E. La Commissione Maroni

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Per completare l'analisi dei progetti di riforma elaborati nel corso di questi mesi è opportuno fare qualche cenno anche ai lavori della Commissione Maroni.

Come si è già detto, si indica con questo nome il Comitato di studio per la riforma delle Regioni e della autonomie locali istituito dal Ministro MARONI nel luglio del 1994 e che ha tenuto la sua ultima seduta il 21 dicembre 1994, pochi giorni prima che il Governo BERLUSCONI si dimettesse.
E1. I limiti del mandato della Commissione Maroni
La Commissione Maroni si è posta in una prospettiva molto meno ambiziosa del Comitato Speroni.
Essa, infatti, nel rispetto del mandato del Ministro e del vincolo posto dallo stesso decreto istitutivo, ha operato "a Costituzione vigente"; ha assunto, cioè, la normativa costituzionale come un limite "rigido" alla propria attività propositiva.
L'obiettivo della Commissione Maroni, divisa in due sotto-comitati (Sottocomitato Ordinamento e Sottocomitato Finanza), è stato dunque quello di individuare un possibile modello di riforma operando:
- per la normativa ordinamentale, attraverso proposte di eventuali modificazioni alla l. 142 del 1990 e alla l. 81 del 1993;
- per la parte fiscale e finanziaria, attraverso ipotesi di modificazione della legislazione finanziaria.

E2. Le due diverse ipotesi "strategiche" presenti all'interno della Commissione Maroni

Di fatto, nella Commissione Maroni si sono scontrate due diverse "ipotesi strategiche" di riforma, ripetendo in tal modo una vicenda che da più di venti anni caratterizza ogni discussione in materia di Regioni, Province e Comuni.
E2.1. L' ipotesi "regionalista

Una prima ipotesi, che può essere definita come "regionalista", è quella che tende a:
- 1) enfatizzare il ruolo delle Regioni nel distribuire le competenze ai Comuni e alle Province;
- 2) consentire alle Regioni di legiferare anche in materia di ordinamento degli enti territoriali, riducendo a pochi "limiti" stabiliti dallo Stato gli eventuali "elementi uniformanti" del sistema delle autonomie locali;
- 3) attribuire alle Regioni poteri incisivi anche in ordine alla definizione delle risorse a disposizione del sistema degli enti territoriali;
- 4) scontare una non marginale possibilità di ordinamenti locali differenziati nell'ambito dei diversi ordinamenti regionali;
- 5) imporre alle Regioni il rispetto del principio di sussidiarietà, configurato come l' obbligo di assegnare comunque a Comuni e Province le competenze amministrative, anche regionali, che meglio possono essere esercitate nell'ambito territoriale di questi enti.

E2.2. L'ipotesi legata alla valorizzazione delle "autonomie locali"

Una seconda ipotesi è quella basata sulla valorizzazione del "sistema delle autonomie locali" inteso come sistema complesso e articolato.

Questo modello, più tradizionale e più vicino al modo col quale l'ordinamento locale è stato "costruito" in questi ultimi venti anni, vuole mantenere:
- 1) una sfera di autonomia dei Comuni e delle Province garantita dalla legge dello Stato, e quindi sottratta ad ogni potere regionale di attribuzione;
- 2) la competenza statale in materia di ordinamento di Comuni e Province, per difendere il "valore" del principio di uniformità di questi enti su tutto il territorio nazionale;
- 3) l'attribuzione di un "potere di differenziazione" soltanto agli stessi Comuni e Province, col conseguente riconoscimento della fonte statutaria e regolamentare come fonte propria di questi enti, limitata dalla sola legislazione statale e sottratta ad ogni intervento della Regione;
- 4) la competenza statale in materia di disciplina del sistema finanziario e tributario degli enti locali;
- 5) la esclusiva competenza statale in ordine alla applicazione del principio di sussidiarietà nella distribuzione di competenze fra i diversi livelli di governo.
Il principio propugnato è in sostanza il seguente: spetta allo Stato lasciare ai Comuni e alle Province quello che, secondo il principio di sussidiarietà, inteso come affidamento delle funzioni al livello di governo il più possibile vicino ai cittadini, spetta a questi enti .
E3. Una riflessione

La Commissione Maroni si è trovata di fronte, dunque, a una problematica tanto divaricata e divaricante quanto perfettamente riconducibile al tradizionale scontro fra "regionalisti" e "localisti".

Problematica questa assolutamente analoga a quella che, come si è detto , ha segnato anche i lavori del Comitato Speroni, conducendo alle contraddizioni che caratterizzano le proposte da essa fatte in materia di Regioni, Province e Comuni.

3. Qualche conclusione sui diversi progetti esaminati

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E' possibile ora, al termine di questa lunga analisi sui progetti presentati negli ultimi due anni, formulare qualche considerazione di carattere più generale.
A. Le contraddizioni "interne" dei diversi progetti
Una prima considerazione è che tutti i progetti esaminati, anche quelli più "organici", sono caratterizzati da significative contraddizioni interne.
Inoltre tutti i progetti sono orientati più a modificare, anche in misura "forte" , il sistema politico e la forma di governo dello Stato centrale, che non a introdurre "significativi e reali elementi di federalismo".

