CASSAZIONE CIVILE, Sezione lavoro, 8 settembre 1997, n. 8690 — PANZARANI Presidente — AMOROSO Relatore — CINQUE P.M. (conf.) — Nitti (avv. Scognamiglio) - Comune di Terni (avv.ti Alessandro e Romanelli).
Conferma Trib. Terni, 26 ottobre 1995.

 

Lavoro autonomo — Contratto d’opera intellettuale — Diritto di recesso ad nutum del committente — Deroghe convenzionali — Ammissibilità (C.c. art. 2237, 1° comma).

 

E’ derogabile per volontà delle parti il disposto dell’art. 2237, 1° comma, c.c..(1)

 

Costituisce questione di interpretazione contrattuale accertare se con la previsione di un termine di durata dell’incarico professionale le parti abbiano inteso o meno avvalersi della facoltà di deroga al principio di libera recedibilità del cliente nel contratto di prestazione d’opera intellettuale.(2)

 
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato in data 26 gennaio 1994 Nitti Michelangelo ricorreva al Pretore di Terni, in funzione di Giudice del lavoro, esponendo che il Comune di Terni, al fine di realizzare un "Programma relativo all’ambiente della Conca Ternana", gli aveva conferito, insieme ad altri, l’incarico di cui al contratto del 14 gennaio 1992 per la durata di tre anni; che il Comune, con delibera del 21 ottobre 1993, pur non avendo lamentato alcun inadempimento da parte del Nitti, aveva deciso di recedere dal rapporto motivando che lo stesso lavoro poteva essere svolto con una nuova ristrutturazione che il Comune intendeva assumere; che il Comune, in realtà, non aveva ristrutturato nulla rispetto al momento in cui gli aveva affidato l’incarico ed anzi si era avvalso di tutto il lavoro svolto dal personale assunto con contratto a termine. Chiedeva quindi che gli venisse riconosciuto il diritto di proseguire il contratto fino al 31 dicembre 1995 o la condanna del Comune al risarcimento dei danni derivanti dalla cessazione arbitraria del rapporto.

Si costituiva in giudizio il Comune di Terni contestando la domanda, di cui chiedeva la reiezione. Rilevava, in particolare, che l’art. 2237, 1° comma, c.c. prevedeva un’ampia facoltà di recesso ad nutum in capo al committente, fondata sul carattere fiduciario del rapporto e che, comunque, le motivazioni che avevano indotto l’Amministrazione Comunale al recesso erano tutte inerenti alle specifiche previsioni contrattuali (art.5 lett.B), avendo il Comune deliberato, in attuazione delle nuove linee programmatiche, una profonda e completa ristrutturazione dei servizi, tra cui, in particolare, quello affidato al Nitti, assegnando ai rispettivi dirigenti il compito di espletare le funzioni e di predisporre i progetti già conferiti agli stessi professionisti.

Il Pretore, espletate le prove testimoniali, con sentenza n. 550/1994, accoglieva il ricorso e condannava il Comune, previa declaratoria d’illegittimità del recesso, a risarcire al Nitti i danni, quantificati equitativamente in £. 50.000.000, oltre agli interessi legali ed alla ristrutturazione.

Con ricorso depositato il 4 febbraio 1995, il Comune di Terni proponeva appello contro la sentenza pretorile dolendosi della violazione dell’art. 2237 c.c. e dell’errata valutazione delle risultanze documentali e testimoniali, avendo il Pretore ritenuto illegittimo il recesso, nonostante che esso fosse stato del tutto inerente e conforme alle previsioni contrattuali di cui all’art. 5 del contratto.

Costituitosi, il Nitti contestava il gravame, di cui chiedeva la reiezione, con conferma della sentenza impugnata.

Il Tribunale di Terni, pronunciandosi sull’appello, riformava la sentenza pretorile respingendo la domanda del Nitti.

In particolare il Tribunale osservava che il carattere fiduciario del rapporto, avente ad oggetto una prestazione d’opera intellettuale, comporta che la facoltà di recesso del committente, prevista come elemento caratterizzante del rapporto stesso, non è suscettibile di deroga e non può quindi essere eliminata, né ritenersi rinunciata da una pattuita scadenza contrattuale, il cui termine deve considerarsi come inteso unicamente a determinare la durata massima del rapporto; con la conseguenza che, in caso di recesso, il compenso pattuito per l’intera prestazione d’opera intellettuale dovrà essere proporzionalmente ridotto in relazione all’opera prestata (Cfr. Cass. 17 marzo 1980, n. 1760; Cass. 3 aprile 1974, n. 497).

