CASSAZIONE CIVILE, III SEZIONE, 26 GIUGNO 1998, n. 6337 - IANNOTTA Presidente – VARRONE Relatore –FRAZZINI P. M. (conf.) – Kiem (avv. ti Prosperi e Fava) – Regensburger (avv. ti Olivieri e De Finis).

 

Obbligazioni e contratti – trattative precontrattuali – Nullità derivante da norma imperativa – omessa comunicazione – presunzione di conoscenza iuris - responsabilità per culpa in contrahendo – insussistenza (C. c. art. 1338).

Non si può configurare colpa precontrattuale a carico del contraente, che abbia omesso di far rilevare alla controparte l’esistenza di una causa di invalidità del negozio, se questa deriva da una norma imperativa o proibitiva di legge, o da altre norme aventi efficacia di diritto obiettivo, tali cioè da dover essere note per presunzione assoluta alla generalità dei cittadini e, comunque, tali che la loro ignoranza bene avrebbe potuto o dovuto essere superata attraverso un comportamento di normale diligenza. (Nella specie: la Cassazione ha negato la responsabilità per culpa in contrahendo dell’assicuratore che, concluso un contratto di assicurazione sulla vita di un terzo, non aveva comunicato al contraente beneficiario la necessità del consenso scritto dell’assicurato ai fini della validità del negozio).

 

Con la sentenza in epigrafe la Corte di Cassazione conferma il suo prevalente orientamento in materia di responsabilità per culpa in contrahendo.

Secondo questo indirizzo, coerente alla lettera dell’art. 1338 c. c., "la responsabilità precontrattuale si configura quando la parte che conosca o dovrebbe conoscere l’esistenza di una causa di invalidità del contratto, non ne dia notizia all’altra parte, la quale venga a risentire un danno per aver confidato senza sua colpa nella validità del contratto" (Cass., 26 ottobre 1994, n. 8778, in Mass. 1994).

La decisione in esame si richiama al principio di diritto enunciato dalla stessa Corte in parecchie pronunce, in base al quale "essendo in colpa chi con l’ordinaria diligenza doveva o poteva conoscere la causa di invalidità del contratto, ne deriva che all’obbligo di comunicare i vizi all’altra parte deve in questa far riscontro un dovere di diligenza; con la conseguenza che, se non vi sia tale diligenza non è configurabile una responsabilità per culpa in contrahendo" non potendosi considerare incolpevole il suo affidamento ( Cass., 10 maggio 1950, n. 1205, in Foro It., 1950, I, 1307; Cass., 9 ottobre 1956, n. 3414, in Mass. 1956). In applicazione di questa regola di diritto si esclude la presenza di responsabilità precontrattuale a carico del contraente che ha taciuto la causa di invalidità qualora essa derivi dalla violazione di una norma imperativa o proibitiva o da altra norma di diritto obiettivo, cioè "da una norma di legge che per presunzione assoluta deve essere nota alla generalità dei cittadini" o comunque conoscibile facendo uso dell’ordinaria diligenza ed avvedutezza nonostante la mancata comunicazione della controparte. (Fra le più recenti: Cass., 26 agosto 1997, n. 7997, in Mass. 1997; Coll. Arb., 18 luglio 1995, in Notariato, 1996, 33, nota di Scozzoli; Cass., 20 agosto 1992, n. 9682, in Giur. It., 1993, I, 1, 2160 e sentenze ivi indicate).

Ne consegue che l’obbligo di risarcire i danni "non è prospettabile allorchè i soggetti cadano in errore di diritto, poiché entrambi versano in colpa, essendo ognuno tenuto a conoscere la legge" (Coll. Arb., 20 giugno 1996, in Giust. Civ., 1997, I, 828).

