DOMINANZA
E POSSESSO (E PROPRIETÀ?)
IN
ALCUNE SOCIETÀ NON UMANE·

di
Raffaele Caterina
Il
presente scritto vorrebbe analizzare le regole, corrispondenti
alle nostre norme sulla proprietà e sul possesso, che
determinano lallocazione delle risorse nelle società
animali.
Lanalisi
della letteratura in materia ci ha suggerito di distinguere lanalisi
in due parti, valutando separatamente le regole che riguardano il
territorio e quelle che riguardano altri oggetti.
La
territorialità e le sue spiegazioni
Necessaria
premessa ad ogni discorso sulla territorialità fra gli animali
è la constatazione che fra la maggior parte dei vertebrati
superiori è possibile riscontrare comportamenti territoriali[1].
Con ciò si intende dire non soltanto che gli individui tendono a
occupare un territorio, ma anche che tale territorio viene difeso
efficacemente; ciò può avvenire perché i conspecifici evitano
spontaneamente i territori occupati, o perché lanimale
riesce ad imporre tale rispetto con comportamenti minacciosi, o
perché, pur non essendo pacifico il potere sulla cosa, lanimale
sul proprio territorio appare avvantaggiato nello scontro, e
risulta nella gran parte dei casi vincente.
Una
seconda premessa, più volte, nel passato, messa in discussione,
ma, ci pare, per le notizie che oggi sono a nostra disposizione,
difficilmente contestabile, è la constatazione che tutte, o
quasi tutte, le popolazioni di cacciatori-raccoglitori esibiscono
comportamenti territoriali[2].
In
queste condizioni, sostenere che il comportamento territoriale
sia unaberrazione culturale propria esclusivamente delluomo
e nata con lo sviluppo dellagricoltura sembra assai
difficile.
Di
fronte alle informazioni che lantropologia e letologia
ci offrono, due sono state sostanzialmente le strade percorse. Luna
è quella di considerare la territorialità una forma
geneticamente prestabilita di comportamento che si è evoluta in
molte specie, compresa la nostra[3]. Laltra è
quella di negare che nelluomo, ed in alcune almeno fra le
specie animali, la territorialità sia un tratto geneticamente
fissato, spiegandone altrimenti ladozione come strategia di
comportamento.
Nellambito
di questa seconda possibilità, è interessante notare come
risultati assai simili sono stati raggiunti in modo almeno
parzialmente indipendente dagli antropologi, in stretto dialogo
con gli studiosi del comportamento animale, da un lato, e dagli
economisti dallaltro.
In
un articolo del 1978[4], Rada Dyson-Hudson ed
Eric Alden Smith negano che la territorialità possa essere
considerata un comportamento innato, se non per un numero
ristretto di specie animali. Essi partono dalla constatazione che
non solo fra le popolazioni umane, ma anche fra quelle animali
sono state riscontrate, rispetto al comportamento territoriale,
importanti variazioni; importanti variazioni fra le diverse
popolazioni locali, ma anche importanti variazioni in una stessa
popolazione in momenti diversi: non soltanto il comportamento
territoriale sembra poter mutare col mutare delle stagioni, ma
talvolta si sono registrati importanti mutamenti rispetto al
comportamento territoriale di una popolazione in risposta a
cambiamenti non stagionali delle risorse disponibili.
Questi
dati vengono spiegati attraverso un modello fondato sul concetto
di difendibilità economica: il comportamento territoriale emerge
quando i costi delluso esclusivo e della difesa di unarea
sono superati dai benefici che scaturiscono da questo schema di
utilizzazione delle risorse. I fattori che incidono sulla
difendibilità economica sono molteplici. Nellarticolo, si
evidenziano limportanza della prevedibilità della
distribuzione spazio-temporale delle risorse (quanto più la
distribuzione spazio-temporale delle risorse è prevedibile,
tanto maggiore è la difendibilità economica del territorio) e
della densità delle risorse (quanto maggiore è la densità
delle risorse, tanto più il territorio è difendibile, in quanto
si riduce larea che deve essere difesa e dunque si riducono
i costi di difesa; ma se una risorsa è così abbondante che la
sua disponibilità per la popolazione è ai fini pratici
illimitata, allora non cè beneficio nel difenderla e non
si svilupperanno comportamenti territoriali).
Non
è difficile notare la somiglianza di tale teoria con la
spiegazione della nascita dei diritti di proprietà contenuta nel
fondamentale articolo Toward a theory of property rights
di Harold Demsetz[5]. Tale spiegazione può
essere formulata in questo modo: i diritti di proprietà si
sviluppano per internalizzare le esternalità quando i benefici
dellinternalizzazione diventano più grandi dei costi dellinternalizzazione.Per
esemplificare tale assunto Demsetz si avvale di informazioni
fornite da antropologi a proposito degli Indiani che abitavano le
regioni vicine al Quebec.
In
breve: gli antropologi constatano che tali popolazioni, che fino
al XVII secolo non conoscevano diritti di proprietà sulla terra,
hanno sviluppato a partire dal XVIII secolo un sistema di
territori di caccia privati. La ragione del mutamento è
individuata nello sviluppo del commercio delle pelli. In
precedenza, gli Indiani cacciavano solo per il cibo e per le
poche pelli che usavano per sè o per le loro famiglie. In queste
condizioni, certamente, ogni uccisione impone costi esterni sui
successivi cacciatori; ma questi effetti esterni erano assai poco
significativi.
