La Babele delle vittime di rimbalzo : i limiti strutturali dell'illecito e il "lavoro del lutto"

.

Intensa è stata l'opera delle corti per quanto attiene al risarcimento del danno biologico alle vittime di rimbalzo. Intensa ma disordinata. La materia è ormai solcata da filoni giurisprudenziali contrastanti. Il recente intervento della Corte Costituzionale non è certo stato dei più brillanti. Tempo è venuto perchè nei prossimi anni la dottrina giunga a mettervi ordine.
Contro la risarcibilità del danno biologico agli eredi - in quanto il diritto alla salutee è diritto dalla natura personalissima - si è pronunciato il Tribunale di Savona (11 maggio 1992 Arch. giur. circol. e sinistri 1993, 337, e cfr. ad es. Tribunale Cagliari 12 ottobre 1991, Riv. giur. Sarda 1992, 417 ). A favore, nel senso che tale risarcimento spetta ai congiunti "jure proprio" , si è detto, ad es., il Tribunale di Treviso (5 maggio 1992, Resp. civ. e prev. 1992, 441).
Alcuni tribunali si sono spinti a motivare nel senso che il danno biologico non può prescindere dagli aspetti esistenziali per cui in capo agli eredi non può trasmettersi alcun diritto da far valere per ottenere il risarcimento relativo (Tribunale Milano, 16 luglio 1992 Resp. civ. e prev. 1993, 348 nota COMANDE') . Lo stesso Tribunale è del resto quello che ha argomentato nel senso che se la morte è istantanea o molto ravvicinata all'evento lesivo non c'è abbastanza tempo afinchè maturi un credito risarcitorio da trasmettere jure haereditatis (Tribunale Milano, 3 febbraio 1992 Resp. civ. e prev. 1993, 348 nota COMANDE').
Un tale tipo di argomentazione non è del tutto dispiaciuta alle Corti così che, con buona pace della logica, si trova affermato che, se un soggetto subisce lesioni, e la morte non è istantanea, allora sorge in capo al detto soggetto, immediatamente e quale conseguenza della lesione del suo diritto alla salute, il diritto al risarcimento del danno biologico. Peraltro tale diritto essendo, a differenza del primo, di natura patrimoniale, si trasmette agli eredi. (Tribunale Roma, 20 gennaio 1993 Riv. giur. circol. trasp. 1993, 339 ).
Così con due paradossi si risolve un problema: se la morte non è istantanea , il diritto sorge immediatamente, se la morte è istantanea invece il diritto non ce la fa a sorgere, perchè in quel caso evidentemente non sorge in modo istantaneo.
Peraltro come in Cristo albergavano due volontà, che però sempre coincidevano, così pure nella lesione alla persona albergano due diritti : uno alla salute che è personalissimo e non si trasmette, ed uno al risarcimento della salute lesa, che è patrimoniale e si trasmette. Così come l'anima impiega un certo tempo a entrare nel feto, il diritto al risarcimento degli eredi impiega un certo tempo a distaccarsi dal moribondo e non perire con lui nella tomba : tre giorni sono sufficienti a risorgere, ma sette giorni non bastano a trasmettere il diritto (Tribunale Ancona 24 maggio 1991, Riv. giur. circol. trasp. 1992, 312 ).
Naturalmente un'altra serie di decisioni sono andate in direzione opposta ed hanno sancito la possibilità per i prossimi congiunti di agire per il biologico da uccisione : Tribunale Treviso 5 marzo 1992, Riv. giur. circol. trasp. 1992, 692. ;Tribunale Treviso 26 marzo 1992, Arch. giur. circol. e sinistri 1992, 669;Tribunale Napoli 6 febbraio 1991, Assicurazioni 1991, II,145.;Tribunale Genova, 5 giugno 1992 Assicurazioni 1992,II, 164 nota (TRICOLI) .