Questo principio viene applicato con larghezza dalla giurisprudenza estendendosi anche ai casi di nullità derivante dalla inosservanza di norme contenute in atti amministrativi generali come ad es. i piani regolatori (Cass., 30 dicembre 1966, n. 4081, in Rep. Giust. Civ., 1968, voce "Vendita "; App. Cagliari, 24 ottobre 1959, in Rass. Giur. Sarda, 1960, 263; Cass., 30 maggio 1959, n. 1638, in Foro It., 1959, I, 1280; contra però Trib.Venezia, 9 febbraio 1978, in Foro It., 1978, I, 1794, che configura una responsabilità precontrattuale del venditore per aver venduto un edificio edificato su di un’area qualificata dal piano regolatore come agricola), oppure contenute nello statuto di un ente di cui sia facile venire a conoscenza con l’uso dell’ordinaria diligenza (Trib. Rimini, 1 gennaio 1970, in Foro pad., 1971, I, 174).

Il ragionamento seguito dalla Suprema Corte risulta condiviso da alcuni autori (Messineo, voce "Contratto (Dir. priv.)" in Enc. Dir., IX, Milano, 1964, 892; Torrente, Manuale del diritto privato, Milano, 1961, 408, nota 2 e Torrente –P. Schlesinger, Manuale di diritto privato, Milano, 1997, 481- 482; Carresi, Il contratto, in Trattato dir. civ. e comm., già diretto da Cicu e Messineo, continuato da Mengoni, 1987, XXI, t. 2, 716).

Il criterio caro alla Corte non ha peraltro l’appoggio di tutta la dottrina. In senso diverso si possono infatti citare Pietrobon, L’errore nella dottrina del negozio giuridico, Padova, 1963, 123, nota 179; Visintini, La reticenza nella formazione dei contratti, Padova, 1972, 266 ss.; Sacco , Il contratto, VI, t. 2, in Trattato di diritto civile italiano, diretto da Vassalli, Torino, 1975, 924 ss. e Sacco [e De Nova], Il contratto, t. 2, in Trattato di diritto civile diretto da Sacco, Torino, 1993, 573 ss.; Mirabelli, Dei contratti in generale, in Commentario Cod. civ., IV, t. 2, Torino, 1980, sub art. 1337-1338, 120; Alberici, Il dovere precontrattuale di buona fede, in Rass. dir. civ., 1982, 1051; Viale, In tema di responsabilità precontrattuale della Pubblica amministrazione, in Riv. dir. comm., 1983, II, 233; Id. Considerazioni sull’articolo 1338 del codice civile, in Giur. di Merito, 1984, 193; Benatti, Culpa in contrahendo, in Contratto e impresa, 1987, 287; Bianca, Diritto civile, III, Il contratto, Milano, 1987, 176; Cuffaro, voce "Responsabilità precontrattuale", in Enc. Dir., Milano, 1988, XXXIV, 1271; Musy, voce "Responsabilità precontrattuale (culpa in contrahendo)", in Digesto Civ., XVII, Torino, 1988, 405; Grisi, L’obbligo precontrattuale di informazione, Napoli, 1990, 187 e 188.

La dottrina orientata alla critica ha osservato come la soluzione giurisprudenziale abbia costruito "una
categoria di cause di nullità esaltate, tali da distruggere, insieme alla validità della promessa, ogni forma di protezione dell’affidamento" (Sacco [e De Nova], cit., ult. ed., 574).

Le ragioni enunciate contro la logica che adotta la giurisprudenza sono molteplici.

Sul piano della teoria generale del diritto si è osservato

che la rigida applicazione da parte dei giudici del principio ignorantia legis non excusat rifletterebbe "quella concezione imperativistica del diritto che è costretta a superare l’inescusabile contraddizione tra l’irrilevanza dell’ignorantia iuris e il carattere precettivo delle norme, configurando l’esistenza di un dovere di conoscenza delle stesse a carico dei destinatari, e, in conseguenza, ritenendo la loro ignoranza sempre inescusabile" (Benatti cit., 294).

