Una nuova pronuncia della Corte di Cassazione sulla distinzione tra condizione potestativa semplice e condizione meramente potestativa

 

di Fabrizio Cardaci

 

 


Cassazione civile, II Sezione, 20 giugno 2000, n.8390 – Garofalo Presidente – De Julio Relatore – Soc. Ferrovie del sud est (avv.ti Riccardi, Battista) – Cimmarusti, Telesforo (avv.ti Punzi, D’Alessio e Romito).

 

Contratto in generale – Elementi accidentali – Condizione potestativa semplice – Condizione meramente potestativa –Criterio distintivo (Cod. civ. art.1355).

La condizione meramente potestativa e la conseguente sanzione di nullità di cui all'art. 1355 c.c. non sussistono quando l'impegno che la parte si assume, non è rimesso al suo mero arbitrio ma è collegato ad un gioco di interessi e di convenienza e si presenta come alternativa capace di soddisfare anche il proprio interesse, mentre la condizione potestativa invalidante il negozio è quella che dipende dal mero arbitrio del soggetto obbligato, così da presentarsi come effettiva negazione di ogni vincolo con la conseguenza che essa deve escludersi quando l'evento dedotto dipenda anche dal concorso di fattori estrinseci che possono influire sulla determinazione della volontà pur se la relativa valutazione sia rimessa all'esclusivo apprezzamento dell'interessato (1).

 Omissis. -

 

(1) Con la sentenza in epigrafe la Cassazione si pronuncia nuovamente sul problema della distinzione tra condizione potestativa semplice (o potestativa impropria) e condizione meramente potestativa (o potestativa propria).

 In passato la stessa Corte aveva già avuto modo di affrontare la questione ed aveva elaborato il seguente criterio distintivo: "per qualificare una condizione meramente potestativa (che invalida l'obbligazione), occorre che l'evento futuro si identifichi con la stessa volontà di uno dei soggetti, che cioè si deduca in condizione lo stesso volere o disvolere il negozio; il che non accade, quando, pur essendo l'avverarsi dell'evento futuro rimesso alla potestà di una delle parti, vi siano o vi possano essere delle ragioni estranee, capaci di influire sulla volontà" (Cass. 4 giugno 1946 n.721, Giur. Compl. Cass. Civ. 1946, I, 171;  Cass. 17 marzo 1955 n.791, in Mass. Foro It., 1955, 164). In altre pronunce la Corte specifica che la condizione meramente potestativa si ha quando il suo avveramento, dipendente dalla volontà dell'obbligato, sia rimesso al mero ed esclusivo arbitrio del medesimo (si volam), mentre nella condizione potestativa semplice l'evento dedotto non dipende dal mero arbitrio dell'obbligato, ma da motivi seri ed apprezzabili, di natura casuale ed oggettiva, i quali, sebbene la loro valutazione sia rimessa all'esclusivo apprezzamento del debitore, rappresentano un giustificato interesse di costui all'avverarsi o meno dell'evento (Cass. 13 maggio 1957 n.1689, in Giust. Civ. Rep., 1957, voce Obbligazioni e contratti, n.184; Cass. 25 gennaio 1983, n.702, in Repertorio Foro It. voce Contratto in genere, n.189. Per un orientamento conforme si vedano anche le decisioni: Cass. 24 febbraio 1983, n.1432 in Rep. Foro It. voce Contratto in genere, n.188; Cass 24 febbraio 1986, n.1113 in Rep. Foro It. voce contratto in genere, n.248; Cass. 13 novembre 1989, n.4785 in Rep. Foro It. voce Lavoro, n.708; Cass. 11 agosto 1999, n. 8584 in Rep. Foro It. voce contratto in genere, n.429.). In definitiva, l’elemento discriminante tra i due tipi di condizione consiste, secondo il Supremo Collegio, nella presenza di motivi di convenienza oggettivamente seri ed apprezzabili che siano estrinseci, cioè esterni alla volontà del soggetto e che tuttavia incidano (o possano incidere) sul processo formativo della stessa e che siano valutabili e controllabili dalla parte che ha interesse all’avveramento della condizione.

Come osservano alcuni commentatori, secondo l’interpretazione letterale dell’art.1355 c.c., la distinzione è rilevante in questi termini: la condizione potestativa  semplice è, in linea di principio, sempre valida; quella meramente potestativa è, in via di principio, sempre invalida (o comunque portatrice di effetti invalidanti) quando si tratti di condizione sospensiva che riguarda l'assunzione di un obbligo o l'alienazione di un diritto da parte di colui cui è rimesso il fatto volontario, mentre può essere valida in tutte le rimanenti ipotesi (MAIORCA, voce Condizione, in Digesto Civile, vol.III, Torino, 1988, 298).

