Terre di frontiera : Detrimental Reliance, il fumo come Mass Tort, e la "chance" del corridore escluso


In diritto italiano sta emergendo un'altra doctrine presente da tempo in America: si tratta della doctrine del detrimental reliance.
Questa impostazione era stata "inventata" nel fondamentale caso Failla c. Paskwer ved. De Chirico (Cass. 24 maggio 1982, Est. Sgroi, Foro it., 1982, I, 2864) come diritto all'integrità patrimoniale in un caso in cui il compratore di un quadro di De Chirico si era rivolto allo stesso Maestro per sapere se il quadro era vero o falso. De Chirico aveva riconosciuto come proprio il quadro e vi aveva apposto una seconda firma. Di poi era risultato che il quadro era falso. Tale diritto all'integrità patrimoniale è stato utilizzato dalle corti per costruire la lesione alla reputazione economica dellimprenditore, a partire da Limoni snc c. Guerlain SA (Cass. 25 luglio 1986, n. 4755, Est. Maltese, Resp. civ. prev., 1987, 833 nota BALZARINI) e Soc. Valentino Garavani c. Postalmarket (Pret. Roma 7 aprile 1987, Resp. civ. prev. 1988, 114). Nonostante le ampie declamazioni espresse da Sgroi in Failla un tale diritto all'integrità patrimoniale non ha avuto molto successo al di fuori di questo ambito, ed anche in questo ambito a partire da Veuve Cliquot et al. c. Zarri ( Cass. 21 ottobre 1988, n. 5716, Foro it., 1989, I, 764) la reputazione del buon nome dell'imprenditore si è sganciata dal riferimento all'integrità patrimoniale.
Orbene l'invenzione di un diritto all'integrità del proprio patrimonio è palesemente un marchiano errore giuridico. Se tale diritto esistesse ogniqualvolta vi fosse un danno patrimoniale, per ciò solo il danno sarebbe ingiusto, e , quindi, scatterebbe la responsabilità civile.
La ratio decidendi del caso Failla era però più che giusta, e la S.C. in Guglielmini c. Usl 9 Torino (Cass. 22 novembre 1993, n. 11503, Giur. it., 93,I,1, 550 nota CARUSI) ha insegnato che è appunto alla ratio decidendi di un caso che occorre guardare per utilizzarlo come precedente. Ebbene tale ratio riguardava i casi in cui taluno, senza colpa, fa affidamento sulle dichiarazioni di un altro soggetto (anche se costui non è parte del contratto che si stipula) che risultano poi colposamente false, ed in conseguenza di tale affidamento peggiora la propria posizione economica (comprando un quadro falso, ecc.). Tali casi sono tipici dell'ambito del detrimental reliance in America come protezione del proprio status quo interest (Cfr. il celebre articolo di FULLER e PERDUE, The Reliance Interest in Contract Damages, I, 46 Yale LJ 52 (1936), II, 46 Yale LJ 373 (1937).
Recentemente la Corte Suprema in [pm1] (Cass. 17 aprile 1993, n. 4545, Giust.civ. Mass., 1993, 688) ha avuto occasione di affermare tale doctrine della detrimental reliance sganciandola da qualsiasi riferimento all'integrità patrimoniale. La S.C. ha , infatti, stabilito che sorge un'azione ex 2043 tutte le volte in cui sia derivato un danno a colui che ha posto in essere una attività negoziale facendo ragionevole affidamento sulla veridicità delle dichiarazioni rese con dolo o colpa da un terzo, e risultate poi inveritiere.
La Corte Costituzionale (7 maggio 1991, n. 202, Giur. it., 1992, I,1,70) è stata investita di una questione relativa ad un possibile Mass Tort (su cui cfr. la Relazione italiana di PONZANELLI in Italian Nat'l Reports to AIDC Conference in Athens, Milano, 1994, nonchè la Relazione Generale di FLEMING svolta al medesimo congrsso , In corso di pubblicazione). [pm2]
La Corte ha stabilito che è inammissibile per difetto di rilevanza la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1 lett. a) e b) della l. 11 novembre 1975 n. 584 per violazione degli artt. 2,3,17 e 32 cost.