Dal punto di vista del diritto positivo, sotto il profilo sistematico, è stato rilevato, che "ogni e qualsiasi nullità dipende da una legge, e dal mancato adeguamento del comportamento privato alle previsioni della legge: a questo punto, se veramente la violazione di una legge desse luogo all’irrisarcibilità del danno patito dal contraente che ha avuto fiducia, l’art. 1338 c. c. avrebbe già cessato di operare." (Sacco [e De Nova], cit., 574) e, in sede di ricostruzione della volontà del legislatore, ponendosi il problema (peraltro non affrontato dai giudici) di chiarire se l’art. 1338 protegga la vittima perché ha creduto, sul piano del diritto, che sia operante un contratto valido, o perché sul piano del fatto ha creduto che la controparte avrebbe adempiuto, è stato sottolineato che la giurisprudenza è disposta ad assicurare un risarcimento a chi ha confidato nella promessa del seduttore o al benestare bancario, sebbene l’una e l’altra dichiarazione siano legalmente non vincolanti (Sacco [– De Nova], cit., 574).

Inoltre, sulla base del fatto che il nostro codice civile non distingue, sotto il profilo della scusabilità, l’ignoranza iuris da quella facti, la dottrina di cui parliamo ritiene che l’errore di diritto può essere scusabile al pari di quello di fatto, tantopiù che risponde all’attuale stato del diritto, caratterizzato dalla crescente complessità ed eterogeneità delle norme di legge e della loro interpretazione, ritenere impossibile per l’uomo medio, sia pur diligente, l’apprendimento della loro esistenza e del loro reale significato.

Questi rilievi critici hanno ricevuto un nuovo impulso dalla pronuncia della Corte Costituzionale 364/88. Essa, dichiarando l’illegittimità dell’art. 5 c. p. nella parte in cui non scusa l’ignoranza inevitabile, è venuta a minare l’operatività del principio dell’inescusabilità dell’ignoranza di diritto all’interno dell’ordinamento giuridico positivo.

Da tempo perciò si auspica che, anche nei casi di invalidità del contratto derivante da norma imperativa, i giudici compiano "una valutazione in concreto data la possibilità che la conoscenza della legge richieda una specifica competenza tecnica, propria di una sola delle parti, o che si tratti di diritto straniero" (Bianca, cit., 176).

Invece la Corte, nel ritenere inescusabile l’affidamento del destinatario della promessa nei casi di invalidità del contratto derivante da norma di legge, dà un valore assoluto a termini quali colpa, colpevolezza, presunzione assoluta di conoscenza del diritto ecc…

Con essi però, la Suprema Corte sembra specificare il significato del principio ignorantia legis non excusat attribuendo ad esso la funzione di impedire che l’ignoranza delle norme di legge valga come pretesto per la loro inosservanza e conseguentemente ci domandiamo se i giudici di Cassazione, nei casi in esame, ragionino ritenendo che l’ignoranza non sia scusabile quando appare inverosimile che in concreto il destinatario dell’affidamento non abbia avuto conoscenza della norma inosservata. Per questo motivo, è possibile dubitare che, quando il giudice, sebbene l’attore deduca di non aver avuto conoscenza della norma violata, lo ritiene ugualmente colpevole, in realtà intenda dire che è inverosimile che il medesimo non abbia avuto diretta conoscenza della norma in questione che è conosciuta da tutti.

