TRIBUNALE TORINO, SEZ. VIII, 29 aprile 1997 (decreto) — PONZETTO Presidente ed Estensore — P. M. (conf.) — Trimarchi (avv.ti Ciurcina e Travostino)
 

Famiglia (regime patrimoniale) — Comunione legale dei beni — Atti di amministrazione straordinaria — Impedimento di un coniuge — Incapacità di intendere e di volere — Amministrazione affidata ad uno solo dei coniugi — Ammissibilità (C.c., art 182, 1° comma).
 

Ai fini dell’autorizzazione di uno dei coniugi al compimento di un atto di straordinaria amministrazione senza l’intervento dell’altro, l’impedimento del coniuge di cui non è possibile raccogliere il consenso deve essere inteso in senso ampio, comprensivo non solo dell’impedimento in senso fisico, ma anche della incapacità di intendere e di volere conseguente a malattia (1).

(1) Per la prima volta, a quanto è dato sapere, la giurisprudenza applica l’art. 182, 1° comma, C.c., dettato per disciplinare l’ipotesi in cui i coniugi si trovino nell’impossibilità di procedere congiuntamente al compimento di un atto di straordinaria amministrazione dei beni comuni a causa dell’assenza o di altro impedimento di uno di essi. In questo caso, in mancanza di procura rilasciata dal coniuge di cui non è possibile raccogliere il consenso, l'altro può chiedere al tribunale di essere autorizzato a compiere da solo l’atto di gestione dei beni comuni.
Come detto, non risulta edito sull’argomento alcun provvedimento giurisdizionale, così come mancano applicazioni pratiche delle altre fattispecie di intervento del giudice nell’amministrazione dei beni della comunione (C.c. artt. 181 e 183). Nonostante l'assoluto disinteresse della pratica, la norma in esame ha attirato l'attenzione della dottrina. L’interesse degli autori si è focalizzato intorno a due questioni principali: la determinazione delle cause di impedimento e l'interesse in considerazione del quale il provvedimento può essere concesso.
Sotto il primo aspetto, il Tribunale di Torino accoglie la tesi prevalente presso gli interpreti e ritiene che l'impedimento sussista nell'ipotesi di impossibilità "fisica" di partecipare all'amministrazione del patrimonio, nei casi di grave malattia e di incapacità di intendere e di volere del coniuge non interdetto, né inabilitato (SANTOSUOSSO, Beni ed attività economica della famiglia, in Giurisprudenza sistematica di diritto civile e commerciale a cura di Bigiavi, Torino, 1995, 136). Si tratta di situazione, quest'ultima, che potrebbe giustificare la richiesta di totale esclusione dall'amministrazione del coniuge impedito, contemplata dal successivo art. 183 C.c. Non vi sono comunque ragioni, pur di fronte ad un impedimento tendenzialmente permanente, per negare l'autorizzazione al compimento di un singolo atto di straordinaria amministrazione, evitando, in tal modo, il più grave provvedimento dell'esclusione.
Qualche cenno merita l'ipotesi di impedimento specificamente presa in considerazione dalla norma, ovvero quello determinato dalla lontananza. E' infatti discusso in dottrina se il riferimento alla lontananza debba essere inteso in senso altrettanto ampio, sino a giustificare l'intervento del giudice in qualsiasi ipotesi di assenza prolungata, compreso l'allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare (in tal senso DE PAOLA e MACRÌ, Il nuovo regime patrimoniale della famiglia, Milano, 1978, 177), oppure debba configurarsi come vera e propria irreperibilità. L'opinione più accreditata ritiene che solo quella lontananza che determina una reale e duratura impossibilità di prestare il prescritto consenso (ad esempio per l'obbiettiva difficoltà di comunicare) legittimi il ricorso all'art. 182. C.c. e che l'allontanamento dalla residenza familiare senza giusta causa, in mancanza di altre particolari circostanze, non sia sufficiente a giustificare l'intervento del giudice (SANTOSUOSSO, op. cit., 136; GABRIELLI, Le autorizzazioni giudiziali nella disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi, in Riv. dir. civ., 1981, 51; A. e M. FINOCCHIARO, Diritto di famiglia, Milano, 1984, 1064). A quest'ultimo proposito, va osservato che la fattispecie dell'art. 182 C.c. non ha nulla in comune con quella dell'allontanamento della residenza famigliare (così, BARBIERA,  La comunione legale, in Trattato di diritto privato a cura di Rescigno, III, tomo II, Torino, 1982, 457): l'intervento del giudice trova la propria giustificazione nell'obbiettiva impossibilità per i coniugi di partecipare congiuntamente all'amministrazione dei beni, senza che l'autorizzazione in discorso possa essere intesa in chiave di sanzione ed utilizzata per "punire" il coniuge allontanatosi dalla residenza familiare.
Per quanto riguarda il secondo presupposto dell'intervento giudiziale, sono discussi sia la portata dell'espressione "atti necessari", sia il parametro in relazione al quale tale necessità deve essere valutata. La norma, infatti, non contempla i casi di semplice utilità dell'atto; in secondo luogo, la formulazione letterale dell'art. 182 C.c. non contiene alcun riferimento all'interesse della famiglia, interesse in relazione al quale va invece apprezzata la necessarietà dell'atto nell'ipotesi disciplinata dall'art. 181 C.c. Parte della dottrina ha interpretato in termini particolarmente restrittivi la locuzione "atti necessari", ritenendo che l'autorizzazione possa essere giustificata solo in presenza di un atto indispensabile al mantenimento della famiglia (per un'interpretazione restrittiva della previsione, JANNUZZI, Manuale di volontaria giurisdizione, Milano, 1977, 525 e DE PAOLA e MACRÌ, op. cit., 275). Altri interpreti ammettono il ricorso all'autorizzazione giudiziale con riguardo non solo agli atti di stretta necessità, ma anche a tutti quegli altri atti che, benché non indispensabili, siano di evidente utilità (SCHLESINGER, in Commentario al diritto italiano della famiglia diretto da Cian, Oppo, Trabucchi, Padova, 1992, 188; SANTOSUOSSO, op. cit., 137).