La questione riguardava la risarcibilità dei danni derivanti dal cosiddetto fumo passivo. La decisione può a mala pena dirsi scritta in italiano. Per quel che si capisce la Corte avrebbe dichiarato che tale risarcibilità trova direttamente fondamento nel collegamento tra l'art. 32 cost. e l'art. 2043 "senza che rilievo preclusivo possa assumere l'insussistenza del divieto di fumare nella circostanza specifica in cui il danno viene prospettato". Cioè non importa che sia o meno vietato fumare; il danno da fumo passivo è un danno ingiusto lesivo della salute, e come tale andrebbe risarcito. Però la Corte aggiunge "l'estensione successiva del divieto, per il tramite di una decisione di accoglimento "additiva" della corte costituzionale, [non] potrebbe agevolare l'integrazione del profilo soggettivo dell'illecito : la condotta di un soggetto non può essere qualificata da responsabilità per colpa specifica, se al momento in cui essa è stata assunta non era vigente e conoscibile la norma contenente la relativa regola cautelare".
Traducendo si direbbe che non è in colpa, e quindi non è responsabile, chi fuma quando ciò è consentito dall'ordinamento.
In tal modo la Corte fa entrare in gioco la complicata e delicata doctrine della conoscibilità della norma per negare rilevanza ad una propria decisione di accoglimento, e quindi per esimersi dal prenderla nel caso in esame.
La decisione è evidentemente importante. Fortunatamente i giornali non l'hanno divulgata, e stranamente gli autori non l'hanno molto commentata.
Dal punto di vista della teoria dell'illecito civile essa pone vari problemi. Nel caso del fumo passivo insomma c'è l'ingiustizia, ma non c'è la colpa, perchè la legge consente di fumare.
Probabilmente la corte ha evitato di dichiarare incostituzionali , per contrasto con l'art. 32, le norme della legge del 1975 che consentono di fumare in vari tipi di locali pubblici, evitando di dare la stura ad una massa indiscriminata di azioni di risarcimento ricorrendo all'escamotage di far rientrare la violazione o meno di una norma protettiva della vittima tra i requisiti della colpa. Perciò ha potuto rigettare la questione come irrilevante perchè se anche ha riconosciuto l'ingiustizia del danno (nel collegamento tra 2043 e 32 cost.) ha negato che in passato possa esservi stata colpa alcuna da parte di chi ha fumato in pubblico.
Poichè la questione è molto spinosa, e le azioni che potrebbero venire intentate sono innumeri, la scrittura ermetica della decisione (il trobar clus della stessa) è stata funzionale al lasciar passare in secondo piano la presa di posizione sull'ingiustizia del danno da fumo passivo che tuttavia (Ahimé) sussiste.
Infine un caso peculiare in termini di "perdita di chance" si è presentato in ....[pm3] (Trib. Monza 21 febbraio 1992, Resp. civ. prev. 1993, 859 nota DASSI). Secondo il Tribunale la perdita di "chance" da parte del corridore automobilistico professionista, escluso dalle competizioni sportive dalla sua stessa scuderia, costituisce un danno concreto ed attuale, e non meramente potenziale. Questo perchè la "chance", è una entità patrimoniale a sè stante, dotata di una propria autonomia economica, che va valutata sulla base di "criteri prognostici basati sulle concrete ragionevoli possibilità di risultato, deducibili dai risultati sportivi precedenti e dagli obblighi contrattuali assunti".
Il precedente capostitipe della perdita di chance Baroncini c. Enel (Cass. 19 dicembre 1986, n. 6506, Foro it. 1986, I, 383) ha trovato puntale conferma in un caso analogo. In Sicilcasse c. Chinnici (Cass. 19 aprile 1993, n. 5026, Giur. it. 1994, I, 1, 234 nota MUSY) si è infatti affrontato un caso di concorso interno per promozione. La Corte ha ritenuto che in capo al datore di lavoro incomba l'obbligo di compiere effettivamente le previste valutazioni comparative, altrimenti deve rispondere del danno conseguente dalla perdita di probabilità di promozione attribuibile al candidato. Per andare esente da responsabilità il datore di lavoro deve necessariamente esternare i criteri di valutazione seguiti per pervenire alla quantificazione dei requisiti considerati "Non potendo la valutazione identificarsi con il suo risultato".