamento territoriale si distingue in quanto è dettato dall’istinto, ed è seguito da ogni membro della specie. Essendo l’economia definibile come “the theory of choice”, egli dichiara di interessarsi solo delle ipotesi in cui gli animali sembrano effettivamente avere una possibilità di scegliere fra più comportamenti alternativi. Questo è a suo giudizio il caso dei lupi, dal momento che essi sembrano stabilire territori o meno a seconda delle circostanze.

Le affermazioni di Fredlund contrastano in modo netto con ciò che l’etologia umana ed animale ci insegnano. Esse partono dalla distinzione fondamentale fra comportamenti geneticamente prestabiliti e comportamenti scelti sulla base delle circostanze. In sostanza Fredlund constata che questi secondi non sono una prerogativa esclusiva dell’uomo, ma in alcuni casi possono emergere anche in alcune specie animali.

In realtà, noi sappiamo che la maggior parte degli organismi animali è in grado di modificare in modo adattativo il proprio comportamento sulla base delle circostanze. Per quanto riguarda in particolare il comportamento territoriale, abbiamo già visto[25] che il fenomeno per cui una specie tiene comportamenti diversi in circostanze diverse sembra assai più diffuso di quanto sembra supporre Fredlund, ed è stato osservato in un gran numero di specie di uccelli e di mammiferi. Al contempo, si è già visto che ogni comportamento deve avere una base genetica.

In gran parte i comportamenti, sia pur programmati filogeneticamente, tengono conto degli stimoli provenienti dall’esterno. Ciò vale sia per l’uomo che per gli animali.

Se la mancanza di scelta che Fredlund attribuisce a molti comportamenti animali significa rigida programmazione filogenetica, a prescindere da ogni stimolo esterno, le sue affermazioni sono inesatte, e la sua distinzione all’interno dei comportamenti animali infondata.

Diversa è la distinzione fra comportamenti che rispondono a rigidi schemi istintivi e comportamenti, per così dire, liberamente decisi. 

L’evoluzione dell’encefalo dei vertebrati è stata caratterizzata da un processo di corticalizzazione, che permette di scindere temporaneamente le azioni volontarie dagli automatismi tipici del tronco cerebrale. La capacità di rinunciare alla realizzazione di un istinto e di distaccarsi dalla sfera istintiva in modo da creare un “campo” privo di tensione, in cui è possibile riflettere ed agire razionalmente, è prodotta da questo processo. Essa è chiaramente riconoscibile nell’uomo; la possibilità, tuttavia, di agire in modo distaccato dagli istinti è presente anche negli altri mammiferi. In realtà, il primo passo verso l’emancipazione dai rigidi schemi istintivi può essere identificato in un miglioramento delle capacità adattative che risale quanto meno ai mammiferi primitivi[26].

D’altro canto, oggi nessun etologo dubita che l’eredità biologica abbia un ruolo nel determinare il comportamento umano. “Proprio nell’ambito del comportamento sociale siamo (…) meno liberi di quanto comunemente si ammetta”[27]. Se intendiamo studiare soltanto comportamenti non fondati, nemmeno parzialmente, su un programma filogenetico, dovremmo escludere dalla nostra attenzione anche gran parte dei comportamenti umani. Per esprimerci in termini semplici, anche se imprecisi: l’uomo non è interamente libero dagli istinti; né è l’unico animale ad esserlo parzialmente (anche se è l’animale che lo è in misura maggiore).

Le società umane ed animali affrontano in molti casi problemi simili. E talvolta li risolvono con strumenti simili. Di ciò sono consapevoli gli antropologi, che non disconoscono l’importanza che la conoscenza dei comportamenti sociali animali può avere per una migliore comprensione di quelli umani.

Se la comparazione evidenzia il ruolo che determinati adattamenti filogenetici possono aver avuto nello sviluppo di determinati comportamenti, il giurista non potrà che considerare preziosi tali dati. Con l’evoluzione culturale, l’uomo ha sviluppato un meccanismo di adattamento che sicuramente ha superato in importanza quello dell’adattamento biologico. Ma i nostri programmi filogenetici, se non ci dominano, non ci hanno mai abbandonato. Essi facilitano lo sviluppo di determinati comportamenti, ostacolano quello di altri.

