Nota redazionale a cura di Eric Della Valle

Cassazione Civile, II Sezione, 16 aprile 1998, n. 8910 - Volpe Presidente - Napoletano Relatore - Frazzini P. M. - Vergnano e altri (avv. Bosso) - Volgarino e Di Stefano (avv. Galasso).

Obbligazioni e contratti - Risoluzione per inadempimento - Diffida ad adempiere - Requisiti formali - Fissazione del termine ad adempiere - Sufficienza (C.c. art. 1454, C.c. art. 1460).

1) Nell'ipotesi di diffida ad adempiere un contratto preliminare di compravendita immobiliare ai sensi dell'art. 1454 C.c., qualora ad avvelersi della diffida sia il promittente venditore, l'unico onere cui deve adempiere l'intimante è quello di fissare il termine entro il quale l'altra parte dovrà adempiere se non vorrà vedere risolto ope iuris il contratto. Pertanto, qualora sia presente il termine per l'adempimento, la diffida conserva la sua validità benché sprovvista, sia dell'indicazione delle circostanze di tempo e di luogo della stipula, sia dell'indicazione del notaio rogante, scelta questa che normalmente spetta al promissario acquirente.

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Angelo Luigi Vergnano, Rosa Godone, Emilio Castagno, Luigi Castagno e Rosa Castagno, con atto di citazione notificato il 7 febbraio 1990, convennero innanzi al Tribunale di Torino Vincenzo Volgarino e Adriana Di Stefano perché, dichiarato l'inadempimento dei convenuti all'obbligo di concludere il contratto definitivo di compravendita dell'appartamento di proprietà di essi attori sito in Torino, alla Via Valentino Carrera, n.c. 6, obbligo sorto dalla conclusione in data 23 aprile 1986 di un contratto preliminare con loro dante causa Angelo Godone, deceduto il 16 dicembre 1986, fosse dato atto del loro recesso dal contratto, con diritto a ritenere definitivamente la caparra, oppure, in via subordinata, il contratto preliminare fosse dichiarato risolto ex art. 1454 cd.civ., con attribuzione ad essi, a ristoro dei danni, della somma versata a titolo di caparra.

Esposero gli attori che, poiché i futuri acquirenti non erano comparsi per prestare il loro consenso nel temine del 31 dicembre 1986 fissato col preliminare, essi li avevano diffidati, con raccomandata in data 5 aprile 1989, ad adempiere entro il 31 maggio 1989, avvertendoli che, decorso invano detto termine, il contratto preliminare si sarebbe dovuto intendere risolto, ma il Volgarino e la Di Stefano avevano lasciato decorrere inutilmente il termine.

I convenuti, costituendosi in giudizio, resistettero alla domanda chiedendo il rigetto e, in via riconvenzionale, chiesero che fosse pronunciata sentenza costitutiva del trasferimento della proprietà dell'alloggio ex art. 2932 cod. civ. o, in subordine, che gli attori fossero condannati a risarcire loro i danni subiti.

L'adito Tribunale, in accoglimento della domanda principale, dichiarò la risoluzione del preliminare per inadempimento dei convenuti, con conseguente diritto degli attori a ritenere la somma ricevuta a titolo di caparra e respinse la domanda riconvenzionale. (Ma) la Corte d'Appello di Torino, adita con appello principale dai soccombenti Volgarino e Di Stefano e, con appello incidentale, dagli attori in primo grado, in riforma della decisione impugnata, con sentenza resa il 25 gennaio 1995 accolse la domanda riconvenzionale e rigettò quella principale, trasferendo ai sensi dell'art. 2932 cod.civ. la proprietà dell'appartamento al Volgarino ed alla Di Stefano, a condizione che costoro versassero alla controparte, nel termine di quattro mesi dal passaggio in giudicato della sentenza, il residuo prezzo di £.25.000.000.