Lavvento
del commercio di pelli incrementò il valore delle pelli per gli
Indiani, e con esso lintensità della caccia. Di
conseguenza, dovette crescere anche limportanza delle
esternalità connesse con la caccia libera. In mancanza di
controllo sulla caccia da parte di altri, nessuno avrebbe avuto
interesse a conservare le riserve di selvaggina, e si sarebbe
rischiata lestinzione delle specie cacciate. Listituzione
di territori privati di caccia incentivava le famiglie titolari
ad adottare tecniche di rotazione nello sfruttamento dei loro
territori, evitare sprechi, a tenere, insomma, comportamenti
volti ad evitare tale rischio.
Demsetz
rileva che gli indiani delle pianure sudoccidentali non sembrano
aver mai sviluppato diritti di proprietà sulla terra, e spiega
agevolmente il dato sulla base della sua teoria. Non esistono,
nelle pianure, animali di importanza commerciale paragonabile a
quella degli animali da pelliccia delle foreste canadesi. I
benefici connessi allo stabilimento di territori di caccia
privati sono perciò minori. Inoltre, mentre gli animali delle
foreste confinano i loro movimenti a territori relativamente
piccoli, gli animali delle pianure percorrono spazi molto grandi.
Ciò fa crescere i costi dellinternalizzazione connessi
allo stabilimento di territori di caccia privati.
Il
modello proposto da Demsetz è stato applicato anche al
comportamento di alcune specie animali.
In
un articolo del 1976[6], Melvin Fredlund,
propone una spiegazione fondata su tale modello per le
divergenze emerse dai resoconti di David Mech e di Farley Mowat
sul comportamento dei lupi. I lupi della Isle Royale, descritti
dal primo, non esibiscono comportamenti territoriali, a
differenza dei lupi descritti da Mowat.
Fredlund
osserva che sulla Isle Royale vive una popolazione assai numerosa
di alci, e che tali alci si muovono su territori assai vasti.
Mowat
ha invece osservato i lupi della tundra nel periodo dellanno
in cui, essendo da poco nati i piccoli, essi non possono seguire
le mandrie di caribù come fanno nel resto dellanno. La
principale fonte di cibo per i lupi è costituita da topi,
lemmings, scoiattoli. Questi piccoli animali tendono a restare
relativamente vicini alle loro tane. Essi, nella condizione di
scarsità di cibo in cui si trovano i lupi, acquistano come prede
un alto valore relativo.
La
differenza nel comportamento delle due popolazioni di lupi può
essere spiegata secondo il modello di Demsetz. Per i lupi della
tundra stabilire property rights in land (lespressione
è di Fredlund) è economicamente desiderabile, essendo poco
costoso (perchè i roditori si muovono in aree ristrette) e assai
vantaggioso (per lalto valore relativo delle prede). Per i
lupi della Isle Royale la situazione è opposta.
Come
è facile notare, i modelli proposti da Demsetz e da Dyson-Hudson
e Smith sono sostanzialmente identici. La spiegazione economica
dei sistemi di proprietà privata umani vale anche per i
comportamenti territoriali di almeno alcune specie animali.
Cè
da registrare che nella bibliografia dellarticolo di Dyson-Hudson
e Smith non figurano né larticolo di Demsetz, né quello
di Fredlund. A sua volta, Fredlund non cita alcuni studiosi del
comportamento animale che erano arrivati a risultati non
dissimili dai suoi[7]. Ciò costituisce un
esempio sorprendente di assenza di dialogo fra discipline. Sembra
invece sicuro che lanalisi economica del diritto abbia
molto da offrire, e molto da prendere, dalle scienze che si
occupano del comportamento animale[8].
Ci
sembra in ogni caso che queste analisi non evidenzino un dato che
è per il giurista di assoluto interesse. Nel negare che la
territorialità umana sia un comportamento geneticamente
prestabilito, Dyson-Hudson e Smith ammettono tuttavia che come
tutti i comportamenti la capacità di demarcare e difendere il
territorio deve avere una base genetica[9]. Laffermazione
è indiscutibile: un lupo potrà trascorrere la sua vita senza
marcare il territorio e senza incontrare territori marcati;
tuttavia, il lupo è capace di marcare il territorio e di
riconoscere un territorio marcato. Senza tali basi genetiche, i
lupi non potrebbero porre in atto comportamenti territoriali. Ci
pare che talvolta nel dibattito sulla natura innata o meno dei
comportamenti territoriali si faccia confusione. Un conto è
studiare le ragioni (e dunque anche le circostanze scatenanti)
del comportamento territoriale. Un conto è studiare gli
strumenti che una popolazione ha a disposizione per porre
concretamente in atto un sistema territoriale. Ebbene, letologia
sembra insegnarci che a tale scopo non solo non cè bisogno
di uno stato, ma nemmeno di un cervello evoluto come quello umano.
Gli strumenti sono iscritti in una base genetica che luomo
sembra condividere con la maggior parte delle altre specie
animali.
Il
dato trova conferma nelle informazioni che ci sono offerte dagli
studiosi dellevoluzione del cervello[10].
Essi ci informano che il cervello umano è trino: esso, nel corso
della sua evoluzione, ha conservato le caratteristiche anatomiche
e chimiche di tre formazioni di base che riflettono le nostre
relazioni ancestrali con i rettili, i mammiferi primitivi, i
mammiferi più evoluti. In termini semplici, anche se
probabilmente non del tutto precisi, si può affermare che noi
abbiamo una parte del cervello in comune con i rettili. Fra i
rettili esistenti, i più vicini parenti dei nostri antenati
rettili (e dunque i più vicini parenti nostri) sono
probabilmente le lucertole. Nellanalizzare il comportamento
delle lucertole sono state identificate più di 25 forme di
comportamento che sono anche caratteristiche dei mammiferi. Fra
queste, possiamo registrare la tendenza a stabilire territori, la
loro marcatura, la loro difesa attraverso comportamenti
ritualizzati di minaccia e attraverso combattimenti. Anche fra le
lucertole, si è riscontrato che lindividuo sul proprio
territorio sembra avere un vantaggio sullintruso.
