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A Comment by U. Izzo

La personal jurisdiction over a foreign corporation nel diritto statunitense: ordinamento sportivo batte Reynolds 2 a 1.

Umberto Izzo

I. Al termine delle note che hanno accompagnato la pubblicazione in Italia della sensazionale sentenza Reynolds1 -- alle quali si rinvia per l'odierno sostrato processuale --, avevamo lasciato la IAAF impegnata in uno strenuo appello avverso una condanna che, al di là delle immediate (ed incredibilmente onerose) conseguenze economiche per la soccombente, faceva presagire tempi davvero bui per la cittadella autonomistica dell'ordinamento sportivo internazionale.

Quegli oscuri presagi sono oggi definitivamente fugati2. La sentenza in rassegna infatti, mostrando tutto il peso che può avere oltreoceano una valente difesa in giudizio3, censura duramente l'esercizio di giurisdizione operato dai giudici di Columbus sulla IAAF e restituisce sonni tranquilli ai responsabili della comunità sportiva sovranazionale. Era, del resto, scontato che lo scrutinio del collegio d'appello si sarebbe appuntato proprio su quello che, da subito, era apparso il passaggio più intrigante (ma, al tempo stesso, più fragile) della motivazione elaborata dalla corte di prime cure per riconoscere le pretese giudiziali del recordman americano nei confronti di una convenuta che agli occhi di un giurista civilian sarebbe apparsa giurisdizionalmente irraggiungibile4.

II. Senza indugiare troppo in chiose rievocative, ricordiamo che la Corte dell'Ohio aveva fatto un uso (tanto deciso, quanto) spregiudicato del long arm statute di quello stato, per affermare la sussistenza di personal jurisdiction in capo alla IAAF5. Così, con riguardo al fatto che la convenuta intrattenesse relazioni economiche in Ohio, la corte -- muovendo dall'assunto per il quale il legame intercorrente fra le parti non poteva che avere natura contrattuale, poiché la IAAF "... è parte di un contratto che la lega agli atleti ovunque nel mondo.." -- aveva messo in rilievo: 1) il controllo sostanziale che la federazione esercitava sulla carriera sportiva di Reynolds e sulla sua capacità di produrre reddito; 2) l'attitudine della IAAF a fondare sull'immagine degli atleti la propria possibilità di stipulare contratti di sponsorizzazione in suo pro, remunerando gli stessi atleti (e, in particolare, l'attore) per la partecipazione alle gare sportive internazionali, con il rimborso delle relative spese di trasferta; 3) i diritti televisivi che la IAAF percepiva per la trasmissione degli eventi ai quali l'atleta partecipava; 4) la pubblicazione e la circolazione in Ohio di riviste sportive edite dalla convenuta; 5) l'aver intrattenuto relazioni economiche vieppiù stringenti con l'attore in Ohio, attraverso l'Athletic Congress of the USA -- ritenuto un vero e proprio rappresentante della IAAF.

Quanto alla commissione di illeciti in Ohio secondo le modalità dello statute, la corte aveva sottolineato, non senza rilevare che tali circostanze avrebbero dovuto essere ragionevolmente previste dalla IAAF, che la convenuta: 1) con riferimento alla defamation, aveva diffuso notizie (non veritiere e quindi) diffamanti nei confronti di Reynolds, che erano poi state riportate dai mass media dell'Ohio, cagionando danni all'attore nello stato americano; 2) con riferimento alla tortius interference with business relationship, aveva, in conseguenza della sua condotta diffamante, provocato la risoluzione di contratti di sponsorizzazione che legavano l'atleta a società dell'Ohio.

Infine, alla luce dei jurisdictional facts testé riassunti, e valutando negativamente la posizione ufficialmente assunta dalla IAAF di ritenersi immune alla giurisdizione di qualsiasi corte ordinaria per vicende attinenti ai suoi rapporti con gli atleti associati, la corte di Columbus aveva affermato che il riscontro di personal jurisdiction in capo alla convenuta appariva rispettoso del principio costituzionale del Due Process e del suo distillato giurisprudenziale, condensato nelle traditional notions of fair play and substantial justice6. Ed è proprio dall'analisi di queste nozioni che occorre prendere le mosse per comprendere come i giudici del sesto circuito, aditi in appello in sede di collateral attack7(dopo che la stessa District court di Columbus aveva rigettato la motion sottopostale8), siano riusciti a disfare, maglia dopo maglia, la rete giurisdizionale tessuta attorno alla IAAF.

L'analisi, con riguardo alla fattispecie affrontata nella sentenza in epigrafe, si circoscrive al problema del riconoscimento del potere giurisdizionale in capo alle c.d. foreign corporations; ovvero a quegli enti dotati di personalità giuridica che hanno sede fuori del territorio dello stato presso il quale è situata la corte adita dall'attore. Tuttavia, la metonìmia descrittiva (tipica del commentatore) induce a ritenere che l'occasione sia propizia per tentare di tratteggiare una visione di insieme della personal jurisdiction statunitense, in un momento in cui il suo tormentato assetto giurisprudenziale fa sì che essa possa venire definita -- riecheggiando la il suo tormentato assetto giurisprudenziale fa sì che essa possa venire definita -- riecheggiando la calzante metafora coniata da uno scholar d'oltreoceano -- come "a solution in search of a problem"9.

III. Protagonista di quest'indagine sarà il case law statunitense10. Il quale, a partire dal landmark International Shoe, ha svolto -- sotto l'occhio vigile e propositivo del formante dottrinario d'oltreoceano11 -- un'incessante opera di cesellatura per riuscire a tradurre la formula declamatoria enunciata nel celebre caso, in regole operazionali che consentano ad una corte di affermare la propria personal jurisdiction in capo ad una foreign corporation senza contraddire l'Amendment accolto dalla carta costituzionale americana nel 186812.

Dal 1945 in poi, la letteratura giuridica americana non ha mai smesso di esercitarsi nel commento alla majority opinion redatta dal Chief Justice Harlan Stone13. Fu in quell'occasione che vennero affermati i due (apparentemente antitetici) principi attorno ai quali si è sviluppata la riflessione accademica sulle mobili frontiere della interstate jurisdiction: da un lato, la Supreme Court accolse la nozione di minimum contacts, stabilendo che una foreign corporation possa essere giudicata allorquando mostri di avere dei contatti anche minimi con il locus fori; dall'altro, si diede per la prima volta rilievo ai concetti di fair play e substantial justice14, che avrebbero, da allora, costituito lo sfuggente metro di misurazione dei minimum contacts. Pur essendo concatenati, in un primo tempo i due principi avrebbero saputo suggerire interpretazioni a dir poco ellittiche. Da una parte infatti, sulla scia di alcune iniziali prese di posizione della Supreme Court15, si ritenne di poter fare a meno delle tradizionali bases of jurisdiction che avevano fino ad allora regolato la materia16. E molti stati, coniando formule non omogenee17, si affrettarono a tipizzare nei long arm statute quegli eventi o quelle circostanze che avrebbero individuato i minimum contacts utili all'esercizio della personal jurisdiction statale sui convenuti non residenti18. Dall'altra, ci si rese conto che la regola paradigmatica di International Shoe aveva il merito di imporre alle corti l'obbligo di condurre, in ciascun caso specifico, un'analisi degli interessi in conflitto e degli elementi concreti della causa che verificasse nella circostanza il rispetto del Due Process, evitando ogni tipo di riscontro automatico della propria giurisdizione sul convenuto19.

Conseguenza di ciò è stata che la codificazione statale dei minimum contacts non impedì che il pendolo della Due Process clause continuasse a lungo ad oscillare in una vastissima casistica giurisprudenziale, evidentemente ancora incapace di coagularsi attorno ad un metodo che sapesse cogliere la reale portata innovatrice della motivazione redatta dal giudice Stone20.

La strada da seguire, significativamenteparadossalmente, fu indicata da una riflessione sviluppata, attraversosulla base di una rilettura concettuale della giurisprudenza statunitense in tema di personal jurisdiction, da due comparatisti21. I quali, dopo aver messo in luce come la tradizionale distinzione tracciata dalla dottrina fra jurisdiction in personam, in rem e quasi in rem22, non fosse più in grado di fornire un valido aiuto nell'analisi dell'indirizzo espresso da International Shoe, propugnarono l'avvento di una nuova categoria ordinante fondata sulla dicotomia fra general e specific jurisdiction23. La prima ricorre nei casi in cui una corte afferma la sua giurisdizione sul convenuto basandosi esclusivamente sui contatti esistenti fra lui ed il foro, senza avere riguardo alla natura della causa ed al luogo ove si sono verificati i fatti che l'hanno resa necessaria; la seconda si ha, invece, qualora l'esercizio della giurisdizione sia riconosciuto valutando la connessione fra i fatti su cui è fondata la cause of action invocata dall'attore ed il locus fori24. Nell'applicare la nuova tassonomia al problema delle foreign corporations, gli autori osservavano che, nell'ipotesi di general jurisdiction, il principio di International Shoe imponeva il riscontro di una relazione stabile, continuativa ed integrata fra la corporation e la comunità dello stato, ovvero di una precisa localizzazione di beni e cespiti patrimoniali della società all'interno del territorio statale25. In mancanza di tali elementi, l'analisi avrebbe dovuto prendere le mosse dalla nozione di specific jurisdiction, per appuntarsi sull'esistenza di un legame diretto fra la controversia (ovvero: fra i suoi elementi di fatto e di diritto) ed il foro adito26.

L'acuta riflessione di von Meheren e Trautman si chiudeva preconizzando il lento (ma inesorabile) ridimensionamento che il ruolo della general jurisdiction avrebbe conosciuto nell'evoluzione giurisprudenziale statunitense27, proprio perché -- rilevavano gli autori -- il meccanico automatismo insito nella valutazione imposta dall'idea di questo tipo di giurisdizione aveva già dimostrato di mal conciliarsi con l'approccio avallato dalla Supreme Court in International Shoe28.

IV. A 30 anni dalla sua apparizione sulla più autorevole law review d'oltreoceano, la bipartizione fra general e specific jurisdiction domina il panorama giurisprudenziale che si staglia sullo sfondo della decisione dei giudici del Sixth Circuit29. La dottrina, dal canto suo, pur avendola ormai stabilmente recepita30, non ha mai smesso di analizzarne le rispettive nozioni, nello sforzo di definirne i contorni applicativi e le premesse metodologiche31.