Pertanto, nonostante l’apposizione del termine finale al rapporto, resta applicabile alla fattispecie l’art. 2237 c.c. che prevede la libera recedibilità del cliente dal contratto, salvo il rimborso delle spese sostenute ed il pagamento dell’opera svolta dal prestatore.

Sotto un ulteriore profilo, poi, il Tribunale riteneva la legittimità del recesso richiamando l’art. 5 del contratto oggetto di causa che prevedeva la durata del rapporto stabilendola in anni 3 fino al 31 dicembre 1995 ed inoltre riconosceva al Comune di Terni la facoltà di recedere in qualsiasi momento dal contratto nel caso di "sopravvenuta insussistenza della causa per effetto di legge o di atti riorganizzativi dei servizi che rendessero superata la necessità della prestazione professionale esterna".

Omissis.—

Avverso la decisione del Tribunale di Terni il Nitti ha proposto ricorso per cassazione svolgendo tre motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso il Comune di Terni.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE
 

Con il primo motivo di impugnazione il ricorrente censura la violazione e falsa applicazione dell’art. 2237, nonché degli artt. 1321, 1372 e 1362 e segg. c.c., oltre che la carenza e contraddittorietà della motivazione su un punto essenziale della controversia.

Osserva la difesa del ricorrente che la facoltà di recesso, che l’art. 2237 cit. attribuisce al committente, non costituisce un elemento essenziale del contratto. Si tratta di una deroga al principio, sancito dall’art.1372 c.c., che riconosce al contratto forza di legge tra le parti, in linea con il disposto dell’art. 1373 c.c., che stabilisce in via eccezionale, tenuto conto delle esigenze e degli interessi sottesi al contratto di specie, la possibilità che la parte interessata si sciolga unilateralmente dal vincolo. Deve quindi escludersi in ogni caso che tale facoltà possa assumere, in base ad una disposizione di legge, la forza di un elemento essenziale ed inderogabile della disciplina del contratto. Ritiene pertanto la difesa del ricorrente che l’apposizione del termine precluda, per un limitato periodo di tempo, la libera facoltà di recesso, sulla base della stessa volontà del committente, a meno che le parti non manifestino esplicitamente la volontà di attribuire a quel termine la limitata valenza di un periodo di durata massima del rapporto.

Rileva ancora la difesa del ricorrente che le parti contraenti avevano previsto altresì che il Comune potesse recedere dal contratto soltanto in caso di: a) "inadempimento contrattuale comunque determinato per prestazione professionale irregolare o giudicata scarsamente produttiva"; b) "sopravvenuta insussistenza della causa del contratto per effetto di legge o anche di atti riorganizzativi del servizio dell’ente che rendessero superata la necessità della prestazione professionale esterna".

La specifica indicazione delle cause di recesso costituisce conferma della volontà degli stipulanti di considerare vincolante il termine di durata dell’incarico.

Con il secondo motivo di impugnazione il ricorrente censura la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e segg. e 2697 c.c., nonché dell’art. 115 c.p.c., oltre la carenza e contraddittorietà della motivazione su un punto essenziale della controversia.

Osserva la difesa del ricorrente che, com’è emerso dalle deposizioni dei testi, l’unico atto riorganizzativo del Comune è consistito nel conferimento dell’incarico ad una società di consulenza per lo studio di una nuova pianta organica. Ed infatti, al momento del recesso, nessun atto di riorganizzazione era stato posto in essere dal Comune. In particolare, la delibera n. 886 del 1993, a mezzo della quale era stato esercitato il recesso, testualmente recava: "...è intendimento dell’Amministrazione riorganizzare i servizi dell’ente...". Si trattava soltanto di un proposito, laddove il disposto dell’art. 5 richiedeva che la riorganizzazione fosse stata materialmente ed effettivamente realizzata ed avesse assunto una rilevanza tale da vanificare le prestazioni dei consulenti.