Gli
esperimenti condotti indicano in modo chiaro che nei vertebrati
la parte rettile del cervello gioca un ruolo
essenziale nei comportamenti di esibizione utilizzati nella
comunicazione sociale. E si è notato che ad esempio latteggiamento
di sfida presenta singolari somiglianze in animali differenti
come le scimmie e le lucertole.
In
buona sostanza sembrano esserci prove sufficientemente sicure che
i displays of power, i comportamenti ritualizzati che
giocano un ruolo fondamentale nella concreta realizzazione di un
sistema territoriale siano condizionati da una parte del nostro
patrimonio genetico che abbiamo in comune con gli altri
vertebrati.
Ripercorriamo
il percorso fatto. Né luomo, né almeno una parte delle
altre specie animali sono geneticamente condizionate a tenere
sempre un comportamento territoriale, a prescindere dalle
circostanze. Le ragioni che concretamente determinano la
realizzazione di un sistema territoriale sembrano essere
fondamentalmente le stesse per luomo e per alcune almeno
fra le specie animali.
Il
comportamento territoriale non è dunque geneticamente imposto;
nondimeno, esso è reso possibile da una parte del nostro
patrimonio genetico che abbiamo in comune con gli altri
vertebrati.
Un
discorso ancora differente va condotto se vogliamo compiere un
ulteriore passo indietro, e interrogarci sulle ragioni di questo
patrimonio genetico.
La
tesi più convincente ci sembra quella dellecologo scozzese
V.C. Wynne-Edwards[11].
Punto
di partenza di tale tesi è la constatazione che le popolazioni
animali tendono in linea generale a preservare una certa
consistenza, fluttuando intorno ad un punto di equilibrio
fondamentalmente stabile. Ogni scienziato sa che gli animali
posti in un universo chiuso, come un acquario o una gabbia,
tendono a moltiplicarsi fino a raggiungere una certa consistenza,
e successivamente a non discostarsene fintanto che si mantengono
le condizioni immutate. Eppure, ogni popolazione animale avrebbe
la possibilità teorica di crescere fino a raggiungere condizioni
di sovrappopolazione.
Lintuizione
di Wynne-Edwards è che questa condizione di omeostasi è
raggiunta attraverso la instaurazione di meccanismi di
competizione fra gli individui. Tali meccanismi possono regolare
la consistenza di una popolazione escludendo alcuni individui
dallaccesso al cibo, ma anche escludendoli semplicemente
dalla possibilità di riprodursi, o controllando la consistenza
della prole che ogni individuo può riuscire a generare o
mantenere. Due esempi di tali meccanismi sono i sistemi
territoriali e lo sviluppo di gerarchie sociali.
La
competizione, influenzando in ultima analisi la possibilità di
nutrirsi e riprodursi, è ovviamente di importanza vitale per gli
individui. Eppure, Wynne-Edwards sottolinea che il conflitto fra
gli individui per il territorio o lo status è quasi sempre
strettamente convenzionalizzato. Al combattimento si sostituisce
la mera minaccia di violenza. Siamo di fronte, per utilizzare una
efficace espressione dello scienziato scozzese, al mondo del
bluff e degli status symbol. Ciò che ha luogo è una gara per
premi convenzionali condotta secondo regole convenzionali[12]. Wynne-Edwards definisce la società come unorganizzazione
di individui che è capace di organizzare una competizione
convenzionale fra i suoi membri[13].
La
tesi di Wynne-Edwards può esserci utile su due livelli.
Innanzitutto
spiega la grande diffusione della base genetica della
territorialità. Per diverse che siano le esigenze delle diverse
specie animali, per ognuna di esse lesistenza di meccanismi
capaci di evitare la sovrappopolazione non può che rivelarsi un
tratto vincente. La territorialità è appunto uno dei meccanismi
che, creando una competizione convenzionale, evita laccesso
indiscriminato al cibo e la riproduzione indiscriminata, e dunque
la sovrappopolazione.
Su
un piano differente, essa sembra poter fornire una spiegazione più
sofisticata (sebbene in concreto non così distante) del concreto
sviluppo di comportamenti territoriali rispetto al modello
proposto da Dyson-Huson e Smith. La tesi di Wynne-Edwards non
comporta che comportamenti territoriali debbano sempre
svilupparsi con la stessa intensità. La competizione sociale
dipende dalla densità della popolazione. Più sono i competitori,
più aspra sarà la competizione; al di sotto di certi limiti
essa potrebbe non avere ragione di prodursi. Limportante è
che essa entri in gioco al momento in cui si affaccia il rischio
di una sovrappopolazione.
Essa
ci appare più sofisticata perché evidenzia un dato di cui gli
altri modelli proposti non sembrano tener conto: quello della
possibile convenzionalità del premio.
