Il nesso causale: il piccolo Hans, il gioco dei dadi e il danno anonimo

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In tema di nesso causale si è presentata una fattispecie particolare in Ronzio c. Zambonati (Trib. Milano, 13 luglio, 1989, Giur.it., 1991, I,2, 54) in cui la vittima di un incidente stradale, che aveva riportato la frattura di un femore, era successivamente precipitata da una finestra dell'ospedale in cui era stata ricoverata.
L'incidente stradale avvenne il 3 ottobre 1971. Dopo vari ricoveri per varie ingessature, il Ronzio cominciò a manifestare degli squilibri psichici, finchè all'1,50 di notte del 14 gennaio 1972, si gettò dalla finestra del quinto piano dell'Ospedale in cui era rientrato per la terza volta per la rimozione del secondo apparecchio gessato. "Dopo di che il Ronzio subì una infinità di ricoveri" (dieci) in vari nosocomi. Risulta provato che il Ronzio si lanciò dalla finestra perchè "temeva di affrontare i medici avendo lacerato l'apparecchio gessato". Il Ronzio è stato ritenuto afflitto da "oligofrenia grave". Tale malattia mentale era preesistente al trauma subitro nell'incidente del 3 ottobre 1971, tuttavia, secondo il Tribunale, tale trauma ha avuto il carattere di condizione scatenante della malattia mentale latente. In breve il Tribunale ha riconosciuto, per i danni cagionati dalla caduta dalla finestra, una responsabilità concorrente e dell'investitore, e del personale dell'Ospedale per omessa adeguata vigilanza. Naturalmente una tale conclusione non può che giustificarsi sulla base della teoria della conditio sine qua non, che, in effetti, è puntualmente richiamata dal Tribunale con rif. all'art. 41, 1.mo comma, c.p.
La sentenza è interessante perchè contraddice alcuni tipici esempi di scuola.
Si insegna, infatti, che l'automobilista non deve rispondere della morte dell'investito provocata da un incidente dell'ambulanza che lo trasporta all'ospedale. Secondo tale sentenza , invece, si potrebbe avere un concorso tra la colpa dell'automobilista e quella del personale sanitario.
Si ritiene anche normalmente che taluno non debba rispondere delle idiosincrasie personali della vittima del danno, per cui se si va a spasso a cavallo, e si incontra il piccolo Hans per via, non si dovrà rispondere anche dei danni che egli si procura con gesti inconsulti, a cagione della sua fobia di essere evirato da un cavallo.
Vicevera nella stessa direzione di Ronzio c. Zambonati è andato ... [pm1](Trib. Perugia 8 giugno 1991, Resp.civ. e prev., 1993, 630 nota GIANNINI). In tale caso il conducente di un veicolo che aveva cagionato per imperizia e disattensione un incidente stradale è stato ritenuto responsabile per tutte le conseguenze dannose riportate dalla persona trasportata, ivi compresa l'insorgenza di una epatite virale cronica contratta a seguito della emotrasfusione effettuata nel corso di un intervento chirurgico conseguente alle lesioni riportate nell'incidente. Pare che nel caso di specie non ricorressero gli estremi della responsabilità del sanitario che aveva praticato la trasfusione e di conseguenza quella dell'usl. Ma, comunque, dal punto di vista della teoria standard tale decisione è un assurdo.
Non si capisce se si sia di fronte ad una rivoluzione operata dalle corti di merito o al semplice caos.
Sempre in tema di nesso causale in Dall'olio c. Soc. Lavoro e sicurtà (Cass. civ. 7 gennaio 1991, n. 60, Foro it., 1991, I, 459[pm2]) La Corte Suprema ha affrontato un caso di prepensionamento del marito per poter assistere la moglie, che, a seguito di un incidente stradale, era rimasta colpita da nevrosi depressiva. Il marito chiedeva ovviamente i danni da mancato guadagno derivanti dal prepensionamento.
In questo caso la Corte Suprema ha fatto riferimento al principio della "regolarità causale", escludendo la sussistenza del nesso tra il danno subito dalla moglie, ed il mancato guadagno del marito devoto alle sue cure. Era meglio, evidentemente, pagare una cameriera. Perchè era più "regolare". Evidentemente per i giudici è altamente improbabile che un marito si volga a curare la moglie inferma.
E' facile , allora, constatare come prosegua la confusione derivante dall'avere adottato due teorie del nesso causale.
Naturalmente questa situazione è comoda, nel senso che si può adottare la condicio sine qua non quando si vuole condannare, e la causalità adeguata quando si vuol assolvere.
Ma sarebbe ormai giunta l'ora in cui le Sezioni Unite affrontassero di petto la situazione dirimendo la controversia tra le due teorie.
La soluzione sponsorizzata in Francia da Genevieve Viney è quella per cui la teoria dell'equivalenza delle cause offre il quadro al cui interno deve operare la teoria della regolarità causale. Cioè tutti gli antecedenti sono a considerarsi concause dell'evento, a meno che il nesso non venga interrotto da un novus actus interveniens dotato di forza assorbente. Tuttavia il nesso tra tutte le concause e l'evento va stabilito in base alla regolarità causale.
Comunque in Ruini c. Soc. Gia (Cass. 10 novembre 1993, n. 11087, Foro it. Mass.) si è ribadito che le misure reattive poste in essere dal danneggiato non interrompono il nesso causale purchè siano coerenti con la situazione di pericolo, nel qual caso, nuovamente, tutto va addebitato all'autore dell'illecito.