Il ricorso è infondato perché delle due rationes decidendi, poste dal Tribunale a fondamento della sua decisione, ognuna delle quali autonomamente sufficiente a sorreggerla ed entrambe distintamente censurate dal ricorrente, una regge alla verifica di legittimità richiesta con l’impugnazione in esame.

I due motivi del ricorso devono quindi essere entrambi trattati, essendo, seppur distinti, logicamente correlati nella sequenza esattamente indicata dalla difesa del ricorrente.

Esaminando quindi il primo motivo, logicamente precedente al vaglio del secondo, deve rettificarsi l’affermazione della sentenza impugnata, secondo cui il carattere fiduciario del rapporto avente ad oggetto una prestazione d’opera intellettuale, comporta che la facoltà di recesso del committente, prevista come elemento caratterizzante del rapporto stesso, non sia suscettibile di deroga e non possa quindi essere eliminata, né ritenersi rinunciata da una pattuita scadenza contrattuale. Tale interpretazione dell’art. 2237 c.c., ancorché conforme alla risalente giurisprudenza di questa Corte (Cass. 17 marzo 1980, n. 1760; Cass. 3 aprile 1974, n. 497), contrasta con quella più recente che si è evoluta nel senso opposto di ritenere derogabile la disposizione medesima, la quale prevede che nel rapporto di prestazione d’opera intellettuale il "cliente" - a differenza del prestatore d’opera che può recedere solo per giusta causa - possa liberamente recedere dal contratto, solo rimborsando al prestatore le spese sostenute e pagando il compenso per l’opera svolta. Omissis.—

Questa evoluzione giurisprudenziale appare pienamente coerente con il riconoscimento dell’autonomia privata non essendo rinvenibile alcuna speciale (e superiore) ragione di tutela che possa interdire alle parti di introdurre nel regolamento negoziale un limitato regime di stabilità convenzionale anche in un rapporto di lavoro autonomo, qual è quello di prestazione d’opera intellettuale; sicché - rettificando l’opposto principio enunciato da Cass. 17 marzo 1980, n. 1760 e da Cass. 3 aprile 1974, n. 497 e aderendo all’orientamento espresso dalle successive pronunce sopra citate - può ribadirsi che il disposto del primo comma dell’art. 2237 c.c., contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale di Terni, è derogabile dalle parti.

Costituisce poi questione di interpretazione della clausola contrattuale accertare se con la previsione di una durata dell’incarico professionale le parti abbia inteso, o meno, avvalersi di tale facoltà di deroga.

Nella specie - e con ciò si passa all’esame del secondo motivo - è pacifico che l’art. 5 del contratto non si sia limitato a prevedere la durata triennale del rapporto, sicché - può subito notarsi - non rilevano quelle oscillazioni della giurisprudenza sopra citata che talora ammette, talaltra esclude che in tal modo le parti abbiano inteso in concreto derogare al principio della libera recedibilità del rapporto (per un esame critico delle due opzioni possibili v. Cass. 6 novembre 1996, n.9701, cit.). Infatti il cit. art. 5 conteneva un’espressa disciplina della facoltà di recesso, posto che riconosceva al Comune di Terni "la facoltà di recedere in qualsiasi momento del contratto, fatto salvo ogni altro eventuale atto che si rendesse necessario a tutela del pubblico interesse, nei seguenti casi: 1) inadempimento...; 2) sopravvenuta insussistenza della causa per effetto di legge o di atti riorganizzativi dei servizi che rendessero superata la necessità della prestazione professionale esterna".

Il Tribunale ha interpretato tale clausola, quanto all’ipotesi sub 2), concorrente con quella sub 1), nel senso che consentiva al Comune una facoltà di recesso molto ampia, quasi al confine con la mera esclusione del recesso pretestuoso o immotivato; e ciò era certamente nella disponibilità delle parti perché la ritenuta derogabilità pattizia del regime di mera recedibilità ad nutum non implica un contenuto minimo inderogabile di stabilità convenzionale. Le parti contrattuali quindi possono anche limitare assai poco la facoltà di recesso del "cliente" escludendo il solo recesso pretestuoso.