Nel senso che tale diritto si trasmette perchè il moribondo soffre intensamente cfr. Tribunale Genova 9 luglio 1992, Arch. giur. circol. e sinistri 1992, 835.
Quale Logica ? Quale diritto ? Una certa coerenza di ragionamento la si ritrova quando si ragiona della morte come tipo di danno alla salute più grave della semplice lesione (Corte appello Roma 4 giugno 1992, Resp. civ. e prev. 1992, 597 ). Per cui si giunge a quella che secondo noi è l'argomentazione più corretta e che è stata applicata in Marsili c. Giaccari (Tribunale Firenze 18 novembre 1991, Arch. giur. circol. e sinistri 1992, 39). Argomento che muove dalle funzioni stesse della R.C. Funzione dell'istituto è non solo quella di reintegrare il danneggiato, ma anche quella di prevenire e sanzionare l'illecito[pm1]. Giustamente il Tribunale ha rilevato che il risarcimento del danno alla salute - bene che di per sè non ha un mercato e quindi un prezzo corrente - assolve squisitamente ad una funzione sanzionatoria. Ovvero: nel campo dei danni patrimoniali noi operiamo una prevenzione generica degli incidenti addossando al danneggiante il costo della sua azione; al di fuori di questo campo noi non assegniamo semplicemente un costo, ma decidiamo di usare la quantificazione del risarcimento come deterrente specifico per scoraggiare determinate condotte lesive. Perciò è giusto far risarcire la lesione alla salute, anche se questa non ha un prezzo corrente di mercato. " A maggior ragione - sostiene il Tribunale di Firenze - si deve postulare la sanzione piu' grave per la violazione di maggiore gravita' (fattispecie di evento mortale). Il decesso per quanto ravvicinato all'evento lesione non puo' che porsi ontologicamente, prima che temporalmente, fra le conseguenze del fatto" .
In parole povere, ma con estremo rispetto della coerenza funzionale, non può convenire uccidere una persona piuttosto che renderla inferma.
Naturalmente questa storia altalenante del danno biologico da uccisione non può essere letta che in connessione con le vicende della regola giurisprudenziale che vieta la risarcibilità del danno morale alle vittime di rimbalzo (cfr. Cassazione civile sez. III, 17 ottobre 1992 n. 11414, Giust. civ. Mass. 1992; Cassazione civile sez. III, 17 ottobre 1992, n. 11414 Arch. giur. circol. e sinistri 1993, 158.)
Alcune decisioni hanno cercato di scalfire tale impostazione. Così si è argomentato che il leso soffre intensamente prima di morire e perciò matura un diritto al risarcimento del danno morale, che come tale è un diritto patrimoniale, e si trasmette agli eredi secondo le regole delle successioni mortis causa (Tribunale Genova, 5 giugno 1992 Nuova giur. civ. commentata 1993,I, 575 nota CEPOLLINA) .
Facile far notare la stramberia del vecchio zio, da decenni residente nelle lontane americhe, che eredita la pretesa al risarcimento del danno morale del mai conosciuto nipote deceduto su un ramo del lago di como.
Mentre , meno stramba a proposito del morale, che non a riguardo del biologico, è l'idea che sia proprio la sofferenza subita "durante la morte" a trasmettersi agli eredi, per cui la morte istantanea - quella sognata da Cesare - non dando luogo a sofferenza non dà luogo a trapasso ereditario, ed invece la lunga agonia avvantaggia (patrimonialmente) gli eredi (che vi subentrano, magari, per rappresentazione).
D'altrone si sa "se il morto piange , vuol dire che gli dispiace di morire".
