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L'obbligo di discostarsi dal mandato ricevuto

8. L'interrogativo più delicato è, però, quello sollevato dal primo dei suaccennati motivi di ricorso

Si è già detto che la condizione preliminare da cui discende l'obbligo del mandatario di discostarsi dall'incarico ricevuto sta nell'impossibilità di comunicare al mandante il verificarsi delle circostanze sopravvenute, tali da far presumere la necessità di una modifica o di una revoca delle precedenti istruzioni. Occorre però chiedersi se, quando tale impossibilità sia imputabile ad un comportamento dello stesso mandante - o quando, come nella specie la corte d'appello ha accertato essere accaduto, sia comunque il mandante ad essersi volontariamente posto nella condizione di non poter intervenire direttamente a tutela dei propri interessi -, il pretendere che il mandatario assuma a proprio carico la responsabilità di una scelta, la quale altrimenti per sua natura competerebbe alla controparte, non sia contrario ai principi di correttezza e buona fede che presiedono all'esecuzione di qualsiasi contratto

Prima di rispondere a siffatto quesito è tuttavia necessario prendere preliminarmente in esame l'affermazione dell'impugnata sentenza secondo cui neppure il comportamento tenuto nella circostanza dall'ENI sarebbe esente da colpa (onde, come già detto, la corte territoriale ha ritenuto applicabile alla presente fattispecie la disposizione dell'art 1227 c.c.).

Quest'affermazione, peraltro, è criticata dalla difesa dell'ENI (segnatamente con il pnmo motivo del ncorso incidentale), a giudizio della quale non sussisterebbe alcun obbligo del mandante di rendersi reperibile durante la fase esecutiva del mandato per poter eventualmente modificarne il contenuto in itinere; sicché non sarebbe neppure configurabile una qualche ragione d'imputabilità ad esso mandante del danno conseguente alla cattiva esecuzione del mandato, tanto più che l'alta qualihcazione professionale del mandatario ragionevolmente autorizzava l'affidamento senza riserve a costui della piena responsabilità esecutiva dell'operazione.

Sembra però al collegio che la critica appena riferita non sia da condividere

Non si tratta naturalmente di postulare, in via generale ed astratta, l'esistenza di un dovere di reperibilità del mandante durante l'esecuzione di qualsivoglia mandato. Si tratta, invece, di tener conto del fatto che, come e forse più di qualsiasi altro contratto, il mandato richiede la cooperazione anche del creditore affinché il debitore possa adempiere in modo corretto la propria prestazione. Talché appare sicuramente configurabile, a carico del mandante, un obbligo di collaborazione (come si argomenta, in termini generali, anche dagli artt. 1206 e 1719 c.c.), quale espressione del fondamentale principio di esecuzione di buona fede dei contratti, cui non è estraneo un dovere di reciproca protezione dei contraenti. Ed è - quello di collaborazione - un obbligo il cui concreto contenuto non appare a priori predeterminabile, ma è destinato invece ad assumere, di volta in volta, aspetti diversi, a seconda dell'oggetto e dalla natura dell' incarico conferito al mandatario.

Alla luce di tali rilievi, non merita dunque censura I'affermazione dell'impugnata sentenza, secondo la quale, nella specie, sussisteva un vero e proprio obbligo per l'ENI di seguire, attraverso funzionari dotati dei poteri necessari, lo sviluppo di un'operazione di cambio la cui rilevanza economica era notevole e della cui problematicità gli stessi funzionari dell'ente erano stati precedentemente resi edotti. Pur essendo vero che il San Paolo è notoriamente uno dei maggiori istituti di credito italiani ed è presumibilmente perciò dotato di alta professionalità in relazione a quanto formava oggetto del mandato conferitogli, non è meno vero che, proprio avvalendosi degli strumenti professionali di cui disponeva, detto istituto - come la corte d'appello ha inoppugnabilmente accertato e come anche l'ENI d'altronde riconosce - nel corso della stessa mattina di quel 19 luglio aveva a più riprese segnalato al mandante, direttamente e per il tramite della Banca d'ltalia, la particolare rischiosità dell'operazione in esame. Sicché l'ENI, pur non potendo prevedere che il tasso di cambio del dollaro avrebbe avuto l'eccezionale incremento che ebbe, era tuttavia edotto delle possibili tensioni che si sarebbero verificate sul mercato delle valute e non poteva, di conseguenza, non aver contezza dei problemi che ne sarebbero potuti derivare in relazione all'espletamento dell'ordine di acquisto impartito al San Paolo. Ragion per cui, nelle descntte peculiari condizioni, è tutt'altro che irragionevole affermare che il far seguire l'operazione da propri funzionari dotati di idonei poteri deliberativi era un comportamento ricompreso nel dovere di cooperazione del mandante; e, di conseguenza, non appare censurabile la valutazione della corte d'appello laddove ha individuato una colpevole violazione di tale dovere nell'accertata irreperibilità dei funzionari responsabili dell'ENI proprio durante quel breve, ma decisivo, lasso di tempo in cui si sapeva che detta operazione di cambio avrebbe dovuto aver luogo.