Si comprende, pertanto, come la prima preoccupazione della Court of Appeal sia stata proprio quella di qualificare la fattispecie sottoposta al suo esame alla luce di questa dicotomia, collocando l'esercizio di giurisdizione compiuto dalla corte dell'Ohio nella prospettiva della specific jurisdiction32. Una prospettiva che in prima battuta può apparire pressoché obbligata, se si considera che la natura dei fatti giurisdizionali elencati nel complaint di Reynolds rivelava apertamente la loro connessione con le causes of action azionate. A veder bene, tuttavia, sul punto la motivazione in esame concede un dubbio.

I giudici del sesto circuito infatti, nel prosieguo, non omettono di esaminare il rapporto sostanziale esistente fra il TAC e la IAAF. E concludono confermando l'opinione della district court, secondo cui il TAC aveva pienamente dimostrato la sua qualità di rappresentante della convenuta. Ma, nell' iter circuito argomentativo della sentenza, questo riscontro favorevole all'attore è costretto a fare i conti con la prospettiva di specific jurisdiction che i giudici dell'appello hanno già avallato. E così, valutato in relazione ad uno dei fatti che in quest'ottica assumono rilevanza giurisdizionale (i.e.: il contratto ritenuto sussistente fra Reynolds e la IAAF), il legame sostanziale fra la convenuta rappresentata e l'organismo nazionale (di tutela degli interessi dell'atletica leggera statunitense) rappresentante svapora nella valutazione negativa che la Corte assegna, sul piano probatorio, a questo vincolo negoziale. In altre parole, alla corte non interessa approfondire le (eventuali) conseguenze giurisdizionali di questo rilievo, perché queste ultime si dimostrano irrilevanti nella prospettiva d'indagine già prescelta.

E' affatto verosimile che il destino di questo riscontro sarebbe stato diverso ove la corte lo avesse soppesato prima di decidere se la fattispecie sottoposta al suo esame integrasse un caso di general o specific jurisdiction. Viene qui in rilievo un altro lato oscuro della law of personal jurisdiction: quello delle c.d. substantive legal relations33. L'esistenza di un rapporto giuridico fra un convenuto non residente e un altro soggetto (sia esso persona giuridica o fisica) estraneo al processo, che mostri di avere contatti con il locus fori, può rivestire, evidentemente, una precisa valenza giurisdizionale34. Nel caso di specie non sembra azzardato ipotizzare che il riconoscimento dell'esistenza di un legame sostanziale fra il TAC e la IAAF avrebbe potuto integrare, secondo la attribution theory, la necessità di accertare, attraverso un indagine condotta secondo i canoni della general jurisdiction, se i contatti sistematici e pervasivi che -- nel corso della vicenda processuale -- il TAC aveva avuto con lo stato dell'Ohio, avessero potutopotessero comportare l'assoggettamento della IAAF alla giurisdizione statale dell'Ohio35.

Ed invece -- va sottolineato -- la sentenza riprende a valutare il legame fra le due organizzazioni sportive solo nel capo conclusivo (quello riguardante l'eccezione giocata sulla perdita del diritto alla difesa da parte della IAAF a seguito dell'intervento in causa del TAC), in una circostanza in cui la valutazione si limita a considerare l'aspetto legato alla presunta esistenza di una rappresentanza processuale fra le due parti. E, dati i più stringenti presupposti probatori di questa qualificazione, la corte ha buon gioco nel rilevare che al TAC -- già ritenuto rappresentante della IAAF sul piano sostanziale -- non possa essere riconosciuta la qualifica di rappresentante processuale della convenuta36.

V. Iniziando la sua verifica in chiave di specific jurisdiction, il collegio del Sixth Circuit applica alla fattispecie un test giurisdizionale (articolato su tre quesiti), che mostra di compendiare in metodo operazionale gli ultimi quindici anni di pronunce della Supreme Court sull'argomento37.

1) Così, il primo nodo da sciogliere è accertare se la IAAF si sia, o meno, consapevolmente avvalsa del privilegio della non residenza (ovvero: se la convenuta abbia agito all'interno dello stato o vi abbia prodotto conseguenze dannose, confidando nella sua inassoggettabilità alla giurisdizione del foro statale)38. Si tratta di un criterio che, soggettivizzando l'indagine sulla ragionevolezza dell'esercizio giurisdizionale, mette a fuoco la condotta del convenuto in relazione alla causazione dei fatti su cui si fonda la cause of action azionata dall'attore residente39. Su questa base, l'analisi mira a verificare se dal comportamento del convenuto possa ricavarsi la ragionevole convinzione che quest'ultimo abbia astrattamente realizzato di poter essere soggettoassoggettato al potere giurisdizionale dello stato e, nonostante ciò, abbia proseguito nella sua condotta40. Solo in questo caso, il convenuto -- che così mostra (implicitamente) di riconoscere la potestà giurisdizionale dello stato -- può legittimamente aspettarsi di essere giudicato dalla corte adita dall'attore41. Alla base di questo riscontro si pone, pertanto, una giurisdizione che si sgancia dall'idea civilian della sovranità e del conseguente assoggettamento della parte al potere autoritativo dello stato: si delinea, piuttosto, una giurisdizione negoziata per fatti concludenti42, che mette in esponente la volontaria accettazione di quel potere sovrano da parte del singolo43.

Sul piano probatorio, elementi indicativi del purposeful availment (quando connesso ad un legame contrattuale fra le parti) possono essere individuati da eventuali visite effettuate nel territorio dello stato dal convenuto e persino da telefonate o comunicazioni d'altro genere dirette nel locus fori: è tuttavia estremamente importante che il quadro complessivo dei riscontri delinei l'intera vicenda negoziale44, considerando quale delle parti abbia sollecitato le trattative, quali siano state le aspettative dei contraenti al momento della stipula45, nonché il concreto atteggiarsi del rapporto economico nascente dal contratto.

Più sfuggente può invece rivelarsi l'indagine sulla specific jurisdiction in tema di conseguenze dannose nello stato a seguito di torts commessi fuori dai suoi confini46. In questo caso (che il case law ha sovente affrontato in ipotesi di defamation), l'accertamento della foreseebility giurisdizionale del convenuto non può valersi di contatti intervenuti direttamente fra le parti, poiché essi (ovviamente) non esistono. Si cerca allora di desumere questo elemento di giudizio dall'analisi delle modalità con le quali il convenuto ha posto in essere la condotta illecita e della capacità da lui dimostrata di controllare in modo diretto il manifestarsi degli effetti dannosi della sua condotta47. Anche qui, a ben vedere, l'analisi mira ad accertare la volontarietà del comportamento lesivo del convenuto, quanto meno in termini di prefigurazione della eventualità che il suo agire possa cagionare un danno ad un soggetto residente nello stato48. Pur non potendo essere approfondito in questa sede, mette conto avvertire che il criterio testé evocato ha subìto -- nella giurisprudenza di alcuni circuiti federali49-- la concorrenza del c.d. "but for test"50, che tuttavia non trova alcuno spazio nella decisione in rassegna.

2) Il secondo quesito che il collegio del Sixth Circuit si pone, nel riesaminare la legittimità dell'esercizio di giurisdizione della corte di Columbus, è volto ad accertare il grado di connessione fra le cause of action invocate da Reynolds e l'attività compiuta dalla IAAF nell'Ohio. Vengono così nuovamente in rilievo i celebri minimum contacts di International Shoe: qual è il collegamento rilevante che deve intercorrere fra il convenuto ed il locus fori per sostanziare il riscontro di specific jurisdiction? Memori del significato della distinzione fra general e specific jurisdiction51, potremmo subito abbozzare una (parziale) risposta metodologica: il livello di contatti richiesti per un finding di specific jurisdiction appare, ontologicamente, più tenue che nell'ipotesi concorrente52. Su questa base tuttavia, limitare il campo di indagine ad una verifica che, per determinare se sussistono sufficienti contatti fra il convenuto e il locus fori, guardi esclusivamente al dato geografico della commissione all'interno dello stato dei fatti posti a base della citazione, rimetterebbe in discussione la scelta preliminare (giustamente operata nella fattispecie) di analizzare il caso secondo i dettami della specific jurisdiction. Gli è, infatti, che, nell'ambito di questo criterio giurisdizionale, la dottrina (sempre impegnata nel tentativo di fornire alle corti delle categorie ordinanti con cui operare) ha individuato nel mare magnum del case law statunitense la categoria dei c.d. tenously related claims53. In tali ipotesi54, il contatto apprezzabile ai fini della giurisdizione nasce da un rapporto giuridico esistente fra le parti, che, a seconda della cause of action azionata dall'attore, può assumere le vesti di un contratto o di un'obbligazione nascente dalla commissione di un tort da parte del convenuto che leda la sfera giuridica dell'attore residente. Il link giurisdizionale rilevante perde, allora, la sua (altrimenti necessaria) caratteristica di esteriorità (i.e.: l'attività svolta all'interno dello stato), per fondarsi, piuttosto, su una valutazione volta ad analizzare l'animus agendi sotteso alla condotta del convenuto, in relazione al rapporto giuridico che viene dedotto in giudizio dall'attore residente55. Se così è, si fa strada l'idea che il quesito in discorso, rivelando una buona dose di circolarità, finisca, in definitiva, per confluire nell'indagine relativa al criterio soggettivistico del purposeful availment.

3) In terza battuta, il test tripartito della Court of Appeal mette a fuoco la ragionevolezza dell'asserzione giurisdizionale effettuata nei confronti della IAAF. Il parametro della reasonabless svolge, nel sistema della law of personal jurisdiction, le funzioni di una clausola generale idonea a contenere una vasta gamma di valutazioni giurisdizionalmente rilevanti56, il cui unico tratto comune sembra essere quello di prescindere dall'analisi delle specifiche circostanze di causa che individuano l'atteggiamento giurisdizionale del convenuto rispetto alla lite57. Per il resto, sotto questa etichetta si trovano sussunte considerazioni che mettono in esponente l'opportunità dell'esercizio del potere giurisdizionale statale -- quali l'interesse della comunità (o meglio: del sistema giudiziario dello stato) ad aggiudicare la controversia, la comparazione dell'interesse (degli stati che possono essere in astratto competenti a conoscere la controversia) a promuovere, attraverso la decisione della lite, il perseguimento di una determinata politica sociale e l'interesse dell'apparato giudiziario interstatale alla più efficiente risoluzione delle controversie -- accanto a fattori (definibili, in senso lato) di equità giurisdizionale, come il maggior onere imposto al convenuto dalla necessità di difendersi in un foro estraneo e l'opposto interesse dell'attore a veder affermare le proprie ragioni davanti ad una corte domestica58.

