CASSAZIONE CIVILE,  III  SEZIONE, 28 luglio 1997, n. 7064 — BILE Presidente — PREDEN Relatore  — MARINELLI PM (diff.) — C.I.V.I.S. CATANIA s.r.l. (avv. Ammendola) — RESTIVO (avv. Tirrò).
 
 

Contratto in genere — Clausola di esonero da responsabilità — Nullità —  Fattispecie (C.c. art. 1229).
 

E' nulla, in quanto volta ad escludere la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave, la clausola contrattuale con cui la società tenuta ad assicurare il servizio di vigilanza notturna di un esercizio commerciale sia esonerata da responsabilità per furti, danni o altri sinistri (1).
 
 

(1) Un istituto di vigilanza notturna è ritenuto responsabile dei danni derivanti dal furto verificatosi nei locali di un esercizio commerciale, che lo stesso istituto aveva assunto l'impegno di controllare mediante sopralluoghi scaglionati nel tempo. I giudici di merito ritengono che il controllo, ove non omesso, sarebbe stato idoneo a sventare l'azione delittuosa ed escludono ogni dubbio circa l'esistenza del nesso di causalità tra il verificarsi del furto e la mancata esecuzione, da parte dell'istituto di vigilanza, di tre delle sette ispezioni previste (per una fattispecie analoga, in cui, in relazione alle modalità del furto, la sussistenza del nesso di causalità è stata esclusa, Cass., 9 gennaio 1984, n. 142, in Mass., 1984). Convenuta per il risarcimento dei danni, la società tenuta ad assicurare il servizio di vigilanza oppone la clausola del contratto concluso con il danneggiato secondo cui «l'istituto non assume alcuna responsabilità per eventuali furti, danni o altri sinistri»; invoca, inoltre, la previsione contrattuale che limita, comunque, l’eventuale risarcimento al pagamento di una penale fissa, pari all'importo previsto per una mensilità di quota del corrispettivo e ciò anche in caso di provata negligenza nell'esecuzione dei servizi.
I giudici di merito considerano la citata clausola nulla sulla base di due argomenti: da un lato, essendo volta ad escludere la responsabilità dell’istituto di vigilanza in caso di furto, comunque avvenuto, comporta un sostanziale esonero del debitore da responsabilità per colpa grave, dall’altro, limitando l’ammontare del danno risarcibile ad una somma manifestamente irrisoria, costituisce un mezzo per eludere l’applicazione dell’art. 1229 c.c. La Cassazione ribadisce l’inopponibilità della clausola. Nel rigettare il ricorso proposto dalla società di vigilanza, tuttavia, corregge l’interpretazione data dalla Corte d'Appello alla clausola in esame ed accoglie soltanto il primo degli argomenti utilizzati nella sentenza impugnata.
La norma di cui all'art. 1229 c.c, com'è noto, sancisce la nullità di qualsiasi patto che escluda o limiti preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave.
Di fronte alle clausole di limitazione della responsabilità contrattuale, l'impegno della giurisprudenza è stato volto soprattutto a circoscriverne la sfera di operatività rispetto ad altre clausole affini: in particolare, quelle che specificano l'oggetto della prestazione promessa e la clausola penale. Entrambe gli aspetti sono esaminati dalla Cassazione nella sentenza in epigrafe.
Sotto il primo profilo, l'occasione per ritornare sul problema del coordinamento tra l’art. 1229 c.c. e le clausole che circoscrivono la prestazione dovuta dal debitore, è offerta dalla circostanza che la tesi sostenuta dalla società ricorrente è proprio quella della validità della clausola in quanto volta a delimitare il contenuto della prestazione di vigilanza.