Il Tribunale di Torino non ha avuto occasione di pronunciarsi in modo esplicito sulla portata del presupposto e sui criteri in base ai quali la necessità deve essere apprezzata. Tuttavia, i giudici torinesi sembrano implicitamente disattendere l'opinione secondo la quale l'autorizzazione al compimento dell'atto di straordinaria amministrazione debba essere limitata ai soli casi in cui si riveli necessaria per evitare uno specifico pregiudizio alla famiglia. Infatti, autorizzando l'alienazione dell'immobile comune, il Tribunale autorizza il coniuge non impedito ad approfittare di un'opportunità di vendita particolarmente vantaggiosa, compiendo un atto certamente utile, ma non necessariamente indispensabile. Non va peraltro trascurata la circostanza che, nella fattispecie, il coniuge impedito versava in condizioni di tale infermità  da poter giustificare, dato il carattere permanente della malattia, la sua totale esclusione dall'amministrazione e l'automatico trasferimento di ogni potere all'altro coniuge ex art. 183 C.c., se non addirittura l'interdizione. Una interpretazione troppo rigorosa del presupposto della necessità dell'atto, in casi di impedimento permanente come quello qui esaminato, giunge inevitabilmente a paralizzare ogni atto di amministrazione, salvo i rimedi estremi dell'esclusione o dell'interdizione. Non a caso il Tribunale osserva che «la ratio della norma è finalizzata a far sì che il vincolo caratterizzante la comunione legale tra coniugi a tutela degli interessi famigliari non si traduca in un pregiudizio degli stessi».
L'autorizzazione prevista dall'art. 182 C.c. assolve, dunque, alla funzione di scongiurare un rischio di paralisi nella gestione del patrimonio; rispetto all'ipotesi disciplinata dall'art. 181 C.c., dettato per supplire al difetto di consenso quando uno dei coniugi si rifiuti di partecipare alla stipulazione dell'atto, sembra opportuna un'interpretazione meno restrittiva del presupposto della "necessarietà". Infatti, nel caso di rifiuto di un coniuge a prestare il proprio consenso si tratta di sacrificare l'autonomia del coniuge dissenziente: il ricorso all'autorità giudiziaria potrà ammettersi solo eccezionalmente, quando occorra evitare uno specifico pregiudizio alla famiglia. Invece, nel caso qui in esame, si tratta semplicemente di rendere possibile la gestione del patrimonio, impedita da un ostacolo di fatto: la necessità dell'atto non va apprezzata solo in relazione all'interesse della famiglia, ma, più ampiamente, in relazione alle esigenze di corretta gestione del patrimonio (in questo senso GABRIELLI, op. cit., 52, il quale sottolinea come la diversa formulazione letterale dell'art 182 C.c. rispetto all'art. 181 C.c. è indice di una diversità sostanziale, nel senso che, quando uno dei coniugi sia impedito,  «l'autorizzazione può venire concessa non soltanto se non compiendosi l'atto resterebbe inappagato un bisogno familiare, ma anche se ne deriverebbe un pregiudizio al patrimonio»; contra, BARBIERA, op. cit., 475, secondo il quale la necessità va apprezzata dal giudice con gli stessi criteri di cui all'art. 181 C.c., poiché la differenziazione tra interesse della famiglia e interesse della comunione «presupporrebbe una inammissibile personificazione della comunione»).
La dottrina è concorde nel ritenere che l'autorizzazione di cui all'art. 182 C.c., 1° comma, possa essere richiesta solo con riferimento a singoli atti, specificamente determinati (GABRIELLI, op. cit., 52; CORSI, Il regime patrimoniale della famiglia, in Tratt. dir. civ. e comm.  diretto da CICU e MESSINEO, Milano, 1979, 138, il quale ritiene necessaria un'autorizzazione distinta per ogni singolo atto). Un'autorizzazione generica, infatti, escluderebbe il controllo giudiziale circa l'effettiva necessità dell'atto ed il perdurare dell'impedimento (SCHLESINGER, cit., 188).
Controversa è invece l'ammissibilità di un'autorizzazione successiva al compimento dell'atto (esclude in modo tassativo che sia ammissibile un'autorizzazione tardiva M. FINOCCHIARO, op. cit.,  1063; nel senso, invece, che l'autorizzazione possa essere chiesta dopo il compimento dell'atto di straordinaria amministrazione, GABRIELLI, op. cit., 38).
Allo scopo di tutelare gli interessi del coniuge assente o impedito, l'art. 182 C.c. dispone che il tribunale, nell'autorizzare l'atto, può eventualmente stabilire delle "cautele": secondo l'opinione prevalente si tratterà di accantonamento delle somme riscosse, imposizione di vincoli per il loro reimpiego, di intestazione di acquisti anche al coniuge impedito (SCHLESINGER, cit., 188; in senso diverso BARBIERA, op. cit., 458, secondo il quale non sembra giustificabile una limitazione tipologica di queste cautele; nel senso che deve escludersi la possibilità che il giudice possa imporre una cauzione GABRIELLI, op. cit., 54 e FINOCCHIARO, op. cit., 1065).

Simona Matta