IMMISSIONI E DANNO ALLA PERSONA

      Avv. Amedeo Rosboch

Dottorando in Diritto civile dell’Università di Torino

 

 

1. Introduzione

 

L’immissioni sono disciplinate nell’art. 844 c.c.[1]

L’art. 844 c.c. è norma contenuta nel libro III del Codice dedicato alla proprietà, in particolare nel titolo II – capo I dettato in tema di proprietà fondiaria.

L’intenzione originaria del legislatore era quella, da un lato di dettare una norma idonea a comporre i conflitti che sarebbero potuti insorgere tra proprietari di fondi contigui, dall’altro quella di risolvere tali contrasti a favore del soggetto capace di contribuire maggiormente allo sviluppo economico della nazione.

L’unico requisito che il “produttore” doveva soddisfare era quello di mantenere le immissioni entro la soglia della “normale tollerabilità”.

Le immissioni, pertanto, sono tutelate rispetto ai diritti proprietari laddove l’autorità giudiziaria rilevi che esse sono strumentali alla produzione.

E’ possibile notare come il concetto di proprietà che ha ispirato la norma sia diverso dall’idea di proprietà intesa come monade assoluta che è invece alla base delle disposizioni di cui agli artt. 832 e 949 c.c.

Il legislatore, infatti, si è servito di una concezione realistica della proprietà rispetto a cui ha preso atto che le immissioni sono la regola e che la proprietà non è separata dalle proprietà finitime.[2]

La previsione originaria è stata ampiamente raffinata da numerosi interventi giurisprudenziali che hanno piegato la norma al fine di tutelare valori e situazioni di carattere generale, quali la salubrità dell’ambiente o la salute.

Ciò è potuto avvenire poiché la disposizione in tema di immissioni è caratterizzata da una struttura flessibile che lascia un amplissimo potere discrezionale al giudice in sede di applicazione.

Si dice, infatti al primo comma che “il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, l’esalazioni, i rumori, i scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, ha avuto anche a riguardo la condizioni dei luoghi”

Il secondo comma, invece, conferisce all’autorità giudiziaria la risoluzione di conflitti tra proprietari là dove è stabilito che “nell’applicare questa norma l’autorità giudiziaria deve contemplare l’esigenze della produzione con la ragione della proprietà. Può tenere conto della priorità di un determinato uso.”

Si prende atto che le immissioni sono inevitabili. Vi sono immissioni lecite  e libere purchè al di sotto della soglia della normale tollerabilità; vi sono poi immissioni illecite poiché al di sopra del parametro suddetto che vanno dunque inibite, salvo che colui che le produce ponga in essere accorgimenti tecnici idonei a ricondurle al di sotto del limite codicistico. Peraltro si osserva che il criterio della normale tollerabilità non è assoluto, fissato in parametri predeterminati, ma va contemperato con la condizione dei luoghi in cui si produce l’immissione.

Diventa così rilevantissimo ad esempio stabilire se una zona può essere definita industriale o residenziale[3].

Il giudice, poi, può tenere conto della priorità di indeterminato uso. Il c.d. criterio del preuso, tuttavia, “è stato interpretato come un elemento che rientra nel giudizio di contemperamento di cui al 2° comma con una evidente forzatura interpretativa. Ridotto in questo angusti spazi, il criterio del preuso risulta schiacciato dalle ben più forti ragioni della produzione. E’ viceversa nell’ambito del giudizio sulla tollerabilità (un giudizio in cui le ragioni dell’impresa possono non entrare affatto), che il criterio first come served può spiegare i suoi effetti”[4].

 

2. Interpretazioni dell’art. 844 c.c.

 

Quando si verifica un fenomeno immissivo  oltre che i diritti inerenti alla proprietà è possibile che siano lesi o posti in pericolo altri beni giuridici di natura assoluta quali la salute e l’ambiente.

Com’è intuibile, tale problematica riveste un’importanza cruciale in un mondo industrializzato in cui certi tipi di immissione hanno provocato o potrebbero provocare nel futuro serissimi danni alla salubrità dell’ambiente o alla salute dei consociati.

Dinanzi all’irrinunciabile esigenza di tutelare tali valori, la giurisprudenza con una prima affermazione ha negato che l’art. 844 c.c. sia una disposizione idonea a tutelare interessi che non siano quelli proprietari.

In particolar modo tale posizione risale alla sentenza n° 247 della Corte Costituzionale del  23 luglio 1974.[5]

Con questa sentenza la Corte si è pronunziata su una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Pretore di Bologna [6]sulla convinzione che il criterio della normale tollerabilità non fosse idoneo a tutelare in modo adeguato la salute e l’ambiente che sono beni primari tutelati dalla Costituzione.