Nella specie il Tribunale ha identificato il è presupposto che legittimava il recesso nell’adozione dell’atto della Giunta Comunale n.886 del 21 ottobre 1993, con cui il Comune ha deciso di riorganizzare una pluralità di servizi, anche per ragioni di contenimento della spesa in particolare affidando le funzioni del ricorrente ad un dirigente del Comune stesso. Questa scelta organizzativa di privilegiare le strutture interne rispetto agli apporti esterni è stata ritenuta dal Tribunale rientrare nella nozione di adozione di un atto riorganizzativo del servizio, indicato dalle parti come presupposto legittimante del possibile recesso del Comune.

Si tratta quindi di interpretazione della norma contrattuale, rimessa al giudice del merito, la cui valutazione, essendo assistita da motivazione congrua e sufficiente, non è censurabile in sede di legittimità. Né la congruità e sufficienza di tale motivazione e smentita dal fatto, dedotto dalla difesa del ricorrente, che il Tribunale abbia pretermesso di considerare che la delibera citata, nell’adottare il recesso dal rapporto con il ricorrente, ebbe invece a conservare un incarico esterno affidato ad un altro professionista, analogo a quello del ricorrente medesimo; la circostanza è in sé priva di rilievo (e quindi non sminuisce la sufficienza congruità della motivazione della sentenza impugnata) in quanto non accompagnata dall’allegazione e dalla prova nelle fasi di merito di un’eventuale finalità discriminatoria dell’Amministrazione Comunale.

Corretta così la motivazione della sentenza impugnata il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità possono essere compensate in ragione della fondatezza della doglianza del ricorrente, espressa nel primo motivo del ricorso, che ha comportato la correzione della motivazione della sentenza impugnata. — Omissis.

 

(1-2) Con la sentenza in esame la Suprema Corte afferma il principio della derogabilità convenzionale dell’art. 2237, 1° comma, c.c. e nel contempo chiarisce che la deroga, variabile nel suo contenuto minimo, dev’essere espressa o, quantomeno, esplicitabile attraverso i canoni di interpretazione ermeneutica.

Il Comune di Terni conferisce con contratto un incarico ad un professionista per la durata di tre anni. Trascorso un certo periodo di tempo, il Comune, pur non avendo lamentato alcun inadempimento da parte del prestatore d’opera, delibera di recedere dal rapporto per una delle cause espressamente previste dal contratto come causa di recesso.

Il professionista si rivolge allora all’Autorità giudiziaria al fine di ottenere il diritto di proseguire l’incarico fino al termine stabilito dal contratto o, in alternativa, il risarcimento dei danni, invocando l’illegittimità del recesso.

Le questioni che i giudici si trovano a dover affrontare sono, pertanto: a) se l’art. 2237, 1° comma, c.c. sia derogabile e le parti possano liberamente decidere di escludere o limitare la facoltà di recesso del committente — in caso contrario, infatti, nulla quaestio: ogni previsione contrattuale difforme sarebbe priva di efficacia ed il recesso sempre valido; b) se, ammessa l’ipotesi sub a), l’apposizione di un termine finale al contratto costituisca, di per sé, deroga alla citata norma codicistica; c) quale rilevanza abbia la predisposizione di clausole contrattuali volte a regolare il diritto di recesso.

Il ragionamento seguito dal Tribunale, investito in appello della questione, non getta molta luce sui punti ora evidenziati. Sostengono , infatti, i giudici con una prima argomentazione che il carattere fiduciario del rapporto comporti l’insuscettibilità di deroga della facoltà di recesso del committente. Tale affermazione giustificherebbe, da sola, per effetto dell’art. 1339 c.c., l’inapplicabilità delle norme pattizie difformi, sostituite di diritto dall’art. 2237, 1° comma, c.c.con la conseguenza che il Comune di Terni sarebbe in ogni momento libero di recedere dal contratto, salvo il rimborso delle spese sostenute ed il pagamento dell’opera svolta dal prestatore.

Rileva invece ancora il Tribunale, in maniera ridondante e contraddittoria rispetto al principio di diritto sopra enunciato, che il recesso deve comunque ritenersi legittimo in quanto conforme alla previsione contrattuale che riconosce al Comune di Terni la facoltà di recedere in qualsiasi momento dal contratto nel caso di "sopravvenuta insussistenza della causa per effetto di legge o di atti riorganizzativi dei servizi che renda superata la necessità della prestazione professionale esterna".

La Corte di Cassazione interviene parzialmente a fare chiarezza.