Tuttavia, snocciolare le declinazioni concettuali che la grammaticasemantica giudiziale statunitense ha assegnato al principio della reasonabless59, per poi passare ad esaminare come le stesse vengono pronunciate nelle più recenti sentenze della corte di Washington, significherebbe tentare di venire a capo di un problema matematico partendo dalla descrizione dei suoi postulati ed ignorandone le premesse teoriche. Infatti, i multiformi significati assunti dalla reasonabless nell'evoluzione interpretativa del case law e, soprattutto, l'attitudine sistematizzante delle corti a testare il criterio in discorso -- assegnandogli una collocazione (formalmente) autonoma all'interno del circuito di verifica giurisdizionale --, potrebbero instillare nell'osservatore di casa nostra la sensazione che l'indagine sulla ragionevolezza, nella prassi decisionale delle corti statunitensi, si svolga in modo meccanico, mantenendo l'esito di ciascuna di queste valutazioni ben distinto dalle indicazioni giurisdizionali emergenti dallo sviluppo degli altri fattori che -- come si è visto -- tendono invece ad inquadrare la posizione del convenuto rispetto all'esercizio di giurisdizione60. Non solo, ma, in questa prospettiva, si potrebbe plausibilmente opinare che la ragionevolezza assuma le vesti di un'impenetrabile valvola discrezionale, lasciata alla gestione delle corti per allargare o restringere la gittata del proprio potere aggiudicativo.

Un modo per correggere l'errore prospettico appena segnalato può essere quello di abbandonare temporaneamente la schematizzazione adottata nella sentenza in epigrafe, per fare spazio ad un inquadramento concettuale del generalissimo principio della reasonabless che ne sottolinei il ruolo trainante svolto nel processo di adeguamento delle regole giurisdizionali statunitensi alla clausola costituzionale del Due Process61. Prim'ancora della svolta di International Shoe, infatti, l'idea della ragionevolezza si era già candidata -- in un temporaneo non sequitur deciso da Learned Hand -- a costituire la futura chiave di volta della law of personal jurisdiction62. Il merito del decisum appena indicato fu appunto quello di affermare per la prima volta che i criteri allora in uso per assoggettare una foreign corporation alla giurisdizione statale63, celavano -- in realtà -- un salto logico: invece di esprimere la ratio della valutazione, ne rappresentavano la conclusione. Semplici fatti venivano elevati a standard valutativi, senza che ci si chiedesse quale fosse realmente la vera preoccupazione sottesa al responso giurisdizionale. Quindici anni dopo, la risposta della Supreme Court a questo interrogativo si incaricò di dire il non detto: in un gioco delle parti di livello costituzionale, la reasonabless confluiva nella Due Process Clause, mentre quest'ultima avrebbe da allora in poi richiesto che l'esercizio di giurisdizione si informasse al riscontro di "minimum contacts with the state of the forum [such] as to make reasonable, in the context of our federal system of governament, to require the corporation to defend the particular suit which is brought there"64. In mezzo secolo, i dicta giurisprudenziali e le analisi degli scholars in tema di personal jurisdiction, teorizzando sui minimum contacts e coniando nuove accezioni della reasonabless, non sono mai riusciti a cancellare l'insidia interpretativa sottesa alla circonlocuzione concettuale celata nel fraseggio di International Shoe65. Questa stessa insidia rende oggi estremamente arduo delimitare in modo netto le fondamenta concettuali di qualsiasi criterio correntemente inserito nei test giurisdizionali in voga presso le corti statunitensi66. E, di converso, impedisce che -- a livello applicativo -- l'esito di ciascuna valutazione (condotta alla luce) di un singolo criterio giurisdizionale, possa essere meccanicamente ed isolatamente soppesato prima di confluire nella sintesi argomentativa che precede l'outcome decisionale della fattispecie67.

Con questo caveat, è possibile tornare sui binari metodologici seguiti dalla sentenza in rassegna, per approfondire l'analisi operativa dei fattori giurisdizionali che governano l'indagine sulla reasonabless. Nella tassonomia espressa da World-Wide Volkswagen, la valutazione degli inconvenienti imposti al convenuto dalla necessità di difendersi in un foro estraneo, assume una posizione di preminenza che si legittima in chiave storica, osservando che -- in passato -- il fattore in discorso recepiva la preoccupazione di non esporre il convenuto non residente alle (allora particolarmente) gravose difficoltà operative di una difesa lontana dal foro domestico68. Ciò non toglie che il peso specifico di questo sotto-fattore della reasonabless sia oggi sempre più spesso apprezzato alla luce del comportamento concretamente posto in essere dal convenuto nella vicenda sottostante alla lite69. Peraltro, la Supreme Court ha recentemente avuto modo di affrontare il problema in esame con riguardo all'ipotesi di un convenuto residente al di fuori degli USA70, rilevando come l'evenienza imponga di valutare in modo vieppiù stringente il fatto che lo straniero sia, in tal caso, costretto a confrontarsi con un sistema giuridico a lui ignoto. Si è spesso ritenuto, tuttavia, che la ragione ispiratrice di questo (condivisibile) maggior scrupolo venga notevolmente meno (sino, in certi casi, a scomparire del tutto), allorquando le risultanze di giudizio mostrino (o meglio: lascino ragionevolmente presumere) che il convenuto straniero possieda sufficiente dimestichezza con il sistema giuridico statunitense71.

Il fatto è che tentare di ricavare in tempi moderni una giustificazione meramente funzionale a ciò che oltreatlantico viene definito il "traditional bias in favor of defendant" non sembra affatto agevole in un sistema giuridico in cui difettano le premesse storico concettuali che altrove hanno consentito a questa argomentazione di imporsi come principio generale72 (e, per ciò stesso, di assumere -- con i 'distinguo' del caso -- il valore di regola di default73). Dal punto di vista dell'equilibrio processuale delle parti, infatti, ritenere gli inconvenienti del convenuto giurisdizionalmente rilevanti significa trovare un motivo idoneo a superare l'osservazione (in sé autoevidente) che i vantaggi di una lite domestica sono in astratto gli stessi per l'attore (convenuto) e per il convenuto (attore)74. Perché, quindi, sostenere che il convenuto debba essere favorito quando una corte decide se decidere? Perché, ancora, offrire un vantaggio giurisdizionale ad una delle parti sulla base di una valutazione che si poggia sulla volontà di evitare inconvenienti, col risultato di riversarli -- specularmente e con ugual intensità75 -- sulla sua controparte processuale76? Come risolvere, infine, l'antinomia fra l'attenzione per gli inconvenienti del convenuto e la considerazione dell'interesse dell'attore ad ottenere giustizia77?

La risposta potrebbe essere quella che la Supreme Court ha sviluppato, elevando apertamente la personal jurisdiction a strumento per l'attuazione dei diritti fondamentali, in due pronunce ancora recenti78. Il favor giurisdizionale nei confronti del convenuto (trasfuso nell'indagine sulla reasonabless) troverebbe allora una giustificazione costituzionale nella Due Process Clause e (ad un livello ancora più alto) nella tutela di un liberty interest della persona79. Il condizionale è, però, d'obbligo, non solo perché nelle pronunce che sono seguite la corte di Washington si è ben guardata dal rispolverare l'argomento80, ma soprattutto perché, com'èé stato rilevato81, il diritto costituzionale statunitense non sembra offrire sufficienti sponde argomentative per ritenere che le regole giurisdizionali debbano essere plasmate sull'esigenza primaria di garantire al convenuto un forum conveniens. Al contrario, esso induce a ritenere assiomatico (prevedendo l'art. 3 della carta fondamentale la diversity jurisdiction) che le parti di un processo (senza distinguere fra attore e convenuto) possano, in date circostanze, essere costrette a sostenere una lite lontano da casa82. Non solo, ma la scelta di allocare al convenuto il "diritto a non sostenere una lite lontano da casa", potrebbe essere ridiscussa se correttamente vagliata alla luce dei tradizionali principi giuseconomici83.

Come anticipato, tuttavia, l'equazione giurisdizionale sulla reasonabless si arricchisce di altre incognite, che -- diversamente da quelle fin qui investigate -- spostano l'asse della valutazione su elementi estranei agli interessi privati coinvolti nel gioco del processo. Non è infrequente84, ad esempio, che una corte statunitense si faccia portatrice, attraverso il finding giurisdizionale, di un interesse sostanziale dello stato a che la controversia sia risolta davanti ad un domestic bench85. Un'attitudine che il più delle volte viene giustificata dalla volontà di accordare tutela al cittadino dello stato86, ma che in certi casi trova supporto (con argomento più sofisticato) nell'interesse del foro statale a decidere la lite applicando le proprie leggi.

Allo stesso modo, il case law delle lower courts testimonia una costante attenzione verso la maggiore o minore efficienza che l'instaurazione di una controversia presso una corte statale piuttosto che un'altra può comportare87. L'Interstate Judicial System's Interest si veste allora di valutazioni pratiche88; in nome della funzionalità processuale, una corte può giungere ad affermare la propria giurisdizione perché ad es. l'evento dannoso si è verificato all'interno dei confini statali ed i testimoni oculari del fatto risiedono in loco. Lo stesso argomento ricorre (colorato, questa volta, di preoccupazioni di economia processuale) nel caso in cui una corte ritenga di evitare la c.d. piecemeal litigation, dichiarandosi competente a decidere una controversia in cui un attore abbia citato più soggetti che risiedono in stati diversi. Altre volte, ancora, è la scelta della legge regolatrice della controversia che spinge una corte federale statale a ritenere che il proprio esercizio di giurisdizione garantirà, data la sua specifica conoscenza delle norme sostanziali applicabili, un più spedito esito processuale.