Così avviene in tema di dichiarazioni reticenti nel contratto di assicurazione qualora "l’omissione sia riferita a circostanza talmente vistosa ed evidente da non poter essere ignorata nella sua reale consistenza": essa è infatti sufficiente per ottenere l’annullamento del contratto a prescindere dal fatto che risulti provata la consapevolezza dell’assicurato circa l’esistenza della medesima; e ancora, in materia di vizi occulti della cosa venduta, nel cui relativo giudizio la colpa del venditore si presume quando "l’obiettiva gravità del vizio induce a far ritenere inverosimile […] l’ignoranza dell’alienante" (Grisi, cit, 295 nota 49 e 241 nota 139). Il criterio dell’inverosimiglianza, se appare accettabile nell’ipotesi di contratto nullo per difetto di forma, sembra invece condurre a soluzioni non eque nei casi in cui l’invalidità o l’inefficacia del contratto dipende dal difetto di una condicio iuris che, sebbene coperta da conoscibilità legale e, quindi, in astratto, possa essere presunta nota dalla controparte, in concreto risulti da questa difficilmente accertabile facendo uso della normale diligenza: per esempio la mancata o illecita autorizzazione prescritta per la validità della compravendita di cui sia parte una cooperativa edilizia a contributo statale (Cass., 13 dicembre 1973, n. 3387, in Mass. Foro It., 1973; Trib. di Roma, 6 agosto 1963, in Temi rom., 1964, 190), l’omessa autorizzazione del giudice delegato alla cessione di una locazione eseguita da un ente soggetto ad amministrazione controllata (Cass., 10 settembre 1952, n. 2281, in Giur. compl. Cass., civ., 1952, III, 959), l’inosservanza delle norme sul prezzo di cessione degli alloggi di edilizia popolare ed economica (Cass., Sez. Un., 11 febbraio 1982, n. 835, in Giust. civ., 1982, I, 1238, e Foro It., 1983, I, 1081).

L’analisi delle pronunce della Corte di Cassazione, pone in evidenza il fatto che la stessa interpreta l’art. 1338 c. c. come se esso stabilisse nei confronti del contraente che ha confidato nella validità del contratto una soglia (l’ordinaria diligenza), al di sotto della quale il soggetto è in colpa e quindi non ha diritto al risarcimento del danno.

Ad esempio nel caso in cui due soggetti abbiano concluso un contratto di compravendita immobiliare oralmente, e pertanto nullo per difetto di forma ad substantiam, rimandando ad un momento successivo la stipulazione per atto pubblico e poi, il venditore, ricevendo una proposta più vantaggiosa, abbia venduto lo stesso immobile ad un altro compratore, i giudici hanno escluso l’applicabilità dell’art. 1338 c. c. sulla base del fatto che il primo compratore è colpevole per aver ignorato la norma che impone la forma scritta per la stipulazione del contratto de quo. (Cass., 10 maggio 1950, n. 1205, in Foro It., 1950, I, c. 1307). Ne consegue che il comportamento malizioso e scorretto del venditore che ha indotto il primo acquirente a confidare nell’acquisto dell’immobile resta impunito, e viene negata qualsiasi tutela all’affidamento del primo compratore ingenuo perché non sa ciò che tutti sanno secondo l’id quod plerumque accidit.

La rigidità con cui la Corte esclude la responsabilità precontrattuale nei casi in cui l’invalidità deriva da norme di legge, pone anche un problema nei confronti del contraente straniero che, in quanto tale, non è in grado di conoscere le leggi italiane: i giudici della Cassazione hanno infatti ritenuto non scusabile l’ignoranza da parte del cittadino straniero della normativa sui pagamenti a mezzo di compensazione negli scambi internazionali (Cass., 14 aprile 1951, n. 919, in Foro It., 1951, I, 537; Cass., 19 ottobre 1955, n. 3304, in Foro pad., 1956, I, 1356 e in Riv. dir. comm., 1956, II, 200), cosicchè "l’illegalità del contratto […] viene trasformata in una trappola per consentire al contraente italiano e furbo di imbrogliare impunemente il contraente straniero nordico, come tale fiducioso e lento di riflessi" (Sacco [e De Nova], cit., 573).

Tra il soggetto in dolo ed il soggetto in colpa la giurisprudenza sembra incoraggiare il comportamento del primo. Questo risultato verrebbe evitato se il giudizio sulla colpa venisse formulato in senso non assoluto, bensì relativo facendo riferimento al comportamento reciproco delle parti, in modo che, sulla base di una comparazione delle condotte si giungesse ad affermare che fra chi è in colpa e chi è in mala fede è responsabile quest’ultimo e fra chi è in colpa grave e chi è in dolo è sanzionato il secondo.