Per
apprezzare pienamente limportanza di tale dato, possiamo
citare le osservazioni compiute da Helmut Buechner a proposito
del comportamento dellantilope dellUganda[14]. Gli studi di Buechner si sono incentrati sulla
popolazione di antilopi che abitavano la Riserva di Semliki, a
nord di Fort Portal, in Uganda. Le circa 10000 antilopi che
abitavano la riserva e le zone vicine utilizzavano solo 13 luoghi
di accoppiamento. Il luogo di accoppiamento medio consisteva di
unarea centrale di intensa attività, di circa duecento
iarde di diametro, contenente dai 12 ai 15 territori più o meno
circolari con un diametro dalle 20 alle 60 iarde, e di una zona
periferica circostante, ampia dalle 100 alle 200 iarde,
contenente un numero allincirca doppio di territori. Ogni
territorio era posseduto da un maschio; la difesa del territorio
era compiuta perlopiù attraverso comportamenti ritualizzati di
minacce; non mancavano tuttavia i veri combattimenti; il maschio
sul proprio territorio ne usciva vincitore con maggiore frequenza
rispetto allo sfidante. Gli accoppiamenti avevano luogo solo in
tali luoghi, e le femmine si accoppiavano solo con i maschi che
possedevano lappezzamento su cui si trovavano. Se una
femmina sceglieva di lasciare un territorio per un altro, il
maschio del territorio abbandonato si fermava al confine e non
cercava di seguire la femmina.
Cè
da notare che Buechner riferisce che nelle Pianure Ruthshuru del
Congo, in cui la densità della popolazione era assai minore, le
antilopi non sembravano tenere lo stesso comportamento, e ne
deduce che high population density may be essential for
expression of territorial behavior in Uganda kob.
Il
luogo di accoppiamento non presentava peculiarità, sotto il
profilo delle risorse offerte, rispetto alle zone circostanti. Lo
stesso Buechner riferisce che i maschi lasciavano il territorio
una o due volte al giorno in cerca di acqua e cibo.
Il
comportamento territoriale della antilope dellUganda non
sembra interpretabile se non attribuendo ai territori il valore
di un premio convenzionale; in una zona densamente popolata, in
cui laccoppiamento indiscriminato avrebbe potuto provocare
la sovrappopolazione, il territorio svolge la funzione di status
symbol capace di condizionare la risposta sessuale delle femmine.
Quando
ci accostiamo al tema del possesso di beni diversi dal territorio
fra gli animali, entriamo in un campo in cui le informazioni
disponibili sono recenti, lacunose, e talvolta contrastanti. Le
analisi debbono spesso fondarsi su singoli episodi documentati
dagli osservatori. Considerata tuttavia la qualità e la quantità
delle scoperte degli ultimi decenni, cè da confidare che
tale situazione non dovrà protrarsi indefinitamente.
Intendiamo
affrontare tale compito nel modo seguente. Innanzitutto
riferiremo nel modo più preciso possibile gli episodi
significativi che sono stati riportati e di cui noi siamo a
conoscenza. Tali episodi ci consentono di conoscere il modo in
cui sono stati risolti alcuni conflitti, attuali o potenziali,
concernenti risorse diverse dal territorio.
Poiché
tali soluzioni non sono ovviamente motivate, cercheremo di
individuare quali possibili regole potrebbero avere portato ad
esse; e cercheremo inoltre di individuare quali comportamenti non
ancora documentati potrebbero risultare decisivi nellindividuazione
di tali regole.
Precisiamo
preliminarmente che concentreremo la nostra attenzione su una
sola specie animale, quella degli scimpanzé[15],
limitandoci a qualche occasionale comparazione con il
comportamento di altri primati. Ciò anche in considerazione del
fatto che si tratta, come è noto, dei nostri parenti più
prossimi fra le specie attualmente viventi, e come tali meritano
certamente una speciale attenzione.
Gli
scimpanzé vivono in comunità di grandezza variabile. Allinterno
della comunità esistono gerarchie sia per i maschi che per le
femmine; i maschi adulti sono comunque dominanti sulle femmine e
sui cuccioli. Nel corso delle nostre riflessioni, sarà
estremamente importante verificare se gli episodi interpretabili
come manifestazione del rispetto per il possesso di un bene non
siano spiegabili più semplicemente come manifestazioni del
rispetto per il rango superiore del possessore.
Sebbene
in passato vi siano state parecchie incertezze in proposito,
appare ormai sicuro che gli scimpanzé sono territoriali.
Passiamo
ora in rassegna i comportamenti degli scimpanzé che appaiono
rilevanti ai nostri fini.
Innanzitutto,
essi riguardano le attività di caccia.
Le
proteine animali non sono fondamentali per gli scimpanzè; la
caccia, daltronde, si svolge sempre quando lanimale
è già sazio. Essi sembrano gradire il sapore della carne.
Gli
scimpanzé cacciano da soli o, più spesso, in gruppo. Può darsi
che uno scimpanzé impegnato in altre attività si accorga di una
preda potenziale a pochi metri, e la catturi; ma spesso la caccia
è collettiva e premeditata, consistendo in un inseguimento più
lungo, ed eventualmente in un accerchiamento della preda, con cui
le si blocca ogni possibilità di fuga. Spesso la preda è un
babbuino, costretto a rifugiarsi su un albero e lì bloccato. Linteresse
e lintento predatorio sono espressi con una espressione
facciale fissa o assente; lo scimpanzè diventa insolitamente
tranquillo, la postura è tesa e i peli parzialmente eretti su
tutto il corpo. Gli altri scimpanzè rispondono a questi segnali
con movimenti vigili ed eccitati, che culminano nellinseguimento
simultaneo. Di solito solo i maschi maturi partecipano alla
caccia.