Afferma infatti che, "non essendo rinvenibile alcuna speciale (e superiore) ragione di tutela che possa interdire alle parti di introdurre nel regolamento negoziale un limitato regime di stabilità convenzionale anche in un rapporto di lavoro autonomo, qual’è quello di prestazione d’opera intellettuale", il disposto del primo comma dell’art. 2237 c.c. è derogabile dalle parti.

Si veda, in senso conforme, Cass. 6 novembre 1996, n. 9701, in Giur.it., 1997, I, 1, 879, alla quale si rimanda per i richiami giurisprudenziali anteriori, anche difformi.

Sgombrato il campo sotto questo primo profilo, la Suprema Corte si trova a dover esaminare l’annosa questione se l’apposizione di un termine finale al rapporto, impedendo al committente il recesso fino allo scadere del termine, comporti una deroga al citato articolo.

Con un’affermazione squisitamente di principio la Cassazione dichiara trattarsi di questione di interpretazione della norma contrattuale accertare se, con la previsione di una durata dell’incarico professionale, le parti abbiano inteso, o meno, avvalersi di tale facoltà di deroga. In realtà, dalla lettura del testo della sentenza, emerge come i giudici di legittimità abbiano affidato un ruolo assolutamente secondario al significato della previsione di un termine finale, privilegiando quelle norme contrattuali che regolano espressamente la facoltà di recesso. La previsione di casi in cui al Comune di Terni residuerebbe una possibilità di recedere dal contratto denoterebbe, infatti, nell’opinione della Corte, come le parti non abbiano inteso escludere del tutto tale facoltà, ma solo limitarla e pertanto l’accertamento dei giudici di merito giustamente è stato rivolto esclusivamente ad accertare la rispondenza della situazione in concreto verificatasi con quelle astrattamente previste come cause di recesso.

Tale lettura sottende, in effetti, una netta quanto non dichiarata presa di posizione rispetto al significato dell’apposizione di un termine di durata del rapporto. Ché, se la Suprema Corte ritenesse che il significato della previsione di un termine finale potesse in astratto essere quello di derogare all’art. 2237, 1° comma, c.c., avrebbe perlomeno avanzato il dubbio circa la congruità e sufficienza della motivazione dell’interpretazione contrattuale offerta dal Tribunale, stante la possibile contraddittorietà, assolutamente trascurata nel giudizio di merito, della previsione della durata triennale del rapporto con l’elencazione di specifiche cause di recesso.

Con tale decisione si afferma, in sostanza, il carattere neutro della pattuizione di un termine finale al contratto di prestazione d’opera professionale rispetto alla valutazione circa la volontà dei contraenti di porre in essere una deroga all’art. 2237, 1° comma, c.c..

Si veda ancora, in senso difforme, Cass. 6 novembre 1996, n. 9701, cit., la quale enuncia che la deroga all’art. 2237, 1° comma, c.c., è da ritenersi implicita nell’apposizione del termine, dal momento che "ritenendo la facoltà di recesso ad nutum nel contratto di collaborazione a termine verrebbe meno ogni reale, sostanziale differenziazione tra il contratto a termine e quello a tempo determinato, in quanto da entrambi il cliente potrebbe recedere ad nutum e verrebbe meno per il professionista ogni utilità dell’apposizione del termine".

Sostiene la compatibilità dell’apposizione di un termine con la facoltà di recesso ad nutum prevista dall’art. 2237, 1° comma, c.c., MANCINI, Il recesso unilaterale e i rapporti di lavoro, I, Milano, 1962, 205 e segg..

In dottrina si veda, inoltre, GABRIELLI, Vincolo contrattuale e recesso uniulaterale, in Quaderni di giurisprudenza commerciale, collana diretta da Bonelli, Buonocore, Castellano, Costi, d’Alessandro, Ferro-Luzzi, Gambino, Jaeger, 76, Milano, 1985, 75 e segg.; SACCO, Il contratto, in Tratt. di dir. civ., diretto da Sacco, Torino, 1993, 689 e segg.. Per gli altri riferimenti di dottrina, si rinvia alla nota a Cass. 6 novembre 1996, n. 9701, cit..

Monica Bacin
 
Monica Bacin
Via Servais 200/d, 10146, Torino. Tel. 011/713973 oppure 0335/6398480.
N.B. Dal 15 gennaio 1998, Via Balzico 2, 10137, Torino.