Convenzione di Roma e contratti di compravendita internazionale di merci: una (discutibile) applicazione da parte della Suprema Corte

 

 

di Paola Migliore

 

 

 

CASSAZIONE CIVILE, SEZIONI UNITE, 14 dicembre 1999, n. 895 – IANNOTTA Presidente – CORONA Relatore - Imperial Bathroom co. plc.c. (avv. Jaeger) - Soc. sanitari Pozzi (avv. De Luca).

 

Giurisdizione civile – Compravendita internazionale di merci – Inadempimento – Controversia instaurata dalla società italiana contro società straniera acquirente – Obbligazioni principali da eseguirsi in Italia – Giurisdizione del giudice italiano (Cod. proc. civ., 4 l. 18 dicembre 1984 n. 975; l. 11dicembre 1985 n. 765, art. 57)

 

 

In tema di compravendita internazionale di merci, al fine di stabilire se sussiste la giurisdizione del giudice italiano sulla domanda con la quale il venditore italiano conviene in giudizio l'acquirente straniero per l'adempimento delle obbligazioni su quest'ultimo gravanti, occorre aver riguardo all'art. 4 della convenzione di Roma del 19 giugno 1980 resa esecutiva con l. n. 975 del 1984, secondo il quale il contratto è regolato, in mancanza di scelta delle parti, dalla legge del paese con il quale presenta il collegamento più stretto, e all'art. 57 della convenzione di Vienna del 11 aprile 1980, ratificata con l. n. 765 del 1985, secondo il quale l'acquirente deve pagare il venditore presso la sede d'affari di quest'ultimo; ne consegue che deve affermarsi la giurisdizione del giudice italiano con riguardo alla controversia per inadempimento relativo ad un contratto di vendita e distribuzione di prodotti di una società italiana ad una società inglese, giacché le obbligazioni caratteristiche di tale contratto (acquisto della merce a pagamento del relativo prezzo) dovevano essere eseguite in Italia, ed è pertanto questo il paese col quale il contratto del cui adempimento si controverte presenta il collegamento più stretto. (1)

 

(1)

Nel caso di specie, una società italiana produttrice di sanitari stipula un contratto con una società inglese, in forza del quale quest’ultima si impegna ad acquistare e quindi a distribuire alcuni tipi ed una determinata quantità di prodotti della società italiana. Successivamente, la società inglese distribuisce solo un tipo di prodotti, acquista una quantità di merce inferiore al minimo pattuito ed effettua in ritardo i pagamenti dovuti. Convenuta dalla società italiana innanzi al Tribunale di Milano, per la pronunzia di risoluzione del contratto e per la condanna al risarcimento dei danni, la società inglese si costituisce eccependo il difetto di giurisdizione del giudice italiano e domandando, nel merito, il rigetto delle istanze di parte attrice. Trascorsi due anni, la società inglese propone regolamento preventivo di giurisdizione.

La Suprema Corte, avendo ritenuto trattarsi di un contratto di compravendita cui accede un patto di distribuzione, dichiara la giurisdizione del giudice italiano

1.

In relazione al richiamo che si legge in motivazione alla norma di cui all’art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles del 1968, concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, resa esecutiva con l. 21 giugno 1971, n. 804, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha fissato alcuni principi per una corretta applicazione, che può essere utile riportare brevemente qui di seguito.

Innanzi tutto, la norma di cui all’art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles del 1968, va riferita all’obbligazione contrattuale che serve di base all’azione giudiziaria (Sentenza 6 ottobre 1976, causa 14/76, De Bloos c. Bouyer, in Riv. Dir. Internaz. Priv. e proc., 1977, 176).

In modo tale che, una volta individuata l’obbligazione dedotta in giudizio, sarà competente il giudice del luogo in cui tale obbligazione sarebbe dovuta essere eseguita, secondo la legge applicabile al contratto.