La Corte ha rigettato l’istanza, assumendo che l’art. 844 c.c. è norma “destinata a risolvere il conflitto tra proprietari di fondi vicini per le influenze negative derivanti da attività svolte nei rispettivi fondi; il criterio della normale tollerabilità in esso accolto va riferito esclusivamente al contenuto del diritto di proprietà e non può essere utilizzato per giudicare della illiceità di immissioni che rechino pregiudizio anche alla salute umana o all’integrità dell’ambiente naturale, alla cui tutela è rivolto in via immediata tutto un altro ordine di norme di natura repressiva e preventiva”.

Naturalmente la Corte non ha lasciato senza tutela il diritto alla salute, ma ha semplicemente sottolineato come nell’ordinamento vi siano altre norme preposte a tale scopo, fra queste in primo luogo le norme sull’illecito extracontrattuale di cui agli art. 2043 e 2058 c.c. ed in secondo luogo lo stesso art. 32 della Costituzione.

La sentenza è importante poiché di fatto apre la via che ha condotto una copiosa Giurisprudenza successiva, soprattutto di legittimità a far uso direttamente dell’art. 32 Costituzione al fine di tutelare il bene della salute.[7]

Ad esempio, in Palmieri c. Pasqualini ed altri, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che la tutela della salute esula dall’ambito di applicazione della normativa in tema di immissioni che disciplina i soli rapporti inerenti a diritti di proprietà su beni immobili, dal cui ambito esulano i diritti personali quale è certamente il diritto alla salute, ed è invece affidata alle norme sull’illecito civile la cui applicazione consente l’esperibilità dei rimedi a carattere inibitorio[8].

 

Tale orientamento ha spaccato la dottrina che si è equamente divisa tra coloro che ritengono corretto l’utilizzo dell’art. 844 c.c. ai soli fini della difesa della proprietà[9] e tra coloro che ritengono tale articolo norma applicabile anche  al fine di prevenire danni alla salute o all’ambiente.[10]

Il punto è che “la normale tollerabilità enunciata nell’art. 844 c.c., è un criterio ispirato ad una media valutazione, adeguato ad un equo contemperamento di interessi patrimoniali, ma inapplicabile, a meno di forzarne il significato, alla tutela della salute, in relazione alla quale va tenuto conto dell’influenza lesiva delle immissioni nell’organismo fisio – psichico del singolo individuo.”[11]

In buona sostanza, l’art. 844 c.c. sarebbe norma troppo riduttiva; da un lato, in quanto si riferisce solo ai proprietari di fondi, mentre la salute è bene di tutti; dall’altro lato, perché prevede criteri di contemperamento di opposte esigenze, mentre la salute è diritto assoluto e indisponibile.

Non è perciò ipotizzabile una lesione del diritto alla salute in modo “normale”[12].

Appare corretto perciò dire che “la tutela del diritto alla salute contro immissioni intollerabili può attivarsi esclusivamente con l’applicazione dell’art. 32 Cost. e non già in base all’art. 844 c.c. diretto regolare rapporti inerenti al diritto di proprietà”[13].

Un ulteriore filone interpretativo, invece, estende l’ambito di applicazione dell’art. 844 c.c.[14]

In particolar modo, tale posizione ricomprende nell’ambito di applicazione dell’art. 844 c.c. il diritto alla salute ex art. 32 cost., inteso sia come diritto alla integrità del diritto psico-fisica, sia come al diritto alle qualità di vita in cui entra anche il diritto alla salubrità dell’ambiente.

Il diritto alla salute rientrerebbe così direttamente tra gli interessi tutelati dall’art. 844. c.c.. [15]

Ne consegue che l’inibitoria ex art. 844 c.c. è applicabile per tutelare il diritto alla salute.

Tuttavia, l’art. 844 c.c. si è visto essere limitato dal lato della legittimazione sia attiva, sia passiva; si dice pertanto che possono agire tutti i soggetti lesi dalle immissioni e non solo il proprietario del fondo.

Si è perciò affermata una tendenza che propone di applicare in via analogica l’inibitoria ex art. 844 c.c. a tutela della salute indipendentemente dalla titolarità di rapporti tra titolari e reali.[16]

Sul punto :

in Di Corleto c. Rimini ed altri la Corte d’Appello Milano ha deciso che nel giudizio per il risarcimento dei danni derivanti da immissioni acustiche intollerabili, legittimati attivi sono tutti coloro che si  ritengono lesi dalle attività rumorose[17].