9 Acclarato, quindi, che l'ENI ha avuto un comportamento non conforme ai doveri di correttezza contrattuale ai quali, nella specie, era tenuto, occorre ora riprendere in esame il quesito che dianzi si era posto a proposito dell'incidenza di tale non corretto comportamento del mandante sull'obbligo del mandatario di discostarsi, a norma dell'art. 1711 capoverso c.c., dalle istruzioni ricevute.

La corte d'appello ha implicitamente negato che l'accennata violazione dei doveri di cooperazione, da parte del mandante, valesse ad escludere, per il mandatario, I'insorgere di detto obbligo; ed ha ritenuto che i comportarnenti delle due parti, entrambi connotati d'illegittimità, avessero concorso nella produzione del danno.

In contrario, va peraltro osservato come l'illegittimo comportamento imputabile al mandante interferisca non già con gli effetti del preteso inadempimento contrattuale del mandatario, concorrendo a produrli, bensì con l'insorgere stesso dell'obbligazione che il mandatario avrebbe violato

È stata infatti già prima posta in evidenza la stretta correlazione logica esistente tra 1'obbligo di comunicazione di cui all'art. 1710 comma 2 c.c, al fine di consentire al mandante di adeguare le proprie istruzioni alle mutate circostanze, e l'obbligo del mandatario di discostarsi dalle istruzioni ricevute previsto dal capoverso del successivo art. 1711. Ed è stato del pari già sottolineato come proprio e soltanto dall'impossibilità del dominus dell'affare di provvedere egli stesso a fronteggiare le nuove emergenze discenda l'obbligo del mandatario di sostituirsi al mandante in tale valutazione, formulando quel giudizio ipotetico che la norma richiede («.. circostanze.. tali che... facciano ragionevolmente ritenere che lo stesso mandante avrebbe dato la sua approvazione»).

Ma se è così, se cioè tale obbligo del mandatario, ulteriore e più gravoso rispetto a quanto ipotizzabile al momento dell'assunzione dell'incarico, si ncollega ad un dovere di protezione degli interessi del mandante ai quali costui non è in grado di provvedere da sé, ne consegue con evidenza l'inconciliabilità logica di un obbligo siffatto con l'addebito mosso al medesimo mandante di essersi posto egli stesso, per sua colpa, in condizione di non poter direttamente provvedere alla cura di quegli interessi.

Parrebbe assai singolare che, se il mandante colpevolmente si sottrae ad ogni possibilità di comunicazione - o comunque si pone egli stesso, con un comportamento contrario ai doveri di cooperazione secondo buona fede, in condizione di non poter dare le istruzioni rese necessarie dal mutare degli eventi -, proprio da questo suo colpevole comportamento possa sorgere, a carico del mandatario, un ulteriore obbligo (di discostarsi dalle istruzioni ricevute) ed un conseguente ampliamente dell'area di responsabilità, che diversamente non si verificherebbero

Sembra davvero paradossale, in altri termini, ed insanabilmente in contrasto con il fondamentale principio di buona fede, ammettere che un comportamento contrattualmente non corretto di una delle parti sia idoneo a generare, per la controparte, un obbligo che altrimenti su quest'ultima non graverebbe.

10. Per le suesposte considerazioni non può ritenersi corretta l'applicazione che il giudice di merito ha fatto dell'art. 1711 comma 2 c.c.

Ne consegue che, in accoglimento del primo motivo del ricorso principale (restando in ciò assorbito l'esame del sesto motivo del medesimo ricorso, nonché del secondo e del terzo motivo del ricorso incidentale), I'impugnata sentenza dev'essere cassata.

Poiché alla data delle presente decisione (28 aprile 1995) non sono ancora entrate in vigore le modificazioni apportate dalla legge n. 353 del 1990 al testo del primo comma dell'art. 384 c.p.c., lacausa va senz'altro rinviata per un nuovo esame ad altra sezione della stessa corte d'appello di Roma, la quale si atterrà al seguente principio di diritto: «L 'obbligo del mandatario di discostarsi dalle istruzioni ricevute, nella situazione prevista dall'art. 1711 comma 2 c c., non sorge nel caso in cui l'impossibilità di comunicare tempestivamente con il mandante o comunque di provocare un eventuale mutaErrore. Il segnalibro non č definito.mento delle istruzioni ad opera del mandante medesimo sia imputabile ad un colposo comportamento di quest'ultimo, contrario ai doveri di cooperazione cui egli è tenuto».

... Omissis...

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