Ancor più balzana l'impostazione data al problema dal Tribunale di Verona. Codesto Tribunale riconosce che vige il principio per cui non compete il risarcimento dei danni morali conseguenti alle lesioni personali subite da un congiunto, in quanto si tratta di danni che non derivano in via immediata e diretta dal reato . Lo stesso Tribunale, però, stabilisce una deroga al rincipio"in caso di eccezionale gravita' delle lesioni e dei postumi che ne sono derivati". Ovvero quando il soggetto offeso ha riportato danni permanenti di cosi' rilevante entita', con la compromissione delle piu' importanti funzioni vitali (come quella cerebrale e motoria) da concretare uno stato simile alla morte.
In queste ipotesi, i prossimi congiunti dell'offeso patiscono direttamente e personalmente quel pregiudizio morale che merita congrua riparazione. (Tribunale Verona 4 marzo 1991, Giur. merito 1992, 823).
Pertanto la risarcibilità o meno del danno morale dipenderebbe dalla gravità del danno del congiunto. E si noti : perchè in caso di danno meno grave i congiunti non ne subiscono le conseguenze direttamente e immediatamente, ma indirettamente e in via mediata.
Il comparatista avvezzo a dire che la tradizione romanista si fonda sulla logica e sui concetti dovrebbe, a questo punto, rivedere le proprie posizioni.
Una posizione (almeno) coerente, ma in senso largheggiante è stata adottata dal Tribunale di Roma (9 luglio 1991, Riv. giur. circol. trasp. 1992, 138), secondo cui il diritto al risarcimento dei danni patrimoniali ed extrapatrimoniali compete "jure proprio" a tutti coloro che abbiano subito un grave perturbamento per la morte di un infortunato in un incidente stradale.
In questo modo il principio tradizionale viene semplicemente relegato in un angolo della soffitta.
Naturalmente a questo punto a nulla rileva il fatto della convivenza o la qualita' di erede.
Nella specie si trattava di un defunto il quale, sposato con figli legittimi, aveva convissuto "more uxorio" con altra donna. Il Tribunale ha stabilito che il diritto al risarcimento competeva ai componenti sia della famiglia legittima che della famiglia di fatto, poichè entrambi avevano sofferto.
Trattandosi di un principio alla francese diviene una questione di fatto sapere chi ha soferto e chi no : in altri casi (a seconda della prova delle circostanze) i familiari legittimi potrebbero non avere alcun danno morale da vantare, o viceversa, la dipartita del defunto potrebbe aver cagionato ancora un grave dolore nella famiglia legittima di origine, ed aver costituito una gran liberazione per la convivente more uxorio.
Un ulteriore momento di gloria la convivente more uxorio lo ha avuto quando il legislatore è stato sul punto di admbrare che "nel caso di lesioni mortali il risarcimento del danno patrimoniale e morale compete anche al convivente della vittima che dimostri la sussistenza dei requisiti dell'unione e comunanzza di vita, del mutuo affetto e della reciproca assistenza morale e materiale, per un periodo non inferiore a cinque anni". Una specie nuova di usucapio sul cui background ha riferito F.FERRARI, La Tutela aquiliana della convivenza "more uxorio", Corr. giur., 1992, 931.
D'altronde che il convivente vada tutelato è ormai opinione diffusa (cfr. Tribunale Lanciano, 29 giugno 1991 Giur. it. 1993,I,2, 108 ) ed altre decisioni si sono ormai spinte alla quantificazione delle sofferenze di rimbalzo, stabilendo, fra l'altro, che la giovane figlia non può aver sofferto meno della madre (Corte appello Napoli, 15 ottobre 1992 Arch. giur. circol. e sinistri 1993, 431 ).
A ben vedere le Corti di merito sono, infatti, ben propense a considerare positivamente il danno morale conseguente alle lesioni dei congiunti, così in un caso in cui un minore aveva perduto entrambi i genitori in un sinistro stradale, ereditando il loro intero patrimonio, si è deciso che non è risarcibile, perchè non valutabile con certezza il danno alla vita di relazione,poichè il minore veniva a trovarsi in una situazionee economica tale da poter condurre lo stesso tenore di vita che avrebbe avuto viventi i genitori, ma che, invece, è perfettamente risarcibile (in via equitativa) il danno morale(Tribunale Roma 8 marzo 1991, Arch. giur. circol. e sinistri 1991, 761).