Ove la legge applicabile al contratto è determinata dal giudice adito in base alle norme internazional-privatistiche del foro (sentenza 6 ottobre 1976, causa 12/76, Industria Tessili Italiana Como c. Dunlop A.G., in Riv. Dir. Internaz. Priv. e Proc., 1977, 171. Si vedano, in proposito, POCAR, La Convenzione di Bruxelles sulla giurisdizione e l’esecuzione delle sentenze, Milano, 1986, 97; SALERNO, L’incidenza del diritto applicabile nell’accertamento del forum destinatae solutionis, in Riv. Dir. Internaz., 1995, 76 ss.).

Secondo la Corte di Giustizia, quest’ultimo principio non muta qualora le norme di conflitto del foro adito facessero rinvio all’applicazione al rapporto contrattuale di una legge uniforme quale, ad esempio, le normative in materia di compravendita internazionale di beni mobili dettate dalla Convenzione dell’Aja del 1964 e, in seguito, dalla Convenzione di Vienna del 1980 (sentenza 29 giugno 1994, causa 288/92, Custom Made Commercial c. Stawa Metallbau GmbH, in Riv. Dir. Internaz. Priv. e Proc., 1994, 675. Per un’analisi critica dell’art. 5 n. 1, e delle sentenze suriportate, si veda il recente trattato di MARI, La competenza in materia contrattuale nella Convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968, in Studi Urbinati, Urbino, 1999, 9 ss. Ed ancora, DE CRISTOFARO, Il foro delle obbligazioni, profili di competenze e giurisdizione, Torino, 1999, 234 ss.).

In materia contrattuale, al fine di stabilire in quale luogo il contraente deve adempiere l’obbligazione dedotta in giudizio, ai sensi dell’art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles, si deve dunque aver riguardo alla Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, resa esecutiva in Italia con legge 18 dicembre 1984, n. 975 (per un panorama completo sulla Convenzione di Roma del 1980, vedi, BALLARINO, Fondamenti di Diritto Internazionale Privato e Processuale, Padova, 1999, 277; ancora BALLARINO, Diritto Internazionale Privato, seconda edizione, Padova, 1996, 586; VILLANI, La Convenzione di Roma sulle leggi applicabili alle obbligazioni contrattuali, a cura di Tito Ballarino, Milano, 1994, 19 ss., ed in Riv. Dir. Internaz. Priv. Proc., 1993, 513 ss.; BONOMI, Il nuovo diritto internazionale privato dei contratti: la Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 è entrata in vigore, in Banca Borsa, 1992, I, 36; VITTA Influenze americane nella convenzione CEE sulle obbligazioni contrattuali, in Riv. Dir. Internaz. Priv. Proc., 1983, 260).

In conformità con questa impostazione, nella sentenza in commento, la Corte di Cassazione ritiene che, in “relazione ai contratti di vendita internazionale di merci, al fine di stabilire se sussista la giurisdizione del giudice italiano”, occorre aver riguardo all’art. 57 della l. 1995/218, di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato che richiama la Convenzione di Roma del 1980 (sull’art. 57, l. 1995/218, TREVES, in POCAR, TREVES, CARBONE, GIARDINA, LUZZATO, MOSCONI, CLERICI, Commentario del nuovo diritto internazionale privato, Padova, 1996, 272 ss.).

Perciò, ai sensi dell’art. 4.1 della Convenzione di Roma, il Collegio applica al contratto la legge del Paese con il quale presenta il collegamento più stretto.

Ove, ai sensi dell’art. 4.2, si presume che il collegamento più stretto si abbia con il Paese in cui la parte che deve fornire la “prestazione caratteristica” ha, al momento della conclusione del contratto, la propria residenza abituale o la propria amministrazione.

In tal senso, risulta pacifica l’individuazione, operata dalla Corte nella sentenza in epigrafe, della prestazione caratterizzante il contratto nella prestazione non pecuniaria, ossia in quella facente capo al venditore italiano (per una rassegna della giurisprudenza straniera e della Corte Comunitaria formatasi sul punto specifico, FRIGESSI, Le prime esperienze giurisprudenziali sulla Convenzione di Roma del 19 giugno 1980, in Riv. Dir. Internaz. Priv. e Proc., 1992, 819.).

2.

