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Sezione Prima -Il fondamento della responsabilità

1. Il criterio di imputazione della responsabilità e la nozione di custodia

L’interesse crescente di dottrina e giurisprudenza per la disciplina della responsabilità per danni cagionati da animali e da cose in custodia non è né episodico né contingente. Esso è giustificato dalla complessità di fondo che tali norme riproducono e dall’evoluzione del difficile rapporto tra esigenze di tutela dei terzi e criteri di imputazione della responsabilità. Gli artt. 2051 e 2052 c.c. sono stati non a caso indicati come norme che individuano una disciplina di confine fra due modelli di responsabilità. Come tali esse coinvolgono e rimettono costantemente in discussione tutti gli elementi costitutivi della responsabilità aquiliana, da quelli soggettivi, al rapporto di causalità, all’ingiustizia del danno. La lettura tradizionale dell’art. 2052 c.c., accolta peraltro anche nella precedente edizione di quest’opera, individua il presupposto teorico di attribuzione della responsabilità nel dovere di custodia, da intendersi non già nella familiare accezione tecnico-contrattuale di cui agli artt. 1177 e 1766 c.c., bensì come disponibilità giuridica e di fatto (A. Jannarelli, La responsabilità civile, in Istituzioni di diritto privato, a cura di M. Bessone, Torino, 1995, 935), cui consegue il potere-dovere di controllo e vigilanza sull’animale. Nella "custodia" è stato generalmente identificato il fondamento ultimo tanto dell’art. 2051 quanto dell’art. 2052 c.c., norme di cui si è per lo più proposta una ricomprensione concettuale unitaria, avvalorata dal riferimento, contenuto in entrambe, alla nozione di custodia, per l’appunto, e al caso fortuito quale unica esimente (cfr. App. Torino, 2-5-1958, in Rep. Giur. it., 1959, voce Responsabilità civile, n. 258; App. Milano, 14-3-1961, in Rep. Giust. civ., 1961, voce Responsabilità civile, n. 318). La custodia, sia nell’una che nell’altra ipotesi, verrebbe ad essere necessariamente ricompresa nella fattispecie costitutiva della responsabilità, con la funzione di individuare il soggetto passivo dell’obbligazione risarcitoria (per un’indagine più approfondita sulla nozione di custodia si rimanda all’esame dell’art. 2051 c.c. contenuto in altra parte dell’opera). Questa ricostruzione ha avuto largo seguito in giurisprudenza, tanto che in una recente pronunzia di un giudice di merito si riafferma che "per pressoché unanime interpretazione il fondamento della norma in questione è il dovere di custodia, la cui violazione fa nascere in capo al proprietario o chi si serva dell’animale l’obbligo di risarcire il danno che l’animale cagioni a terzi" (Pret. Modena, 9-5-1994, in Arch. civ., 1994, 1067; sull’ "obbligo di custodia" cfr. anche Trib. Perugia, 30-4-1963, in Rep. Giur. it., 1964, voce Responsabilità civile, n. 258; Trib. Fermo, 10-6-1960, in Giur. it., 1962, I, 2, 238). Nello stesso senso, già Cass., 15-4-1959, n. 1115, (in Foro it., 1960, I, 281, con nota di Bonasi Benucci, Appunti sulla responsabilità per fatto degli animali) aveva ritenuto che il fondamento della responsabilità ex art. 2052 c.c. va ravvisato nell’omessa custodia dell’animale, "cosicché è responsabile soltanto quella persona che era tenuta a vigilare sull’animale nel momento in cui ha arrecato ad altri un danno. Il concetto del profitto comune al proprietario e a chi si serve dell’animale è completamente estraneo alla disposizione in esame, poiché esso comporterebbe la responsabilità obiettiva per danno cagionato dal proprietario, mentre, per quanto si è detto, la responsabilità per danno cagionato da un animale è fondata su una presunzione di culpa in vigilando, e più esattamente di omessa o difettosa custodia dell’animale stesso" (cfr. anche Cass., 6-1-1983, n. 