Insomma ci troviamo, ancora una volta di fronte ad una ribellione delle Corti di merito, ciò che fa supporre che prima o poi la Corte Suprema si adeguerà (com ha fatto in tema di lesione del credito al datore di lavoro, e in tema di danno biologico) alla "nuova" giurisprudenza, che nonostante lei prosegue.
Per ora la Cassazione è giunta financo a conculcare i diritti dei nonni stabilendo che i nonni non conviventi con la vittima non hanno in genere diritto al risarcimento del danno morale (Cass. 23 giugno 1993, n. 6938).
Da ultimo la Corte Costituzionale ha cercato di dare il suo contributo ( Corte cost. 27 ottobre 1994 n. 372, Rel. Mengoni), in senso marcatamente negativo.
La Corte ha ritenuto che "vita e salute sono beni giuridici diversi, oggetto di diritti distinti, sicchè la lesione dell'integrità fisica con esito letale non può considerarsi una semplice sottoipotesi di lesione alla salute in senso proprio, la quale implica la permanenza in vita del leso con menomazioni invalidanti". Secondo la Corte "l'ostacolo a riconoscere ai congiunti un diritto al risarcimento in qualità di eredi non proviene dunque ... dal carattere patrimoniale dei danni risarcibili ... bensì da un limite strutturale della responsabilità civile" : l'oggetto del risarcimento non può consistere se non in una perdita cagionata dalla lesione.
La Corte ha così stabilito :"All'estinzione dei rapporti di coniugio o di parentela della persona deceduta ... non inerisce necessariamente una lesione della salute del comiuge o dei parenti superstiti". Perciò occorre dimostrare che l'infortunio mortale ha causato a un familiare una lesione psico-fisica "infarto da shock o uno stato di prostrazione tale da spegnere il gusto di vivere". Insomma il danno risarcibile al familiare consiste nel danno alla sua salute come rimbalzo della lesione della vita del congiunto deceduto. Perciò se non vi è stato tale danno il familiare non ha diritto al risarcimento.
Si noti come l'esemplificazione dovuta alla mente dell'illustre relatore non sia omogenea : un conto è un infarto dovuto a shock, un conto è uno "stato di prostrazione profonda".
Qual è la prova della prostrazione ? Basta la prostrazione psichica, od occorre che essa si estrinsechi in patologie oggettivamente ideintificabili ?
Peraltro la Corte indica che la norma violata nella lesione della vita consiste in una "regola del codice della strada" con la stramba conseguenza per cui la salute sarebbe tutelata a livello di norma costituzionale, mentre la vita è tutelata alivello di norma del codice della strada. Forse ha ragione chi dice che bisogna scrivere una nuova Costituzione.
Sulla base di questi "argomenti" la Corte ha quindi escluso che i parenti abbiano diritto jure hereditario al risarcimento del danno subito dal congiunto ucciso, ed ha ammesso un loro diritto jure proprio al risarcimento solo in presenza di un loro danno alla salute.
Non mi sembra affatto che il capitolo possa dirsi chiuso: la sentenza della Corte è evidentemente sbagliata sul piano delle conseguenze, così come sul piano dell'argomentazione (distinzione tra tutela della salute e tutela della vita). E' ovvio che alla sua stregua convenga ammazzare la vittima piuttosto che ferirla gravemente. E' altrettanto ovvio che avvocati e giudici di merito potranno ribellarsi facilmente a tale stantia giurisprudenza aggiustando la prova dello "stato di prostrazione" ritenuto necessario per accordare il risarcimento.
Il sistema del 2059 è ormai da tempo finito. Dal punto di vista storico la decisione della Corte non esprime che gli utlimi rantoli di un brontosauro condannato all'estinzione.