Due studiosi svizzeri hanno studiato le dispute per oggetti fra bambini di asilo, ed hanno constatato che nella maggior parte dei casi il conflitto veniva vinto dal legittimo proprietario dell’oggetto. Proprietario dell’oggetto era di solito considerato il bambino che aveva portato l’oggetto da casa oppure che era entrato per primo in possesso di un oggetto ricevuto in cambio o in regalo, o che aveva giocato per primo. Gli autori hanno rilevato che i bambini che non avevano un diritto di questo tipo sull’oggetto davano segni più frequenti di insicurezza rispetto ai proprietari “legittimi”[28].

Nella valutazione di questo tipo di informazioni è sempre necessario esercitare una certa cautela, perché i comportamenti potrebbero essere frutto di condizionamenti culturali.

E’ chiaro tuttavia che una analisi comparata dei dati sul comportamento umano e dei primati potrebbe evidenziare le basi filogenetiche di determinati comportamenti. Se approfondiremo le nostre informazioni sul possesso fra i primati e fra i bambini, se sapremo porle a confronto con i dati che possono offrirci gli studiosi del cervello, potremmo scoprire che nel rispetto del possesso giocano un ruolo determinati schemi istintuali. La presenza di tali schemi non può non aver giocato un ruolo nella evoluzione delle norme giuridiche.

O potremmo scoprire che tali basi filogenetiche non esistono, e che lo sviluppo di norme che impongono il rispetto del possesso è frutto di una evoluzione culturale che, in società diverse, risponde all’identico problema di incentivare attività vantaggiose. La risoluzione della questione difficilmente può prescindere da una analisi che non si fermi allo studio dei comportamenti umani.

 



· Già pubblicato in Riv. dir. civ., 2000, II, 449.

[1] E’ necessario distinguere il concetto di territorio da quello di spazio personale. Tutti gli animali sembrano essere circondati da uno spazio personale, di ampiezza variabile, che essi difendono dalle intrusioni, e i conspecifici a rispettano. Lo spazio personale è diverso dal territorio perché, per così dire, si muove insieme all’individuo. Per qualche informazione in materia, cfr. Eibl-Eibesfeldt, Etologia umana, tr. it. Brizzi e Scapini, Torino, 1993, p. 225 ss.

[2] Cfr. Service, Primitive Social Organization and Evolutionary Perspective, New York, 1962; Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 215 ss..

[3] L’ovvio rinvio è a Ardrey, L’imperativo territoriale, tr. it. D’Ambrosio, Milano, 1984.

[4] Dyson Hudson e Smith, Human Territoriality: An ecological reassessment, in Amer. Anthropol., 1978, 21.

[5] Demsetz, Toward a Theory of Property Rights, in American Economic Review, 1967, 347.

[6] Fredlund, Wolves, Chimps and Demsetz, in Economic Inquiry, 1976, 279.

[7] Cfr., ad esempio, Brown, The Evolution of Diversity in Avian Territorial Systems, in Wilson Bullettin 1964, 160.

[8] Per vero i giuristi più attenti non ne sembrano inconsapevoli: cfr. ad esempio Mattei, La proprietà immobiliare, Torino, 1995, p. 5.

[9] Cfr. Dyson Hudson e Smith, Human Territoriality, cit., p. 36.

[10] Cfr. MacLean, A triangular brief on the evolution of brain and law, in Gruter e Bohannan, Law, Biology and Culture, Santa Barbara, 1983, p. 74 ss.

[11] La tesi in discussione, ampiamente illustrata nel volume Animal Dispersion in Relation to Social Behavior, New York, 1962, si può leggere nell’articolo Self-Regulating Systems in Populations of Animals, in Science, 1965, 1543. 

[12] Cfr. Wynne-Edwards, Self-Regulating Systems, cit., p. 1545.

[13] In tal modo il concetto di società si estende ovviamente anche al modo di vita di quelle popolazioni animali i cui membri, pur vivendo isolati, condividono determinate regole con i conspecifici. Una popolazione di individui ferocemente territoriali, che vivono isolati rispettando i rispettivi territori, è in questo senso una società.