La Cassazione non sembra dunque tenere sempre conto del fatto che l’art. 1338 c. c. costituisce una specificazione dell’art. 1337 c. c., il quale "impone in modo evidente di affermare che le parti debbono illuminarsi a vicenda quando concretamente scoprono l’errore altrui: e la presenza di tale dovere è sufficiente per imputare il consenso dell’errante alla controparte che, avendo riconosciuto l’errore, ha taciuto." (Sacco [e De Nova], cit., 434.

La dottrina che diverge dalla giurisprudenza appare sensibile all’esigenza di dare una valutazione comparativa dell’atteggiamento delle due parti, in modo che la colpa comparativamente più grave sia protetta di fronte alla colpa comparativamente più lieve.

D’altronde, la valutazione comparativa delle condotte pare essere una costante del nostro ordinamento giuridico: all’interno del quale si può constatare che la

protezione della parte in dolo cede di fronte alla protezione della parte in colpa , la tutela della parte in colpa cede di fronte a quella della parte incolpevole.

Nel 1949 Sacco si proponeva di ricavare dall’esame di tutte le norme di dettaglio dell’ordinamento le grandi regole che dominano nella materia, e individuava il criterio della graduazione della tutela a seconda della rispettiva degnità di interessi delle due parti. "Questo criterio vale […] per regolare i rapporti fra le due parti di un contratto (garanzia per evizione, vizi occulti, menzogna e reticenza). In base a questo criterio la parte in dolo od in mala fede cede di fronte a quella in colpa; la parte in colpa soccombe di fronte a quella in buona fede incolpevole […] Questo criterio viene applicato in modo ora più rudimentale ora più raffinato, distinguendosi vari gradi di colpa. […] Il criterio in esame trova la sua applicazione più evidente nel caso dell’art. 1667 c. c." (La buona fede nella teoria dei fatti giuridici di diritto privato, Torino, 1949, 285; riecheggia queste considerazioni Alberici, cit., 1080).

Queste osservazioni hanno riscontro in alcune pronunce di merito e di Cassazione relative a controversie insorte tra la P. A. ed i privati in merito all’osservanza delle complesse disposizioni che disciplinano il procedimento di formazione della volontà dell’ente (Trib. Roma, 14 maggio 1980, in Temi rom, 1980, 534, nota di Della Rocca, In tema di responsabilità precontrattuale, in cui è stato sottolineato che "il dovere di conoscenza della legge non si pone in eguale misura a carico di tutti i destinatari della norma e non può identificarsi sempre e in ogni caso con la negligenza, ma va valutato caso per caso onde accertare se la presenza di cause di nullità o di annullamento derivanti dalla violazione di norme di legge fosse riconoscibile dalla parte che ha confidato nella validità del contratto"; Cass., Sez. Un., 17 novembre 1978, n. 5328, in Giust. civ, 1979, I, 32; Trib. Pescara, 4 marzo 1978, in Riv. dir. comm, 1983, II, 233, nota di Viale, cit., in cui è stato affermato, per la prima volta, che "all’ignoranza inescusabile della norma può opporsi l’errore scusabile, influente sulla formazione della volontà che possa derivare dalla inesatta conoscenza di un complesso intricato di leggi che richiederebbero una profonda erudizione" ed in base a questa considerazione il tribunale, ponendo in evidenza la necessità di giudicare "alla stregua di un parametro che tenga conto di entrambe le condotte", ha ritenuto la P. A., che "con suo comportamento sleale ambiguo e scorretto" aveva dato incarico di svolgere i lavori senza stipulare il contratto di appalto per iscritto, responsabile dell’affidamento ingenerato nella controparte, poiché, "se l’attore aveva l’obbligo di conoscere la normativa richiamata… a maggior ragione tale conoscenza doveva avere l’Amministrazione convenuta quale soggetto speciale e tenuto all’osservanza delle leggi che regolano il funzionamento della P. A."; Cass., 11 ottobre 1963, n. 2711, in Foro It, 1964, I, c. 72; App. Palermo, 7 giugno 1963, in Foro pad., 1965, I, c. 50).

Paola Cisiano