75, in Giur. it., 1983, I, 1, 1481). Senonché una soluzione di questo tipo, per taluni versi appagante da un punto di vista sistematico-ricostruttivo, si è rivelata estremamente fragile sul piano pratico-applicativo, dando luogo a notevoli incertezze circa l’individuazione del soggetto alternativamente obbligato rispetto al proprietario. Incertezze alimentate peraltro dall’ambiguità di fondo di una soluzione di tipo soggettivistico (dovere di custodia come fondamento della responsabilità) nel contesto di una norma fortemente strutturata su criteri di tipo oggettivo. Si è così cominciato a dubitare che il criterio di attribuzione della responsabilità per danni cagionati da animali potesse essere a ragione ricercato nella nozione di custodia, nonostante l’indiscutibile dato formale rappresentato dall’espresso riferimento normativo. A tal riguardo è stato sostenuto che l’espressione "custodia" non avrebbe nell’art. 2052 c.c. la stessa valenza generale riscontrabile invece nell’art. 2051 c.c., dove è in effetti deputata ad individuare il soggetto passivo dell’obbligazione risarcitoria (M. Franzoni, La responsabilità oggettiva, Padova, 1988, p. 463; C. Salvi, Responsabilità extracontrattuale (dir. vig.), in Enc. del dir., vol. XXIX, Milano, 1988, 1229). Nella formulazione dell’art. 2052, al contrario, il termine custodia sarebbe unicamente evocato in contrapposizione alle nozioni di smarrimento o fuga dell’animale per sostenerne l’irrilevanza del dato rispetto alla fattispecie considerata; operando in tal modo una traslazione del rischio del fatto dannoso dal danneggiato al danneggiante, sia che sull’animale fosse esercitabile un potere di fatto, sia che lo stesso fosse sfuggito o smarrito. L’identificazione dei soggetti tenuti al risarcimento del danno sarebbe invece già compiuta dal legislatore mediante il riferimento alle figure del "proprietario" o di "chi si serve dell’animale", senza che la nozione di custodia possa aggiungere nulla che non trovi già una adeguata espressione legislativa. Non potrebbe così sostenersi che il fondamento della responsabilità del proprietario o dell’utente dell’animale stia nella sua custodia giuridica, "poiché si aggiungerebbe inutilmente un concetto al dato testuale della norma" (Franzoni, ibid., p. 464; Ventrella, Danno cagionato da animali: fondamento della responsabilità e individuazione dei soggetti responsabili, in Giust. civ., 1978, I, 744; Belfiore, Appunti in materia di danni cagionati da animali, in Giur. merito, 1973, I, 12). La funzione dell’espressione "custodia" sarebbe quindi solo quella di restringere l’ampiezza della prova liberatoria, escludendo dal concetto di fortuito la mera fuga o smarrimento dell’animale stesso. Il fondamento della responsabilità consisterebbe invece, in questa prospettiva, nel rapporto di utenza (così Pret. Avellino, 25-1-1972, in Giur. it., 1973, I, 2, 338), ravvisabile a seconda delle circostanze a vantaggio del proprietario o alternativamente di chi "si serve dell’animale per il tempo in cui lo ha in uso". Ciò che viene in considerazione non è, quindi, la custodia, che ben può essere disgiunta dal potere di sfruttamento, bensì il profilo funzionale del potere di uso dell’animale (testualmente il "servizio") secondo la sua specifica natura e la "normale" destinazione economico-sociale; così che se l’utente è da considerarsi necessariamente custode dell’animale, non è sempre dimostrabile il contrario, potendo l’uso permanere anche in presenza della custodia altrui dell’animale (App. Firenze, 7-2-1955, in Giur. tosc., 1955, 195). I giudici di legittimità hanno, infatti, avuto modo di chiarire che per utente è da intendersi il soggetto che utilizzi l’animale, "in virtù di un rapporto anche di mero fatto, con il consenso del proprietario, per la realizzazione di un interesse