Infine, fra i nomenclatori che contribuiscono a coniugare il giudizio giurisdizionale sulla reasonabless con esigenze estranee alla posizione processuale delle parti, un posto di particolare rilievo (soprattutto, come si vedrà, ai fini della decisione in commento) merita l'argomento che nel lessico delle corti viene pomposamente rolissamente definito "the shared interest of the several states in furthering fundamental substantive policies"89. La formula, semplicemente, esprime la necessità di verificare se l'eventuale esercizio di giurisdizione nei confronti del convenuto possa porsi in contrasto con l'interesse che un altro stato o un'altra nazione mostri di avere nella decisione della controversia90. La politica giurisdizionale fa così ingresso nella valutazione della ragionevolezza91, imponendo ad una corte di rendersi interprete (attraverso una valutazione elastica, che tenga conto della particolarità di ciascun caso) di uno scrupolo che alle nostre latitudini sarebbe rigidamente interpretato ed automaticamente definito con l'applicazione combinata delle norme convenzionali di diritto internazionale privato e dei criteri giurisdizionali enunciati dall'art. 4 c.p.c. nei confronti dello straniero92.

VI. A questo punto, la strada per venire a capo del percorso circuito argomentativo seguito dallaarticolato nella sentenza in rassegna appare, se non altro, meno scoscesa.

Alla ricerca di minimum contacts, la corte setaccia il record d'appello seguendo le tracce di specific jurisdiction rinvenibili nel complaint di Reynolds: il contractual breach, la defamation ed il tort of interference. In questa prospettiva, la qualificazione contrattuale che in primo grado era stata assegnata al rapporto intercorrente fra l'atleta e la federazione convenuta è il primo laccio giurisdizionale ad esser reciso dai giudici del sesto circuito. I quali mostrano subito di non condividere l'approccio teorico (peraltro puntellato, in quella sede, da precedenti specifici) che aveva portato la corte di Columbus ad affermare la natura negoziale della membership di Reynolds93. Il collegio (semplicemente) ignora le fini argomentazioni che ricostruivano l'appartenenza del velocista all'ordinamento sportivo internazionale in termini contrattuali: esige, piuttosto, che una siffatta conclusione sia adeguatamente provata. Quanto dire che un contratto, per integrare il link giurisdizionale, non può essere ritenuto esistente solo sul piano giuridico; deve dimostrare fattualmente la sua valenza giurisdizionale, deve essere -- per usare le espressioni rinvenibili nel testo della sentenza -- negoziato, stipulato, eseguito ed eventualmente inadempiuto nel locus fori. E, mancando la possibilità di apprezzare materialmente le circostanze di fatto idonee a radicare geograficamente l'accordo delle parti nella giurisdizione statale procedente, diventa impossibile stimare il purposeful availment del contraente convenuto. Ridotta ai minimi termini, questa appare l'argomentazione con cui i giudici di circuito troncano il primo nesso giurisdizionale fra la IAAF e lo stato dell'Ohio. Ed è chiaro che, col venir meno del contratto, cadono nel nulla i contatti giurisdizionali ancillari (lettere, telefonate, visite di rappresentanti della IAAF nell'Ohio) che la difesa di Reynolds aveva elencato per corroborare il finding di purposeful availment (poggiato sul rapporto contrattuale) in capo alla convenuta.

La valenza giurisdizionale della defamation e del tort of interference è apprezzata congiuntamente dal collegio d'appello, sul presupposto che -- fattualmente -- l'evento lesivo sotteso alle due cause of action coincide con il comunicato rilasciato dalla IAAF in Inghilterra, nel quale si annunciava alla stampa mondiale l'esito positivo dell'esame anti-doping condotto sul velocista americano. Sicché, isolata la condotta giurisdizionalmente rilevante, viene attentamente scrutinata sul piano probatorio l'eventualità che la convenuta, agendo, avesse potuto rappresentarsi le conseguenze dannose che la sua condotta avrebbe potuto arrecare all'attore nello stato dell'Ohio94. Nel far ciò, la corte utilizza a mo' di crivello interpretativo la fattispecie del leading Calder v. Jones95, per dimostrare, a contrario, come tale evenienza (seppur in astratto verosimile) non risulti confermata dai fatti; la vicenda Reynolds, rigorosamente scomposta dalla corte nei suoi elementi fattuali, mette così in luce che geograficamente l'Ohio non appare il "focal point" sia della fattispecie diffamatoria che della fattispecie del tort of interference. Al che, l'estensore avrebbe potuto tagliar corto e passare alla formulazione del dispositivo. Ed invece, sfiorando l'ultrapetizione, la sentenza insiste sul punto ed esprime una valutazione di merito (su cui, però, sarebbe stato lecito aspettarsi qualche riga di approfondimento), affermando che le dichiarazioni alla stampa rilasciate dalla IAAF a Londra non accusavano esplicitamente l'atleta di far uso di sostanze proibite, ma, piuttosto, annunciavano che l'atleta era solo stato cautelativamente sospeso all'esito del test anti-doping96. L'evento (su cui poggiano i torts azionati da Reynolds) viene allora definitivamente giudicato inidoneo ad esprimere il purposeful availment della IAAF.

...la guerra è vinta!

VII. In chiusura, ci sia concesso di esprimere la sensazione affiorata nel corso di questa immersione nelle regole giurisdizionali statunitensi. [IDN1]E cioè che il lungo processo di costituzionalizzazione della law of personal jurisdiction (avviatosi con International Shoe, ma tuttora in atto) abbia prodotto un vaso di Pandora, colmo di sofisticate soluzioni dottrinali e giurisprudenziali (spesso, come si è visto, armonicamente dissonanti)97, in cui però continua a latitare una visione concettuale di fondo che indirizzi il sistema delle soluzioni proposte verso una regola coerentemente unitaria98. Sorprende, per esempio, che nella patria dell'Economic Analysis of Law, la giurisdizione sia dominata da un "patchwork of legal and factual fictions" (per dirla con Justice Brennan99), che genera enormi costi transattivi sotto forma di liti superflue100, con l'unico effetto di arridere alle parcelle dei pratici d'oltreatlantico101.

Il pragmatismo europeo, scevro da vincoli costituzionali e libero di pensare alla giurisdizione come ad una questione da risolversi sul terreno del riconoscimento reciproco e multilaterale delle sovranità statali, seduce sempre più i teorici della law of personal jurisdiction102. E chissà che un giorno i giuristi continentali possano assistere, con un velo di soddisfazione, ad un'inversione del flusso transoceanico dei legal transplants, che segni l'entrata in vigore negli Stati Uniti di una convenzione interstatale coniata sul modello di quella che gli stati comunitari stipularono a Bruxelles il 27 settembre 1968.