Osservò il giudice d'appello che la mancata stipulazione dell'atto pubblico di compravendita non era imputabile ai promissari acquirenti, né con riferimento al termine fissato col preliminare, né con riferimento a quello fissato dai promittenti venditori con la diffida ad adempiere del 5 aprile 1989, perché, quanto al primo termine, non era provato che i promittenti venditori avessero manifestato la disponibilità ad adempiere entro il 31 dicembre 1986, vale a dire a soli quindici giorni dal decesso del loro dante causa e, quanto al secondo termine, essi che avevano chiesto l'adempimento, non avevano predisposto quanto necessario perché la parte diffidata potesse adempiere.

Invero, ad avviso della corte distrettuale, la diffida ad adempiere intimata dai promittenti venditori, essendo priva dell'indicazione del giorno, dell'ora e del luogo della stipula notarile, non era idonea a provocare l'adempimento dei Volgarino-Di Stefano e, peraltro, non risultava provato l'adempimento, da parte degli intimanti, dell'onere di consegnare entro il 31 maggio 1989 al notaio la documentazione necessaria alla vendita.

Avverso tale sentenza Angelo Luigi Vergnano, Rosa Castagno, Emilio Castagno, Rosa Godone e Luigi Castagno propongono ricorso per cassazione fondato su due motivi, cui Vincenzo Volgarino e Adriana Di Stefano resistono con controricorso. Vi è memoria illustrativa dei ricorrenti.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo i ricorrenti censurano l'impugnata sentenza per violazione degli artt. 1218, 1454, 1453, 1460 e 2697 cod.civ. nonché per insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia, adducendo che la Corte d'Appello ha accolto la domanda riconvenzionale esaminandola solo con riferimento all'art. 1453 cod.civ., sul quale si fondava la prima delle tre domande proposte da essi ricorrenti, avendo del tutto omesso di esaminare le altre due domande, proposte con riferimento all'art. 1385 ed all'art. 1454 cod.civ.

Premessa l'irrilevanza della considerazione svolta dal giudice d'appello con riferimento all'inosservanza del termine previsto in contratto, i ricorrenti evidenziano di aver fondato la loro domanda sulla diffida ad adempiere del 5 aprile 1989, con la quale veniva fissata per la conclusione del contratto definitivo la data del 31 maggio 1989.

Sostengono, al riguardo, che erroneamente la corte distrettuale non ha ritenuto sufficiente, per considerare risolto il contratto ai sensi dell'art. 1454 cod.civ., il fatto che il contratto non fosse stato stipulato entro il termine fissato con la diffida, avendo invece ritenuto necessario che nella diffida fossero indicati anche il giorno, l'ora ed il luogo della conclusione del contratto.

Tali indicazioni, ad avviso dei ricorrenti, non erano necessarie perché, spettando ai futuri acquirenti la scelta del notaio rogante, su di essi incombeva l'onere di fissare la data, compresa ovviamente nel termine fissato con l'atto di diffida ad adempiere, nella quale le parti sarebbero dovute comparire innanzi al notaio prescelto.

D'altro canto, rimarcano i ricorrenti, essi con la diffida avevano mostrato la propria diligenza essendosi dichiarati disponibili a concludere il contratto definitivo ed a collaborare alla predisposizione delle pratiche notarili, recapitando al notaio i documenti idonei. Né con riferimento a quest'ultimo onere poteva condividersi quanto osservato dalla Corte d'Appello perchè, a prescindere dal rilievo che il notevole tempo decorso dalla conclusione del preliminare rendeva legittimo il loro interesse a sapere se il notaio indicato in detto contratto fosse ancora di gradimento dei promissari acquirenti, sicché in difetto di conferma essi non erano tenuti alla consegna dei documenti, sta di fatto che gli stessi Volgarino-Di Stefano con l'atto di appello avevano confessato che la consegna, ad opera di essi ricorrenti, era avvenuta e, operata la consegna, spettava all'altra parte stabilire la data per la stipula dell'atto pubblico nel termine fissato con la diffida ad adempiere.

