12. - Il collegamento negoziale.



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Una considerazione a parte merita, infine, la norma dell'art. 1469-ter, 1° co., in quanto potenzialmente idonea ad incidere in misura significativa sul diritto dei contratti in generale (anche al di là della nuova 'provincia' dei "contratti del consumatore"). Sarà opportuno rammentare che essa, per quanto ora interessa, dispone che "la vessatorietà di una clausola è valutata...facendo riferimento...alle altre clausole del contratto medesimo o di un altro collegato o da cui dipende".

Non ci si vuole in questa sede ulteriormente soffermare sulla portata innovativa della nuova disciplina (e, in specie, dei criteri di accertamento della vessatorietà) che - come detto - viene almeno in parte ad infrangere il dogma dell'intangibilità dell'autonomia privata e dell'equilibrio contrattuale, bensì sottolineare il nuovo riconoscimento normativo - forse il primo d'ordine generale - del fenomeno del "collegamento negoziale".

Il collegamento negoziale - come noto - pone problemi di difficile soluzione in ordine al fondamento di esso ed agli effetti che ne conseguono. Non si può in queste poche righe ripercorrere funditus una tematica che ha interessato la dottrina italiana almeno degli ultimi sessant'anni(1) e, quindi, discorrere - quanto al fondamento - del rilievo della volontà e/o del c.d. 'nesso teleologico' tra i negozi, nonché - quanto agli effetti - del tralatizio brocardo simul stabunt simul cadent, ma si vuole ribadire che, qualunque ne sia il fondamento, l'esigenza di ricorrere al collegamento negoziale sorge allorché ci si imbatte in fattispecie pienamente autonome e tuttavia volte a realizzare un fine comune (non si pretende certo di fornire, in tal modo, una definizione di "collegamento").

Dunque: pluralità di fattispecie, ma assolvimento di una finalità economicamente unitaria. Nell'ardua armonizzazione tra il dato socio-economico (unitario) e quello giuridico (plurimo) risiede, in termini estremamente sommari e semplificati, il problema del collegamento; o meglio, nella difficoltà, in difetto di appositi 'congegni' negoziali - quale può essere la condizione - che determinino la bilaterale o unilaterale rilevanza dei contratti collegati, ciononostante di fondare una risposta unitaria, quoad effectum, da parte dell'ordinamento.

Pur in presenza di apprezzabili sforzi dottrinari, la cennata difficoltà non può dirsi, al presente, superata (e certo non lo è da parte della giurisprudenza, pacificamente attestata su apodittiche posizioni)(2). Tant'è che sorge il dubbio che il "collegamento" sia categoria dai confini eccessivamente ampi e che finisca, quindi, col ridursi ad un vuoto nomen. D'altro canto, si deve riscontrare che gli interventi legislativi in materia non hanno arrecato particolari benefìci, dal momento che si sono tradotti in nuove disposizioni 'troppo speciali' per consentire la deduzione di principi interpretativi d'ordine generale (si pensi alla pur significativa norma dell'art. 125, 4° co., T.U. delle leggi in materia bancaria e creditizia, che, nel caso di inadempimento del fornitore di beni o servizi e di parallelo contratto di credito per finanziare la fornitura di essi, legittima il consumatore ad agire "contro il finanziatore nei limiti del credito concesso").

Di contro, il principio interpretativo complessivo che la novella in esame introduce e che impone - per quanto ci interessa - di valutare la vessatorietà di una clausola (anche) alla luce delle clausole di un altro contratto collegato, è proprio quella regola di armonizzazione tra realtà socio-economica e realtà giuridica che si andava cercando. Intendiamoci subito: non che ci troviamo dinanzi alla pietra filosofale che consente di trasformare in oro tutto il multiforme materiale in tema di collegamento. Ci troviamo, però, dinanzi ad un principio interpretativo globale o sostanziale di fonte normativa: e non è poco, pur se le 'ricadute' applicative sono - come si vedrà - contenute.

Tale principio, naturalmente, non contribuisce in alcun modo ad individuare il fondamento del collegamento negoziale, ma è destinato a rivestire un ruolo di sicuro rilievo sul piano degli effetti (o, almeno, di alcuni di essi). Viene in mente uno scritto, che non ha avuto particolare seguito in dottrina e che tuttavia, sebbene non chiarisse in modo soddisfacente quali ne fossero i presupposti, proponeva l'adozione di un criterio di interpretazione complessiva in materia di collegamento(3): tra l'altro, si valutava nel concreto - e questo ne era un indiscutibile pregio - il modus operandi della rescissione per lesione dinanzi ad un contratto ad altro collegato. Vi si affermava, per l'appunto, la non rescindibilità di un contratto - che, in sé riguardato, palesava una laesio ultra dimidium -, qualora la valutazione dell'assetto di interessi complessivo (in esso dunque ricomprendendovi l'altro contratto collegato) avesse evidenziato l'assenza dello squilibrio richiesto dall'art. 1448, 1° co. (e viceversa - par lecito aggiungere - la rescindibilità dei negozi collegati, qualora la laesio enormis fosse emersa dal complesso di essi, pur non sussistendo nei negozi individui).

