L'insufficiente considerazione dei problemi giuridici della pubblicità da parte dei singoli ordinamenti e l'insoddisfacente elaborazione dottrinale e giurisprudenziale che spesso vi fa riscontro, furono senza dubbio i principali motivi che indussero gli operatori della pubblicità a tentare di risolvere i propri problemi attraverso dei regolamenti autodisciplinari.
Poiché la legge si era dimostrata carente o inadeguata nel porre il fenomeno sotto controllo, era necessario che fossero proprio le categorie interessate ad assoggettarsi volontariamente ad alcune regole fondamentali da esse emanate, indispensabili per il giusto funzionamento del sistema pubblicitario.
A contribuire a questa scelta vi fu anche un intento di "pubbliche relazioni" : è noto infatti che l'opinione pubblica ha spesso considerato in modo negativo la pubblicità sia dal punto di vista economico, ossia come un inutile spreco che finirebbe solo per alzare il livello dei prezzi, sia sotto il profilo etico, come un tentativo di imbroglio se non addirittura di condizionamento sociale, sia infine, nei riflessi della vita individuale e familiare, come una fastidiosa intrusione della privacy. Come emerge dalle premesse dei diversi codici, l'autodisciplina si proponeva di rimuovere molti dei pregiudizi gravanti su questo tipo di comunicazione, di farla accettare dal pubblico e di creare attorno ad essa un clima di fiducia.
A questi scopi sembravano convergere gli interessi delle tre principali categorie di operatori : gli imprenditori - utenti, per i quali la pubblicità era ormai uno strumento indispensabile di sviluppo, le agenzie, i professionisti pubblicitari, che vedevano in esso l'oggetto della loro attività ed infine i mezzi di diffusione che, seppur la loro funzione istituzionale fosse generalmente diversa, proprio dalla pubblicità potevano trarre le fonti economiche necessarie per il loro funzionamento.
Fu quindi da queste categorie di operatori che presero vita le prime forme di regolamento autodisciplinare.
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