autonomo, ancorché diverso da quello che il proprietario avrebbe tratto o di fatto traeva" (Cass., 9-12-1992, n. 13016, in Arch. giur. circ., 1993, p. 420). In questo senso già si era espresso il Supremo Collegio nel leading case Montera c. I.n.a.i.l., affermando che la responsabilità alternativa di cui si discute "discende rispettivamente dal rapporto proprietà e dallo speciale rapporto in forza del quale il terzo ha il diritto di servirsi dell’animale. All’origine, il fondamento della responsabilità di cui all’art. 2052 deriva dal concetto di utilità che dall’animale ritrae il proprietario, o chi se ne serve temporaneamente in forza di un diritto reale parziario (usufrutto, uso) o di un rapporto contrattuale (comodato, locazione) derivante anche da un titolo di mera cortesia, ma implicante pur sempre il diritto di utilizzazione di esso. In altri termini la responsabilità del proprietario - o di chi si serve dell’animale - con il relativo rischio, rappresenta la contropartita dei vantaggi connessi all’utilizzazione del medesimo in applicazione del principio ubi commoda ibi incommoda. Tale responsabilità si trasferisce a carico di un terzo, per le ragioni anzidette, solo quando a questo passi il diritto di trarre dall’animale lo stesso uso, e cioè le stesse possibilità di utilizzazione spettanti al proprietario. Il solo affidamento a un terzo dell’animale, per ragioni di custodia, di cura, di governo, di mantenimento (ad es. ad un veterinario, maniscalco, vettore, stalliere, ecc.) non sposta tale situazione di responsabilità, giacché siffatto affidamento non viene ad implicare il diritto di uso, nei termini già detti" (Cass., 30-11-1977, n. 5226, in Giur. it., 1978, I, 1, 225; Giust. civ. 1978, I, 739 con nota di Ventrella; in Resp. civ. e prev., 1978, 230; in Foro it., 1978, I, 909). In tal senso già Cass., 29-10-1969, n. 3558 (in Rep. Giur. it., voce cit., n. 202), aveva correttamente osservato che "il soggetto che abbia ricevuto degli animali in semplice custodia al fine di condurli al pascolo e li governi nell’ambito delle mansioni conferitegli, in vece del proprietario, senza sottrarli all’ingerenza di questo, non esercita su di essi l’uso di cui all’art. 2052 c.c. e, quindi, non risponde in luogo del proprietario dei danni cagionati a terzi dai medesimi animali".

2. La legittimazione passiva: a) il proprietario

L’individuazione del soggetto obbligato al risarcimento in quanto proprietario dell’animale non ha in genere presentato particolari difficoltà. Ai fini che qui rilevano, è opportuno segnalare una recente pronunzia della Pretura di Rovereto, la quale ha osservato che la registrazione dell’animale (nella specie, il cane) presso la cosiddetta "anagrafe canina" (prevista dalla l. 14 agosto 1991, n. 281) non è decisiva allo scopo di individuare il titolare di un diritto reale sull’animale stesso. "La qualità di proprietario di un animale di affezione va invece ricercata sulla base di indici di natura concreta, che evidenzino l’esercizio da parte di una o più persone di un potere di governo e delle correlative cure" (Pret. Rovereto, 15-6-1994, in Nuova giur. civ. comm., 1995, con nota di Zatti, Chi è il <padrone> del cane?). Fonte di dubbi, al margine di un’elaborata casistica, è stata invece la determinazione del proprietario nell’ipotesi di danni cagionati dalla fauna selvatica o da animali riuniti in gruppi ed appartenenti a persone diverse, quando sia nel merito difficile l’attribuzione del fatto lesivo (su entrambe le questioni si rinvia oltre). Nè è stato fonte di incertezze interpretative il carattere alternativo e non cumulativo della responsabilità in questione. Nella fattispecie di cui all’art. 2052 c.c., in altri termini, non ricorre un vincolo di solidarietà tra proprietario ed utilizzatore, ma l’imputazione della responsabilità in