Ma, si diceva, le basi giuridiche su cui fondare una valutazione di tal fatta non erano nitidamente delineate. Condivisibili, peraltro, le critiche alla scarsa dottrina che si era pronunciata sul punto, nonché le esigenze pratiche e le elusioni normative che una valutazione d'insieme consentiva, rispettivamente, di appagare ed evitare (d'altronde, il ricorso al collegamento per frodare la legge non è certo recente scoperta). Tuttavia, ci si imbatteva comunque in quell'ostacolo difficilmente valicabile che costituisce il problema di fondo del collegamento negoziale: l'assenza di un qualunque 'appiglio' normativo che legittimi un approccio unitario e, in specie, l'utilizzazione di strumenti - quale, tra gli altri, la rescissione - indiscutibilmente coniati dal legislatore con riferimento a singole fattispecie e non ad una pluralità di esse, sebbene funzionalmente collegate. Residuava pur sempre un senso di insoddisfazione, anche a fronte di tesi ben argomentate e, nella sostanza, persuasive: innegabile era, comunque, la forzatura del dato normativo. Sorgeva, in altri termini, il dubbio che, anche limitando il collegamento ad alcune fattispecie negoziali (ad esempio, ai contratti in funzione di scambio, pariordinati, coevi e tra le medesime parti), il margine di creatività dell'interprete fosse pur sempre eccessivo e preferibili - sebbene comportassero la negazione del fenomeno in esame - fossero dunque interventi legislativi ad hoc (come nella menzionata ipotesi del credito al consumo).

In un contesto siffatto ed impregiudicato il quesito sul fondamento giuridico del collegamento(4), l'art. 1469-ter, 1° co., viene ora a fornire proprio la base normativa mancante per un'interpretazione unitaria dei negozi collegati: dinanzi a contratti, tra i quali si sia accertato un collegamento, l'interprete potrà e dovrà dunque procedere ad una valutazione d'insieme. Di più: la norma in esame non si limita ad introdurre un canone ermeneutico globale, ma sancisce una precisa regola in punto di effetti: nell'ipotesi di collegamento negoziale, il "significativo squilibrio" di una clausola deve stimarsi avuto riguardo all''operazione' complessiva(5). Non solo interpretazione, dunque, ma altresì concreta regola operativa.

Peraltro, non v'è ragione di non elevare dal piano della singola clausola a quello del contratto le regole - interpretative ed 'operative'- di cui si sta discorrendo, né di limitarle a fattispecie di squilibrio (clausole vessatorie, rescissione - anche del contratto concluso in stato di pericolo -, cui deve senz'altro aggiungersi - perché pur sempre di squilibrio si tratta, sebbene non determinato dalla controparte - la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta). A tali regole par dunque lecito far ricorso ogniqualvolta vi siano fattispecie collegate e, con riferimento ad una di esse, venga in considerazione un 'vizio' (in senso lato) la cui sussistenza l'interprete debba valutare alla luce dell'assetto di interessi complessivo: è ad esempio il caso della risoluzione per inadempimento e del requisito della non "scarsa importanza, avuto riguardo all'interesse della controparte". Non è invece il caso di nullità ed annullabilità(6), comminate dall'ordinamento in ragione di specifiche cause, che non appaiono sanabili o rimuovibili in forza di una valutazione d'insieme della fattispecie viziata e di altra ad essa collegata. E', in parte, il caso dell'impossibilità sopravvenuta: la totale impossibilità infatti, anche in quanto opera ipso jure (l'operare delle regole in parola, invece, presuppone la mediazione dell'interprete-giudice), non consente 'aggiustamenti' alla luce dell'assetto di interessi complessivo (e cioè dell'altro contratto), perché comunque l'uno è venuto automaticamente meno (ponendosi poi il problema, non affrontabile in questa sede, della sorte del contratto 'sopravvissuto'). La parziale impossibilità, di contro, consente ed impone, nell'ipotesi di collegamento, di valutare l'apprezzabilità dell'interesse all'adempimento parziale (di cui all'art. 1464) nell'ambito dell''operazione' globale.

