6: Lo stato di necessità
A conclusione della nostra trattazione sul consenso dobbiamo ricordare una particolare causa di giustificazione all'intervento medico arbitrario: lo stato di necessità.
Qui, anche volendo accettare la tesi del Nannini sull'illiceità ex se del trattamento medico arbitrario, avremo la scriminante della necessità di salvare la vita o l'incolumità fisica di una persona. A questo punto non è il caso di attivare i vari schemi di presunzione sull'eventuale consenso del soggetto, in quanto il medico ha l'obbligo di intervenire per salvare l'incolumità di un persona onde non ricadere nel reato di omicidio ex articolo 40 secondo comma del codice penale.
Lo stato di necessità conosce una sola deroga, l'esplicito dissenso del paziente.
Tuttavia questo dissenso dovrà essere univoco, manifesto, personale (a nulla potranno valere procedimenti ricostruttivi della volontà del paziente operati dei parenti) e non troppo lontano nel tempo dall'avvenimento in questione; il medico infatti potrebbe sempre avere il ragionevole dubbio che nel frattempo il paziente potesse aver cambiato idea.
Casi limite possono essere quelli degli aspiranti suicidi, in cui il dissenso dalle cure è esplicito, o comunque -nel caso che il paziente non sia più compos sui- sicuramente manifesto e univoco; pur tuttavia la dottrina impone al terapeuta il dovere di porre in atto le cure più immediate per la salvaguardia dell'integrità fisica del paziente, tutto ciò in completa discrasia con l'obbligo che è imposto al medico di astenersi dalle cure nel caso di dissenso irragionevole.
Non del tutto convincente pare la tesi del Nannini che giustifica questa discrasia sostenendo che: "Le differenti risposte rispecchiano le differenze intercorrenti fra le due fattispecie. Dipendono cioè dal fatto che mentre in un caso (rifiuto di intervento) la dignità della persona viene protetta contro attacchi portati dall'esterno, nell'altro (suicidio) tale valore viene difeso nei confronti della stesso soggetto".
Dunque nel caso del rifiuto del soggetto a sottoporsi a trattamento sanitario è fatto divieto al medico di intervenire; tuttavia, se lo stesso è ritenuto indispensabile, si consiglia di richiedere "possibilmente consulto" e comunque "dichiarazione scritta che comprovi il rifiuto" (art. 55 codice deontologico), ed è questa la prassi seguita nei reparti di pronto soccorso o negli ospedali quando il soggetto rifiuti il ricovero o decida di dimettersi contro il parere dei curanti.
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