Ridere coi giudici : il Tribunale di Roma ed il diritto di satira


La Pretura ed il Tribunale di Roma si sono variamente interessati del diritto di satira.
Un primo caso Vanzina c. Soc. Videotime (P. Roma, 16-02-1989,Dir. informazione e informatica, 1989, 520)concerneva l'utilizzazione di un soggetto al fine di creare un tipo comico, una macchietta da riproporre continuamente nel corso di un programma televisivo. La Pretura ha riconosciuto che il diritto di satira trova fondamento negli artt. 9,21,23 cost., ma che tale diritto "deve ritenersi soggetto a limiti secondo un criterio di coerenza causale tra qualità della dimensione pubblica del personaggio fatto oggetto di satira e contenuto artistico espressivo sottoposto ai percettori del messaggio". Con la conseguenza che deve ritenersi illecita la satira meramente denigratoria tale da strumentalizzare pretestuosamente il nome e l'immagine di un personaggio . Ciò che la Pretura ha ritenuto sussistere nel caso di specie.
Una posizione assai liberale è stata assunta nel caso Berlusconi c. L'espresso (Trib. Roma, 5 giugno, 1991, in Dir. inf. e inf., 1992, 64 nota VIGLI) laddove il Tribunale ha ritenuto che in presenza di un "nesso causale tra dimensione pubblica del personaggio e contenuto artistico" (docrtine oscura che sarà chiarita nei precedenti successivi) la satira non è soggetta a censure. Infatti alla satira non si possono applicare i limiti della verità del fatto e della correttezza formale dell'esposizione elaborati in tema di diritto di cronaca.
In Carrisi c. Arbore ( Tribunale Roma, 13 febbraio 1992 Dir. inf. e inf. 1992, 844 ) Il Tribunale ha riconosciuto alla satira il rango di diritto soggettivo di rilevanza costituzionale, e nel fissarne i parametri di liceità lo nettamente distinto dal diritto di cronaca. La satira infatti, non risponde ad esigenze informative, non ha alcun rapporto di necessita' e di coincidenza con la verita' del fatto e non deve conformarsi a canoni di equilibrata espressione.
Inoltre secondo il Tribunale "svolta in forme espressive umoristiche ed al manifesto scopo di suscitare ilarita', la satira svolge la non trascurabile funzione di moderare i potenti, smitizzare ed umanizzare i famosi, umiliare i protervi, vale a dire una funzione fondamentale di controllo sociale e di protezione contro gli eccessi del "potere", nonche' di attenuazione delle tensioni sociali e di tutela ed attuazione del valore fondamentale della tolleranza".
Essa incontra tuttavia due tipi di limiti uno "interno" ed altri "esterni".
Per quanto concerne il limite "interno" - secondo la terminologia adottata dal Tribunale - il suo legittimo esercizio e' subordinato alla notorieta' del personaggio cui e' destinata . Col suo solito linguaggio esistenzialista il Tribunale ha infatti ritenuto che il personaggio famoso "proprio per avere scelto la notorieta' come dimensione esistenziale del proprio agire, si presume abbia rinunciato a quella parte del proprio diritto alla riservatezza direttamente correlata alla sua dimensione pubblica ".
I limiti esterni sono propri di ciascuno dei mezzi di diffusione della satira stessa, e sono collegati ai contenuti del messaggio satirico. Ad es., l'alterazione del nome e dell'immagine, la realizzazione di accostamenti sconci, ripugnanti e subdoli, l'attribuzione di fatti offensivi determinati, la raffigurazione ironica o tendenziosa di vicende personalissime e delicate del soggetto preso di mira, la propalazione di notizie destinate per legge al segreto od alla riservatezza o comunque idonee a creare notevole imbarazzo o grave disagio nell'ambito familiare, professionale e sociale, e cosi' via
Che cosa volesse dire con questa sentenza il Tribunale di Roma ha cercato di chiarirlo in ....[pm1].( Tribunale Roma, 26 giugno 1993 Dir. informatica 1993, 985 ), laddove si è detto che il diritto di satira non equivale a quello di libero insulto.
L'atteggiamento del tribunale è quasi patetico : infatti prima afferma che la satira "corrisponde ad un'antichissima esigenza di controllo sociale e di ridimensionamento dei potenti e dei famosi " - trovando perciò ovvio riconoscimento costituzionale negli artt. 9, 21, 23 e 33 - e poi passa a proteggere proprio i potenti e i famosi : nella specie un partito politico stabilendo che deve reputarsi lesiva della reputazione di un partito politico - il quale quindi è titolare di diritti della personalità- "la trasmissione satirica nella quale siano contenute affermazioni denigratorie del partito stesso, non direttamente collegate con la situazione oggetto di satira ". Ma chi dunque deve stabilire questo "collegamento" ? I giudici ?
Intanto in Gatto c. La Repubblica (Trib. Roma 31 ottobre 1992, in Dir. inf. e inf., 1993, 390) il Tribunale di Roma ha espressamente paragonato il diritto di satira ad una esimente (evidentemente non codificata), ed ha stabilito che può essere invocata "solo quando" sia dato ravvisare un nesso di coerenza causale tra la qualità della dimensione pubblica del personaggio ed il contenuto artistico espressivo sottoposto ai percettori del messaggio (leggi "pubblico"). Nella specie era stata ritenuta ilecita l'utilizzazione della figura di un artigiano "perchè non strumento di satira diretto e palese del medesimo", bensì quale "veicolo di un messaggio satirico" indirizzato nei confronti di un terzo. A questa stregua Socrate che utilizzava la figura del "ciabattino" per mettere in ridicolo certi aspetti della democrazia ateniese sarebbe stato condannato (ed in effetti lo fu).
Insomma, torniamo a chiederci, chi deve giudicare della coerenza causale della satira ? I giudici ? Perchè ?
Ormai i giudici stabiliscono i concorsi, rifanno gli articoli, da sempre giudicato del carattere artistico o meno di certe opere, ed ora sindacano anche le strutture della satira. Non è lontano il tempo in cui sulla base del ricorso di una aspirante delusa stabiliranno i parametri dei concorsi di bellezza.
Evidentemente il Tribunale di Roma sta perseguendo una propria linea di pensiero, ma finora non è molto in grado di articolarla se non dicendo che la satira " puo' considerarsi legittima, - si noti la concessiva - qualora si mantenga nei limiti di volta in volta imposti dalla situazione concreta " il che non vuol dire nulla se non che di volta in volta i giudici hanno il potere di stabilire se la satira è o meno legittima.