Il
momento di maggior interesse è per noi quello successivo allabbattimento
della preda. Essa viene divisa fra gli scimpanzé presenti. Alla
divisione partecipano non solo gli individui che hanno
partecipato alla caccia, ma tutti coloro che sono abbastanza
vicini da riuscire a mettere le mani sulla preda nei momenti
immediatamente successivi allabbattimento. Dopo tale
divisione, gli individui che hanno ottenuto della carne si
allontanano per cibarsene. Dopo tale momento, sembra che gli
altri individui rispettino il possesso della carne. Il furto è
tollerato solo in alcuni casi. La madre tollera il furto da parte
dei figli. I fratelli tollerano reciprocamente il furto. Il
maschio può tollerare il furto da parte di una femmina
disponibile sessualmente. Un maschio potrà togliere la carne a
una femmina o ad un cucciolo. Al di fuori di questi casi, il
furto non è tollerato: chi vuole carne, deve chiederla
attraverso segnali convenzionali. Chi avanza la richiesta
avvicina la faccia a quella del proprietario o alla
carne, o stende la mano e tocca la carne stessa o il mento e le
labbra dellaltro animale. Anche gli individui superiori al
possessore nella gerarchia mendicheranno, senza far valere la
loro superiorità per impadronirsi della carne.
Jane
Goodall ci avverte che questo non significa che viene
riconosciuto un diritto sulla carne: rather it
suggests that the usually higher ranking male knows that the
other will not easily relinquish such spoils: meat is worth
fighting for and he is likely to hang on tightly and crouch over
it[16]. Non ci pare che la
precisazione abbia grande importanza. Il possesso del bene assume
rilevanza nel momento stesso in cui comporta una distribuzione
delle risorse differente da quella che verrebbe a determinarsi
sulla base del semplice ordine gerarchico. Prendiamo
semplicemente atto che su ciò può incidere la consapevolezza
della minore arrendevolezza del subordinato possessore.
Al
di fuori degli episodi di caccia, le testimonianze circa il
comportamento degli scimpanzé si fanno più incerte.
Innanzitutto,
non è del tutto chiaro se i superiori di rango possano o no, al
di fuori degli episodi di caccia, togliere oggetti dalle mani
degli inferiori.
In
secondo luogo, sono stati riportati numerosi episodi in cui gli
scimpanzé hanno dimostrato la capacità di riconoscere come
altrui un oggetto separato nello spazio dal suo proprietario.
Gran parte di questi episodi, tuttavia, vedono rispettata la
proprietà di un superiore di rango.
Un
episodio significativo, testimoniato da Jane Goodall, è il
seguente: una scimpanzè, Passion, stava mangiando delle formiche,
utilizzando un bastoncino; essendo stata attaccata da alcune
formiche, si allontanò per rimuoverle dal proprio corpo,
abbandonando il bastoncino; la sua figlia adulta, Pom, abbandonò
il proprio bastoncino, più corto, per quello più funzionale
abbandonato dalla madre; immediatamente Passion fece ritorno e
toccò il suo bastoncino, Pom lo lasciò e continuò
con quello più corto.
Tale
episodio non appare isolato. La stessa Goodall riferisce che
quando uno scimpanzé sbuccia la frutta che sta mangiando, gli
scimpanzé inferiori si avvicinano alla buccia messa da parte
molto cautamente, guardando attentamente il superiore, e la
prendono solo se non vedono segni di minaccia. Un comportamento
simile è descritto a proposito dei cuccioli: anche in questi
casi se un cucciolo mette da parte un oggetto con cui sta
giocando per mangiare, gli altri cuccioli si avvicinano
cautamente alloggetto, osservando attentamente il proprietario.
Non sappiamo dire se, e come, anche fra i cuccioli possano
giocare un ruolo le considerazioni di rango.
Un
episodio estremamente suggestivo, ma di difficile interpretazione,
è documentato in un filmato della National Geographic Society[17], e ha per protagonisti Diane Fossey e un maschio
di gorilla. La ricercatrice sta scrivendo sul suo taccuino. Il
gorilla le si avvicina e afferra la matita, si allontana con essa
di alcuni passi, la esamina minuziosamente, poi torna dalla donna
e le rende la matita, per poi ripetere lintera operazione
col taccuino.
Quale
interpretazione si può dare ai dati esaminati?
A
nostro giudizio, esistono fondamentalmente due possibili letture.
Una
possibile lettura è stata suggerita da Melvin Fredlund. Egli
parte dallassunto che gli scimpanzé mostrino di
riconoscere property rights solo nella situazione
conseguente alla spartizione della preda. Egli parte dallassunto
che gli scimpanzé non siano territoriali.
Se,
per quanto riguarda il territorio, lassunto di partenza di
Fredlund si è rivelato errato, non esistono dati sufficienti per
smentirlo per quanto riguarda gli altri oggetti. Può darsi,
sulla base di quanto sappiamo, che per lattribuzione dei
beni diversi dalla carne sia decisivo il rango e non il possesso.
Fredlund
applica in sostanza anche agli scimpanzé la tesi di Demsetz. I
diritti di proprietà emergono a seguito della caccia poiché
relativamente ai frutti di tale attività i benefici dei diritti
di proprietà sono alti e i costi bassi. Gli scimpanzé non sono
cacciatori estremamente efficienti. Se non cacciassero in gruppo,
la loro attività di caccia sarebbe ben di rado coronata da
successo. La cooperazione richiede tuttavia che anche i
subordinati possano sperare di ottenere della carne.
Il
costo dei diritti di proprietà, ammesso che esista, ricade solo
sugli individui dominanti; ma in realtà anche tali
individui in assenza di cooperazione nella caccia mangerebbero
probabilmente meno carne.