capo a quest’ultimo esclude la responsabilità del primo. In tal senso, infatti, Cass. 9-12-1992, n. 13016, in Arch. giur. circ., 1993, p. 420, ha ribadito che "il rapporto tra questi due soggetti è alternativo (come si ricava dall’uso della congiunzione disgiuntiva <o> e come questa Corte ha sempre affermato da epoca oramai risalente: sent. n. 1553 del 1943 e n. 1115 del 1959), sia nel senso che i due soggetti possono avvicendarsi tra di loro (e quindi la presenza di uno dei soggetti non esclude quella dell’altro), sia nel senso che la concreta responsabilità dell’uno si contrappone a quella dell’altro; la configurazione della responsabilità di uno dei due soggetti esclude, cioè, quella dell’altro" (cfr. anche Pret. Torino, 4-10-1991, in Nuovo dir., 1992, p. 369, con nota di Caianello; e in Arch. civ., 1992, p. 311; Cass., 15-4-1959, n. 1115, cit.; App. Brescia, 14-1-1969, in Giur. it., 1969, I, 2, 927; Trib. Lucca, 15-10-1968, in Rep. Giur. it., 1970, voce cit., n. 148; Trib. Perugia, 14-2-1964, ivi, 1965, voce cit., n. 159; Trib. Perugia, 30-4-1963, ivi, 1964, voce cit., nn. 258-259; App. Ancona, 9-8-1962, in Resp. civ. e prev., 1964, p. 100; Trib. Fermo, 10-6-1960, in Giur. it., 1962, I, 2, p.238). La soggezione alternativa alla responsabilità opera però solo nei confronti dei terzi, estranei sia alla proprietà che all’uso dell’animale; né può essere fatta valere da uno degli obbligati verso l’altro (Cass., 9-1-1979, n. 116, in Arch. civ., 1979, 578). Di conseguenza, salva la sua responsabilità personale nei confronti dei terzi, il proprietario ha regresso verso il custode non utilizzatore dell’animale per l’eventuale violazione dei correlativi doveri di vigilanza e sorveglianza (Cass. 30-11-1977, n. 5226, cit.). Da notare che il danneggiato può in ogni caso citare in giudizio il proprietario dell’animale. L’onere di provare l’effettiva sussistenza del rapporto di utenza non ricade infatti sulla vittima del fatto lesivo; sarà invece il proprietario a dover dimostrare l’avvenuta traslazione del rischio, e conseguentemente della responsabilità, in capo al soggetto alternativamente obbligato (come contropartita all’utilizzazione dei commoda offerti dall’animale). Così, Cass., 7-5-1958, n. 1485, in Resp. civ. e prev., 1959, 119, ha puntualizzato che il proprietario è gravato dell’onere della prova che "l’animale, nel momento in cui fu causa dell’evento lesivo, era uscito dalla sua sfera di controllo, con il conseguente trasferimento in altra persona del dovere di vigilanza e di sorveglianza" e della dimostrazione del "rapporto, di regola contrattuale, intervenuto con un terzo, in virtù del quale si era realizzato quel trapasso di utilizzazione che spezza il nesso di collegamento con il dovere giuridico di vigilanza nel quale è riposta la responsabilità del proprietario" (il rapporto, generalmente contrattuale, può tuttavia essere anche di mero fatto: cfr. Cass., 9-12-1992, cit.). Cass. 12-1-1972, n. 88, in Rep. Giur. it., 1972, voce cit., n. 154, ha stabilito che "ove due soggetti siano stati convenuti in giudizio, in quanto comproprietari di un animale, per essere condannati solidalmente al risarcimento dei danni causati dal medesimo, non sussiste, in sede di gravame, la necessità dell’integrazione del contraddittorio nei confronti del convenuto non appellante, né sotto il profilo dell’inscindibilità, né sotto quello della dipendenza delle cause. Infine, poiché la responsabilità posta dall’art. 2052, c.c., a carico del proprietario dell’animale o di chi se ne serve è alternativa, la suddetta necessità non sussiste neanche se la responsabilità di uno dei convenuti si fonda soltanto sul fatto di essersi servito dell’animale appartenente all’altro convenuto, salvo che fra i convenuti sussista controversia sull’individuazione del soggetto responsabile".