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Footnotes

1 U.Izzo, Cento milioni a metro: il caso Reynolds, nota a Corte Distrettuale degli Stati Uniti -- Distretto Meridionale dell'Ohio 3 dicembre 1992, in Riv. dir. sport., 1995, 183. 2 La Supreme Court ha già avuto modo di respingere il writ of certiorari che i legali dell'atleta americano avevano solertemente provveduto a sottoporle. Il diniego segue la recente tendenza, che trova la sua legittimazione formale nella Rule 10 delle Supreme Court Rules, di innalzare una più solida barriera all'ingresso per l'accoglimento delle (sempre più numerose) istanze di revisione incombenti sul ruolo dei nove giudici di Washington. Per un'analisi del potere discrezionale della corte nel decidere la composizione della sua agenda decisionale, v. U.MATTEI, L'imperialismo del writ of certiorari: il tramonto della giurisdizione obbligatoria nella U.S. Supreme Court, in Riv. dir. civ., 1990, I, 131; nonché F.W.PERRY JR., Deciding to decide. Agenda setting in the United States Supreme Court, Cambridge Ma. - London, 1991. 3 Il lettore ricorderà che, nel giudizio di primo grado, la IAAF aveva consapevolmente deciso di restare contumace. 4 La più recente edizione di un''opera fondamentale per la comparazione giuridica (R.B.Schlesinger, H.V.Baade, M.Damaska, P.E.Herzog, Comparative law, V ed. Minneola, N.Y., 1988, 380 ss.) offre al lettore un dialogo surreale in cui Smooth ed Edge (giuristi municipali d'oltreatlantico) scoprono, con la guida del prof. Comparovich, la distanza concettuale che tradizionalmente separa la competenza civilian dalla jurisdiction statunitense. Le risposte dell'immaginario comparatista mettono però in luce come, sul piano operazionale sul piano operazionale, le soluzioni date dai due sistemi ad un medesimo problema giurisdizionale tendano sempre più a convergere. Su qQuestao interessante fenomeno di "convergenza" potrà essere apprezzatoci si soffermerà infra. 5 Recita testualmente l'Ohio Revised Code of Civil Procedure: "(A) court may exercise personal jurisdiction over a person who acts directly or by an agent, as to a cause of action arising from the person's: 1) transacting any businness in this state; 2) causing tortius injury by an act or omission in this state; 3) causing tortius injury in this state by an act or omission outside this state if he regularly does or sollicit businness, or engage in any other persistent course of conduct, or derives substantial revenue from goods used or consumed or services rendered in this state; 4) causing tortius injury in this state to any person by an act outside this state committed with the purpose of injuring persons, when he may reasonably have expected that some person would be injuried in this state". 6 E' la formula paradigmatica impiegata da Chief Justice Stone nel celebre caso International Shoe Co. v. State of Washington, Office of Unemployment Compensation and Placement, 326 U.S. 310, 316 (1945). 7 Si tratta di un'impugnazione straordinaria disciplinata dalla Rule 60(b) delle Fed. Rul. Civ. Proc.. Discendendo storicamente dalle antiche forms of extraordinary relief concesse nella giurisdizione di common law e di equity, questo istituto processuale consente alla parte soccombente di chiedere, all'autorità giudiziaria presso cui è iniziato il procedimento per l'esecuzione della sentenza, l'emanazione di un provvedimento che la sollevi dalle conseguenze della condanna. Nei fatti, il provvedimento, se concesso, finisce sempre per annullare la sentenza attaccata. I motivi per i quali è possibile esperire tale rimedio sono più ampi di quelli contemplati dall'art. 395 del nostro codice di procedura civile (v. F. JAMES, G.C. HAZARD, Civil Procedure, Boston, 1985, 674 ss.); fra di essi v'è l'ipotesi di nullità della sentenza, che è poi la censura su cui la IAAF ha fondato il suo collateral attack, sostenendo che la decisione della district court fosse stata resa in difetto assoluto di personal jurisdiction nei confronti di una convenuta contumace. 8 Sul punto v. D.Phillips Currault, Immediate appelability of minimum contact defenses: how far does the Cohen doctrine extend?, in Tul. L. Rev. 63 (1989), 913. 9 W.C.Perdue, Personal jurisdiction and the beetle in the box, in B.C. L. Rev., 32 (1991), 530. 10 E' opportuno avvertire, tuttavia, che l'economia di questa riflessione non consentirà di dare conto delle fattispecie processuali sottese ai casi che saranno citati. 11 Data la vastità del panorama editoriale dedicato all'argomento, ogni tentativo di prospettare in questa sede un itinerario bibliografico con ambizioni di completezza sarebbe fuori luogo. Il lettore insoddisfatto degli articoli che saranno di seguito richiamati, potrà guardare con fiducia all'esaustiva opera di R. C. CASAD, Jurisdiction in civil actions (2d ed.), Boston, 1991, che già nella sua prima edizione era stata segnalata per presentarsi come la prima trattazione organica della materia: v. W.M.RICHMAN, Casad's jurisdiction in civil actions, in Cal. L. Rev., 72 (1984), 1328. Sorprende, invece, per la sua compatta analiticità, la preziosa ricerca in lingua inglese condotta al di là dell'oceano da un processualcivilista tedesco: H.SCHACK, Jurisdictional minimum contacts scrutinized, Heidelberg, 1983. 12 Per una pionieristica, quanto approfondita, indagine comparativa sulla materia, v. V.Vigoriti, Note comparative in tema di Jurisdiction negli Stati Uniti d'America, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1969, 612. Il tema è stato ripreso dallo stesso autore nel suo successivo studio Garanzie costituzionali del processo civile. Due Process of law e art. 24 Cost., Milano, 1970, 51. Per un'ulteriore ricognizione v. anche B.M. Carl, P.Mengozzi, La competenza giurisdizionale nel diritto e nell'esperienza giurisprudenziale statunitensi, id., 1978, 768. 13 La storica pronuncia concluse l'assalto vittorioso del realismo giuridico americano (che annoverava Stone fra i suoi sostenitori) al dogma Austiniano della presence, che imponeva -- anche a costo di imbarazzanti finzioni (v. infra, nt.16) -- di riscontrare comunque la presenza del convenuto nello stato: sul punto, H.G.Maier & T.McCoy, A unifying theory for judicial jurisdiction and choice of law, in Am. J. Comp. L., 39 (1991), 258. 14 Come spesso accade al cospetto di storici revirement giurisprudenziali, l'insopprimibile tentazione di parlare di "prime volte" può far dimenticare che, nella maggior parte dei casi, la svolta è concettuale, ma non terminologica: così fu per la formula di cui si discorre, che, priva della rivoluzionaria valenza concettuale assegnatale dalla motivazione di Justice STONE, era stata già impiegata qualche anno prima in Milliken v. Meyer, 311 U.S. 457, 463 (1940). 15 La corsa verso l'allargamento indiscriminato dei confini giurisdizionali statali si accese con Mullane v. Central Hannover Bank & Trust Co. [339 U.S. 306 (1950)] -- ove la Supreme Court, in una controversia in tema di trust, celebrò il trionfo dell'interesse giurisdizionale dello stato ad amministrare le proprie leggi, a scapito della posizione del convenuto non residente -- ed ebbe il suo apice in McGee v. International Life Insurance Co. [355 U.S. 220 (1957)] -- ove la corte riaffermò la supremazia dell'interesse statale, sottolineando l'evoluzione giurisprudenziale, allora in atto, "toward expanding the permissible scope of state jurisdiction over foreign corporations and other nonresidents" (id., 222). 16 Prima di International Shoe, la giurisprudenza in tema di jurisdiction over foreign corporations ruotava attorno ai concetti di consent (i.e.: la volontaria accettazione del giudizio da parte della convenuta), presence [adattando ad una persona giuridica il criterio della presenza coniato per le persone fisiche nel risalente landmark Pennoyer v. Neff -- 95 U.S. 714, 24 L. Ed. 565 (1878) --, si riteneva una società assoggettabile alla giurisdizione dello stato qualora essa rivelasse di esservi "presente", mantenendovi dei dipendenti, un ufficio o, persino, un conto bancario -- International Harvester Co. v. Kentucky, 234 U.S. 579, 34 S. Ct. 944, 58 L. Ed. 1479 (1914) -- ] e doing business [in Tauza v. Susquehanna Coal Co. -- 220 N.Y. 259, 115 N.E. 915 (1917) --, Judge CARDOZO aveva ritenuto la giurisdizione su di una società che intratteneva rapporti commerciali nello stato che non avevano alcuna relazione con il giudizio promosso, perché ciò significava che "the corporation shall have to come into the state...once it is here, it may be served"]. Per una compiuta retrospettiva storica della law of personal jurisdiction v. W.C.PERDUE, Sin, scandal, and substantive Due Process: personal jurisdiction and Pennoyer reconsidered, in Wash. L. Rev., 62 (1987), 479; nonché, da ultimo, J.CONISON, What does Due Process have to do with jurisdiction?, in Rutgers L. Rev., 46 (1994), 1070. 17 H. Smit, Common and civil law rules of in personam adjudicatory authority: an analysis of underlying policies, in Int'l & Comp. L.Q., 21 (1972), 347; D.Currie, The growth of the long arm: eight years of extended jurisdiction in Illinois, in Univ. Ill. L. Forum, 1963, 533. 18 H.Smit, Constitutional guarantees in civil litigation in the United States of America, in M.Cappelletti, D.Tallon, Foundamental Guarantees of the parties in civil litigation, Milano - New York, 1973, 439. 19 Vigoriti, Garanzie costituzionali, cit., 58. 20 Questa incertezza fu colta da Vigoriti (Note comparative, cit., 632), in un quadro giurisprudenziale e dottrinale che all'epoca lasciava presagire gli sviluppi che di qui a poco saranno menzionati. 21 A.T.von Mehren & D.Trautman, Jurisdiction to adjudicate: a suggested analisys, in Harv. L. Rev., 79 (1966), 1121. 22 Sul significato di questo tradizionale inquadramento concettuale v. Vigoriti, Note comparative, cit., 618. 23 Questa classificazione, oggi correntemente insegnata nei corsi di procedura civile delle law schools americane, è divenuta in pochi lustri un punto di partenza obbligato nell'approccio al problema della personal jurisdiction, v. M. TWITCHELL, The mith of general jurisdiction, in Harv. L. Rev., 101 (1988), 610; L.BRILMAYER, J.HAVERKAMP, B.LOGAN, L.LYNCH, S.NEUWIRTH, J.O'òBRIEN, A general look at general jurisdiction, in Tex. L. Rev., 66 (1988), 721; da ultimo, F.ROSE, Related contacts and personal jurisdiction: the "but for" test, in Cal. L. Rev., 82 (1994), 1545. 24 Von Mehren & Trautman, cit., 1136. 25 In una prospettiva di general jurisdiction, il collegamento giurisdizionale non sorge in relazione ai fatti di causa ed alle ragioni di diritto (ad essi sottese) che la citazione evidenzia alla corte adita, ma si rinviene, piuttosto, nell'analisi di tutti gli elementi di contatto, anche non attinenti alla controversia, che la società convenuta mostra di avere con il locus fori. Gli elementi giurisdizionali che individuano la general jurisdiction si pongono, pertanto, in una relazione di genus a specie con quelli che caratterizzano la specific jurisdiction. Ne consegue che -- nel primo caso -- le circostanze valutate dalla corte devono essere, sul piano quantitativo e qualitativo, molto più intense di quelle che invece possono mostrarsi sufficienti a supportare un finding di specific jurisdiction. In quest'ultima ipotesi, infatti, il più tenue legame richiesto si giustifica perché esso incide direttamente sui fatti e sulle questioni giuridiche che sono dedotte nella domanda; per queste considerazioni v. TWITCHELL, cit., 626-27. In dottrina, tuttavia, v'è chi spiega il riscontro di general jurisdiction ricollegando alla esistenza di una citizen-like relationship: i contatti sistematici e pervasivi del convenuto con lo stato legittimerebbero la sua equiparazione dal punto di vista giurisdizionale al cittadino membro della comunità statale, v. A.R. STEIN, Styles of argument and interstate federalism in the law of personal jurisdiction, in Tex. L. Rev., 65 (1987), 758, che, peraltro, propugna una rilettura in chiave "pubblicistica" della personal jurisdiction, ritenendola uno strumento per l'allocazione della sovranità giurisdizionale dei singoli stati, piuttosto che un terreno di mediazione fra il potere autoritativo dello stato e le garanzie costituzionalmente riconosciute al soggetto convenuto. 