A tale conclusione, secondo i ricorrenti, portava anche la considerazione che, avendo i promissari acquirenti ricevuto la consegna dell'appartamento nella data di conclusione del preliminare, essi erano i soli obbligati ad una prestazione, quella di versare il residuo prezzo e quindi erano interessati ed onerati della fissazione della data della stipula. Se ciò non fecero è segno che non furono in grado di procurarsi tempestivamente il danaro occorrente.

Infine, i ricorrenti si dolgono della mancata applicazione del principio secondo cui nell'indagare sulla buona fede della parte che abbia sollevato l'eccezione di inadempimento di cui all'art. 1460 cod.civ., il giudice deve valutare il comportamento della parte contraente per stabilire se il rifiuto di adempiere sia strumento per la tutela del proprio diritto ovvero solo un mezzo per mascherare il proprio inadempimento. E, in tal caso, è rilevante accertare se la giustificazione del rifiuto di adempiere sia stata data solo in occasione del giudizio.

La censura va condivisa.

La tesi seguita nell'impugnata sentenza finisce col porre a carico dei promittenti venditori che, disponibili a concludere il contratto definitivo, si avvalgono del mezzo concessogli dall'art. 1454 cod.civ. per intimare all'altra parte l'adempimento, oneri che né il contratto preliminare né la legge pongono a loro carico.

Poìchè la ratio della citata norma è costituita dall'esigenza di fissare con chiarezza la posizione delle parti rispetto all'esecuzione del contratto, mettendo sull'avviso la parte diffidata che l'altra parte non è disposta a tollerare un ulteriore ritardo nell'adempimento della prestazione cui ha diritto e che la stessa parte intimante ha già scelto la via della risoluzione del contratto per l'ipotesi dell'inutile decorso del termine fissato, la Corte d'Appello avrebbe dovuto verificare se tale esigenza fosse stata soddisfatta dagli eredi Godone nell'intimare ai coniugi Volgarino-Di Stefano la diffida ad adempiere.

E tale indagine avrebbe dovuto compiere tenendo presente che, ai sensi dell'art. 1454 cod.civ., l'unico onere cui deve adempire la parte intimante è quello di fissare il termine entro il quale l'altra parte dovrà adempiere se non vorrà vedere risolto ope iuris il contratto.

Altri eventuali oneri non sono richiesti per la validità della diffida, contrariamente a quel che pare di comprendere dalla lettura dell'impugnata sentenza, [essi] attengono all'adempimento delle prestazioni cui la parte intimante sia eventualmente tenuta e, quindi, il loro inadempimento dovrà essere accertato per verificare se l'intimante stesso non sia incorso nell'inadempimento di dette prestazioni, sì da giustificare l'inadempimento dell'altra parte ai sensi dell'art. 1460 cod.civ., il che, ovviamente, presuppone l'esistenza dell'obbligo di controprestazìoni a suo carico.

Infatti, è vero che, come rileva il giudice d' appello, per effetto della conclusione del contratto preliminare, l'obbligazione dì prestare il consenso alla stipula del contratto definitivo sorge a carico di entrambi i contraenti e che, quindi, il giudice dovrà accertare se la parte intimante fosse, a sua volta, disponibile ad adempiere tale prestazione ed avesse fatto quanto da essa era esigibile perchè la conclusione del contratto definitivo fosse resa possibile.

Ma la disponibilità a prestare il proprio consenso potrà desumersi dalla stessa diffida ad adempiere e, quanto all'adempimento del dovere di collaborazione all'esecuzione del contratto, in primo luogo, dovrà verificarsi se il contratto preliminare ponga a carico della parte intimante particolari doveri od oneri; in secondo luogo se, comunque, tali doveri od oneri derivassero dall'obbligo di comportarsi secondo buona fede nell'esecuzione del contratto (art. 1375 cod.civ.).