3. Segue: b) l’utente

A differenza della determinazione del "proprietario", l’individuazione del soggetto alternativamente obbligato in quanto utilizzatore dell’animale è stata fonte di non lievi incertezze interpretative. Le soluzioni accolte in giurisprudenza sono molteplici e riflettono d’altronde la diversa impostazione del problema del fondamento giuridico di attribuzione della responsabilità. L’orientamento prevalente è quello fatto proprio dalla Corte di Cassazione fin dalla più volte citata pronunzia del 1977 e ribadito, di recente, con sent. 9-12-1992, n. 13016, cit. Il principio accolto dai giudici di legittimità è quello per cui il mero affidamento ad un terzo, per ragioni di custodia, cura, governo, ecc. di una bestia, non implica l’attribuzione al terzo stesso del diritto di usare l’animale così come potrebbe fare il proprietario (Cass., 30-11-1977, n. 5226, cit.; contra, C.M. Bianca, Diritto Civile. La responsabilità, vol. V, Milano, 1994, 722). Affinché l’obbligazione risarcitoria possa sorgere in capo a un terzo, è necessario che quest’ultimo goda di un potere di utilizzazione dell’animale per la realizzazione di un interesse autonomo, non necessariamente coincidente con quello del proprietario, ma conforme alla naturale destinazione economico-sociale della bestia. La recente pronunzia della Suprema Corte ha puntualizzato che la suddetta possibilità di sfruttamento dell’animale "non nasce solo da uno specifico diritto reale o personale di godimento, ma può derivare anche da un rapporto di fatto (reso giuridicamente rilevante dall’art. 2052 c.c.) con l’animale, collegato all’utilizzazione, sia pure temporanea , nel proprio interesse. Potere di utilizzazione, il quale è esso stesso fonte di responsabilità, in quanto la responsabilità dell’utilista esiste per effetto del solo comportamento attivo dell’animale" (Cass., 9-12-1992, n. 13016, cit.). In applicazione di tali principi, Cass., 11-2-1994, n. 1380 (in Nuovo dir., 1994, 811, con nota di Santarsiere; e in Giur. it., 1994, I, 1, 1732), ha, seppur incidentalmente, ritenuto che "chi si serve" del cavallo, nel caso di maneggio, per trarne i relativi commoda pecuniari, non è il cavaliere, ma l’imprenditore proprietario; nel caso, invece, di noleggio di un cavallo per recarsi "in passeggiata" fuori dal maneggio, Trib. Asti, 31-12-1992 (in Riv. dir. sport., 1993, p. 746), ha stabilito che il proprietario non debba soggiacere alla responsabilità ex art. 2052 c.c., in quanto utilizzatore dell’animale è, nella specie, il cavaliere (ma vedi, diversamente, C.M. Bianca, Diritto Civile. La responsabilità, vol. V, Milano, 1994, 723, secondo il quale, nell’ipotesi di noleggio, il proprietario non è presunto responsabile poiché non ha la disponibilità effettiva dell’animale). Nella fattispecie considerata dalla Suprema Corte nella sent. 5226 del 1977, ad esempio, si è esclusa la responsabilità ex art. 2052 c.c. di un circolo ippico per i danni subiti da un proprio dipendente mentre accudiva una cavalla di proprietà d’un terzo ed affidata al circolo stesso per la custodia, il governo ed il mantenimento, e si è affermato, invece, il permanere della responsabilità, ai sensi della citata norma, in capo al proprietario. Nello stesso senso la Pretura di Torino, sent. 4-10-1991, cit., la quale ha escluso la responsabilità del proprietario di un cane "impiegato al servizio" di un’officina di cui era titolare la moglie separata. Di diverso avviso sembra però Trib. Milano, 10-10-1985 (in Resp. civ. e prev., 1986, con nota di Scalfi), il quale ha ritenuto responsabile il proprietario di un cavallo che scalciando aveva colpito un altro cavaliere, nonostante il fatto che l’animale fosse stato ceduto temporaneamente in comodato (per una battuta di caccia) ad un conoscente e dal medesimo fosse dunque utilizzato al momento dell’evento lesivo. Il criterio prevalentemente seguito in giurisprudenza è dunque quello della distinzione fra detenzione dell’animale finalizzata allo sfruttamento delle utilità, non necessariamente pecuniarie, che lo stesso può per sua natura