CASSAZIONE CIVILE, I SEZIONE, 16 luglio 1996, n. 6504 - SENSALE Presidente - BALDASSARRE Relatore - CENICCOLA P.M. (conf.) - Debattistis (avv.ti Romanelli, Fogliano) - Bossio (avv.ti Menghini, Gatti).

 

 

Ritrovamento di oggetti - Libretto bancario di deposito a risparmio pagabile al portatore - Pagamento del premio in proporzione al valore commerciale della cosa - Ammissibilità (C.c. art. 930)

 

 

Nel caso di ritrovamento e restituzione di un libretto bancario di deposito a risparmio pagabile al portatore il proprietario deve pagare a titolo di premio al ritrovatore, se questi lo richiede, il decimo della somma o del prezzo della cosa ritrovata (se tale somma o prezzo eccede le diecimila lire, il premio per il sovrappiù è solo del ventesimo); il valore commerciale del bene ritrovato si determina in base al dato obiettivo della somma depositata (1).

 

(1)

Nel caso oggetto della sentenza in epigrafe la questione affrontata dai giudici della Cassazione riguarda i criteri per determinare quando si sia in presenza di un bene avente valore commerciale secondo quanto disposto dall’art. 930 c.c., articolo che si trova inserito nel libro III del codice civile in cui vengono disciplinati tra l’altro i modi di acquisto della proprietà a titolo originario.

Uno dei modi di acquisto della proprietà a titolo originario espressamente previsto dal codice è per l’appunto l’invenzione, ossia il ritrovamento di una cosa che appartenga ad un proprietario che l'ha smarrita o dimenticate (le disposizioni sull'invenzione non sono invece estensibili alle res nullius e alle res derelictae, perchè in questo caso l'acquisto da parte del ritrovatore è immediato). Nei casi di smarrimento o dimenticanza l’acquisto della proprietà a titolo originario non è conseguenza immediata e diretta del ritrovamento poichè bisogna seguire la procedura espressamente prevista agli art. 927, 928, 929, 930 e 931 c.c.. Quindi tutti coloro che trovano una cosa smarrita o dimenticata e se ne impossessano senza seguire la procedura prevista negli articoli sopra menzionati commettono un illecito, che dal punto di vista civilistico comporta il mancato acquisto della proprietà del bene ritrovato, acquisto che si avrà solamente in seguito per usucapione.

In particolare l’art. 930, avente come fine di stabilire il quantum del premio dovuto al ritrovatore che, dopo aver resituito la cosa ritrovata al legittimo proprietario, lo richieda, prevede due ipotesi distinte:

1) se la cosa ritrovata ha un valore commerciale intrinseco il proprietario dovrà pagare a titolo di premio al ritrovatore il decimo della somma o del prezzo della cosa ritrovata (nel caso in cui tale somma o prezzo ecceda le diecimila lire, il premio per il sovrappiù sarà solo del ventesimo);

2) se la cosa ritrovata non ha invece un valore commerciale intrinseco, la misura del premio dovrà essere fissata, in caso di disaccordo tra le parti, dal giudice secondo il suo prudente apprezzamento.

In realtà il ritrovamento di una cosa, sotto il profilo del diritto al premio in una delle due forme appena viste, può essere sottoposto ad un’ulteriore distinzione, a seconda che si tratti di cosa furtiva o meno. Nel caso di ritrovamento di cosa rubata ci si può inoltre trovare di fronte a tre casi distinti:

1) se sussiste la buona fede del ritrovatore, ossia la sua ignoranza della provenienza delittuosa del bene, allora il premio compete anche nel caso di ritrovamento di res furtiva (da ultimo Cass. 13 novembre 1982, n. 6060, in Giust. Civ., 1983, I, 1794 con nota di Zuddas);

2) il premio compete anche a chi, essendo venuto a conoscenza di un furto, scientemente inizi le ricerche nel luogo in cui ritiene che la cosa rubata si trovi;

3) il premio non compete invece a chi ritrovi una res furtiva essendo a conoscenza che la cosa è stata oggetto di un furto e non avendo scientemente iniziato le ricerche nel luogo in cui ritiene che si trovi la cosa rubata.