Tale
spiegazione deve fare i conti con un dato problematico: la
proprietà è degli scimpanzé vicini, non necessariamente dei
cacciatori. Fredlund ritiene che i costi dellesclusione dei
presenti che non hanno partecipato alla caccia siano troppo alti
in relazione ai modesti benefici che se ne trarrebbero. Bisogna
fra laltro tener conto che la vicinanza può implicare
partecipazione potenziale, anche se non attuale, alla attività
di caccia. Tutti gli scimpanzé presenti avrebbero potuto
rivelarsi utili, anche se non sono stati in concreto chiamati in
azione.
Uno
scritto di Hans Kummer[18] delinea una
seconda possibile lettura. Kummer parte dalle sue esperienze con
i babbuini. Egli rileva che fra i babbuini anche membri del
gruppo più grandi e forti normalmente non cercano di sottrarre
un oggetto ad un conspecifico che è ad esso più vicino. Tale
fenomeno è stato chiamato da Lee Ellis, che aderisce alla
impostazione di Kummer, proximity principle of ownership[19]. Lidea è che fra i primati la prossimità
ad un oggetto sia in qualche modo riconosciuta e rispettata come
se fosse un chiaro segno di appartenenza. Kummer precisa tuttavia
che i membri del gruppo che si trovano in una alta posizione
nella gerarchia sembrano controllare uno spazio più ampio; essi
sembrano, per così dire, prossimi a più oggetti rispetto ai
membri subordinati.
Limpostazione
di Kummer permetterebbe di spiegare agevolmente i comportamenti
di rispetto per il proprietario distante riportati
dalla Goodall. Si potrebbe pensare che gli oggetti non siano mai
usciti dalla prossimità dei membri di posizione elevata. Esso
permetterebbe anche in realtà di spiegare taluni episodi in cui
il superiore sottrae loggetto dalle mani del possessore. Il
superiore potrebbe considerare prossimo anche un oggetto
fisicamente più vicino ad un altro scimpanzè.
Margaret
Gruter[20] ipotizza che il
possesso possa nascere dalla percezione della vicinanza fra due
individui o fra un individuo ed un oggetto come una unità o
Gestalt. La percezione di una Gestalt familiare produce
sensazioni di benessere; impressioni non familiari o sbagliate
producono sensazioni di insicurezza o paura. Il concetto di
possesso potrebbe dunque nascere dal fatto che una volta che un
oggetto sia stato unito ad un individuo in ununica
Gestalt non sembra giusto rompere questa Gestalt. Non
sapremmo onestamente formulare un giudizio sulla validità di
tale teoria. Certo è che essa ben si accorda con la impostazione
di Kummer. Vi è daltra parte da considerare lesistenza
di uno spazio personale, che circonda gli individui, e che è
tendenzialmente difeso e rispettato[21]. Si
è osservato che la ampiezza di tale spazio varia con il
variare del rango sociale: gli animali più forti e aggressivi
mantengono i conspecifici a distanze maggiori[22].
Può darsi che il rispetto del possesso nasca dal rispetto dello
spazio personale del possessore.
La
ricerca futura potrà dirci quale delle due regole meglio
corrisponde alla realtà della vita sociale dei primati[23]. Una importanza cruciale rivestirà lanalisi
del comportamento dei superiori di fronte ad inferiori che
possiedono oggetti diversi dalla carne. I dati, come già detto,
sono allo stato attuale contraddittori. Se in definitiva
riscontrassimo una sistematica prevalenza del superiore, allora
dovremmo considerare più credibile la spiegazione di Fredlund.
Naturalmente è possibile che le regole siano differenti per le
differenti specie di primati; e nella prevalenza delluna o
dellaltra regola potrebbe giocare un ruolo la diversa
importanza del rango nelle diverse specie[24].
Nel
suo articolo più volte citato, Melvin Fredlund precisa che nel
suo scritto egli intende occuparsi delle ipotesi di property
rights behavior e non di quelle di comportamento
territoriale. A suo giudizio, il comportamento territoriale si
distingue in quanto è dettato dallistinto, ed è seguito
da ogni membro della specie. Essendo leconomia definibile
come the theory of choice, egli dichiara di
interessarsi solo delle ipotesi in cui gli animali sembrano
effettivamente avere una possibilità di scegliere fra più
comportamenti alternativi. Questo è a suo giudizio il caso dei
lupi, dal momento che essi sembrano stabilire territori o meno a
seconda delle circostanze.
Le
affermazioni di Fredlund contrastano in modo netto con ciò che letologia
umana ed animale ci insegnano. Esse partono dalla distinzione
fondamentale fra comportamenti geneticamente prestabiliti e
comportamenti scelti sulla base delle circostanze. In sostanza
Fredlund constata che questi secondi non sono una prerogativa
esclusiva delluomo, ma in alcuni casi possono emergere
anche in alcune specie animali.
In
realtà, noi sappiamo che la maggior parte degli organismi
animali è in grado di modificare in modo adattativo il proprio
comportamento sulla base delle circostanze. Per quanto riguarda
in particolare il comportamento territoriale, abbiamo già visto[25] che il fenomeno per cui una specie tiene
comportamenti diversi in circostanze diverse sembra assai più
diffuso di quanto sembra supporre Fredlund, ed è stato osservato
in un gran numero di specie di uccelli e di mammiferi. Al
contempo, si è già visto che ogni comportamento deve avere una
base genetica.