offrire, e, dall’altra parte, semplice detenzione finalizzata alla custodia e al mantenimento. In questo senso, "il principio del rischio d’impresa opera solo se collegato con un ricavo in astratto conseguibile" (G. Alpa, Responsabilità civile e danno, Bologna, 1991, p.328). Secondo un diverso orientamento, assolutamente minoritario, è da considerarsi responsabile non solo il soggetto cui sia conferito dal proprietario il potere di sfruttamento dell’animale secondo la naturale destinazione e le particolari caratteristiche dello stesso, bensì "anche chi, dalla relazione di fatto con l’animale, che consente di esercitare sullo stesso un potere di controllo, tragga un preciso utile, quale quello di un compenso per il governo, il mantenimento, la cura e la custodia" (Trib. Genova, in Giur. merito, 1973, I, 12, con nota di Belfiore, Appunti in materia di danni cagionati da animali), quando l’attività di custodia sia svolta in modo professionale. In quest’ottica potrebbero essere ritenuti responsabili il veterinario, il tosatore, il vettore, il maniscalco, il gestore di un mattatoio (cfr. Pret. Urbino, 31-12-1955, in Giur. Agr. it., 1957, p. 589), in quanto essi traggono, seppur mediatamente ed a prescindere da ogni considerazione circa la sua naturale destinazione, un utile dall’animale. Qualora invece si ritenga che il concetto di "utenza" vada identificato con quello di custodia, impiegato nell’art. 2051 c.c. come criterio di imputazione della responsabilità, responsabile sarebbe esclusivamente il soggetto tenuto ad un potere-dovere di governo dell’animale (Cass., 3-8-1962, n. 2329, in Resp. civ. e prev., 1963, p. 69; Cass., 15-4-1959, n. 1115, cit.; App. Ancona, 9-8-1962, in Resp. civ. e prev., 1964, p.100), ossia "la persona che era tenuta a vigilare su di esso nel momento in cui l’animale ha provocato il danno lamentato a un terzo" (Trib. Perugia, 30-4-1963, in Rep. Giur. it., 1964, voce Responsabilità civile, nn. 258-259). Secondo App. Catanzaro, 22-11-1966, in Arch. resp. civ., 1970, p. 55, il concetto di uso di animale accolto dall’art. 2052 c.c. "non implica necessariamente il potere di sfruttamento dello stesso, ma soltanto un potere di governo, una disponibilità di fatto dell’animale medesimo, cosa che si riscontra anche in caso di sola custodia allorché trattasi di animali che per loro natura non sono suscettibili di particolare utilizzazione" (si esprime in termini di "disponibilità di fatto per cui l’animale risulti nella sfera di controllo di quella determinata persona alla quale sia stata, anche temporaneamente, trasferita la custodia e la vigilanza del medesimo" anche Trib. Perugia, 24-3-1962, in Rep. Giur. it., 1962, voce cit., n. 263; v. anche Trib. Firenze, 24-3-1962, in Giur. Tosc., 1962, 396) . Quanto alla casistica in tema di "utenza" dell’animale, assolutamente pacifica è la giurisprudenza in tema di responsabilità del mezzadro e del soccidiario. Il mezzadro è infatti costantemente ritenuto responsabile per i danni provocati dagli animali in dotazione del fondo, in quanto unico o principale fruitore delle utilità offerte dagli animali stessi impiegati per adempiere all’obbligo di coltivazione del podere (Cass.21-6-1958, n. 2185, in Giur. it., 1958, I, 1, 1375; Cass. 15-4-1959, n. 1115, in Foro it., 1960, I, 281; Cass., 9-12-1992, n. 13016, cit.). Né è rilevante ai fini dell’esclusione della responsabilità, come ha correttamente puntualizzato Cass., 9-12-1992, n. 13016, cit., il fatto che il mezzadro divida con il concedente la responsabilità delle scorte del fondo, "perché questi comunque è titolare di un potere di utilizzazione delle scorte, tra le quali rientrano gli animali esistenti sul fondo"; il concedente è in questo senso liberato da qualsiasi responsabilità in quanto non riveste la qualifica di utilizzatore della bestia (cfr. App. Ancona, 9-8-1962, cit.; Trib. Perugia, 14-2-1964, in Rep. Giur. it., 1965, voce Responsabilità civile, n. 159; Trib. Fermo, 10-6-1960, cit.; Trib. Perugia, 9-1-1956, in Rep. Giust. civ., 1956, voce Responsabilità civile, n. 372). Analoga