L'impostazione giurisprudenziale, seppur tradizionale e consolidata, tuttavia è stata messa in discussione da parte di certa dottrina; è stato osservato, infatti, che la valutazione della sussistenza e del carattere della  serietà ed apprezzabilità dei motivi che incidono sulla volontà della parte, risulta affidata, in ultima analisi, alla discrezionalità del giudice.

I più recenti orientamenti emersi, indicano criteri alternativi idonei a fornire parametri valutativi meno evanescenti. Si è così ritenuto che il criterio dovrebbe basarsi, anziché sulla serietà ed apprezzabilità degli interessi della parte,  sulla estraneità o meno di tali interessi alla causa del contratto: è potestativa semplice la condizione di cui è rimesso alla valutazione discrezionale della parte un piano di interessi diverso da quello proprio del negozio condizionale (estraneo, cioè, alla causa negoziale); è meramente potestativa quando gli interessi dalla cui valutazione è fatta dipendere la futura manifestazione di volontà, sono proprio quelli che attengono alla causa del negozio, cosicché la volontà negoziale non potrà dirsi già formata, ma dovrà riconoscersi che la sua determinazione è rinviata al momento dell'avveramento della pretesa condizione (PELOSI, La proprietà risolubile nella teoria del negozio condizionato, Milano, 1975, 284). 

Diversamente, si è ritenuto utile, ai fini distinguere tra i due tipi di condizione potestativa, il criterio delle meritevolezza della tutela giuridica dell'interesse esistente in capo alla parte da cui dipende l'avveramento della condizione (STANZIONE, Condizione meramente potestativa e situazione creditoria, in Rass. Dir. Civ., 1981, II, 753).

Secondo un’altra opinione il frasario adottato dai giudici (definito "sesquipedale e involuto") involge un vero e proprio errore di prospettiva: se si attribuisce il carattere della mera potestatività ad ogni clausola volta ad attribuire ad una delle  parti un potere troppo capriccioso ed insindacabile, senza tenere conto degli effetti della manifestazione di volontà, si  finisce per confondere la condizione con altre clausole negoziali perfettamente legittime secondo l'ordinamento giuridico come, per esempio, le opzioni e i patti di prelazione.

Per valutare la potestà mera bisogna avere riguardo agli effetti della manifestazione di volontà dedotta in condizione: la potestà non è mera né se il suo esercizio implica come effetto un acquisto di diritti, né  se il suo esercizio è l'onere cui il soggetto deve sottostare per acquistare a sua volta un diritto: non vi è nullità, cioè, ogni volta che l'impegno ipotizzato è capace di corrispondere anche ad un interesse della parte che si impegna, come nel caso dei contratti a prestazioni corrispettive (vi è interesse alla controprestazione). La mera potestà sussiste quando la determinazione di volontà comporta un sacrificio del soggetto che si impegna senza compenso alcuno (SACCO,  Il contratto, II, in Trattato di diritto civile, diretto da Rodolfo Sacco, Torino, 1993, 151).

È stato scritto, infine, (MAIORCA, op cit, 299) che ai fini della mera potestatività ciò che conta è che il fattore che induce la parte ad assumere la propria deliberazione rientri, per così dire, nella sfera della sua competenza decisionale (per cui non potrà mai essere applicata la regola posta all'articolo 1359 c.c.). Non è rilevante, a tal proposito, che il raggiungimento della determinazione volitiva comporti o meno per la parte un certo impegno, o un sacrificio; costituisca o meno il frutto di una sua seria valutazione; verta direttamente sul contratto, oppure si ricolleghi ad elementi esterni, ovvero alla valutazione di un piano interessi diverso da quello del negozio; si traduca in una dichiarazione negoziale, o nella mancanza di una data dichiarazione negoziale, ovvero consista in un comportamento non negoziale, in genere.

Nella condizione potestativa semplice, invece, la valutazione della parte, cui è rimessa la determinazione volitiva, è legata a criteri obiettivi - consistenti in regole di comune correttezza, o di correttezza professionale, ovvero di equità, di ragionevolezza, e simili -, controllabili dall'altra parte, ed al cui specifico adeguamento la prima risponda nei confronti quest'ultima (di modo che è potrà essere applicata la regola posta all'articolo 1359 c.c.).

Quest'ultima opinione, tuttavia, facendo riferimento all'equità, alla ragionevolezza e a criteri simili, pare ricadere nel medesimo vizio di indeterminatezza ed evanescenza della soluzione adottata dalla giurisprudenza e dalla dottrina maggioritaria.

In conclusione, con la decisione in oggetto, nonostante le perplessità espresse da una parte dei commentatori, la Corte ribadisce e conferma sostanzialmente il consolidato orientamento giurisprudenziale e dottrinale che si è formato negli anni immediatamente successivi all’entrata in vigore della norma e che è tuttora maggioritario.