Le colpe dei giornalisti e quelle dei medic


In tema di responsabilità del giornalista una sentenza interessante si è avuta nel caso Marco Sindona c. Mondadori (App. Milano, 17 novembre 1989, Nuova giur. civ. comm., 1990, I, 451). I fatti riguardavano il numero di Panorama del 12 aprile 1983 in cui nel titolo compariva la dicitura "Don Michele e i Killer" e nel sommario si diceva "La vera storia dell'omicidio Ambrosoli, il ruolo dei figli Nino e Marco". Il punto concerneva la dicitura di "vera storia", e la Corte ha ritenuto che non è esente da responsabilità civile il giornalista che "si limita a riportare fedelmente" le dichiarazioni dell'intervistato, poichè, come di fronte ad ogni altra notizia, egli deve controllare sia l'attendibilità della persona intervistata, che il contenuto delle dichiarazioni rese, onde verficarne la corrispondenza al vero. Invero nella questione di specie Marco Sindona aveva offerto prove della propria estraneità, ma i goirnalisti le avevano rifiutate. Insomma le corti continuano a cercare di insegnare i rudimenti della filologia ai giornalisti (controllo e pluralità delle fonti, distinzione tra contenuto della fonte e sua interpretazione, e contenuto di altre fonti, tra parole e fatti, e così via), anche se costoro sembrano talvolta un po' refrattari alla materia. Per quanto concerne il quantum il Tribunale in prime cure aveva liquidato il danno in ottanta milioni, in appello Marco Sindona ne aveva chiesti duecento. La Corte d'Appello ha confermato il risarcimento riconosciuto dal giudice di prima istanza in considerazione del fatto che nel n. 889 della Rivista Marco Sindona era stato intervistato da Camilla Cederna, ed aveva avuto così agio di contestare quanto contenuto nei nn. 887 e 888, per cui l'atto lesivo non poteva averlo danneggiato più di tanto.
In Silvestri c. Cagni (Trib. Roma 21 ottobre 1992, Nuova giur.civ.comm. 1993, I, 637 nota IOFFREDI) si è avuta una prima applicazione del principio della res ipsa loquitur all'attività del giornalista. Si è, infatti, stabilito che l' assoluta falsità della notizia esclude di per sè ogni rispetto dell' obbligo del giornalista di rappresentazione degli avvenimenti nella loro oggettiva verità e della verifica dell'attendibilità delle fonti di informazione consultate. Principio che è di evidente importanza poichè, in realtà, pone un limite alle possibilità di discolpa del giornalista. Ovvero se l'attore prova l' assoluta falsità della notizia con ciò ha già anche provato la colpa del giornalista, il quale , peraltro, non è più neanche ammesso a dimostrare la propria diligenza, dal momento che essa è recisamente esclusa dalla falsità stessa della notizia.
In tema di rettifica di estrema rilevanza è stato il caso Monterosso c. Orlando (Cass. 4 settembre 1991, n. 9365, Resp,civ.prev. 1992, 79 nota BUSATO). La S.C. ha affermato che incorre in un illecito il giornalista che, ricevuta una rettifica da parte dell'interessato, smentisca semplicemente quanto l'interessato ha inteso rettificare senza compiere ulteriori indagini. Ovvero la rettifica dell'interessato pone immediatamente in capo al giornalista un obbligo di compiere indagini "ben più accurate e approfondite di quelle effettuate per scrivere il primo articolo". La rettifica vale quindi come fonte di un obbligo di particolare diligenza in capo al giornalista, che se non viene assolto determina la sua responsabilità aquiliana.
In Frigodamia c. Rai TV ( Cass. 4 febbraio 1992 n. 1147, Foro it., 1993,I, 3359 nota ROPPO; Dir. inf. e inf., 1992, 784 nota GALLO ; Resp civ. prev., 1992, 778; Giur. it. , 1993, I, 1862) si è trattato del caso in cui in una trasmissione televisiva si erano denigrati dei prodotti. In particolare si trattava di analisi di pesce surgelato, e il giornalista aveva omesso di specificare che la presenza di tetraciclina residuava dall'iniziale trattamento del pesce, e, pertanto, era priva del suo potere, mentre veniva lasciato credere ai telespettatori che la sostanza antibiotica era stata aggiunta come addittivo vietato dalla legge. La Corte ha affermato la responsabilità vicaria della Rai per l'operato del giornalista.
Il pregiudizio più rilevante era stato subito dall'impresa[pm1] produttrice a cagione di un provvedimento di sequestro del prodotto disposto dal giudice penale, originato proprio dalle notizie divulgate nella trasmissione.