Orbene, nel caso in esame è pacifico che la scelta del notaio rogante spettasse, secondo norma, ai promissari acquirenti, tant'è che costoro, senza opposizione dell'altra parte, avevano già operato la scelta in sede di conclusione del preliminare.

Da tale premessa doveva discendere, come logico corollario, che a contattare il notaio rogante dovesse essere proprio la parte cui spettava la facoltà di scelta, senza che a ciò ostasse il rilievo che la scelta era già stata compiuta, poiché l'onere di concordare col notaio le circostanze di tempo e di luogo della stipula costituisce onere distinto da quello di indicare il notaio preferito, onere il cui adempimento non può non risultare più agevole alla parte che, per averlo scelto, ha col notaio un rapporto di fiducia.

Nel valutare tali aspetti la Corte territoriale non poteva non considerare che dal tempo della conclusione del preliminare erano decorsi circa tre anni, sicchè, se da un canto poteva essere giustificato l'interesse dei promittenti venditori a conoscere se la scelta del notaio operata col preliminare restasse ferma, - interesse manifestato con la lettera di diffida ad adempiere -, dall'altro poteva risultare contrario a buona fede l'addurre, da parte dei promissari acquirenti, che essi non avevano il dovere di indicare il notaio prescelto, sostenendo di avere già operato, a suo tempo, la scelta.

Quanto poi al dovere di collaborazione, concretantesi nel predisporre quanto necessario acché la stipula del contratto definitivo potesse in concreto avvenire nel termine fissato con la diffida ad adempiere, la conclusione cui è pervenuta la corte distrettuale, secondo cui mancherebbe la prova che gli eredi Godone avessero provveduto in detto termine a consegnare al notaio i documenti necessari, risulta viziata da insufficiente motivazione, poiché non tiene conto delle affermazioni fatte al riguardo nell'atto di appello dai coniugi Volgarino-Di Stefano, che potrebbero essere valutate come ammissione dell'avvenuto adempimento del dovere di collaborazione.

In tali limiti il motivo in esame merita accoglimento non potendosi condividere la prima parte della censura, che addebita alla Corte d'Appello l'omesso esame delle domande di recesso e di risoluzione per inadempimento, poiché l'accertamento dell'inadempimento compiuto dal giudice d'appello, ancorché nei termini testé riconosciuti erronei, costituiva indefettibile presupposto comune a tutte le domande proposte dai promittenti venditori. Sicchè, l'avere ritenuto che l'inadempimento dei promissari acquirenti era giustificato dall'accertato inadempimento dell'altra parte implicava il rigetto di ciascuna delle domande principali.

L'accoglimento del primo motivo assorbe l'esame del secondo motivo, col quale i ricorrenti denunciano che il giudice d'appello non ha considerato che il recesso dal contratto da essi operato era giustificato dall'inadempimento dei promissari acquirenti, i quali, nè prima nè dopo la diffida, avevano provveduto a corrispondere il residuo prezzo.

Per vero, la riconsiderazione del complessivo comportamento tenuto dalle parti consentirà di valutare se i ricorrenti potevano validamente recedere dal contratto, ove tale accertamento dovesse essere ritenuto ancora rilevante una volta eventualmente verificata l'avvenuta risoluzione di diritto del contratto, in virtù della diffida ad ampiare ex art. 1454 cod.civ..

Conclusivamente, il ricorso va accolto nei sensi dianzi precisati e l'impugnata sentenza va cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello di Torino, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità, attenendosi ai principi di diritto ed al rilievo di insufficiente motivazione innanzi esposti.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso e dichiara assorbito il secondo motivo; per l'effetto cassa l'impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per il regolamento delle spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte.

 

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1) La sentenza in esame ha il pregio di individuare, in modo puntuale, i requisiti di validità dell'atto di diffida ad adempiere, distinguendoli dagli oneri, intimamente connessi all'esecuzione del contratto, il cui assolvimento da parte del diffidante è presupposto necessario affinché possano validamente esplicarsi gli effetti risolutivi ad essa diffida collegati.