26 Von Mehren & Trautman, cit., 1143-44. 27 Tuttavia, il concetto di general jurisdiction non può dirsi definitivamente tramontato nell'esperienza giurisprudenziale statunitense: lo dimostra l'attenzione riservata dai commentatori a Helicopteros National de Colombia, S.A. v. Hall (Helicol), 466 U.S. 408 (1984), ove la Supreme Court ha censurato, alla luce di un'indagine condotta secondo i lumi della general jurisdiction, la sottoponibilità in giudizio in Texas di una società colombiana che non aveva sede negli USA. Il caso è analizzato criticamente da TWITCHELL, cit., 639 e trova una discussione approfondita in RICHMAN, A sliding scale to supplement the distinction between general and specific jurisdiction, in Cal. L. Rev., 72 (1984), 1336. Per un commento in chiave internazionalprivatistica, v. la nota di C. FRIEDRICH, in Harvard International Law Journal, 26 (1985), 630. 28 Von Mehren & Trautman, cit., 1164-66. 29 La teoria è stata esplicitamente avallata dalla Supreme Court nel caso Calder v. Jones [465 U.S. 783, 787 (1984)], sebbene il suo portato concettuale fosse già presente in pronunce antecedenti [Keeton v. Hustler Magazine, Inc., 465 U.S. 770, 775 (1984); Insurance Corp. of Ireland v. Compagnie de Bauxites de Guinee, 456 U.S. 694 (1982); World-Wide Volkswagen v. Woodson, 444 U.S. 286 (1980); Rush v. Savchuk, 444 U.S. 320, 329 (1980); Shaffer v. Heitner, 433 U.S. 186, 207-09 (1977); Hanson v. Denckla, 357 U.S. 235, 251 (1958)]. Successive sono le applicazioni fattene in Helicopteros Nacionales de Colombia, S.A. v. Hall, 466 U.S. 408 (1984); Burger King v. Rudzewicz, 471 U.S. 462, 473 nt.15 (1985); Phillips Petroleum v. Shutts, 472 U.S. 797 (1985); Asashi Metal Industries Co. v. Superior Court, 480 U.S. 102 (1987); Van Cauwenberghe v. Biard, 486 U.S. 517 (1988); Burnham v. Superior Court, 495 U.S. 604 (1990). 30 Anche il Restatement (Second) of Judgements redatto dall'American Law Institute nel 1982, converge sull'approccio giurisdizionale propugnato da von Mehren e Trautman: nel paragrafo dedicato alla territorial jurisdiction (Ch. 2, § 4.) si legge: "(U)nder modern law...the basis of territorial jurisdiction has come to be defined primarly in terms of relationship between the place where the transaction in question occurred (including the place of residence of the parties to the transaction) and the territory of the state or nation in which the action is brought". 31 L'esperienza delle lower court rivela che, a tutt'oggi, la valenza concettuale dei due concetti non è ancora oggetto di univoca interpretazione: non di rado se ne riscontra un impiego improprio, laddove ipotesi di general jurisdiction vengono individuate in fattispecie che, il più delle volte, avrebbero potuto essere meglio (e più correttamente) inquadrate nella classificazione antagonista: v. TWITCHELL, cit., 629-38. 32 E' significativo che la sentenza impugnata avesse taciuto sul punto. 33 Il problema è sentito proprio con riguardo alle persone giuridiche non residenti: v. L. Brilmayer & K. Paisley, Personal jurisdiction and substantive legal relations: corporations, conspiracies and agency, in Cal. L. Rev., 74 (1986), 1. 34 Sono tre le ipotesi in cui l'assoggettamento alla giurisdizione statale del convenuto non residente può dipendere dal suo rapporto con un soggetto terzo: se la natura del rapporto si rivela tale che i contatti fra il terzo ed il foro inducono a ritenere ragionevole l'esercizio di giurisdizione nei confronti del convenuto (cd. attribution theory); se, ricorrendo alla dottrina del piercing the corporate veil, le separate entità giuridiche della società convenuta e del terzo rivelano di appartenere in realtà ad un unico soggetto (c.d. merged theory); se il terzo, in virtù del legame giuridico con il soggetto non residente, può essere considerato il sostituto di quest'ultimo (c.d. substitution theory); v. BRILMAYER & PAISLEY, cit., 2. 35 "Under the attribution theory, only the precise conduct shown to be instigated by the parent is attribuited to the parent; the rest of the subsidary's actions still pertain only to the subsidary", così Brilmayer & Paisley, cit., 12. Alimenta i nostri dubbi anche Rose, cit., 1574: "Courts corrently presume that the subsidary's contacts should not be attribuited to the parent, unless the parent has exercised a great deal of control over the subsidary". 36 Sul punto, la motivazione in rassegna così si esprime: "TAC was carrying out its statutory duty under the Amateur Sports Act and was not acting as the IAAF's agent when it intervened. There is no indication that the IAAF authorized or even requested TAC to appear. Indeed, the IAAF had consistently refused to appear and had taken the position that the district court lacked jurisdiction over the entire proceeding. We conclude that TAC appeared solely in its role as the national governing body under the Amateur Sports Act.". 37 Il metodo seguito dalla corte, come accade per tutti i palinsesti valutativi disegnati dalla prassi giurisprudenziale, sconta però i rischi proprî di ogni schematizzazione: in prosieguo non si mancherà di evidenziarli. 38 Si tratta del criterio del purposeful availment, apparso per la prima volta in Burger King Co. v. Rudzewicz (cit., supra, nt.29). La ratio del criterio è ben chiarita nella concurring opinion di Justice STEVEN: "By requiring that individuals have 'fair warning that a particular activity may subject [them] to the jurisdiction of a foreign sovereign', the Due Process Clause 'gives a degree of predictability to the legal system that allows potential defendants to structure their primary conduct with some minimum assurance as to where that conduct will and will not render them liable to suit'". Per una discussione critica, che mette in luce le difficoltá di interpretare e delineare il significato della condotta del convenuto in relazione alla manifestazione del consenso giurisdizionale, v. L.BRILMAYER, Consent, contract, and territory, in Minn. L. Rev., 74 (1989), 1. 39 L'indagine è pertanto ammissibile solo in una prospettiva di specific jurisdiction. In Roth v. Garcia Marquez [942 F.2d 617, 621 (9th Cir. 1991)], il Ninth Circuit non riscontrò il purposeful availment perché i viaggi del celebre scrittore sudamericano in California non avevano lo scopo di negoziare il contratto da cui nasceva la controversia. 40 Sottocriterio di quest'indagine è la foreseebility (o predictability). L'idea è stata sviluppata da Justice Steven in Shaffer v. Heitner, 433 U.S. 186, 218 (1977): "(I)f I visit another State, or acquire real estate or open a bank account in it, I knowingly assume some risk that the State will exercise its power over my property or my person while there. My contact with the State, thought minimal, give rise to predictable risks.", per essere successivamente ripresa ed enfatizzata dallo stesso estensore in World-Wide Volkswagen. Per una critica, che sottolinea l'inafferrabilità del criterio in discorso v. la dissenting opinion di Justice BRENNAN in World-Wide Volkswagen (cit., supra, nt.29). 41 L'importanza di questa "legittima aspettativa" del convenuto è favorevolmente analizzata in chiave di efficienza economica (limitando, però, il rilievo all'ipotesi di liability judgement) in uno studio di L.Brilmayer, How contacts count: Due Process limitations on state court jurisdiction, in Sup. Ct. Rev., 1980, 77, spec. 94-96. 42 Per uno studio critico che, evidenziando le contraddizioni di quest'approccio, propugna il ritorno ad un'idea autoritativa della giurisdizione coniugata con l'assetto federale dell'ordinamento statunitense v. Stein, cit. La dottrina del "consent" è stigmatizzata anche da Perdue, Personal jurisdiction, cit., 536. 43 Una diversa lettura del purposeful availment sembra emergere da uno degli ultimi casi discussi dalla Supreme Court in tema di personal jurisdiction. La majority opinion di Burnham v. Superior Court (cit., supra, nt. 29), infatti, spingendo fino alle estreme conseguenze l'approccio contrattualistico alla giurisdizione, sembra depurare la consent teory dalla necessitá di presupporre l'esistenza di un consenso del convenuto (per quanto espresso implicitamente) all'idea di essere sottoposto alla giurisdizione del locus fori. Nell'argomentazione seguita dall'estensore -- Justice BRENNAN --, il consenso del convenuto sorge a monte, in modo pressocché oggettivo, dalla circostanza che quest'ultimo abbia accettato i benefici rivenientigli dal suo contatto con lo stato. L'obbligazione giurisdizionalmente vincolante del convenuto sorge cosí in modo automatico, obbediendo agli schemi di un sinallagma funzionale che elimina la necessitá di giustificare la prefigurazione volontaristica sottesa al concetto di foreseebility. In dottrina l'argomento è stato, peròperó, aspramente criticato: v. MAIER & MCCOY, cit., 275; nonché PERDUE, Personal jurisdiction, cit., 541. Ad un livello ancora più alto, la critica di L. BRILMAYER, Rights, fairness and choice of law, in Yale L.J., 98 (1989), 1277, 1304, che mette in luce la circolarità dell'argomento con una sofisticata analisi della legittimazione concettuale della sovranità statale ad imporsi su un individuo che non sia territorialmente legato a quella sovranità. 44 Rose, cit., 1554. 45 Per il concetto di reasonable expectations, si veda la sofferta decisione resa dalla Supreme Court in Allstate Insurance Company v. Hague, 449 U.S. 302 (1981), ed in particolare il commento di A.HILL, Choice of law and jurisdiction in the Supreme Court, in Colum. L. Rev., 81 (1981), 967. 46 In materia, la maggiore, intriseca complessità dell'approccio "soggettivistico" statunitense -- fondato sul difficile accertamento del purposeful availment del convenuto -- rispetto alle corrispondenti guidelines giurisdizionali rinvenibili negli ordinamenti civilian può apparire, a prima vista, inconfutabile. Ciò non di meno, la comparazione dimostra che ogni regola cela le sue insidie: v. i rilievi comparatistici in tema di regole giurisdizionali applicabili all'ipotesi di diffamazione da mass media contenuti in SCHLESINGER, BAADE, DAMASKA, HERZOG, cit., 391. 47 Cfr., infra, nt.93. 48 Illuminante sotto questo profilo è la majority opinion di Justice Rehnquist in Calder v. Jones (cit., supra, nt.29) -- che non a caso, come si vedrà in prosieguo, è parzialmente riprodotta nella sentenza in rassegna. Mette però in luce le contraddizioni di questo tipo di approccio STEIN, cit., 727. 49 Una giurisprudenza piuttosto recente: il criterio è stato elaborato per la prima volta dalla corte del Ninth Circuit in Shute v. Carnival Cruise Lines, 897 F.2d 377, 385 (9th Cir. 1990), rev'd on other grounds, 499 U.S. 585 (1991). Peraltro, la recente analisi di Rose, cit., 1568, ne riscontra l'adozione anche presso altre Court of Appeal, fra cui quella del Sixth Circuit: Creech v. Roberts, 908 F.2d 75, 80 (6th Cir. 1990). 