Pur essendo in linea con il percorso normativo che regola la competenza in materia contrattuale, nella fattispecie, il richiamo del Collegio alla Convenzione di Roma del 1980 appare tuttavia criticabile.

In tema di compravendita internazionale, la Convenzione di Roma cede, o perlomeno dovrebbe cedere, il passo ad altre norme di conflitto ed, in modo particolare, alla Convenzione dell’Aja del 1955, resa esecutiva con l. 4 febbraio 1958 n. 50, istituita allo scopo specifico di unificare le norme di diritto internazionale privato in materia di compravendita internazionale avente per oggetto beni mobili corporali (al pari della Convenzione di Roma, la Convenzione dell’Aja del 1955 ha portata universale: ovvero si applica per il solo fatto di aver adito il giudice di uno Stato contraente, in quanto essa si sostituisce, nel suo ambito, alle norme interne di diritto internazionale privato (art. 7). Per una trattazione più estesa sulla Convenzione dell’Aja del 1955, si vedano BALLARINO, Diritto Internazionale Privato, cit., 596; MOSCONI, Diritto Internazionale Privato e Processuale, Parte Speciale, Torino, 1997, 133; VITTA, Corso di Diritto Internazionale Privato e Processuale, seconda edizione, Torino, 1983, 308; LANCIOTTI, Norme uniformi di conflitto e materiali nella disciplina convenzionale della compravendita, Napoli, 1992).

In altri termini, si può ritenere che, con la sentenza in rassegna, il Collegio affronti, ancorché implicitamente, la questione se gli Stati aderenti alla Convenzione dell’Aja del 1955 debbano o meno continuare ad applicare quest’ultima una volta ratificata la Convenzione di Roma. Questione che ha assunto importanza reale in seguito all’entrata in vigore della Convenzione di Roma, avvenuta il 1° aprile 1991.

A questo riguardo, la dottrina si è espressa in maniera pressoché unanime nel senso che la Convenzione di Roma del 1980 cede di fronte alle Convenzioni in materia di compravendita, come appunto la Convenzione dell’Aja del 1955.

Ciò sia in quanto queste ultime costituiscono disciplina speciale ratione materiae di fronte al carattere generale, riferito cioè a tutte le obbligazioni contrattuali, proprio della normativa di Roma, sia poiché la stessa Convenzione di Roma, all’art. 21 espressamente stabilisce che essa “non pregiudica l’applicazione delle Convenzioni internazionali di cui uno Stato contraente è o sarà parte” (fra i tanti, MARI, cit., 101; FERRARI, La vendita internazionale, in Tratt. Dir. Comm. diretto da F. Galgano, Padova, 1997, 68; BENEDETTELLI, La legge regolatrice delle obbligazioni contrattuali tra Convenzione di Roma e Diritto Internazionale Privato Comune, in Dir. Comm. Internaz., 1996, 715 ss.; TREVES, Legge 31 maggio 1995 n. 218, art. 57, in Riv. Dir. Priv. Internaz. e Proc., 1995, 1176; LAGARDE, Les Limites objectives de la Convention de Rome (conflits de lois, primauté du droit communautaire, rapports avec les autres conventions), in La Convenzione di Roma sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, II. Limiti di applicazione. Lectio notariorum, a cura di BALLARINO, Milano, 1994, 62 ss.; LUZZATO, voce “Vendita (dir. Internaz. Priv.), in Enc. Dir., Milano, 1993; BONOMI, Il nuovo diritto internazionale privato dei contratti: la Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 è entrata in vigore, in Banca Borsa, 1992, I, 36; SACERDOTI, I criteri di applicazione della Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale: diritto uniforme, diritto internazionale privato e autonomia dei contraenti, in Riv. Trim. Dir. e Proc. Civ., 1990, 733 ss.; ROSSI, Il problema dei conflitti tra le convenzioni promosse dalla CEE e dalle Conferenza Permanente dell’Aja sulla disciplina internazionalprivatistica delle vendita internazionali, in Dir. Com. Scambi Int., 1986, 357 ss.; BOSCHIERO, Una recente sentenza in materia di vendita internazionale, in Riv. Dir. Internaz. Priv. Proc., 1984, 687; CASSONI, La compravendita nelle convenzioni e nel diritto internazionale privato, in Riv. Dir. Internaz. Priv. e Proc., 1982, 429 ss.;).