conclusione si è raggiunta in tema di soccida, dove si è affermato che "il soccidiario è esclusivamente responsabile dei danni arrecati dagli animali conferitegli dal soccidante" (Pret. Avellino, 25-1-1972, in Riv. dir. agr., 1972, II, 128, con nota di Jetti, Soccida semplice ed <actio de pauperie>; e in Giur. it., 1973, I, 2, 388, con nota di Marchio). In caso di furto dell’animale si è ritenuto che la responsabilità vada imputata al possessore arbitrario della bestia (Trib. Parma, 29-5-1954, in Giust. civ., 1954, 1396; Cass., 13-10-1972, n. 3047, in Rep. giur. it., 1972, voce cit., nn. 155-156). L’esonero della responsabilità del proprietario, giustificabile in considerazione dell’avvenuto trapasso del potere di utlizzazione dell’animale, è condizionata alla dimostrazione o alla denunzia del fatto. La possibilità di sfruttamento dell’animale e la correlativa responsabilità manca, evidentemente, allorché l’animale segua una persona amica del proprio padrone e, in tale occasione, arrechi danni a terzi (Cass., 7-5-1958, n. 1485, cit.). Nel caso del deposito di cortesia, secondo parte della dottrina, il proprietario continuerebbe a soggiacere alla responsabilità (così S. Balzaretti, La responsabilità per il danno cagionato da animali, p. 488); diverso, e dubbio, è il caso - su cui non costano specifici precedenti giurisprudenziali - "di colui che tollera (in quanto non lo scaccia) che un animale, pur non suo e del quale egli non si serve, stanzi nel proprio fondo e, stando in questo, rechi danno ai terzi"(Messineo, Manuale di diritto civile e commerciale, V, Milano, 1958, p.589). Degli affidatari per ragioni di cura, governo, mantenimento ecc., si è già detto in precedenza, mentre per quanto concerne l’ipotesi di danno causato dall’animale mentre era affidato ad un commesso o dipendente del proprietario si rinvia al par. 9.

4. c) pluralità di proprietari od utilizzatori

Il criterio accolto dalla giurisprudenza di legittimità nell’ipotesi di pluralità di proprietari od utilizzatori è quello della soggezione solidale alla responsabilità da parte di tutti i soggetti. La ragione di ciò risiede naturalmente nell’esigenza di tutela dei terzi danneggiati. Pur non essendo riscontrabili al riguardo pronunzie recenti, si è ritenuto che, nel caso di danni procurati da più animali riuniti in gregge o mandria, ma appartenenti o affidati in custodia a diversi soggetti, la presunzione di responsabilità operi nei confronti di tutti, a meno che non risulti evidente dalla dinamica del sinistro l’identità dell’animale danneggiante e la correlativa situazione di appartenenza ( App. Cagliari , 1-3-1957, in Rep. Giust. civ., 1957, voce Responsabilità civile, n. 416; Cass., 14-5-1955, n. 1386, in Rep. Giur. it., 1955, voce cit., nn. 323, 324, 325). Da un punto di vista processuale, incombe sul danneggiato la prova del nesso eziologico, mentre ciascun proprietario o utilizzatore può produrre a sua discolpa la prova dell’estraneità delle proprie bestie alla produzione del fatto dannoso. Sussiste inoltre la responsabilità solidale dei proprietari di animali che, pur se non riuniti in gruppo, abbiano parimenti concorso alla causazione del fatto dannoso (Trib. Terni, 12-7-1983, in Arch. civ., 1984, p. 419). Nella specie, in seguito all’insorgenza di una zuffa fra due cani portati a passeggio dai rispettivi proprietari in una via pubblica, uno di essi, nel tentativo di sfuggire all’aggressione, aveva attraversato improvvisamente la strada investendo un ciclomotore e provocando lesioni al conducente. Nel caso dell’appartenenza di un animale all’intera famiglia il principio accolto in giurisprudenza è quello dell’attribuzione della responsabilità al capofamiglia, salva la prova dell’esclusiva utilizzazione dell’animale da parte di un altro componente del nucleo familiare (Trib. Torino, 15-1-1958, in Rep. Giur. it., voce cit., n. 321). Così, nell’ipotesi di impiego esclusivo a servizio dell’azienda gestita da uno dei due coniugi separati, la responsabilità per danni non potrà che ricadere su costui (Pret. Torino, sent. 4-10-1991, cit.).