50 Con esso, l'analisi giurisdizionale sul comportamento illecito del convenuto non residente tende a spostarsi sul piano oggettivo e si colloca in una prospettiva d'indagine che ha riguardo alla consistenza del nesso di causalità fra la condotta illecita (verificatasi fuori dallo stato) e l'evento dannoso (prodottosi nello stato); v. ROSE, cit., 1545, nonché M.M.MALONEY, Specific personal jurisdiction and the "arise from or relate to" requirement... What does it mean?, in Wash. & Lee L. Rev., 50 (1993), 1265, 1277. L'approccio eziologico del but for test è stato, però, aspramente criticato: v. L.BRILMAYER, Related contacts and personal jurisdiction, in Harv. L. Rev., 101 (1988), 1444. 51 Cfr., supra, nt.25. 52 La gradazione dei contatti fra il convenuto ed il foro idonei ad integrare la relatedness è stata trasposta in assi cartesiani da Richman -- A sliding scale, cit., 1336 -- per proporre un modello applicativo fondato sulla relazione inversamente proporzionale fra la quantità e la qualità dei contatti del convenuto con il foro e l'apprezzamento del grado di connessione fra la cause of action azionata dall'attore e quegli stessi contatti. Secondo questo modello, di fronte a contatti "forti" dal punto di vista qualitativo e quantitativo, una corte avrebbe la possibilità di essere meno severa nell'apprezzare la connessione di tali contatti alla causa petendi dedotta nell'atto introduttivo di giudizio. Viceversa, contatti "deboli" preluderebbero ad una maggiore intransigenza valutativa. La teoria, per inciso, dimostra il livello di sofisticazione raggiunto dalla scolarship statunitense nell'analisi della personal jurisdiction. 53 Il termine è di Twitchell, cit., 643. Con esso, l'autrice identifica quelle liti in cui il complaint non censura una condotta del convenuto non residente che ha materialmente avuto luogo nel locus fori, ma, piuttosto, guarda alle conseguenze (prodottesi all'interno dello stato) di una condotta che il convenuto ha posto in essere altrove, anche quando quest'ultimo non abbia mai messo piede nel territorio statale. 54 Che hanno calcato i ruoli decisionali della Supreme Court: v. i casi Burger King v. Rudzewicz, Asashi Metal Industries Co. v. Superior Court e World-Wide Volkswagen v. Woodson (cit., supra, nt.29). 55 Il concetto è ben chiarito da due passaggi delle majority opinions di, rispettivamente, Burger King e Asashi Metal. Nella prima, Justice Brennan affermava: "(J)urisdiction is proper, however, where the contacts proximately results from action by the defendant himself that create a 'substantial connection' with the forum state...(T)hus where the defendant 'deliberately' has engaged in significant activities within a State...or has created 'continuing obligations between himself and resident in the forum,...he manifestly has availed himself of the privilege of conducting business there" (cit., supra, nt. 29, 487). Nella seconda, Justice O'CONNOR ribadiva: "'(T)he substantial connection' between the defendant and the forum State necessary for a finding of minimum contacts must come about by an action of the defendant purposefully directed toward the forum state" (cit., supra, nt.29, 1033). 56 L.W.Abramson, Clarifying "Fair Play and Substantial Justice": how the courts apply the Supreme Court standard for personal jurisdiction, in Hastings Const. L. Q., 18 (1991), 441. 57 In questo senso, Shack (cit., 26) definisce il criterio in discorso un "party-indipendent standard". 58 Il "decalogo" della reasonabless è tratto dalla majority opinion di Justice White in World-Wide Volkswagen (cit., supra, nt.29), che si esprimeva in questi termini: "(I)mplicit in this enphasis on reasonabless is the understanding that the burden on the defendant, while always a primary concern, will in appropiate case be considered in light of other relevant factors, including the forum State's interest in adjudicating the dispute; the plaintiff's interest in obtaining convenient and effective relief...the interstate judicial system's interest in obtaining the most efficient resolution of controversies; and the shared interest of the several States in furthering fundamental substantive social policies." (id., 292). 59 Principio che il lessico degli scholar, sulla scia dell'assimilazione apertamente avallata nella motivazione di Burger King (cit., supra, nt. 29, 476-78), tende ormai ad identificare -- tout court -- con l'arcinota espressione di International Shoe "fair play and substantial justice": v. Abramson, cit., 443. 60 Ricorrendo ad una metafora, l'impressione potrebbe essere quella di un'ipotetica griglia di domande giurisdizionali in cui il processo decisionale si compia sommando i valori parziali rivenienti da ciascuna risposta. 61 In una visuale storica più approfondita i ruoli dovrebbero essere invertiti, se è vero che il concetto di ragionevolezza, trovando il suo referente ideale nella natural justice del common law, preesiste all'enunciazione costituzionale della Due Process Clause: sul punto v. Conison, cit., 1166. 62 In Hutchinson v. Chase & Gilbert, Inc. [45 F.2d 139 (2d Cir. 1930)], la majority opinion del famoso giudice statunitense, pur non ripudiando l'allora imperante dogma della presence, avvertì esplicitamente la necessità di immettere nel giudizio giurisdizionale un criterio d'indagine che consentisse di stimare l'inconveniente prodotto al convenuto non residente dalla necessità di difendersi in un foro estraneo. Illuminanti sono -- a questo proposito -- le parole di LEARNED HAND: "(T)his...appears to us to be really the controlling consideration, expressed shortly by the word 'presence', but involving an estimate of the inconveniences which would result from requiring it to defend, where it has been sued. We are to inquire whether the extent and continuity of what he has done in the state in question has make reasonable to bring it before one of its court" (id., 141). 63 Presence e doing businness: v., supra, nt.15. 64 International Shoe, cit., supra, nt.6, 317. 65 Come rileva Conison (cit., 1200): "(T)he minimum contacts inquiry of International Shoe was intended as a reasonabless inquiry, adapted from Hutchinson's restatement of the general law of doing businness. Requirements of both minimum contacts and reasonabless count reasonabless twice" (il corsivo è dell'autore). 66 Sotto questo profilo, va quindi registrata con cautela l'attitudine ordinante, manifestata da alcuni scholar (v. ad es. Abramson, cit., 445), a descrivere l'indagine giurisdizionale come un procedimento a fasi successive in cui l'analisi volta ad accertare la sussistenza dei minimum contacts è considerata propedeutica alla verifica della ragionevolezza. E' significativo, del resto, che un acuto osservatore continentale (SHACK, cit., 26), accennando alla distinzione metodologica (ed al tempo stesso concettuale) fra il test sui minimum contacts e quello sulla reasonabless, si sia così espresso: "...the question seems futile whether minimum contacts and reasonabless are one or separate tests. The courts surely will find a tiny, meta-phisical minimum contact if they think is reasonable". 67 Sarebbe dunque in errore chi, nel tentativo di descrivere il ragionamento seguito da una corte statunitense per valutare la sussistenza della propria personal jurisdiction su di un convenuto non residente, considerasse i singoli fattori confluiti nel jurisdictional reasoning come monadi isolate. 68 Tuttavia, in tempi già lontani, la Supreme Court relativizzò questa preoccupazione adattandola al progresso tecnologico. In McGee v. International Life Ins. Co., 355 U.S. 220, (1957), la majority opinion di justice Black non mancò di rilevare, infatti, che "modern trasportation and communication has made it much less burdensome for a party sued to defend himself in a state where he engages in economic activity" (id., 222-23). Sul punto v. J.A.MARTIN, Restating territorial jurisdiction and venue for state and federal courts, in Cornell L. Rev., 66 (1981), 411, nonché SMIT, Common and civil rules, cit., 350. 69 Abramson (cit., 450) rileva come il riscontro del purposeful availment possa oggi indurre una corte a rovesciare la premessa logica su cui viene valutato il maggior onere imposto al convenuto dalla trasferta difensiva: "(A)s long as the Court finds that a defendant has satisfied the 'purposeful availment requirement', the Court may be implicity stating that any burden on the defendant is reduced as a result of the defendant's election to engage in the conduct which led to the filing of the lawsuit". 70 "The unique burdens placed upon one who must defend oneself in a foreign legal system should have significant weight in assessing the reasonabless of stretching the long arm of personal jurisdiction over national borders" v. Asashi Metal Industries Co. v. Superior Court, 480 U.S. 102, 114 (1987). 71 La giurisprudenza delle lower court ha sovente avallato questo ragionamento facendo riferimento al concetto di "ongoing activity in the forum state" (v. Abramson, cit., 449). La logica sottostante é, ancora una volta, quella di una giurisdizione negoziata, che dà rilievo al comportamento concludente del convenuto. Il quale, se "frequenta" operativamente un territorio, ne accetta implicitamente il complesso di regole che lo governa. Il rischio é, però, che, in tal modo, si finisce per rendere ragionevole l'esercizio di giurisdizione in base ad un sillogismo che (re)incaglia l'analisi giurisdizionale nelle (già lumeggiate) secche concettuali della general jurisdiction. 72 Cfr. Schlesinger, Baade, Damaska, Herzog, cit., 383. 73 Cfr. P.J. Borchers, Comparing personal jurisdiction in the United States and the European Community: lesson for american reform, in Am. J. Comp. L., 40 (1992), 121, 128. 74 L'autore di questa notazione (Smit, Common and civil rules, cit., 351) giustificava la scelta di privilegiare la posizione del convenuto, assumendo l'esistenza di un disfavore diffuso verso chi disturbi la tranquillità sociale promuovendo una lite. L'assunto è stato però efficacemente rovesciato (PERDUE, Personal jurisdiction, cit., 555), mettendo in luce come, sul presupposto che le controversie esistono prima e non a causa della lite giudiziale, l'ordinamento americano favorisca l'accesso alla giustizia e consideri la litigation un'attività socialmente utile. 75 Cfr., sul punto, J.Gottlieb, In search of a link between Due Process and jurisdiction, in Wash. U.L.Q., 60 (1983), 1291, 1298. 76 "Individual claimant are at a severe disadvantage if they must follow defendants to a distant place in order to hold them legally accountable": così McGee v. International Life Insurances Co., 355 U.S. 220, 223 (1957). 77 Interesse che, peraltro -- come dimostra il case law --, può indurre una corte ad invertire la valenza giurisdizionale della reasonabless ed a stabilire la giurisdizione del foro adito, quando si ritenga che la riproposizione del giudizio presso un'altra giurisdizione diminuisca in modo sostanziale le possibilità dell'attore di ottenere giustizia: sul punto v. ABRAMSON, cit., 456. 78 In Insurances Corp. of Ireland v. Compagnie des Bauxites de Guinee (cit., supra, nt.29, 702) la S.C., nella majority redatta da Justice White e avallata dalle concurring opinion di sette suoi colleghi, ha affermato che "(T)he personal jurisdiction requirement recognizes and protect an individual liberty interest", specificando poi in Burger King v. Rudzewicz (cit., supra, nt.29, 471-72) che "(T)he Due Process Clause protects an individual's liberty interest in not being subject to the binding judgements of a forum with which he has established no meanigful 'contacts, ties, or relations'". 