In senso contrario, si riporta la posizione isolata di NICOLELLA e ORLANDI, in nota a T. Verona, 20 luglio 1992, in Giur. Merito, 1993, 966, Rep. Giur. It., 1993, voce “Competenza e Giurisd. Civ.”, n. 289, 290, 312, secondo i quali l’entrata in vigore della Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 avrebbe privato di efficacia, almeno per quanto riguarda i contratti stipulati fra contraenti residenti nella CEE, la Convenzione dell’Aja del 1955.

Nella decisione che si annota, il richiamo esclusivo alle norme di conflitto contenute nella Convenzione di Roma del 1980, sembrerebbe avallare l’orientamento di minoranza della perdita di efficacia della Convenzione dell’Aja del 1955 (si veda, sul punto, Cass., 1 febbraio 1999, n. 6, in Riv. Dir. Internaz. Civ. e proc., 2000, 112, ed in Mass. Giur. It. 1999. Inoltre, in giurisprudenza di merito, A. Milano, 18 luglio 1997, in Riv. Dir. Internaz. Priv. Proc., 1997, 980, per un commento sulla sentenza, CLERICI, Forum Solutionis e Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 al vaglio della giurisprudenza italiana, ibid., 873).

La tesi minoritaria non sembra tuttavia convincente, sia alla luce del criterio di specialità sopraesposto, sia della normativa di diritto internazionale privato in vigore nel nostro paese, dalla quale emerge l’intento del legislatore di preservare l’efficacia delle Convenzioni internazionali già esistenti, a prescindere dall’entrata in vigore della Convenzione di Roma del 1980 (si vedano l’art. 2 della l. 1995/218, secondo cui la riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato non pregiudica “l’applicazione delle convenzioni internazionali in vigore per l’Italia”; inoltre, specificamente sul punto, l’art. 57 della stessa legge in cui è stabilito che le obbligazioni contrattuali sono regolate dalla Convenzione di Roma “senza pregiudizio delle altre convenzioni internazionali, in quanto applicabili”).

3.

In tale prospettiva, nella decisione in epigrafe, perde altresì saldezza, poiché fondato su di una scorretta applicazione della normativa di conflitto in materia, il richiamo alla norma di cui all’art. 57 della Convenzione di Vienna dell’11 aprile 1980 sulla vendita internazionale di beni mobili, ratificata dall’Italia con legge 11 dicembre 1985, n. 765. La quale norma ha introdotto negli ordinamenti degli Stati contraenti “una regola di carattere generale, tale da non consentire il pagamento in luogo diverso dalla sede dell’alienante” (così Cass., 7 agosto 1998, n. 7759, in Mass. Giur. It., 1998, citata in motivazione. Si sottolinea che la Convenzione di Vienna è stata concepita allo scopo di sostituire, almeno in parte, le diverse discipline nazionali con un regime unitario delle vendite aventi carattere transfrontaliero. Per ulteriori riferimenti bibliografici sull’argomento, vedi BALLARINO, Diritto Internazionale Privato, cit., 641; una panoramica sulla giurisprudenza al riguardo si legge in LIGUORI, La Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale di beni mobili nella pratica: un’analisi critica delle prime cento decisioni, in Foro It., 1996, IV, 145; ed ancora LUZZATO, voce “Vendita (Dir. Internaz. Priv.), in Enc. Dir., vol. XLVI, Milano, 1993. Sulle questioni di convivenza delle convenzioni internazionali in tema di giurisdizione, si vedano CLERICI, Forum solutionis e Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 al vaglio della giurisprudenza italiana, in Riv. Dir. Internaz. Priv. e Proc., 1997, 873 ss.; BOSCHIERO, Il coordinamento delle norme in materia di vendita internazionale, Padova, 1990; CONETTI, Problemi di diritto internazionale privato derivanti dalla partecipazione dell’Italia alla Convenzione di Vienna del 1980, ivi, 1987, 41).