La S.C. ha però stabilito che la Rai e il giornalista erano responsabili solo limitatamente al danno causalmente ricollegabile a quella divulgazione "con esclusione del danno conseguente al provvedimento di sequestro". Quest'ultimo, infatti, si traduce in un'imiziativa pubblicistica, che assorbe il comportamento del denunciante. Su questo punto la pronuncia non mi sembra da condividere. Dal punto di vista naturalistico il provvedimento di sequestro era stato provocato dalla trasmissione. E' ben vero che esso consiste in una attività pubblicistica, ma è anche vero che se la teoria del nesso causale ha un qualche senso essa si riferisce proprio alle conseguenze che sono prevedibili ex ante da parte dell'agente, se non addirittura calcolabili. Denunciare per televisione che un determinato pesce surgelato contiente sostanze nocive ha come conseguenza prevedibile, se non calcolabile, il sequestro del prodotto. E se si vuole che la R.C. assolva ad un compito di prevenzione e dissuasione è evidente che almeno le conseguenze prevedibili, se non calcolabili, siano addossate all' autore del danno sotto forma di obbligo risarcitorio.
Per quanto attiene alla responsabilità medica in Osp.civile S. Maria degli Angeli (PN) c. Chiandussi (Cass. 1 febbraio 1991,n. 977 , in Giur.It. 1991,I,1,1379; Resp. civ. prev. 1991, 47 ) la S.C. ha condensato le posizioni che è andata elaborando negli tultimi anni, stabilendo contemporaneamente che la colpa del medico non deve essere necessariamente grave, e che normalmente si applica a favore del soggetto leso la dottrina della res ipsa loquitur.
Si trattava di danni derivanti da una saccoradiodolografia, e l'esame medico aveva provocato una invalidità permanente nell'attore che lo aveva costretto a cessare l'attività lavorativa. Il Tribunale aveva respinto la domanda di danni, e così pure la Corte d'Appello, ritenendo che non vi fosse stata negligenza del medico, ma che il danno fosse connesso al caso fortuito rientrante nel normale rischio operativo.
La Corte ha cassato tale decisione perchè non era stata richiesta al medico la prova della dovuta diligenza.
Infatti secondo la S.C. l'attenuazione di responsabilità prevista dall'art. 2236 non si applica a tutti gli atti del medico, ma solo a quelli che trascendono la preparazione professionale media.
Quando si è nell'ambito degli atti ordinari della professione medica il danneggiato deve provare soltanto il nesso causale , ma spetta a lui provare che l'atto del medico era per sua natura di facile esecuzione.
Spetta, poi, al professionista discolparsi provando che il danno non è dovuto a sua negligenza.
In questo ambito la responsabilità del medico sfiora , quindi, la responsabilità oggettiva (in virtù della regola sulla res ipsa loquitur applicata alla prova della colpa), e la consegenza è, infatti, che il medico risponde di un evento che, secondo il vecchio criterio, era stato imputato a caso fortuito dal Tribunale e dalla Corte d'Appello. In questo modo la Corte prosegue il cammino, sicuramente rivoluzionario, rispetto all'impostazione tradizionale, già avviato con l'ormai risalente precedente di Bortolus c. Osp. civile di Udine (Cass. 18 giugno 1975, n. 2439, Giur. it., 1976, I, 1, 953 nota LEGA) e varie volte ribadito (cfr. ad es. Cass. 11 agosto 1990, n. 8218, in Rep. Giur. it., 1990, v. Professioni intellettuali, n. 43).
Per quanto attiene agli obblighi di informazione gravanti sul medico, in Sforza c. Milesi (App. Milano 30 aprile 1991, Foro it. 1991, I, 2855) si è stabilito che l'onere di dimostrare il mancato assolvimento del dovere di informazione grava sul paziente.
Inoltre in tema è uscita l'ampia monografia di NANNINI, Il consenso al trattamento medico, Milano, 1989. Tutto il libro è dominato dall'impostazione secondo cui l'intervento medico, per il fatto di comportare una manipolazione del corpo del paziente, va considerato "ex se illecito", salvo che sussista il consenso (p.128). Ciò implica che spetta sempre al terapeuta provare di aver agito in presenza di una causa di giustificazione, se però il paziente lamenta di aver consentito perchè non sufficientemente informato, allora toccherà a lui provare l'incidenza dell'ignoranza o della falsa conoscenza nella sua decisione (p.470).
In sostanza il libro ribadisce la concezione secondo cui "il primo dovere di un medico ... è quello di chiedere perdono".