In
gran parte i comportamenti, sia pur programmati filogeneticamente,
tengono conto degli stimoli provenienti dallesterno. Ciò
vale sia per luomo che per gli animali.
Se
la mancanza di scelta che Fredlund attribuisce a molti
comportamenti animali significa rigida programmazione
filogenetica, a prescindere da ogni stimolo esterno, le sue
affermazioni sono inesatte, e la sua distinzione allinterno
dei comportamenti animali infondata.
Diversa
è la distinzione fra comportamenti che rispondono a rigidi
schemi istintivi e comportamenti, per così dire, liberamente
decisi.
Levoluzione
dellencefalo dei vertebrati è stata caratterizzata da un
processo di corticalizzazione, che permette di scindere
temporaneamente le azioni volontarie dagli automatismi tipici del
tronco cerebrale. La capacità di rinunciare alla realizzazione
di un istinto e di distaccarsi dalla sfera istintiva in modo da
creare un campo privo di tensione, in cui è
possibile riflettere ed agire razionalmente, è prodotta da
questo processo. Essa è chiaramente riconoscibile nelluomo;
la possibilità, tuttavia, di agire in modo distaccato dagli
istinti è presente anche negli altri mammiferi. In realtà, il
primo passo verso lemancipazione dai rigidi schemi
istintivi può essere identificato in un miglioramento delle
capacità adattative che risale quanto meno ai mammiferi
primitivi[26].
Daltro
canto, oggi nessun etologo dubita che leredità biologica
abbia un ruolo nel determinare il comportamento umano. Proprio
nellambito del comportamento sociale siamo (
) meno
liberi di quanto comunemente si ammetta[27]. Se
intendiamo studiare soltanto comportamenti non fondati, nemmeno
parzialmente, su un programma filogenetico, dovremmo escludere
dalla nostra attenzione anche gran parte dei comportamenti umani.
Per esprimerci in termini semplici, anche se imprecisi: luomo
non è interamente libero dagli istinti; né è lunico
animale ad esserlo parzialmente (anche se è lanimale che
lo è in misura maggiore).
Le
società umane ed animali affrontano in molti casi problemi
simili. E talvolta li risolvono con strumenti simili. Di ciò
sono consapevoli gli antropologi, che non disconoscono limportanza
che la conoscenza dei comportamenti sociali animali può avere
per una migliore comprensione di quelli umani.
Se
la comparazione evidenzia il ruolo che determinati adattamenti
filogenetici possono aver avuto nello sviluppo di determinati
comportamenti, il giurista non potrà che considerare preziosi
tali dati. Con levoluzione culturale, luomo ha
sviluppato un meccanismo di adattamento che sicuramente ha
superato in importanza quello delladattamento biologico. Ma
i nostri programmi filogenetici, se non ci dominano, non ci hanno
mai abbandonato. Essi facilitano lo sviluppo di determinati
comportamenti, ostacolano quello di altri.
Due
studiosi svizzeri hanno studiato le dispute per oggetti fra
bambini di asilo, ed hanno constatato che nella maggior parte dei
casi il conflitto veniva vinto dal legittimo proprietario delloggetto.
Proprietario delloggetto era di solito considerato il
bambino che aveva portato loggetto da casa oppure che era
entrato per primo in possesso di un oggetto ricevuto in cambio o
in regalo, o che aveva giocato per primo. Gli autori hanno
rilevato che i bambini che non avevano un diritto di questo tipo
sulloggetto davano segni più frequenti di insicurezza
rispetto ai proprietari legittimi[28].
Nella
valutazione di questo tipo di informazioni è sempre necessario
esercitare una certa cautela, perché i comportamenti potrebbero
essere frutto di condizionamenti culturali.
E
chiaro tuttavia che una analisi comparata dei dati sul
comportamento umano e dei primati potrebbe evidenziare le basi
filogenetiche di determinati comportamenti. Se approfondiremo le
nostre informazioni sul possesso fra i primati e fra i bambini,
se sapremo porle a confronto con i dati che possono offrirci gli
studiosi del cervello, potremmo scoprire che nel rispetto del
possesso giocano un ruolo determinati schemi istintuali. La
presenza di tali schemi non può non aver giocato un ruolo nella
evoluzione delle norme giuridiche.
O
potremmo scoprire che tali basi filogenetiche non esistono, e che
lo sviluppo di norme che impongono il rispetto del possesso è
frutto di una evoluzione culturale che, in società diverse,
risponde allidentico problema di incentivare attività
vantaggiose. La risoluzione della questione difficilmente può
prescindere da una analisi che non si fermi allo studio dei
comportamenti umani.
· Già pubblicato in Riv. dir. civ., 2000, II, 449.
[1] E necessario distinguere il concetto di territorio da quello di spazio personale. Tutti gli animali sembrano essere circondati da uno spazio personale, di ampiezza variabile, che essi difendono dalle intrusioni, e i conspecifici a rispettano. Lo spazio personale è diverso dal territorio perché, per così dire, si muove insieme allindividuo. Per qualche informazione in materia, cfr. Eibl-Eibesfeldt, Etologia umana, tr. it. Brizzi e Scapini, Torino, 1993, p. 225 ss.
[2] Cfr. Service, Primitive Social Organization and Evolutionary Perspective, New York, 1962; Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 215 ss..
[3] Lovvio rinvio è a Ardrey, Limperativo territoriale, tr. it. DAmbrosio, Milano, 1984.
[4] Dyson Hudson e Smith, Human Territoriality: An ecological reassessment, in Amer. Anthropol., 1978, 21.