In modo particolare, nella fattispecie, la compravendita è stata conclusa tra una società italiana ed una società avente sede in uno Stato, il Regno Unito, che non ha aderito alla Convenzione di Vienna del 1980.

In tal caso, la Convenzione di Vienna sarebbe applicabile solamente qualora, ai sensi dell’art. 1, 1° comma lett. b) della Convenzione medesima, le norme internazional-privatistiche del foro adito rinviassero alla legislazione italiana quale legge applicabile al contratto (per un’analisi dettagliata dell’articolo 1 della Convenzione di Vienna vedi FERRARI, La vendita internazionale, in Tratt. Dir. Comm. diretto da F. Galgano, Padova, 1997, 25; CARBONE e LOPEZ DE GONZALO, in Leggi civ. comm., 1989, 2; ed ancora CARBONE, L’ambito di applicazione ed i criteri interpretativi della Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale, in La vendita internazionale, Milano, 1981, 61 ss.. In modo specifico sulla norma di cui all’art. 1, 1° comma, lett. b, FERRARI, Vendita Internazionale di beni mobili, in Commentario del cod. civ., a cura di Scialoja e Branca, Libro IV, Delle Obbligazioni, Tomo I, Bologna-Roma, 1994).

Ne deriva, nel caso di specie, che la mancata applicazione della Convenzione dell’Aja del 1955 getta incertezza anche sull’efficacia del richiamo alla Convenzione di Vienna del 1980.

Per altro verso, ulteriori perplessità potrebbero insorgere riguardo all’impiego di una norma di diritto uniforme, quale la disposizione contenuta all’art. 57 della Convenzione di Vienna, al fine esclusivo di “individuare il forum destinatae solutionis” di una controversia.

Sotto questo aspetto, è tuttavia necessario rilevare che la tendenza ad attribuire efficacia processuale, oltre che sostanziale, alla Convenzione di Vienna non costituisce propriamente una novità nella giurisprudenza della Suprema Corte. Si potrebbe anzi ritenere che ciò avvenga in conseguenza della sistematica disapplicazione della Convenzione dell’Aja del 1955, la quale è stata regolarmente controbilanciata dall’impiego delle Convenzioni di diritto uniforme dell’Aja del 1964 e, successivamente, di Vienna del 1980 (in dottrina, sul punto, ad esempio, MARI, cit., 101. In giurisprudenza, Cass., 5 novembre 1998, n. 11088, in Giur. It., 1999, 1809, con nota di L(uca) G(iovanni) C(astellani) cui si rinvia per ulteriori riferimenti giurisprudenziali e di dottrina, sia italiana sia straniera sul punto specifico; Id., 9 giugno 1995, n. 6499, in Foro Pad., 1997, I, 1, con nota critica di MARI, ed in Mass. Giur. It., 1995; Id., 8 maggio 1998, n. 4668, in Mass. Giur. It., 1998; Id., 24 ottobre 1988, n. 5739, in Foro It., 1989, I, 2878, con nota di PISANESCHI, ed in Mass. Giur. It., 1989; Id., 20 marzo 1986, n. 1971, in Giur. It., 1987, I, 1, 912, con nota di ZENO-ZENCOVICH.).

A completamento del quadro, può essere infine interessante osservare che l’impostazione assunta dalla Suprema Corte non trova riscontri nella giurisprudenza di merito, la quale ha finora applicato con maggior rigore la normativa di conflitto.

