La libertà contrattuale e la responsabilità dei revisori


In IFC c. KPMG (Trib. Torino 18 settembre 1993, Est. Barbuto, Giur. it. 1994, I, 2, 655 nota SANTARONI) per la prima volta è stata sancita la responsabilità extracontrattuale delle società di revisione dei bilanci.
La IFC aveva svolto attività di sollecitazione del pubblico risparmio sia dopo la scadenza del prospetto informativo, sia prima dell'invio del prospetto alla CONSOB , come emergeva dalla stessa relazione della società di revisione. La IFC veniva successivamente posta in liquidazione ed il Commissario decideva di agire in responsabilità nei confronti della KPMG a tutela della massa dei creditori.
L'inadempimento agli obblighi di legge (art. 1/18 legge n. 216/74) era dunque palese e il Tribunale ne ha tratto la conclusione che la società di certificazione non doveva rilasciare un certificato positivo.
Nell'asserire la responsabilità della società di revisione il Tribunale ha affermato che non vale ad escludere la colpa aquiliana della KPMG verso i terzi e verso i fiducianti della IFC l'aver indicato indicato nel libro di revisione e nella relazione di certificazione il fatto censurabile.
Secondo il Tribunale la società di revisione ha l'obbligo di evidenziare in un'apposita voce di bilancio il rischio patrimoniale derivante dalla probabilità dell'irrogazione di una ammenda di così elevato ammontare da rendere altamente verosimile ex art. 197 cp la responsabilità patrimoniale della società stessa; " In ogni caso tale rischio doveva quantomeno essere segnalato nelle note esplicative aome evento possibile".
Si badi allora che la mancata indicazione (nel libro di revisione) della inosservanza di un obbligo contrattuale informativo da prospetto della fiduciaria nei confronti dei fiducianti (nel caso : l'invio del rendiconto trimestrale sulla massa fiduciaria), integra gli estremi di un comportamento negligente.
Dal punto di vista della teoria dell'illecito civile il Tribunale individua il fondamento della responsabilità "nel combinato disposto degli artt. 1 e 12 Dpr 136/75 e dell'art. 2043 c.c." , infatti "la cattiva informazione resa attraverso il rilascio della certificazione diventa la conditio sine qua non del danno ingiusto subito dal fiduciante poichè ha impedito a questi di scongiurare gli effetti della mala gestio degli amministratori" della fiduciaria.
In questo caso siamo di fronte ad una espressa previsione normativa, infatti il citato articolo dispone che "le persone che hanno sottoscritto la relazione di certificazione .... sono responsabili, in solido con la società di revisione, per i danni conseguenti da propri inadempimenti o fatti illeciti nei confronti della società assoggettata a revisione e dei terzi". Siamo, quindi di fronte ad uno statutory duty ed alla violazione di una norma protettiva della vittima. Il fondamento della responsabilità viene naturalmente trovato dal Tribunale nel fatto che con colpa si sono fornite informazioni a terzi che vi hanno fatto affidamento e perciò hanno subito un danno, per cui anche in tale caso si può parlare di "lesione della libertà contrattuale". Insomma la ratio è la medesima dei casi che si sono ispirati al precedente di Failla c. Paskwer ved. De Chirico , visti al paragrafo precedente, ma la locuzione "lesione della libertà contrattuale" ha ormai soppiantato la più infelice dizione originale di "diritto all'integrità patrimoniale".
Va rilavato che la fattispecie era caratterizzata da fatti di una gravità estrema "risolvendosi in una ipotesi di rilascio di certificazione per un caso paradigmatico in cui il diniego era doveroso".
Infatti "A chi negare la certificazione , se non a una società fiduciaria che raccoglieva abusivamente il risparmio ingannando il pubblico e violando la legge ?".
Sul piano del nesso causale si poneva il problema della connessione tra la condotta e il danno lamentato consistente nella somma che i fiducianti non riusciranno a recuperare nella procedura concursuale.
La difesa si era barricata dietro un argomento assai pericoloso da usare in corte , e cioè che il danno era stato provocato unicamente dalla mala gestio degli amministratori e che "chi affida i soldi alle fiduciarie non può non sapere che l'investimento è più rischioso di quelli tradizionali".
Il Collegio ha trovato agevole rispondere che "la funzione istituzionale della Società di revisione consisteva proprio nell'informare i destinatari naturali del bilancio certificato sull'assenza di qualunque ipotesi di mala gestio". Perciò "per il principio logico per cui causa causae est causa causati si deve ritenere che la condotta di disinformazione addebitata alla KPMG, quale conditio sine qua non per gli avvenimenti successivi, è stata la causa del danno ingiusto lamentato".
Per ciò che attiene al quantum il Commissario aveva fatto presente che i fiducianti erano stati ammessi al passivo per la somma di 55 miliardi , e in base a vari calcoli aveva richiesto una provvisionale di 20 miliardi. Il tribunale la ha concessa nei limiti di 8,8 miliardi.