Giova altresì ribadire che, sebbene stabilito con riguardo ai "contratti del consumatore", non v'è alcuna ragione per limitare a tale nuova 'provincia' l'applicazione, ai fini che interessano, dell'art. 1469-ter, 1° co.: infatti, una volta esclusa la natura di 'parte debole' del consumatore (sul punto v. supra, par. 2), non si vede perché un principio di interpretazione globale dovrebbe concernere esclusivamente i contratti di cui è parte. Di più: la norma in questione (o meglio, il canone ermeneutico che da essa si è desunto) viene ad 'integrare' la norma dell'art. 1363 sulla "interpretazione complessiva delle clausole", onde si deve ritenere, parafrasandola, che le clausole di un contratto, ad altro collegato, si interpretano non solo le une per mezzo delle altre, ma anche per mezzo delle clausole del contratto collegato, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso della 'operazione' negoziale (cui i due contratti danno vita).

Si può brevemente aggiungere (7)che il 'bilancio complessivo' di cui si sta discorrendo in tema di collegamento si traduce, quoad effectum, nei casi sopra menzionati, in una sorta di simul stabunt simul cadent, ma non perché venuto meno un contratto debba - in forza di un non meglio precisato sortilegio - venir meno anche l'altro, bensì in quanto la pluralità dei negozi dev'essere, ai sensi dell'art. 1469-ter, 1° co., unitariamente interpretata e ricevere un'unitaria risposta da parte dell'ordinamento.

Resta comunque, al di là del piano immediatamente applicativo, l'indiscutibile rilievo dell'affermazione di un principio interpretativo generale (da applicarsi anche) in tema di collegamento negoziale, e, prim'ancora, la legittimazione di un fenomeno negoziale siffatto (a quanto consta, si tratta della prima menzione normativa, expressis verbis, del "collegamento" ed è da rimarcare che si tratta di una menzione tutta italiana, non trovandosene traccia nel par. 4.1 della direttiva).


Note


(1) A partire dal contributo di GIORGIANNI, Negozi giuridici collegati, Riv. it. sc. giur., 1937, 334. Si vedano inoltre, ex plurimis, DI SABATO, Unità e pluralità di negozi (contributo alla dottrina del collegamento negoziale), Riv. dir. civ., 1959, I, 412; R. SCOGNAMIGLIO, Collegamento negoziale, voce dell'Enc. dir, VII, Milano, 1960, 375; MESSINEO, Contratto collegato, id., X, Milano, 1962, 48; DI NANNI, Collegamento negoziale e funzione complessa, Riv. dir. comm., 1977, 279; CASTIGLIA, Negozi collegati in funzione di scambio, Riv. dir. civ., 1979, II, 398; SCHIZZEROTTO, Il collegamento negoziale, Napoli, 1983; CASCIO-ARGIROFFI, Contratti misti e contratti collegati, in Enc. giur. Treccani, IX, Roma, 1988; FERRANDO, I contratti collegati, nella Giur. sist. dir. civ. comm. fondata da Bigiavi e diretta da Alpa e Bessone, I contratti in generale, III, Torino, 1991, 571.
(2) In ordine al fondamento, costante - anche da un punto di vista terminologico - è la richiesta di "un profilo oggettivo, costituito dal nesso teleologico tra i negozi [e di] un profilo soggettivo, costituito dal comune intento delle parti di volere non solo l'effetto tipico dei singoli negozi in concreto posti in essere, ma anche il collegamento ed il coordinamento di essi per la realizzazione di un fine ulteriore": così, ex plurimis, Cass., 20 novembre 1992, n. 12401, Foro it., Rep. 1992, voce Contratto in genere, n. 172; in ordine agli effetti, ci si appella al già menzionato simul stabunt simul cadent.
(3) CASTIGLIA, cit., 400, il quale limitava il campo della sua indagine ai negozi collegati "in funzione di scambio" tra le medesime parti.
(4) Un tale quesito, per la verità, non se lo poneva neppure CASTIGLIA, cit., il quale valutava direttamente il profilo operativo.
(5) Sul concetto di 'operazione' cfr., da ultimo, E. GABRIELLI , Il pegno "anomalo", Padova, 1990, 131 ss.
(6) Ad esse, invece, ma in un'ottica diversa, si riferiva CASTIGLIA, cit., 413 ss.
(7) In tal modo ci si pone sulla 'scia', peraltro riveduta, di CASTIGLIA, cit., 409-10.