In particolare, si segnala T. Verona, 20 luglio 1992, in Giur. Merito, 1993, 966, in Rep. Giur. It., 1993, voce “Competenza e Giurisdiz. Civ.”, n. 289, 290, 312, secondo il quale, in tema di vendita internazionale di beni mobili incorsa tra due società aventi sede rispettivamente in Francia ed in Italia, l’individuazione del locus solutionis, secondo l’art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles del 1968, va effettuata, in assenza della scelta delle parti, in applicazione della Convenzione dell’Aja del 1955 e della Convenzione dell’Aja del 1964, sulla vendita internazionale di beni mobili (si veda, inoltre, T. Monza, 14 gennaio 1993, in Giur. It., 1994, I, 2, 146, con nota di BONELL La prima decisione italiana in tema di convenzione di Vienna sulla vendita internazionale, ed in Riv. Dir. Internaz. Priv. e Proc., 1995, II, 669, commentato da FERRARI, Diritto uniforme della vendita internazionale: questioni di applicabilità e diritto internazionale privato, che ha escluso l’applicabilità della Convenzione di Vienna, in virtù dell’art. 1, 1° comma, lett. b), nella controversia tra due parti di cui una residente in uno Stato non ancora contraente, la Svezia, non essendo nella fattispecie applicabili le norme di diritto internazionale privato, avendo le parti medesime individuato in via negoziale la legge regolatrice del contratto).

Altrettanto degne di nota sono due decisioni del Tribunal de Commerce de Bruxelles, la prima del 13 novembre 1992 (R.G. 4825/91) la seconda del 5 ottobre 1994 (R.G. 1205/93), facenti entrambe riferimento a controversie insorte tra un compratore belga ed un venditore italiano. In ambedue i casi, il Tribunale ha ritenuto che, nonostante il Belgio non avesse ancora ratificato la Convenzione di Vienna del 1980, le norme di diritto internazionale privato vigenti in Belgio (segnatamente la Convenzione dell’Aja del 1955) portavano all’applicazione del diritto italiano, ovvero di uno Stato contraente ai sensi dell’art. 1, 1° comma, lett. b) della Convenzione di Vienna, la quale doveva pertanto ritenersi applicabile (entrambe le sentenze sono riportate in Rassegna Giurisprudenziale in tema di Vendita Internazionale a cura di Bonell e Mari, in Dir. Comm. Internaz., 1997, 721 e 727).

4.

Rimane aperta la questione se la Corte sarebbe pervenuta a dichiarare un diverso forum destinatae solutionis qualora, nella decisione in esame, la normativa della Convenzione dell’Aja del 1955 avesse prevalso sulla Convenzione di Roma del 1980.

In linea generale, la riposta al quesito sarebbe negativa: in mancanza di scelta della legge applicabile, la Convenzione dell’Aja del 1955 stabilisce infatti che si applichi la legge del paese in cui il venditore ha la residenza abituale o lo stabilimento al momento in cui riceve l’ordine (art. 3, primo comma).

Nella fattispecie, tale criterio avrebbe pertanto condotto alla legislazione italiana, e quindi all’applicabilità della Convenzione di Vienna del 1980.

Tuttavia, in proposito, non è possibile concludere con una certezza, atteso che la Convenzione dell’Aja del 1955 contiene una deroga importante al criterio della residenza del venditore: ossia nei casi in cui l’ordine relativo alla vendita è stato ricevuto dal venditore, oppure da un suo rappresentante, agente o commesso viaggiatore, nel paese in cui il compratore ha la propria residenza, o è situato lo stabilimento dell’acquirente che ha inviato l’ordine, diventa applicabile la legge dello Stato dove ha sede il compratore (art. 3, 2 comma).

Ove, lo scopo di tale deroga sta proprio nella necessità di proteggere le aspettative del compratore che, nelle circostanze indicate, può legittimamente attendersi di vedere applicata la legge del proprio paese (per tutti, BALLARINO, Diritto Internazionale Privato, cit. 638).

Nel caso regolato dalla sentenza in commento, i pochi elementi inerenti alle circostanze di fatto presenti in narrazione se, da un canto, confermano l’attitudine della Cassazione a non prendere in considerazione il criterio di collegamento ai sensi dell’art. 3 della Convenzione dell’Aja del 1955, dall’altro non consentono un’esclusione netta della deroga di cui all’art. 3, 2° comma, della Convenzione medesima: ben avrebbe potuto trattarsi di un contratto concluso da un agente o rappresentante della società italiana operante nel Regno Unito.

Seguendo quest’ipotesi, la giurisdizione dei giudici inglesi sarebbe senz’altro prevalsa nella decisione della Corte.