La Suprema Corte, cassando con rinvio la sentenza d'appello, contesta così l'affermazione secondo cui l'omessa indicazione delle circostanze di tempo e di luogo della stipula dell'atto pubbico rende la diffida ad adempiere, intimata dal promittente venditore, inidonea a provocare l'adempimento(1).

L'iter logico rinvenibile nella motivazione della pronuncia in oggetto parte dal presupposto, recepito dalla giurisprudenza(2), secondo cui la ratio dell'art. 1454 C.c. è costituita dall'esigenza di fissare con chiarezza la posizione delle parti rispetto all'esecuzione del contratto, mettendo sull'avviso l'inadempiente che l'altra parte non è più disposta a tollerare ulteriori ritardi nella prestazione dovutale, avendo già optato per la risoluzione del contratto, qualora il termine fissato avesse a decorrere inutilmente(3).

Da tale premessa discende, come naturale conseguenza, il principio di cui alla massima, secondo il quale unico onere imposto dalla legge a colui che si avvale del rimedio de quo è quello di indicare in modo inequivocabile l'intenzione di intimare alla controparte l'adempimento della prestazione rimasta ineseguita, ricollegando lo scioglimento del contratto all'inutile decorso dei termini dilatoriamente concessi(4).

Quanto sopra non vale comunque ad affermare che l'intimazione della diffida ad adempiere da parte del creditore, in uno con l'inutile decorso del termine fissato, siano elementi da soli idonei ad esonerare il giudice dall'accertare l'adempimento delle ulteriori prestazioni, cui l'intimante sia eventualmente tenuto, sorte per effetto della conclusione del preliminare (5).

Si giustifica così l'indagine svolta dalla Cassazione che, con particolare accento sulla reciprocità dell'adempimento delle prestazioni derivanti dall'accordo, si propone di stabilire se dalla diffida rimasta infruttuosa possano scaturire i sopramenzionati effetti risolutivi, ovvero se tali effetti siano da escludersi in considerazione della condotta tenuta dal

diffidante, eventualmente resosi inadempiente, sì da giustificare l'inadempimento del diffidato, integrando così la fattispecie recepita dall'art. 1460 C.c..

Si tratta di un principio che trae fondamento dalla stessa funzione della diffida di cui all'art. 1454 C.c., la quale, in quanto mezzo stragiudiziale di risoluzione del contratto, non può sottrarre al debitore inadempiente il diritto di far accertare giudizialmente l'inesistenza dei presupposti per la risoluzione stessa. Ciò per l'ovvia necessità di evitare che lo strumento della diffida venga utilizzato dal creditore per liberarsi di un'obbligazione, là dove non gli sarebbe consentito ottenere gli stessi risultati in via contenziosa(6).

Tornando al caso di specie, l'indagine circa l'adempimento delle controprestazioni a carico del diffidante viene condotta in relazione agli effetti che scaturiscono dalla conclusione del contratto preliminare, individuabili da un lato nell'obbligo di prestare il proprio consenso alla stipula dell'atto pubblico, dall'altro nel dovere di collaborare alla sua esecuzione.

Ora, mentre il primo dei due requisiti è intrinsecamente connesso

all'intimazione della diffida, per quanto concerne, invece, l'assolvimento del dovere di collaborazione nella conclusione del negozio, la Suprema Corte, come abbiamo già avuto modo di ricordare, non ha ritenuto di rinvenire elementi idonei a giustificare l'inadempimento del diffidato nell'omessa indicazione, da parte del venditore, sia del notaio rogante sia delle circostanze di tempo e di luogo per la conclusione dell'atto pubblico.

La tesi sostenuta poggia sull'affermazione, già espressa dallo stesso Giudice(7), secondo la quale in difetto di esplicita statuizione delle parti spetta al promittente compratore la scelta del notaio e, di conseguenza, l'onere di contattarlo.