[5] Demsetz, Toward a Theory of Property Rights, in American Economic Review, 1967, 347.
[6] Fredlund, Wolves, Chimps and Demsetz, in Economic Inquiry, 1976, 279.
[7] Cfr., ad esempio, Brown, The Evolution of Diversity in Avian Territorial Systems, in Wilson Bullettin 1964, 160.
[8] Per vero i giuristi più attenti non ne sembrano inconsapevoli: cfr. ad esempio Mattei, La proprietà immobiliare, Torino, 1995, p. 5.
[9] Cfr. Dyson Hudson e Smith, Human Territoriality, cit., p. 36.
[10] Cfr. MacLean, A triangular brief on the evolution of brain and law, in Gruter e Bohannan, Law, Biology and Culture, Santa Barbara, 1983, p. 74 ss.
[11] La tesi in discussione, ampiamente illustrata nel volume Animal Dispersion in Relation to Social Behavior, New York, 1962, si può leggere nellarticolo Self-Regulating Systems in Populations of Animals, in Science, 1965, 1543.
[12] Cfr. Wynne-Edwards, Self-Regulating Systems, cit., p. 1545.
[13] In tal modo il concetto di società si estende ovviamente anche al modo di vita di quelle popolazioni animali i cui membri, pur vivendo isolati, condividono determinate regole con i conspecifici. Una popolazione di individui ferocemente territoriali, che vivono isolati rispettando i rispettivi territori, è in questo senso una società.
[14] Cfr. Buechner, Territorial Behavior in Uganda Kob, in Science 1961, 698.
[15] Fra le opere da cui abbiamo tratto le notizie riportate, possiamo ricordare Teleki, Come cacciano gli scimpanzé, in Le Scienze 1973, 56; Wilson, Sociobiology: the new synthesis, Harvard, 1975 (trad. it. Suvero, Sociobiologia, Bologna, 1979); Fredlund, Wolves, Chimps and Demsetz, cit.; Goodall, Order without law, in Gruter e Bohannan, Law, Biology and Culture, cit., p. 50 ss.; Chiarelli, Origine della socialità e della cultura umana, Bari, 1984, p. 174 ss.
[16] Goodall, Order without law, in Gruter e Bohannan, Law, Biology and Culture, cit., p. 50 ss., p. 59.
[17] su tale filmato, vedi Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 231
[18] Kummer, Dominance versus possession, an experiment on Hamadrias baboons, in Menzel (ed.), Precultural primate behavior, Basel, 1973, p. 226 ss.
[19] Ellis, On the rudiments of possessions and property, in Social Sci. Inform. 1985, 113, p. 125.
[20] Gruter, Biologically based behavioral research and the facts of law, in Gruter e Bohannan, Law, Biology and Culture, cit., p. 2 ss.
[21] Cfr. la nota 1.
[22] Cfr. Leyhausen, Dominance and Territoriality as Complemented in Mammalian Social Structures, in Esser (ed.), Behaviour and Environment: The Use of Space by Animals and Men, New York, 1971, p. 22 ss.
[23] In Rose, Possession as the Origin of Property, in 52 University of Chicago Law Review 73 (1985) si tenta di approfondire, nellambito della dottrina del common law per cui il possesso è lorigine della proprietà, quale sia la definizione del possesso che dà luogo al titolo; quali atti insomma possano considerarsi come capaci di fondare nel possessore la proprietà della cosa. Lesame dei precedenti permette di individuare in proposito due grandi principi confliggenti: luno considera possesso un chiaro atto che dimostri un intenzione inequivoca di appropriarsi della cosa; laltro è ispirato dalla necessità di premiare chi compie un lavoro utile, riconoscendolo come possessore della cosa in relazione alla quale il suo lavoro è stato speso. I due opposti principi sono ben iilustrati dal caso Pierson v. Post (3 Cal. R. 175, N.Y. Sup. Ct. 1805. Post stava inseguendo una volpe e laveva quasi presa quando un altro cacciatore lha uccisa e se ne è andato con la carcassa. Post agì per ottenere il valore della volpe.
La corte gli diede torto. Il possesso, implicando un chiaro atto da cui ognuno capisca che linseguitore ha un intenzione inequivoca di appropriarsi dellanimale, va riconosciuto a chi ha ucciso lanimale, o lha ferito mortalmente o preso in una rete.
Un giudice dissentì, affermando che la regola statuita dalla corte avrebbe scoraggiato la caccia alla volpe; chi avrebbe continuato ad allevare cani ed inseguire volpi se non si riconosceva in un momento precedente alla cattura in capo al cacciatore un diritto sulla volpe?
La contrapposizione in esame non coincide con le opposte spiegazioni della regola riguardante il possesso fra gli scimpanzè. Eppure ci sembra di notare una certa somiglianza fra i due problemi. Lo scimpanzè possiede la preda perchè deve essere incentivato a cacciare o semplicemente perchè vi ha posato la mano per primo?
[24] Fra le amadriadi osservate da Kummer, la stessa esistenza di un ordine di rango fra i maschi adulti è incerta; cfr. Kummer, In Quest of the Sacred Baboon, trad. ingl. Biederman-Thorson, Princeton, 1995, p. 166 ss.
[25] Cfr. Dyson Hudson e Smith, Human Territoriality, cit.
[26] Crf. Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 58 ss.
[27] Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 3.
[28] Muller e Kuhne, Zur Analyse interaktiver Episoden. Unveroffentliche Lizentiatsarbeit, Universitat Bern 1974, citato in Eibl-Eibesfeldt, Etologia, cit., p. 232.