Una critica all'istituto dell'interdizione

La tradizionale emarginazione degli infermi di mente non tende a spegnersi nonostante l'apertura avvenuta in questi ultimi anni, sia a livello legislativo, sia come conoscenze scientifiche.
Con la pronuncia giudiziale di interdizione il malato di mente viene posto in uno status cui è preclusa ogni attività negoziale.

Lo stato patologico sia pure permanente della persona, si traduce in una forma giuridica di incapacità legale, tendente in linea di principio alla protezione della persona, ma in realtà volta alla determinazione di una serie stereotipata di limitazioni, divieti ed esclusioni.



La grossa contraddizione insita nell'istituto sta nel proporsi come forma di protezione globale del malato di mente, senza poi essere strutturalmente idonea a salvaguardare l'aspetto della persona dell'incapace, e men che meno, a promuovere l'inserimento dell'handicappato psichico nella vita sociale.

Infatti lo strumento dell'interdizione ispirandosi ad una protezione dell'incapace, più che tutelare l'interesse della persona umana , finisce per salvaguardare un interesse evanescente della collettività occasionato dalle preoccupazioni relative alla capacità patrimoniale dell'interdicendo.

Quest'ultimo con la sentenza che dichiara l'interdizione perde la disponibilità delle sue risorse economiche. Viene in tal modo privato della possibilità di "relazionare" tramite atti giuridici e questo immancabilmente a suo danno, poichè è proprio lo scambio sociale uno dei fattori che permette la crescita e l'emancipazione dell'individuo.

L'interdizione si presenta dunque come un istituto molto rigido, che non si modifica secondo le peculiarità e le esigenze del soggetto e che comporta perdite molto gravi. L'interdetto non può sposarsi, non può riconoscere il figlio naturale, non può fare testamento, non può contrarre, ecc.

Come si può rilevare l'interdizione è un istituto che impedisce ogni espressione della personalità tramite atti giuridici, essenziali nella vita di ogni soggetto. E' dunque urgente un adeguamento alla ratio che ha ispirato le leggi 180 e 833 del 1978. Questo non solo per lo stigma elevato di cui finiscono per essere gravati i soggetti deboli, (i quali presentano modulazioni di capacità nell'agire sociale rese piatte dall'interdizione) ma, altresì, per la consapevolezza che l'incapacità non è un'entità statica, determinata da problemi autonomi in ciascun soggetto, ma è un prodotto sociale nel senso che le stesse modalità con cui si appresta tutela al disabile possono influire negativamente sulle sue residue possibilità di recupero e di integrazione.



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