L'applicazione più frequente di siffatte clausole si ha in tema di contratto di assicurazione. In tal caso, la distinzione è lineare: la determinazione del rischio assicurato è essenziale alla validità del contratto, senza che vengano con ciò escluse le sanzioni previste dalla legge o dal contratto stesso per il suo inadempimento (in materia, Cass. 16 maggio 1975, n. 1910, in Rep. Giur. It., 1975, voce «Assicurazione (contratto di)», n. 191 e in Giust. Civ., 1975, I, 1710; Cass. 5 febbraio 1971, n. 280, in Rep.Giur. It., 1971, voce «Obbligazioni e contratti», n. 32 e 33 e in Giust.Civ., 1971, I, 720; Trib. Roma, 8 novembre 1968, in Giur. di Merito, 1969, I, 675, con nota di RODOTA'). La distinzione è in altri casi meno agevole; infatti, la clausola, formalmente qualificata come delimitativa della prestazione, può produrre anche l'effetto di una riduzione dell'ambito della responsabilità per l'inadempimento (è il caso, ad esempio, dei patti stipulati tra venditore e acquirente per escludere la garanzia per i vizi o per esonerare l’alienante da responsabilità per mancata o ritardata consegna: sul punto, Cass. 30 ottobre 1965, n. 2324, in Rep. Giur. It., 1965, voce «Vendita», n. 92 e in Foro it., 1966, I, 1460; Cass. 16 maggio 1975, n. 1918, in Rep. Giur. It. voce cit., n. 56 e in Arch. Civ., 1976, 65. Per quanto concerne le clausole delle n.b.u. che impongono all'utente di non conservare nelle cassette di sicurezza cose aventi valore superiore ad un determinato importo, la giurisprudenza è oggi decisamente orientata nel senso che tali clausole integrino un patto limitativo, non dell'oggetto del contratto, ma del debito risarcitorio della banca: così, Cass. 23 febbraio 1995, n. 2067, in Mass. Giur. It.,  1995 e in Banca Borsa, 1995, II, 446, con nota di PAPA; Cass., 1 luglio 1994, n. 6225, in Mass.Giur. It., 1994 e in Giur. Comm., 1996, II, 183 e Cass., 12 maggio 1992, n. 561, in Giur. It., 1992, I, 1, 2119).
Nella fattispecie sottoposta all'esame della Corte, non vi è spazio per dubbi interpretativi. La clausola viene, infatti, riferita genericamente ad ogni tipo di responsabilità: una clausola di esonero cosiddetta onnicomprensiva, volta ad escludere, con carattere di univocità, la responsabilità dell'istituto di vigilanza anche in relazione a quegli eventi che la prestazione dedotta in contratto avrebbe dovuto prevenire. Una limitazione dell'oggetto del contratto tramite la clausola sopra indicata finirebbe per comprimere, oltre ogni ragionevole limite, l'utilità pratica che, con quel contratto, il danneggiato mirava a realizzare.
Quanto alle interferenze tra regime delle clausole di limitazione della responsabilità e disciplina della penale, la giurisprudenza ha codificato la distinzione tra clausola che, pattuita nell'interesse del creditore e volta alla liquidazione preventiva e forfetaria del danno, non consente al debitore di sottrarsi alle conseguenze del proprio inadempimento e pattuizione che, nell'intento di eludere l'applicazione dell'art. 1229 c.c, fissa a carico del contraente inadempiente una prestazione d'entità a tal punto irrisoria da escludere, in sostanza, la sua responsabilità per dolo o colpa grave (Cass., 2 giugno 1992, n. 6716, in Rep. Giur. It., voce «Obbligazioni e contratti», n. 298 ; Cass. 3 dicembre 1993, n. 12013, in Rep. Giur. It., voce cit., n. 336 e in Giust. Civ., 1994, I, 1247, con nota di CORSALE).
Seguendo quest'orientamento, la Corte d'Appello aveva ravvisato un'ulteriore conferma della nullità della clausola nella predeterminazione del risarcimento in misura irrisoria. La clausola veniva quindi interpretata nel senso che la società incaricata della vigilanza non assumeva responsabilità per furti, quando questi fossero avvenuti nonostante il corretto svolgimento della vigilanza; mentre, se il furto fosse stato reso possibile a causa della mancata esecuzione della prestazione, il danno risarcibile andava comunque limitato alla penale pattuita. Invece, ad avviso della Cassazione, nel caso di specie, con la clausola in discorso sarebbero stati introdotti da un lato l'esonero da responsabilità per danni derivanti da furto, dall'altro un limite al risarcimento nel caso di inadempienza degli obblighi assunti, indipendentemente dal verificarsi di furti. In conclusione, Corte ritiene la seconda parte della clausola inopponibile perché estranea alla materia della liquidazione dei danni derivanti da furto e non perché elusiva del disposto dell'art. 1229 c.c.
