L'inabilitazione quale istituto di incapacità parziale

Anche se il regime dell'inabilitazione è più accettabile se confrontato con lo status che il diritto vigente riserva all'interdetto, non per questo la sua disciplina può ritenersi soddisfacente.

L'inabilitazione è un istituto sorto in un contesto diverso da quello attuale, e precisamente nel codice civile del 1865.

Nel nostro ordinamento viene dunque a coprire un vuoto tra l'assoluta incapacità dell'interdetto e la piena capacità del "sano" di mente, configurando appunto uno stato di incapacità parziale.

Creare la figura di un curatore con funzione di assistenza e non di sostituzione della volontà dell'incapace, come avviene per il tutore dell'interdetto ci sembra una lezione di libertà in tempi nei quali la legislazione aveva mostrato di privilegiare l'istituto dell'interdizione, preferendo, in vista della soddisfazione di esigenze di tutela del patrimonio spesso svincolate da esigenze di tutela della persona, non tenendo conto delle pur residue facoltà volitive dell'individuo.

Permangono peraltro motivi di perplessità non appena si consideri che all'inabilitazione vengono collegate conseguenze che incidono sui diritti di libertà della persona, suggerendo così l'impressione che l'istituto nella sua collocazione primaria non si sia reso del tutto autonomo nei confronti dell'interdizione.

Tra gli effetti dell'inabilitazione vanno infatti segnalate, la possibile estinzione del contratto d'affitto (art. 1626 cod. civ.), la possibile esclusione dalla società semplice (art. 2286 cod. civ.) e, fino al 1978 l'esclusione dall'elettorato attivo e conseguentemente dai pubblici impieghi.



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