79 Quanto dire che la personal jurisdiction presupporrebbe un due process right declinato in senso sostanziale piuttosto che procedurale. V'é però chi ha messo in rilievo (Perdue, Personal jurisdiction, cit., 535), che, così ragionando, occorrerebbe spiegare perché l'essere assoggettato all'esercizio di giurisdizione di una corte rappresenti una privazione della libertà, almeno quando il convenuto, avendo ricevuto regolare notifica, sia stato messo nelle condizioni di difendersi in giudizio. 80 Cfr. Asashi Metal Industries Co. v. Superior Court e Burnham v. Superior Court (entrambe cit., supra, nt. 29). 81 Conison, cit., 1194. 82 Il rilievo, del resto, non era sfuggito a Justice Black, che nella sua concurring opinion nel landmark International Shoe scriveva, con autorevole prosa argomentativa: "I believe that the Federal Constitution leaves to each State, without any 'ifs' or 'buts', a power to tax and to open the doors of its courts for its citizens to sue corporations whose agents do businness in those States. Believing that the Costitution gave the State this power, I think it a judicial deprivation to condition its exercise upon this Court's notions of 'fair play', however appealing the term may be. Nor I can stretch the meaning of due process so far to autorize this Court to deprive a State of the right to afford judicial protection to its citizens on the ground that it would be more 'convenient' for the corporation to be sued somewhere else" [cit., supra, nt.6, 324-25 (Black, J., concurring)]. 83 Una delle rare applicazioni degli strumenti giuseconomici al problema della jurisdiction si rinviene in Perdue, Personal Jurisdiction, cit., 552. L'autrice si fa carico di sconfessare con gli insegnamenti di COASE l'argomento dei c.d. "undue burdens", per il quale favorire una giurisdizione "aggressiva", attribuendo all'attore-consumatore la possibilità di evocare in giudizio presso una corte domestica il convenuto-produttore, potrebbe indurre quest'ultimo ad aumentare artificiosamente il prezzo di vendita per assorbire il rischio (ed i costi) della distant litigation, con l'effetto di falsare il gioco concorrenziale interstatale. 84 Cfr. la casistica riportata da Abramson, cit, 451. 85 Il c.d. legitimate state interest è stato l'argomento forte che ha segnato la giurisprudenza della Supreme Court nel periodo immediatamente successivo ad International Shoe: ne sono esempi Mullane v. Central Hanover Bank & Trust Co., 339 U.S. 306 (1950) e McGee v. International Life Insurance Co., 355 U.S. 220 (1957). 86 In Burger King v. Rudzewicz, la Supreme Court sottolineava che il foro della Florida, adito dalla multinazionale dell'hamburger, "...had a manifest interest in providing its residents with a convenient forum for redressing injuries inflicted by out-of-state actors" (cit., supra, nt.29, 483). 87 Coase, questa una volta, sarebbe scomodato invano: motivo ispiratore dell'attitudine dimostrata dalle corti è, piuttosto, la visione federalistica del processo di allocazione del potere giurisdizionale immessa nel caleidoscopico circuito concettuale della reasonabless da un brano della celeberrima majority di International Shoe. L'inciso "... be reasonable, in the context of our federal system of governament,..." (cit., supra, nt.6, 317), ha dovuto attendere 40 anni per essere elevato, nella motivazione di World-Wide Volkswagen, a chiave di lettura della Due Process Clause: "...the Due Process Clause, acting as an instrument of interstate federalism, may sometimes act to divest the State of its power to render a valid judgement" (cit., supra, nt.29, 294). 88 Cfr. Abramson, cit, 460. 89 La formula enunciata (ma non sviluppata) in World-Wide Volkswagen, è stata ripresa e chiarita dalla Supreme Court nella majority opinion di Asashi Metal Industries Co. v. Superior Court, 107 S. Ct. 1026 (1987): "World-Wide Volkswagen also admonished courts to take into consideration the interests of the 'Several States', in addition to the forum state, in the efficient judicial resolution of the dispute and advancement of substantive policies. In the present case, this advice calls for a court to consider the procedural and substantive policies of others nations whose interests are affected by the assertion of jurisdiction by the California court. The procedural and substantive interests of other nations in a state court's assertion of jurisdiction over an alien defendant will differ from case to case. In every case, however, those interests, as well as the Federal interest in its foreign relations policies, will be best served by a careful inquiry into the reasonabless of the assertion of jurisdiction in the particular case, and an unwillingness to find the serious burdens of an alien defendant outweight by minimal interests on the part of the plaintiff or the forum State. 'Great care and reserve should be exercised when extending our notion of personal jurisdiction into the international field'" (id., 1034-35). 90 Come ricavare il crinale valutativo su cui risolvere questo contrasto (ove ritenuto sussistente) resta però incerto. In Asashi, infatti, la peculiarità della fattispecie (un produttore di pneumatici taiwanese, chiamato a rispondere di product liability da un attore californiano, aveva chiamato in garanzia davanti alla corte della California il subfornitore di valvole di pneumatici giapponese -- la Asashi Metal Industries Corporation) rendeva estremamente sottile il link giurisdizionale e, soprattutto, faceva sì che lo stato della California si mostrasse poco interessato a sostenere giurisdizionalmente la chiamata in garanzia richiesta da un convenuto straniero nei confronti di un terzo -- anch'esso straniero -- che, peraltro, non aveva mai intrattenuto alcuna relazione commerciale diretta con il mercato statunitense. Il metro su cui valutare il fattore in discorso sembrerebbe allora potersi ricavare in negativo dall'assenza di un legitimate state interest nel finding giurisdizionale: v. STEIN, cit., 765. 91 Questa interpretazione 'diplomatica' della giurisdizione, pur non venendo apertamente addotta dai giudici del Sixth Circuit per motivare la scelta di cassare la sentenza appellata, percorre sottotraccia il circuito decisionale della pronuncia in rassegna. L'impressione è che la linea difensiva della IAAF (l'offesa alla comunità sovranazionale, la minaccia alla cooperazione internazionale, il richiamo -- pur infondato -- alla convenzione internazionale sul riconoscimento delle sentenze straniere di cui gli Stati Uniti sono firmatari) abbia sortito sul convincimento dei giudici di circuito un effetto molto più penetrante di quanto possa trasparire dalla lettura della sentenza in epigrafe. Solo così si giustifica la chiosa operata a ridosso del dispositivo, nella quale la corte ricorda a Reynolds -- a mo' di bacchettata (o beffa?) finale -- che la convenuta non avrebbe contestato la giurisdizione di una corte inglese se l'atleta l'avesse adita per soddisfare davanti ad un giudice civile la sua sete di giustizia. 92 In attesa dell'editing di questo scritto, la legge 31 maggio 1995 n.218 sulla riforma del sistema del diritto internazionale privato ha completamente modificato il quadrante normativo appena ricordato, abrogando fra le altre, le disposizioni di cui all'art 4 c.p.c.. E' qui possibile (solo) prenderne atto, rinviando -- per un primo approfondimento della novella -- a A.ATTARDI, La nuova disciplina in tema di giurisdizione italiana e di riconoscimento delle sentenze straniere, in Riv. dir. civ., 1995, I, 727. 93 Cfr. Izzo, cit., 193. 94 La corte giustamente sottolinea come, in difetto di questa rappresentazione, il purposeful availment del convenuto non residente non possa neppure essere oggetto di supposizione. Al che -- prendendo a prestito le categorie di indagine sull'elemento soggettivo del reato care alla nostra penalistica -- saremmo fortemente tentati di accostare il processo di accertamento seguito nella fattispecie al rigoroso percorso logico che governa il riscontro del dolo eventuale davanti al giudice penale italiano. 95 Cfr., supra, nt.48. 96 Comprendere perché la corte avverte la necessità di esprimere questa notazione (per negare l'assoggettabilità della IAAF alle corti dell'Ohio) significa arrivare al cuore del meccanismo di valutatazione su cui si gioca il riscontro del purposeful availment da fatto illecito, utile a instaurare il link giurisdizionale. Non si apprezza l'evento sotteso alla diffamazione ed all'interferenza economica alla luce (tipicamente civilistica) della mera idoneità causale del fatto a provocare il danno, bensì lo si valuta con una sensibilità quasi (lo si passi ancora) penalistica, per cogliere in esso la sua capacità di evidenziare la prefigurazione nell'agente degli effetti dannosi della condotta. 97 La copiosa letteratura statunitense in tema di personal jurisdiction sembra oggi concorde solo nell'esprimere la propria insoddisfazione circa l'incapacità -- manifestata negli ultimi lustri dalla Supreme Court -- di enucleare una teorica costituzionale che sappia donare un sostrato concettuale comune ai diversi criteri applicativi avallati in ciascuna pronuncia. Il disagio (solo apparente, visto che ad ogni latitudine i dottori sanno di veder aumentare il loro prestigio in queste situazioni) é perfettamente descritto dalle autorevoli parole di un leading scholar [R.C.CASAD, Personal jurisdiction in federal question cases, in Tex. L. Rev., 70 (1992), 1589, 1589]: "...(T)he Supreme Court's recent decisions on personal jurisdiction are far from satisfactory. In the past fourtheen years, the Court has decided thirteen cases dealing with due process limitations on the bases of state court personal jurisdiction. However, these cases have not given us a coherent philosophical foundation for the costitutional restrictions they recognize. The Court has talked confusingly about such considerations as fairness to the parties, litigational efficency, interstate federalism, territorial power, and protection of state interests. Sometimes the cases seems contradictory. We are not sure whether the Fourteenth's Amendament Due Process Clause in an instrument of interstate federalism...". 98 In questa situazione c'è perfino chi, con consapevole autoironia, propone un nuovo criterio (tanto improbabile, quanto divertente) per determinare la giurisdizione negli Stati Uniti: tracciare una linea retta fra i due fori scelti dall'attore e dal convenuto e ritenere competente la giurisdizione individuata dal punto mediano dell'immaginario segmento, v. J.M.BRUMBAUGH, W.L.REYNOLDS, The straight-line method of determining personal jurisdiction, in J. Legal Ed., 44 (1994), 130. 99 Shaffer v. Heitner, 433 U.S. 186, 219 (1977). 100 In termini giuseconomici, il sabba forense della personal jurisdiction litigation (3900 i soli casi censiti dai reports americani nel periodo 1960-83, v. Casad, cit. supra, nt. 11) rappresenta il costo diretto del sistema, a cui andrebbe aggiunto -- sotto forma di esternalità negativa -- l'effetto perverso che l'incertezza giurisdizionale genera sulla possibilità che le parti possano comporre la lite sottostante al jurisdictional issue in via transattiva. 101 Sorprende constatare come i grandi nomi della letteratura giuseconomica americana non abbiano preso a cuore il problema. 102 Nell'impossibilità di ricadere nella metonìmia descrittiva avvertita intraprendendo questa riflessione, basterà qui rinviare al già citato articolo di BORCHERS (supra, nt.73) oltre che a F.JUENGER, Judicial jurisdiction in the United states and in the European Communities: a comparison, in Mich. L. Rev., 82 (1984), 1195. [IDN1]