Infine, la Cassazione esclude che esista un rapporto di proporzionalità tra entità del prezzo corrisposto per il servizio di vigilanza e misura del risarcimento e che, in sostanza, a diversi livelli di corrispettivo possano corrispondere diversi gradi di diligenza: secondo la Corte, al fine di accertare se la penale abbia consistenza irrisoria, occorre porre in relazione la misura della stessa con <<l’entità presumibile dell’eventuale futuro danno>> e non, come sostenuto dai ricorrenti, con la misura del corrispettivo.
Per una ricostruzione del dibattito teorico in materia ed una completa rassegna di clausole di esonero e limitazione di responsabilità, ALPA-BESSONE, I fatti illeciti, in Tratt. di dir. priv., diretto da Rescigno, Torino, 1982, 265 e segg. ; BIANCA, Dell'inadempimento delle obbligazioni, in Commentario del cod. civ. a cura di Scialoja e Branca, Libro quarto, Delle obbligazioni (artt. 1218 - 1229), Bologna-Roma, 1979, 474 e segg.. Per un panorama generale delle opinioni dottrinali e giurisprudenziali, BESSONE, Les clauses de limitation et d’exclusion de la responsabilité en droit italien, in Rapports nationaux italiens au IXe Congrès international de droit comparé, Milano, 1974, 138 e segg., testo it. in Riv. Dir. Comm., 1974, I, 323 e segg.
Sui limiti di validità delle clausole di delimitazione dell'oggetto del contratto, ALPA-BESSONE, op. cit, 279; BIANCA, op. cit., 484 e segg. Quanto al coordinamento tra l'art. 1229 c.c. e l’istituto della clausola penale, MARINI, La clausola penale, Napoli, 1984, 32 e segg.; DE CUPIS, Il danno. Teoria generale della responsabilità civile, Milano, 1966, I, 488; AULETTA,  Limitazione di responsabilità del vettore marittimo, in Riv. dir. nav., 1952, I, 195. Ritiene che, quando le parti intendono realizzare soltanto una liquidazione preventiva del danno risarcibile, la clausola è sempre valida, qualunque sia il suo ammontare, TRIMARCHI, La clausola penale,  Milano, 1954, 137 e segg. Nel senso che, quando vi sia dolo o colpa grave, il debitore è sempre integralmente responsabile, BIANCA, op. cit., 474 e BENATTI,  Contributo allo studio delle clausole di esonero da responsabilità, Milano, 1971, 43.