 

L’utilità di utilizzare la norma in tema di immissione a tutela della salute si basa sulla considerazione che l’inibitoria è fondata, nel sistema accolto dall’art. 844, su un principio di responsabilità essenzialmente oggettivo[18].

I vantaggi del sistema inibitorio sono evidenti, là dove un sistema meramente risarcitorio “induce le imprese a sopportare il costo del danno piuttosto che addebitarlo, potendo poi tanto riversarlo cui consumatori attraverso un semplice ritocco di un prezzo di vendita”[19]

Il ricorso al combinato disposto degli art. 2043 c.c. e 32 Cost. impone che si fornisca la prova del dolo o, quanto meno, della colpa.

Tale orientamento suggerisce ai giudici un’interpretazione dell’art. 844 c.c. frutto della coordinazione con i valori espressi dal testo costituzionale il cui fine è la salvaguardia della salute e dell’ambiente salubre rispetto allo sviluppo industriale. Si richiede all’interprete, in sede di contemperamento delle esigenze della proprietà con gli  interessi alla produzione, di considerare intangibile il fondamentale diritto alla salute[20].

Ne fa fede quell’indirizzo giurisprudenziale che sanziona il soggetto che pone in essere immissioni oltre la normale tollerabilità, senza che sia necessario provare un danno:

nel caso Cerruti c. Delle cave, la Corte d’Appello di Torino ha deciso che le immissioni sonore eccedenti la normale tollerabilità di cui all’art. 844 c.c., pur in assenza di prova idonea a dimostrare la configurabilità di un danno biologico specifico, realizzano una lesione del diritto alla salute  genericamente inteso ex art. 32 cost., che trova il fondamento della sua risarcibilità nell’art. 2043 c.c[21].

 

Infine, vi è, poi, un copioso numero di pronunzie in cui il comportamento lesivo del diritto alla salute è stato inibito attraverso il ricorso all’art. 700 c.p.c[22]. Infatti, il diritto alla salute, così come gli altri diritti fondamentali ed assoluti della personalità, va tutelato, anche con il procedimento ex art. 700 c.p.c., contro ogni nocività da chiunque proveniente, senza che abbia ad applicarsi l’art. 844 c.c., in tema di immissioni, norma non pertinente perché relativa al collegamento tra la persona ed un bene[23]; poiché costituisce un diritto indisponibile, il diritto alla salute non può soffrire limitazione alcuna neanche a seguito di atti di disposizione: ben può essere emesso, pertanto, un provvedimento urgente ex art. 700 c.p.c. a tutela dell’equilibrio fisio - psichico di chi lamenti un danno da immissioni.[24]

 

3. Immissioni e danno esistenziale : una recente sentenza del Tribunale di Milano

 

Con una recente sentenza il Tribunale di Milano[25] ha deciso che la sottoposizione ad immissioni acustiche intollerabili – quand’anche non comporti a carico delle vittime l’insorgere di un danno biologico, correlato all’alterazione dello stato di salute o all’insorgere di una malattia – causa un’alterazione delle normali attività dell’individuo, quali il riposo, il relax, l’attività lavorativa domiciliare e non, la quale integra una danno esistenziale.

Il Tribunale ha poi precisato che il danno esistenziale, in considerazione della sua natura patrimoniale, va risarcito ex art. 2043 c.c., sulla base della valutazione equitativa del giudice, la quale deve tener conto della personalità del soggetto leso, delle attività svolte, e delle alterazioni familiari, sociali, lavorative provocate dal fatto illecito.

La giurisprudenza ha sempre riconosciuto la risarcibilità del danno biologico a seguito del protrarsi di immissioni nocive; danno biologico inteso come menomazione dell’integrità psico – fisica della persona[26].

Tale sentenza merita di essere menzionata poiché è stato ugualmente riconosciuto un risarcimento a fronte di immissioni nocive che hanno provocato un disturbo alla vita di relazione causando stress, disturbando il sonno, ma non costituenti una vera e propria malattia.

Si tratta di un danno che il Tribunale ha ritenuto essere non reddituale, ma di natura patrimoniale. In tal modo il Tribunale può non applicare l’art. 2059 e i suoi stretti vincoli, ma è libero di risarcire tale danno in via equitativa ed autonoma.