In Pozzi c. Soc. Elicopter (Cass. 1 giugno 1991, n. 6172, Resp.civ.prev., 1993, 142) si è deciso che se un elicottero viene affidato ad un allievo in condizioni meterreologiche sfavorevoli, e per ragioni non ben chiare ruota su se stesso cagionando lesioni personali, il responsaile del danno deve essere individuato nel direttore [pm3]della scuola.
In [pm4](Cass. 14 ottobre 1992, n. 11207, Giust.civ. Mass.)si è detto che l'obbligo giuridico di impedire l'evento può nascere non solo dalla legge, ma anche da una specifica situazione che esiga una determinata attività a tutela di un diritto altrui.
Nel caso di specie si trattava di un furto di moduli di assegni circolari spediti a mezzo del servizio postale. Secondo la S.C. la banca, per esimersi da responsabilità risarcitorie nei confronti del prenditore, non poteva esimersi dall'obbligo di dare all'accadimento adeguata publlicità diretta alla generalità dei possibili prednitori degli assegni falsificati, onde prevenire al massimo il pericolo di inganno per la pubblica feed e tutelare conseguentemente i loro diritti.
E' ovvio come si tratti di una questione di duty che può essere contesa tanto dall'area del nesso causale che da quella della colpa, e financo dell' ingiustizia.
Sempre dal punto di vista del nesso causale risulta interessante il già richiamato precedente Frigodamia c. Rai TV (Cass. 4 febbraio 1992, n. 1147, cit. supra sub responsabilità del giornalista).
Infatti la S.C. ha affermato che se il denunziante non agisce con dolo, l'effetto pregiudizievole di denuncia di reato perseguibile d'ufficio resta assorbito dall'attività pubblicistica dell'organo titolare dell'azione penale, che toglie alla denuncia ogni efficacia causale.
Col che, evidentemente, si afferma che se il denunciante agisce con dolo, invece la sua azione ha efficacia causale e non risulta assorbita dall'attività pubblicistica.
Con ciò si conferma che la presenza o meno del dolo ha influenza sulla ricostruzione del nesso causale giuridicamente rilevante.
Ma si conferma anche a maggior ragione che la teoria del nesso causale in Italia è giunta allo stremo : chi provoca un incidente stradale risponde dell'epatite contratta in ospedale o del danno cagionatosi dalla vittima che si getta dalla finestra dell'ospedale; chi si prepensiona per asistere la moglie inferma non ha diritto al risarcimento; chi divulga notizie false su prodotti alimentari non risponde del loro sequestro infondato; peraltro l'obbligo giuridico di non impedire l'evento può anche non reperirsi in alcuna norma.
Forse Dio non gioca a dadi con l'universo, ma certo le corti non dipingono un mondo causalmente ordinato.
Io credo che non si possa venire a capo del problema se le Corti non affrontano il problema del nesso causale come esplicito problema di politica del diritto : cioè in termini di doveri di prevedibilità delle conseguenze dannose delle proprie azioni imposte all'agente. In questi termini si dovrebbe fare tutto il contrario di quello che ha fatto la giurisprudenza : negare la responsabilità per l'epatite e il lancio dalla finestra dell'ospedale, accordare il risarcimento al marito devoto, a far sì che il giornalista della RAI pagasse "di tasca sua" il costo economico del sequestro immotivato.
Comunque a proposito di probabilità la Cassazione civile [pm5](16 novembre 1993, n. 11287, Giust.civ.Mass.) ha forntito la solita proposizione ambigua dicendo che con riguardo alla sussistenza del nesso di causalità fra lesione personale e intervento chirurgico, "la ricorrenza di suddetto rapporto di causalità non può essere esclusa in base al mero rilievo di margini di relatività, a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica"
Non meno involuta, ma, forse, più precisa è stata la Cassazione penale nel caso [pm6] (Cass. pen. 17 gennaio 1992, Resp.civ.prev., 1992, 361) laddove ha stabilito che in materia di responsabilità professionale del medico al criterio degli effetti della condotta si sostituisce quello della probabilità di tali effetti e della idoneità della condotta a produrli (nella specie tale probabilità è stata calcolata nel 30 %). Perciò il medico che cadesse in errore ma in un'ipotesi in cui la sua azione, o omissione, avesse un'incidenza statistica inferiore al 30% dovrebbe - a quel che si capisce - andare indenne da responsabilità per mancanza di nesso causale.
Infine in Anedda c. Carriga la Corte costituzionale ( 4 marzo 1992 n. 79, Foro it. 1992,I, 1347 nota PONZANELLI; Giur. cost. 1992, 807; Giust. civ. 1992, I, 1430; Resp.civ.prev. 1992, 348;Arch. civ., 1992, 251, Cons. Stato 1992, II, 373; Giur. it. 1992,I,1,1202, per l'ordinanza di rimessione si veda Trib. Monza 4 aprile 1991, Arch.civ. 1992, 21) ha giudicato , in caso di danno anonimo che è inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2050 c.c., nella parte in cui non prevede che, quando non sia possibile l'individuazione di uno specifico responsabile del danno nell'esercizio di una attività pericolosa, sia applicabile la presunzione di responsabilità nei confronti di tutti i partecipi dell'attività.
Si trattava del caso di un pallino anonimo sparato nell'esercizio dell'attività venatoria . Gli articoli invocati per l'incostituzionalità del 2050 erano stati il 3 (sic) e il 24.