LA RETORICA, LA LOGICA E L'INTERPRETE

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L'interpretazione è stata innanzitutto una figura retorica . Essa si da quando si giustapongono due frasi coordinate col medesimo significato, di modo che la seconda chiarisce e rafforza la prima.

Nella Rhetorica ad Herenium si trova il seguente esempio "rem publicam radicitus evertisti, civitatem funditus deiecisti". In Quintiliano si usa il verbo "interpretari" per denotare quelle situazioni in cui compaiono nella frase due parole col medesimo significato, in modo che una è appunto la chiarificazione, o l'interpretazione dell'altra; ovvero quando dopo una data parola, compaia una frase esplicativa del suo senso.

Gli studiosi attuali di retorica parlano a tale proposito di "sinonimia glossante" .

In tanto che figura retorica l'interpretatio è stata fin dall'inizio connessa con la similitudine. Il simile fu utilizzato dai retori latini come un locus dimostrativo , che in coppia col suo opposto diede luogo ai quattro loca che sono poi alla base della razionalizzazione degli argomenti giuridici : il locus a simile nel cui ambito si riscontrano il locus a majore ad minorem e quello a minore ad majus ; ed il locus a contrario . Com'è noto questa razionalizzazione fu alla base della presentaazione medievale della logica giuridica, con uno slittamento dalla retorica tribunalizia dei romani alla logica dei medievali che val la pena d'essere meditata.

I moderni studiosi della retorica hanno coniato l'espressione "discorsi di ri-uso" per designare, all'interno di ogni società, quei discorsi o testi che possono venire utilizzati più volte per dominare situazioni tipiche all'interno dell'ordine sociale, come strumento per il mantenimento della continuità di un tale ordine . Essi sono soliti includere fra questi discorsi o testi di riutilizzo le leggi sacre e profane, le formule sacrali e profane, e quei discorsi prefissati per celebrare o ricordare momenti socialmente importanti di coscienza collettiva.

E' rispetto a questi discorsi che l'allegoria, proprio in quanto sviluppo dellla figura del simile , divenne uno dei principi cardini di interpretazione, quando, appunto, si trattava di servirsi di tali discorsi di ri-uso per applicarli a nuove situazioni.

E' ben noto infatti come i Retori alessandrini sviluppassero le loro teorie ermeneutiche proprio sull'esercizio , ed il diletto, della pratica dell'interpretazione allegorica dei testi di Omero, per adattarli alle situazioni loro contemporanee. Questi dotti Pagani legarono le loro tecniche ai devoti Padri della Chiesa.

Lo studio della retorica manteneva in contattto le tecniche dei giuristi e i problemi dei letterati . L' interpretatio aveva così una duplice funzione retorico-dimostrativa : quella di glossario, e di sviluppo di sinonimia, come tradizione del linguaggio tecnico del diritto; e quella di applicazione di un testo ai fatti mediante lo sviluppo di una tipologia di figurae juris in grado di dominare i fatti sociali.

Naturalmente i rapporti tra retorica e diritto sono stati variamente investigati da vari autori , ciò che a noi qui banalmente interessa ricordare è come parallelamente a questi sviluppi dell'arte della retorica, se ne ebbero altri d'indole filosofica che, a partire dal famoso Liber de interpretatione non hanno pure mancato di lasciare una loro impronta nelle formule declamate dai giuristi. Fu, infatti, Aristotele a porre in modo filosoficamente esplicito il problema dell'interpretazione tra i fatti e le parole e tra queste e la psiché o mens di colui che pronunzia o scrive tali parole . Il Filosofo non mancò di stabilire quella relazione che poi sempre i giuristi hanno ripetuto, dicendo che il testo letterale è simbolo dei concetti della mente che si vogliono esprimere . Dalle macchie di inchiostro si risale così ai termini, e da questi al vero contenuto del messaggio che era presente nella mente di chi effettuò la dichiarazione .

Spesso i giuristi si fermano ad una conoscenza della logica classica. Ma anche la logica moderna ha qualcosa da dire sui problemi dell' interpretazione dei linguaggi tecnici e volgari, sul problema della loro semantica; su quelllo della decidibilità o meno di certe proposizioni, e pertanto anche su quello della loro dimostrabilità all'interno di un dato sistema o linguaggio , tutte questioni che in qualche modo i giuristi affrontano assumendo un atteggiamento ermeneutico nei confronti di determinate fonti intese come testi autoritativi.

Per quel che attiene ai problemi che stiamo brevemente indagando si può ricordare che Wroblewski ha giustamente messo in rilievo come la presunta chiarezza di un testo "is subject dependent in a given context" .

Da un punto di vista logico è inoltre ben chiaro come un linguaggio qualunque non possa sviluppare da sè la propria semantica . Cioè un qualunque linguaggio non ha la frza di parlare di sè stesso e dei fatti cui si riferisce. Un'idea giustamente espressa anche da Calabresi con la locuzione "words do not interpret themselves" . Occorre sempre un meta-linguaggio che abbia ad oggetto quel linguaggio e i fatti cui esso si riferisce.

Appare pertanto sicuramente naive la credenza che le parole stesse possano dirci qual è il loro significato, anche se ovviamente noi non ci accorgiamo solitamente di questa difficoltà prerchè abbiamo sempre appreso ad accoppiare certe aprole a certi fatti. Noi adoperiamo insieme linguaggio e meta-linguaggio senza essere seriamente consci della loro differenza, anche se è vero che ce ne accorgeremmo immediatamente qualora si trattasse di istruire una macchina sull'uso di un qualunque determinato linguaggio .