B. La differenza fra il progetto della Commissione Bicamerale e gli altri modelli

Una seconda considerazione è che, malgrado le molte iniziative di questo ultimo anno, tuttora il progetto "organico" più nettamente orientato verso una effettiva regionalizzazione dello Stato, resta quello messo a punto dalla Commissione Bicamerale per le Riforme istituzionali della scorsa legislatura.

Il progetto Miglio, infatti, per quanto indubbiamente molto "organico" e "complesso", appare in realtà orientato più a "superare la organizzazione in forma di Stato della Nazione Italiana" che non a delineare una forte regionalizzazione dello Stato.
Il progetto del Comitato Speroni, dal canto suo, appare, invece, oggettivamente disorganico e carico di diverse e contraddittorie potenzialità.
Considerazioni analoghe valgono per il progetto della Lega Nord.
Quanto alla Commissione Maroni, infine, essa dichiaratamente si è collocata su un piano diverso, escludendo dal suo orizzonte ogni ipotesi di riforma costituzionale.


B1. Il tentativo della Commissione Bicamerale di promuovere le riforme per arginare la crisi del sistema
Il fatto che proprio la Commissione Bicamerale abbia elaborato il progetto tuttora più seriamente organico dimostra che essa ha davvero creduto nella necessità di avviare incisive riforme costituzionali per arginare l'imminente collasso, poi verificatosi, del sistema politico italiano.
Altrettanto importante è poi che quella Commissione abbia individuato proprio in una forte "regionalizzazione" del sistema una risposta essenziale alla richiesta di innovazione posta, con sempre maggiore forza, da un Paese che si avviava ormai alla crisi politica che segnò la fine di quella legislatura.


C. Le contraddizioni del Comitato Speroni e della Commissione Maroni
La terza osservazione riguarda il fatto che tanto il Comitato Speroni quanto la Commissione Maroni, pur operando in scenari diversi e avendo quindi vincoli e limiti differenti, hanno dovuto misurarsi con una identica, irrisolta e, nel dibattito italiano, costantemente presente contraddizione fra la posizione "regionalista" e quella "localistica",.
Proprio in quella contraddizione, del resto, sta la ragione principale del l'obbiettiva incapacità, dimostrata dall' uno e dall' altro "gruppo", di elaborare un progetto "organico" di regionalizzazione dello Stato chiaramente definito e sufficientemente univoco.

C1. Le cause di queste contraddizioni: ipotesi e "insegnamenti"
E' giusto chiedersi perché questo sia avvenuto.

Taluno potrebbe, infatti, ritenere che quanto è accaduto sia in realtà la spia che non vi è tuttora nel nostro Paese un orientamento davvero maggioritario a favore di una trasformazione dell'ordinamento in senso federale o regionale.

Altri potrebbero, invece, ritenere che tutto questo sia la riprova del permanere di resistenze fortissime a ogni autentico tentativo di riforma.
Il Paese sarebbe cioè paralizzato da una lotta fra "conservatori" e "innovatori" che segnerebbe profondamente il nostro orizzonte istituzionale e politico.

In ogni caso si deve registrare che, mentre nella Commissione Bicamerale la necessità stessa di dare una risposta a una crisi di sistema aveva condotto a superare le resistenze in ordine alla forma di Stato, nel Comitato Speroni e nella Commissione Maroni, a transizione ormai profondamente in corso, gli ostacoli sono venuti proprio dalla difficile conciliabilità delle diverse posizioni in ordine al rapporto tra Stato, Regioni, Province e Comuni.
Il che riconferma, anche da questo punto di vista, la necessità di interrogarsi a fondo se la nostra cultura politica e istituzionale sia davvero matura per una incisiva trasformazione dello Stato in senso regionalista o se, invece, il grado di maturazione del dibattito non sia sostanzialmente così arretrato da richiedere ancora una fase, non breve, di discussione e di messa a punto delle rispettive posizioni.
Vi è, infine, un' altra osservazione già fatta che merita di essere richiamata:
quella cioè che sottolinea la maggiore "positività" oggettiva del progetto della Bicamerale rispetto a quelli di carattere più "scientifico-tecnocratico", studiati a tavolino da esperti come i professori MIGLIO (progetto Miglio) e ORTINO (progetto Lega Nord).
Come si è già detto proprio questo aspetto deve essere tenuto ben presente oggi, in un momento nel quale non manca chi, come Sergio Romano immagina di individuare in un'Assemblea Costituente composta prevalentemente da tecnici, una utile via di uscita dalle contraddizioni del processo riformatore in atto.
C.2 L'"insegnamento" più importante.

La questione, probabilmente, non è tanto quella della validità tecnica delle possibili ipotesi di riforma ( anche se questo è certamente un aspetto importante) quanto quello di un seria e approfondita discussione sugli sbocchi più utili al caso italiano.
Poiché chi scrive è convinto che una forte accentuazione dell'articolazione regionale del nostro ordinamento sia non solo opportuna ma anche necessaria, l'auspicio è che quando di questi temi si tornerà a parlare sia possibile farlo usando almeno un linguaggio e un sistema concettuale condiviso.
Si chiude qui il "cerchio" di questa riflessione: l'analisi dei progetti è certamente utile e necessaria; ancora più importante è però verificare se i criteri proposti si siano dimostrati utili per saggiare le diverse proposte e compararle fra loro.
Se la risposta potrà essere anche solo in parte positiva, lo sforzo qui compiuto non sarà stato inutile.

Pubblicato in Le regioni, n.2, 1995
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