 

                                                                     



[1] Il fenomeno delle immissioni è, inoltre disciplinato da una rilevante legislazione speciale dettata a tutela dell’ambiente tra cui si ricorda la c.d. Legge Antismog del 3.07.1966 n. 615, la c. d. Legge Merli del 10.05.1976 n. 319, il D.p.r. 28.05.1988 n. 203, il D.P.C.M. 1.03.1991 in tema di inquinamento acustico, oltre naturalmente l’art. 674 c.p.

[2] Mattei “Immissioni”, in Digesto IV, Torino 1993, pag. 311 e seguenti; Monateri La responsabilità civile, in Trattato di diritto civile diretto da R. Sacco, Torino 1998, pag. 552.

[3] Cass. 13 gennaio 1975 n. 111 in Giur. It. 1975, I, 1, 1035; Cass. 30 maggio 1973 n. 1616, in Foro Pad. 1973, I, 265

[4] Mattei, voce “Immissioni”, cit., pag. 317; si veda anche Musy, Immissioni sonore nell’isola di Ponza, regole economiche superstizioni e soluzioni giuridiche, nota a Cass. Sez. Un. 29 luglio 1995 n. 8300, in Giur. It. 1996, 1,I, c. 328 ss. 

[5] Corte Cost., 23 luglio 1974 n° 247, in Giust. Cost., 1974, pag. 2371, e in Giur. It. 1975 I, 1, 3, con nota di Salvi, Legittimità e razionalità dell’art. 844 c.c.

L’orientamento è stato altresì confermato sempre dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 18 luglio 1986 n. 184 in Giust. Cost., 1986, 1430.

[6] Pret. Bologna, 18 maggio 1972, in Giur. It., 1973, I, 2, 798, con nota di Salvi, Immissioni, ecologia, norme costituzionali.

[7] Cass., 11 settembre 1989 n. 3920, in Mass., 1989; Trib. Verona 13 ottobre 1989, in Giur. It. 1990, I, 2, 374, con nota di Basile, Danno alla salute e immissioni intollerabili; Trib. Milano, 7 giugno 1988 in Foro It., 1989, I, 903; Trib. Napoli, 22 febbraio 1983, in Dir. Giur., 1983, 354, con nota di Sgobbo, La disciplina delle immissioni tra Codice Civile e Leggi Speciali: a proposito di un nuovo caso Italsider.

[8] Cass. Sez. Un. 19 luglio 1985 n. 4263, in Nuova Giur. civ. comm., 1986, p. 226, con nota di De Matteis; in Giust. Civ. 1986, I, 128 con nota di Zerella, La tutela del diritto alla salute e la disciplina delle immissioni.

[9] De Cupis, Disciplina delle immissioni e tutela della salute, in Riv. Trim. Dir. e Proc. Civ., 1983, 252. Iannelli Sulla tutela delle immissioni industriali e sulla non operabilità dell’art. 844 c.c., in Rass. Dir. Civ., 1980, 376; Salvi, “Immissioni”, in Enc. Giur. Treccani, XV, Roma, 1989, 8; Id., Le immissioni industriali, Milano, 1979, 353.

[10] Visintini “Immissioni (Dir. Civ)”, in Noviss. Dig. It., Appendice, III, Torino, 1982, pag. 1220; Scalisi, Immissioni di rumore e tutela della salute, in Riv. Dir. Civ. 1982, I, 1927, D’Angelo, L’art. 844 c.c. e il diritto alla salute, in Tutela della salute e diritto privato, a cura di Busnelli e Breccia, Milano, 1978, pag. 433; Pardolesi, Circolazione del fondo soggetto ad immissioni industriali e diritto all’indennizzo, in Riv. Trim. dir. e proc. Civ., 1978, p. 409 ss.; Perlingeri, Il diritto alla salute quale diritto alla personalità, in Rass. Dir. Civ., 1982, pag. 1030 ss.

[11] De Cupis, op. cit. pag. 252.

[12] L’esigenza di tutelare la salute in modo assoluto come il diritto di proprietà era già avvertita da Jhering, in Zur Lehre von den Beschrankungen des Grundeigenthumers in Interesse der Nachbarn, in Jahrbuchner fur Dogmatik, VI (1863), 119, nota 24. che si chiedeva: “Ma il diritto della personalità, la salute, la vita non meritano la stessa protezione della proprietà ?”. La citazione è contenuta in Mastropaolo, Tutela della salute, risarcimento del danno biologico e difesa delle immissioni, in Giur. It., 1984, I, c. 1537 ss.  

[13] Trib. Bologna, 30 luglio 1993, in Giur. di merito, 1995, 278, con nota di Belfiore.