Studiando le declamazioni giuridiche con tali nozioni logiche è stato precisato che cosa si può intendere per chiarezza nel contesto dell'i. d'un testo : "In a situation of clarity there is an isomorphism between the norm and fact-situation, whereas the lack of clarity creates the need for interpretation" . Sarebbe il caso di chiarire ulteriormente come tale isomorfismo tra norma e fattispecie sia una creazione dello, ovvero si ritrovi nello, spirito dell' interprete. E' cioè l'interprete che crea o ha in mente tale isomorfismo tra norma e fatti. Quando tale isomorfismo non appare immediatamente allora si presenta la necessità di dare ingresso a varie rationes le quali possono giustificare comunque un tipo di corrispondenza tra la legge e un certo insieme di fatti.

Si deve considerare a tale proposito come alcuni linguaggi non siano completamente chiari, ma possano venir detti "fuzzy languages" . Il che vuol dire che rispetto a tali linguaggi vi sono degli oggetti x, y o z , per cui non si può determinare, sulla base delle regole semantiche espresse , se essi appartengono o meno ad una data classe linguistica A, B o C.

Ciò vuol banalmente dire che se un sistema è espresso in un linguaggio, ed un linguaggio è anche un insieme di caselle o classi linguistiche, come tavolo, quadro, topo, contratto, colpa, dolo, dazione in pagamento, ecc. può non esistere per quel linguaggio (e quindi per quel sistema) una procedura completa di decidibilità, che assegni sempre una data classe di fatti ad una e una sola classe linguistica in ogni situazione data. Cioè in un fuzzy language esiste almeno un x del quale non è vero che o x è membro di A, o x non è membro di A, ovvero la proposiizone x è memro di A è indecidibile sulla base delle regole espresse.

Data, allora, l'insufficienza delle regole semantiche espresse non è sorprendente che Wroblewski giunga ad utilizzare la nozione di Vorverstaendnis , di pre-comprensione che vedremo elaborato da Esser : "It seems that clarity as a lack of fuzziness can be treated as a kind of Vorverstaendnis of a norm-solution in a legal language" .

Si potrebbbe allora considerare come le corrispondenze semantiche tra il testo e gli stati di fatto cui quel testo si dovrebbe riferire, non si trovano direttamente nel testo, ma nel modo stesso di intendere il testo. Ovvero lo studio empirico dell'i., cioè delle effettive e storicamente concrete interpretazioni date a certe norme, non ci informa tanto sul testo, sul linguaggio, ma sul meta-linguaggio, sul modo stesso di intendere il testo, che è qualcosa che si trova in gran parte allo stato latente diffuso nell'intero sistema giuridico , anche se una data interpretazione può venire giustificata (utilizzando certe procedure) nei termini del testo cui viene imposta.

D'altronde se la conoscenza del diritto è anche in parte una conoscenza di tipo linguistico (cioè la conoscenza di un certo insieme di parole, relazioni, classi, concetti, nomi, ecc. che servono a descrivere e trattare certi fatti e a ordinarli), allora, come tutte le conoscenze di tipo linguistico, essa sarà sempre in parte ignota alivello esplicito a coloro che utilizzano un tale linguaggio .

Dallo studio delle relazioni semantiche risulta anche che ogni interpretazione di un dato elemento x (una norma particolare, un certo caso, una frase contenuta in una massima di giurisprudenza) è in realtà l'i. non di xsoltanto, ma di un intero insieme di elementi con cui x è posto in relazione. Dovrebbero allora aver ragione quei giuristi che hanno sostenuto come anche l'i. letterale sia in realtà una sorta di i. logica o sistematica, essendo l'i. semantica di un dato testo sempre la creazione di un grafo di relazioni tra un cero numero di elementi.

Date queste premesse noi vedremo come le teorie sull'i. si dislocano nelle varie tradizioni giuridiche, come cioè questi problemi di logica e di retorica si combinino a dar vita alle teorie enunciate dai giuristi sul modo di dover condurre l'i. della legge.

I fatti storici potranno aiutarci a compredere tali dislocazioni di dati.

Nei vasti meandri del diritto romano e di quello comune possono venir rintracciate le varie paremie, che si riferiscono ora al valore della lettera, ora a quello della volontà, o della ratio, e talora concedono un dovuto riguardo alla libertà dell'interprete. Questa diversità di atteggiamenti può spiegarsi giacchè l'interpretatio era di volta in volta riferita dagli autori romani a fonti di diverso carattere e valore, come le antiche XII tavole, l'editto del pretore , le constitutiones imperiali e i senatus consulta, ed anche quando divenne sempre più esplicita l'idea di concedere al solo imperatore la possiibilità di interpretare le sue leggi, vi sono consistenti differenze tra gli atteggiamenti delle cancellerie dei Severi, di Constantino o di GIustiniano, a seconda che prevalesse l'idea di una lex casistica, o si affermasse quella di leges generali .

Gli autori del dirtto del diritto comune distinguevano ancora fra diverse fonti, quali le leges e gli statuta, e se l'i. delle prime poteva esser più libera, le seconde esano suscettibili d'una strictissima interpretatio .

Con lo svilupparsi dei vari sistemi nazionali, come vedremo, avvennero ulteriori significative differenze di atteggiamento.

Infatti si può ben considerare come al di là dei problemi logici generali, che concernono la realtà del rocesso interpretativo e applicativo, le enunciazioni o declamazioni effettuate dai giuristi dei vari sistemi sul loro modo di interpretare la legge, possano essere state condizionate storicamente da certi fatti istituzionali.