L'attività medica come attività pericolosa
Un tentativo per provocare l'inversione dell'onere della prova è stato attuato applicando gli articoli 2050 e 2051 del codice civile; se si potesse qualificare l'attività medica come attività ex sè pericolosa, per la sua natura intrinseca o per la natura dei mezzi adoperati, o se si qualificassero le attrezzature ospedaliere come "cose in custodia", si potrebbe aprire la strada per una presunzione di colpa da parte del professionista: egli sarà tenuto a risarcire il danno fino a che non avrà dato la prova di "aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno" o "il caso fortuito".
La Corte di Cassazione in una sentenza isolata (Cass. 18/4/1966, in Temi 1967, p.298) aveva ravvisato l'applicazione dei suddetti articoli, suscitando le critiche della dottrina, preoccupata di aggravare notevolmente la figura del professionista.
Parte della dottrina rifiuta l'applicabilità degli articoli 2050 e 2051 basandosi sul brocardo "cuius commoda eius et incommoda": le eventuali "attività pericolose" nel trattamento medico non hanno scopo di lucro, che è la ratio della particolare responsabilità prevista dal 2050, dunque lo stesso non è applicabile. Altra dottrina limita l'applicabilità del 2050 ad attività aventi carattere industriale, artigianale e biologico, ma non per quelle attività più spiccatamente personali, che trovano la loro disciplina nell'articolo 2236.
La giurisprudenza si è conformata alla dottrina prevalente sancendo l'inapplicabilità degli articoli in questione.
In dottrina e in giurisprudenza si registra una minore resistenza a rifarsi all'articolo 2051, anche alla luce delle nuove norme sulla responsabilità del produttore.
È degna di nota una decisione della Corte di Appello di Napoli, che condanna in solido al risarcimento del danno il produttore e l'ente "utilizzatore di un apparecchio radiologico, per le lesioni subite dalla persona sottoposta al trattamento a causa dell'errore di taratura della macchina" (App. Napoli 14/9/1979 Foro Pad. 1979, p.202).
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