Prev Top Next

11. Le Fonti Sovranazionali

Su un dato territorio possono essere in vigore non solo norme di produzione municipale, ma anche norme, emanate da autorità sovranazionali o internazionali, o adottate convenzionalmente da una pluralità di Stati i. Se tali norme sono equiparate alla legge ordinaria, dovrebbero agevolmente spiazzarla o per ragione di competenza o di successione temporale ii.

Tali norme pongono vari problemi , tra cui quello della loro interpretazione e del loro controllo di costituzionalità.

Ai fini dell'interpretazione la norma sovranazionale dovrebbe stingere su quella municipale, poichè il paese dato ha accettato le regole e i valori dell'autorità che la ha emanata, ovvero ha accettato i valori e le regole del patto convenzionale. Viceversa le regole di origine interna non possono servire all' interpreta- zione delle norme sovranazionali, le quali meritano un' interpretazione uniforme, che non può essere lasciata in balia "dei contraccolpi dei vari ordinamenti interni degli Stati, considerati nel loro incessante divenire" iii. Qualora la norma sovranazionale non definisca un istituto, è una linea coerente con il principio precedente quella di definirlo comparando il diritto dei molteplici Stati aderenti, traendone un common core senza privilegiare una data nozione municipale.

Analogo problema si pone per quanto attiene al controllo di costi-tuzionalità di tali norme. Ritenere il diritto uniforme prevalente su quello statale anche di rango costituzionale è coerente con le declamazioni che vogliono uno sviluppo del primo. Abbandonare il diritto uniforme alle diverse possibili pronuncie di incostituzio-nalità delle varie corti municipali significa lavorare per scar-dinarlo iv.

La prevalenza del diritto comunitario sul diritto interno è stata affermata dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia delle Co-munità Europee v. Varie posizioni municipali contrastano però con questo assunto . In particolare quando si sostiene vi che, al controllo di validità dei regolamenti comunitari compiuto dagli organi della Comunità si debba affiancare il controllo della conformità delle norme comunitarie ai principi costituzionali, che spetta al giudice municipale. Inoltre, per quanto riguarda ad es. l'Italia, siccome si sostiene che i regolamenti comunitari non rientrano fra gli atti assoggettabili al controllo della Corte Costituzionale, si ritiene che tale controllo debba essere svolto da qualunque giudice italiano che debba applicare un regolamento comunitario, incidenter tantum e con efficacia limitata al caso deciso, peraltro ammettendosi "eventualmente" il ricorso alla Corte di Giustizia per l'interpretazione del regolamento in questione. Una soluzione che è palesemente in grado di depotenziare l'impatto del diritto uniforme su quello municipale, che in questo caso viene difeso attraverso le interpretazioni giudiziali della Costituzione; le quali - dato il contrasto con le direttive - possono incarnare un conflitto con i valori e di fini politici perseguiti dalla Comunità.

La soluzione finale adottata in Italia ha però visto dominare la prevalenza del'ordinamento comunitario : la capacità di deroga alla costituzione delle norme comunitarie è nella logica stessa dei trattati, i quali sono amissibili ex art. 11 Cost., che prevede una autolimitazione dell'ordinamento interno vii. Non solo, ma tale impostazione ha portato la Corte costituzionale a ritenere che il contrasto della legge italiana con i principi dei trattati "comporta violazione dell'art. 11 della nostra Costituzione" viii. Per quanto attiene ai regolamenti, è divenuta prevalente la doctrine per cui diritto comunitario e diritto interno si configurano come sistemi giuridici autonomi e distinti, ancorchè coordinati secondo una ripartizione di competenza ix. Perciò non esiste un potere di controllo di costituzionalità sui regolamenti che non sono fonti di diritto interno.

Prev Top Next