In proposito si è già affermato che, mentre è ravvisabile l'assegnazione di un termine perentorio nella fissazione della data entro la quale la parte inadempiente deve indicare il notaio ed il giorno entro il quale dovrà avere luogo il rogito(8), al contrario, si è ritenuto che, in relazione alle circostanze (nel caso specifico il promittente compratore venne convocato in luogo diverso dalla propria residenza), l'indicazione del notaio potesse tradursi in un onere eccessivamente gravoso per l'intimato(9).

Tornando al merito della questione qualora, come nel caso in

esame, sia trascorso un notevole lasso di tempo tra la conclusione del preliminare e l'atto di diffida, appare evidente l'interesse del promittente venditore a sapere se la scelta del notaio, operata dalla controparte all'atto del compromesso, sia rimasta tale.

Al contrario, il Giudice adito ha ritenuto di dover censurare la difesa proposta dal promittente compratore, stigmatizzata come contraria a buona fede, secondo cui gli oneri a lui imposti si possano ritenere esauriti con la scelta effettuata in quella sede, esonerandolo così da ulteriori conferme.

Quanto sopra esposto si spiega in considerazione del fatto che risulta senz'altro meno gravoso il compito di contattare il notaio a quella parte che, per averlo scelto, ha instaurato con esso un rapporto di fiducia.

Dalla lettura della decisione sembra quindi che la Suprema Corte abbia voluto affermare il principio secondo cui gli oneri imposti al creditore, che si avvale del rimedio stragiudiziale di cui all'art. 1454 C.c., possono dirsi assolti qualora, dalla lettera della diffida, sia rinvenibile la volontà di ricollegare gli effetti risolutivi all'inutile decorso del termine fissato per l'adempimento.

Sarà tuttavia onere del giudice adito quello di riconsiderare se il comportamento tenuto in concreto dalle parti integri la fattispecie di cui all'art. 1460 C.c., giustificando così l'inadempimento del debitore in relazione al principio inadimpleti non est adimplendum.

Note

(1)Cass., 12 dicembre 1983, n. 7335, in Mass., 1983.

(2)Cass., 18 maggio 1987, n. 1535, in Mass., 1987; Id., 27 maggio 1982, n.3228, in Mass., 1982; Id., 16 novembre 1969 n. 3761, in Giust. Civ., Mass, 1969, 1886.

(3)Caianiello, Nuova rassegna di giurisprudenza sul codice civile, Libro VI, Tomo III, a cura di Sgroi e Caianiello, Milano, 1994, pag. 1521 e segg.

(4)Costanza, La diffida ad adempiere, in Commentario Scialoja Branca, Libro IV, Tomo I, a cura di Galgano, Bologna, 1990, pag. 441 e segg; Bellelli, Nota all’art. 1454 C.c., in Codice civile annotato, a cura di Cendon, Torino, 1995, vol. II, pag. 921.

(5)Costanza, op. cit., pag.432.

(6)Il principio è di massima costante: Cass., 4 maggio 1994, n. 4275, in Corriere giuridico, 1994, 840, nota di Spirito; circa il requisito della gravità dell'inadempimento in particolare: Cass., 26 febbraio 1986, n. 1203, in Arch. Civ., 1986, 745; Id., 22 luglio 1981 n. 4717, in Mass., 1981; Id., 5 dicembre 1981 n. 6468, ibid.

In dottrina cfr.: Costanza, op. cit., pag. 435; Sacco; Trattato di diritto privato, Obbligazioni e contratti, diretto da Rescigno, Torino, rist. 1993, Tomo II, pagg. 529 e ss.

(7)Cass., 28 giugno 1993, n. 7127, Mass., 1993.

(8)Cass., 12 dicembre 1983, n. 7335, cit.

(9)Cass., 28 giugno 1993, n. 7127, cit.