[14] Cass. 30 luglio 1984 n° 4523 in Giur. It. 1985, I, 1, 1585, Trib. Di Vigevano 25 gennaio 1985 e Pretura di Vigevano 22 marzo 1985 in Foro It. 1986, I, 2872 s.s., con nota di Moccia, Trib. Vigevano 09 febbraio 1982, in Giur. It. 1983, I, 2, 398; Trib. Monza, 26 gennaio 1982, in Giur. It. 1983, I, 2, 399.

[15] Cass. Sez. Un. 06 ottobre 1979, n. 5172, in Foro It. 1979, I, 2302.

[16] Tale posizione è stata per la prima volta enunciata in Cass. 6 aprile 1983 n° 2396 in Giur. It. 1984, I 1, 537, con nota di Mastropaolo, Tutela della salute, risarcimento del “danno biologico” e difesa dell’immissioni.

[17] C. App. Milano, 17 luglio 1992, in Resp. Civ. e Prev., 1993, 995 con nota di Ctalano

[18] Attenta dottrina osserva che: L’art. 844 c.c. è norma contraddistinta da una intrinseca logica proprietaria, estranea a quella risarcitoria personale. C’è però chi parla di proprietà personale, che sarebbe quella cui inerisce strettamente il diritto alla salute, come nel caso di abitazione” Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, VI ed. 1996, 177.

[19] Scalisi, op. cit., pag. 130.

[20] Scalisi, op. cit., 144; Visintini, Il divieto di immissioni e il diritto alla salute nella giurisprudenza odierna e nei rapporti con le recenti leggi ecologiche, in Riv. Dir. civ., 1980, II, 263; Gambino, Le immissioni, in Giur. Merito, 1983, 1083, Moccia, in Foro It. 1986, I, 2870 ss., nota a App. Venezia 31 maggio 1985, Trib. Vigevano 25 gennaio 1985, P. Vigevano ord. 22 marzo 1985 e P. Tiene ord. 13 ottobre 1984 

[21] App. Torino, 4 novembre 1992, in Giur. Di Merito, 1993, 949, con nota di Del Peschio; App. Milano, 17 luglio 1992, in Arch  Locazioni, 1993, 496, con nota di Maglia; ibidem in Nuova Giur. Civ., 1993, I, 786, con nota di De Giorgi 

[22] Pret. Ciriè, 6 ottobre 1994, in Mattei, La proprietà immobiliare, II ed. a cura di Chianale, Torino, 1995, 345; Pret. Bologna, 18 giugno 1993, in Giust. Civ. 1994, I, 1715 ; Trib. Bologna, 20 luglio 1993, in Foro It. 1994, I, 205; Pret. Milano, 18 febbraio 1993, in Arch. Locazioni 1994, 391; Pret. Pescara, 15 marzo 1992, in Giur. Merito, 1993, I, 1211; Pret. Verona ord. 29 giugno 1984, in Foro It. 1984, I, 2906; Pret. Catania, ord. 16 luglio 1980, in Giust. Civ. 1980, I, 2824, con nota di Paradiso, Tutela della salute, diritto civile e problemi di selezione di interessi; Pret. Vigevano ord. 6 aprile 1978, in Giur. Merito, 1978, I, 761,  con nota di Caputo, Applicabilità dei provvedimenti d’urgenza in tema di immissioni; Pret. Monza ord. 15 giugno 1976, in Giust. Civ. 1977, I, 542, con nota di Alvino, I provvedimenti d’urgenza con particolare riferimento all’art. 844 c.c.; Pret. Bari, 13 gennaio 1973, in Foro it. 1973, I, 281.

[23] Tale giurisprudenza si pone sul solco tracciato da quella dottrina che, sulla scorta di approfondite analisi di diritto comparato, rinviene nell’art. 700 c.p.c. un rimedio inibitorio tipico esperibile contro qualsiasi tipo di illecito, Frignani, L’injunction nella common law e l’inibitoria nel diritto italiano, Milano, 1974, 441

[24] Pret. Torino 27 dicembre 1990 in Dir. Fam., 1991, 1060.

[25] Trib. Milano, 21 ottobre 1999, in Resp. Civ. e Prev. 1999, 1335, con nota di Ziviz, Il danno esistenziale preso sul serio.

[26] Fra le tante Trib. Milano, 25 giugno 1998, in Resp. Civ. e Prev., 1999, 179; App. Milano, 9 maggio 1986, in Foro It, 1986, I, 2870, con nota di Moccia, in Giur. Merito, 1986, 1069, Resp. Civ. e Prev. 1986, 559; Cass. 6 aprile 1983, n. 2396, con nota di Mastropaolo, cit.