[14] Cfr. Buechner, Territorial Behavior in Uganda Kob, in Science 1961, 698.

[15] Fra le opere da cui abbiamo tratto le notizie riportate, possiamo ricordare Teleki, Come cacciano gli scimpanzé, in Le Scienze 1973, 56; Wilson, Sociobiology: the new synthesis, Harvard, 1975 (trad. it. Suvero, Sociobiologia, Bologna, 1979); Fredlund, Wolves, Chimps and Demsetz, cit.; Goodall, Order without law, in Gruter e Bohannan, Law, Biology and Culture, cit., p. 50 ss.; Chiarelli, Origine della socialità e della cultura umana, Bari, 1984, p. 174 ss.

[16] Goodall, Order without law, in Gruter e Bohannan, Law, Biology and Culture, cit., p. 50 ss., p. 59.

[17] su tale filmato, vedi Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 231

[18] Kummer, Dominance versus possession, an experiment on Hamadrias baboons, in Menzel (ed.), Precultural primate behavior, Basel, 1973, p. 226 ss.

[19] Ellis, On the rudiments of possessions and property, in Social Sci. Inform. 1985, 113, p. 125.

[20] Gruter, Biologically based behavioral research and the facts of law, in Gruter e Bohannan, Law, Biology and Culture, cit., p. 2 ss.

[21] Cfr. la nota 1.

[22] Cfr. Leyhausen, Dominance and Territoriality as Complemented in Mammalian Social Structures, in Esser (ed.), Behaviour and Environment: The Use of Space by Animals and Men, New York, 1971, p. 22 ss.

[23] In Rose, Possession as the Origin of Property, in 52 University of Chicago Law Review 73 (1985) si tenta di approfondire, nell’ambito della dottrina del common law per cui il possesso è l’origine della proprietà, quale sia la definizione del possesso che dà luogo al titolo; quali atti insomma possano considerarsi come capaci di fondare nel possessore la proprietà della cosa. L’esame dei precedenti permette di individuare in proposito due grandi principi confliggenti: l’uno considera possesso un chiaro atto che dimostri un intenzione inequivoca di appropriarsi della cosa; l’altro è ispirato dalla necessità di premiare chi compie un lavoro utile, riconoscendolo come possessore della cosa in relazione alla quale il suo lavoro è stato speso. I due opposti principi sono ben iilustrati dal caso Pierson v. Post (3 Cal. R. 175, N.Y. Sup. Ct. 1805. Post stava inseguendo una volpe e l’aveva quasi presa quando un altro cacciatore l’ha uccisa e se ne è andato con la carcassa. Post agì per ottenere il valore della volpe.

La corte gli diede torto. Il possesso, implicando un chiaro atto da cui ognuno capisca che l’inseguitore ha un intenzione inequivoca di appropriarsi dell’animale, va riconosciuto a chi ha ucciso l’animale, o l’ha ferito mortalmente o preso in una rete.

Un giudice dissentì, affermando che la regola statuita dalla corte avrebbe scoraggiato la caccia alla volpe; chi avrebbe continuato ad allevare cani ed inseguire volpi se non si riconosceva in un momento precedente alla cattura in capo al cacciatore un diritto sulla volpe?

La contrapposizione in esame non coincide con le opposte spiegazioni della regola riguardante il possesso fra gli scimpanzè. Eppure ci sembra di notare una certa somiglianza fra i due problemi. Lo scimpanzè possiede la preda perchè deve essere incentivato a cacciare o semplicemente perchè vi ha posato la mano per primo?   

[24] Fra le amadriadi osservate da Kummer, la stessa esistenza di un ordine di rango fra i maschi adulti è incerta; cfr. Kummer, In Quest of the Sacred Baboon, trad. ingl. Biederman-Thorson, Princeton, 1995, p. 166 ss.

[25] Cfr. Dyson Hudson e Smith, Human Territoriality, cit.

[26] Crf. Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 58 ss.

[27] Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 3.

[28] Muller e Kuhne, Zur Analyse interaktiver Episoden. Unveroffentliche Lizentiatsarbeit, Universitat Bern 1974, citato in Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 232.