Dalla breve analisi fatta si intuisce che la ratio del premio previsto all’art. 930 è quella di ricompensare la cooperazione prestata, idonea a comportare il ripristino del possesso del bene in capo al legittimo proprietario (Cass. 13 novembre 1982, n. 6060, in Giust. Civ., 1983, I, 1794 con nota di Zuddas).

Nel caso oggetto della sentenza in epigrafe non si tratta di una cosa rubata ma semplicemente smarrita e quindi la questione affrontata dai giudici della Cassazione riguarda unicamente il fatto che la stessa abbia valore commerciale o meno al fine di stabilire se il premio dovuto in caso di ritrovamento debba essere quantificato secondo il criterio contenuto nel II o secondo quello contenuto nel III comma dell’arrt. 930 c.c..

Il ritrovamento in particolare ebbe come oggetto un libretto di deposito a risparmio pagabile al portatore. Sulla natura giuridica di tale documento è intervenuta più volta la giurisprudenza che in prevalenza ha affermato che il libretto di risparmio al portatore è un titolo di credito il cui trasferimento si perfeziona con la consegna del titolo; in conseguenza di ciò il suo possessore è legittimato all’esercizio del diritto in esso menzionato in base alla presentazione del titolo stesso (Cass., 16 settembre 1986, n. 5618, in Foro it., 1987, I, 863, Cass. 14 aprile 1992, n.4542 in Dir. Fall., 1993, II, 115; Cass. 12 gennaio 1995, n.336, in Giust. Civ., 1995, I, 1220).

In un caso analogo a quello di specie era già stato deciso che il ritrovatore di un libretto di risparmio al portatore ha diritto ad un premio proporzionale al valore del bene ritrovato, ai sensi del 2°comma dell’art.930 c.c..I giudici di merito giustificavano questa conclusione sul presupposto che il libretto di risparmio al portatore, essendo un titolo di credito al portatore, avesse un valore commerciale proprio (Trib. Napoli, 7 giugno 1991, in Banca Borsa, 1992, II, 595, sul punto si vedano anche Trib. Roma, 28 gennaio 1956, in Foro it., 1957, I, 146; App. Roma, 14 dicembre 1956, in Banca Borsa, 1957, II, 241).

Di diverso avviso, ossia nel senso dell’applicabilità dell’art. 930 IIIc. per la determinazione del premio per il ritrovatore in quanto trattasi di cose non aventi un valore commerciale proprio, sono invece stati i giudici nel caso di ritrovamento di:

1) libretto di conto corrente, in quanto mero documento probatorio (Trib. Napoli, 7 giugno 1991, in Banca Borsa, 1992, II, 595);

2) libretto di deposito nominativo, in quanto documento di legittimazione (Cass., 6 febbraio 1961, n. 241, in Giur. It.1961, I, c. 800; Tribunale di Taranto, 19 gennaio 1995, in Gius., 1995, 961; Pretura Parma-Fidenza, 20 luglio 1990, in Archivio Civile, 1992, 314),

3) libretto di deposito al portatore, nell'ipotesi che lo smarrimento sia stato dennunciato all'Istituto emittente, perchè pur essendo tale libretto titolo di credito, il fermo lo priva del suo valore commerciale (Trib. Padova, 27 agosto 1990, in Nuova Giur. Comm., 1991, I, 408, con nota di De Poli).

 

In dottrina sul diritto al premio in caso di ritrovamento di cosa smarrita, tra gli altri, si possono consultare: SALARIS, L'acquisto della proprietà, in Trattato di diritto privato, diratto da P. Rescigno, Torino, 1992; MAZZARESE, Invenzione, in Enciclopedia giurdica, Roma, 1989; TABET, OTTOLENGHI, SCALITI, La proprietà, in Giurisprudenza sistematica civile e commerciale, fondata da W. Bigiavi, Torino, 1981.

 

Marco Venturello

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