Decisamente articolate le posizioni della dottrina in tema di responsabilità della banca per il servizio delle cassette di sicurezza. Secondo un primo e meno recente orientamento, la clausola che, ripetendo lo schema delle n.b.u., vieta al cliente di immettere in cassetta valori superiori a quelli concordati, opera una limitazione dell'oggetto del contratto, giustificata dall'esigenza di assicurare un equilibrio tra la prestazione della banca e la controprestazione del cliente (MOLLE, I contratto bancari, in Tratt. Cicu-Messineo, vol. XXXV, t. 1, Milano, 1966, 690; BENATTI, Le clausole di esonero da responsabilità nella prassi bancaria, in Le operazioni bancarie a cura di Portale, Milano, 1978, 135 e segg.) Inquadrano l'art. 2 n.b.u. nello schema della clausola penale COSENTINO, Il contratto di servizio delle cassette di sicurezza: clausola di limitazione della responsabilità della banca e dichiarazione di valore, in Foro It., 1990, I, 1292 e AMATO, La responsabilità della banca per il servizio delle cassette di sicurezza: gli ultimi sviluppi, in Resp. Civ. e Prev., 1990, 768. Decisamente maggior seguito ha però la tesi che vede nella clausola una limitazione della responsabilità della banca: GABRIELLI, Il servizio bancario delle cassette di sicurezza, in Banca Borsa, 1984, I, 385; MARTORANO, Delimitazioni dell'oggetto e limitazioni della responsabilità della banca, in Banca Borsa, 1981, I, 129; ANGELICI, Clausole per il servizio bancario delle cassette di sicurezza, in Riv. Dir. Comm., 1982, II, 203; SALNITRO, Le cassette di sicurezza, in Giurisprudenza bancaria, Milano, 1982, 119; VANNI, Clausole di limitazione della responsabilità della banca nel servizio delle cassette di sicurezza, in Giust. Civ., 1983, II, 262. Il più recente dibattito dottrinale esce dalla tradizionale alternativa tra clausola limitativa dell'oggetto e clausola limitativa della responsabilità, per investire la stessa funzione e struttura del contratto di cassetta di sicurezza. Secondo un diffuso indirizzo interpretativo, la clausola che impone al cliente di non immettere in cassetta valori superiori a quelli concordati, è incompatibile con l'art. 1839 c.c., che ha carattere di norma imperativa (PAPANTI-PELLETIER, Cassette di sicurezza e responsabilità del banchiere, Milano, 1988, 157; CIRENEI, Cassette di sicurezza, in Enc. Giur. Treccani, vol VI, Roma, 1988, 1 e segg.) o con i principi dell'ordine pubblico (la clausola sarebbe frutto di uno sfruttamento della posizione di dominio del mercato da parte delle banche:  MARICONDA, Cassette di sicurezza: valore dei beni custoditi e tipo contrattuale, in Corriere giur.1987, 1287). Un diverso orientamento, posto l'accento sullo stretto legame tra responsabilità e prestazione di sicurezza che caratterizza il contratto, ritiene la clausola nulla per contrarietà alla causa del negozio (CHIANALE, Sulla responsabilità della banca nell'esercizio delle cassette di sicurezza, in Resp. Civ. e Prev., 1988, 66; GENTILI, Merito e metodo nella giurisprudenza sulle cassette di sicurezza: a proposito della meritevolezza di tutela del contratto "atipico", in  Riv. Dir. Comm, 1989, 221). Altri autori ritengono che non sia la previsione del valore massimo dei beni che il cliente è autorizzato ad immettere nella cassetta a interferire, di per sé, con la causa del contratto, ma l'uso che ne fanno gli istituti di credito, stante l'irrisorietà dei tetti stabiliti (FESTI, Le norme bancarie uniformi sul servizio di sicurezza e la responsabilità della banca, in Contratto e Impresa, 1991, 1243; CAVALLI, Le clausole vessatorie nei contratti bancari, in Le operazioni bancarie a cura di Portale, Milano, 1978, 123). In quest'ottica, partendo da un'analisi economica del servizio di cassette di sicurezza, per cui la banca <<deve conoscere la dimensione dei propri impegni e lo spessore patrimoniale della responsabilità assunta>>, una recente dottrina (CARINGELLA, L'art. 2 delle norme bancarie uniformi in Cassazione: niente di nuovo sul fronte delle cassette di sicurezza, in Foro It., 1993, I, 880) ritiene la limitazione del valore dei beni di cui all'art. 2 n.b.u. in perfetta sintonia con la funzione del contratto. Infine, la tesi del c.d. abuso del tipo contrattuale (proposta da CASTRONOVO, Tra rischio e caso fortuito. La responsabilità da cassette di sicurezza, in Le operazioni bancarie, a cura di Portale, 1978, 496 e segg.), secondo cui, mediante la clausola, si introdurrebbe un contratto atipico, ma non meritevole di tutela ex art. 1322, ha avuto molta notorietà, ma scarso seguito (in senso critico, FERRARI, L'art. 2 delle norme bancarie uniformi in materia di cassette di sicurezza, in Arch. Civ., 1992, 881).

Simona Matta