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Sezione Seconda -La causa del danno

5. Il nesso di causalità

Cass., 6-1-1983, n. 75 (in Giur. it., 1983, I, 1, 1481), ha chiarito che "la responsabilità sancita dall’art. 2052 c.c. ricorre tutte le volte che il danno sia stato prodotto, con diretto nesso causale, da fatto proprio dell’animale secundum o contra naturam, comprendendosi in tale concetto qualsiasi atto o moto dello stesso in rapporto causale con l’evento, che prescinda dall’attività dell’uomo" (nello stesso senso Cass., 5 febbraio 1979, n. 778, in Mass. Giur. it., 1979, 210; Cass., 19-1-1977, n. 261, in Giur. it., 1978, I, 1, 1791). Il danneggiato è dunque tenuto a provare unicamente, oltre alla situazione di appartenenza della bestia ad un dato soggetto, l’esistenza di un collegamento eziologico tra fatto materiale dell’animale ed evento lesivo. Il proprietario può a sua volta liberarsi solo mediante la prova del caso fortuito o la contestazione della propria legittimazione passiva per l’avvenuto trasferimento del potere di sfruttamento dell’animale a vantaggio di un terzo (della cui identificazione è onerato, come si è visto supra, il proprietario medesimo). Per la sussistenza del nesso di causalità non rileva il comportamento dell’animale, avendosi invece riguardo "al fatto materiale da esso posto in essere, cioè al fatto che l’incidente sia avvenuto a causa dell’animale, indipendentemente dalla sua condotta" (Cass., 8-9-1970, n. 1356, in Resp. civ. e prev., 1971, p.320). Si richiede, tuttavia, che un "fatto materiale" sia stato in realtà compiuto dall’animale stesso. L’animale viene infatti preso in considerazione dall’art. 2052 c.c. nella sua natura di particolare res mobile, differente da ogni altra res materiale, mobile o immobile, produttiva di un danno, cui si riferisce specificatamente l’art. 2051 c.c. Non è dunque sufficiente la sola presenza "inanimata" dell’animale che dia luogo ad un rapporto occasionale con la produzione del danno, ma dovrà considerarsi necessaria una partecipazione attiva alla causazione dell’evento dannoso. In un caso risolto da una corte di merito si è negata la sussistenza del rapporto causale tra il fatto materiale dell’animale ed il danno patito da un soggetto inciampato sul corpo della bestia, tra l’altro di notevole mole, accovacciata in modo ben visibile all’interno di un esercizio commerciale (Trib. Milano, 25-3-1965, in Temi, 1965, p. 264). Il nesso di causalità richiesto dal disposto dell’art. 2052 c.c. è stato ritenuto non sussistente nel caso in cui l’animale abbia contagiato con malattie infettive altre bestie. Cass., 10-4-1970, n. 1004 (in Rep. Giur. it., 1970, voce cit., n. 143), ha osservato che "la presunzione di responsabilità per danno cagionato da animali, di cui all’art. 2052, c.c., presuppone il collegamento eziologico dell’evento dannoso ad azione materiale di animali e pertanto esso non trova applicazione nel caso in cui l’evento dannoso (nella specie il contagio di malattia dell’animale) dipenda da un comportamento colpevole del proprietario dell’animale medesimo". Così anche Pret. Gubbio, 27-4-1959 (in Rep. Giur. it., 1970, voce cit., n. 143), per cui "in caso di contagio da malattia epidemica la eventuale responsabilità del proprietario dell’animale contagiante non discende dal disposto dell’art. 2052 c.c., bensì dal più generale disposto dell’art. 2043 c.c. L’art. 2052 c.c. riguarda esclusivamente i casi in cui l’animale sia causa diretta, immediata del danno, lo cagioni come manifestazione della sua forza ferina, della sua forza bruta, del suo comportamento non sorretto da ragione ma da istinto naturale". L’animale in tali casi non porrebbe in essere un vero e proprio fatto materiale, ma sarebbe un mero veicolo di trasmissione della malattia; il nesso causale è dunque da ritenersi insussistente, come nel caso di cui sopra relativo al cane accovacciato sul pavimento di un negozio che provoca la caduta di un distratto avventore. Allo stesso modo, viene costantemente negata dalla giurisprudenza la possibilità di un’automatica imputazione della responsabilità in capo al proprietario in base alla mera dimostrazione della materialità della collisione tra un animale ed un veicolo (sul problema del concorso tra gli artt. 2052 e 2054 c.c. si veda, in modo più approfondito, infra). Secondo Trib. Perugia, 14-3-1983 (in Giur. merito, 1984, p. 1098), "il semplice urto tra il veicolo e l’animale (che avrebbe anche ipoteticamente potuto essere stato fermo o camminare sul margine della strada con possibilità di tempestivo avvistamento da parte del conducente il veicolo) non è di per sé idoneo a dimostrare che i danni riportati dall’auto siano da ascriversi al comportamento dell’animale", poiché in tal modo si avallerebbe un’inammissibile alleggerimento dell’onere della prova, gravante sul danneggiato, circa il collegamento eziologico tra evento dannoso ed azione materiale dell’animale (v. anche App. Catania, 30-4-1957, in Rep. Giur. it., 1958, voce cit., n. 316). Insiste sulla necessità della prova specifica del nesso di causalità Conc. Firenze, 27-5-1988 (in Arch. giur. circ., 1988, p. 944), il quale osserva che "nel caso di danni prodotti dall’urto tra un autoveicolo ed un animale la sussistenza e la misura della responsabilità del proprietario dell’animale e del conducente dell’autoveicolo deve essere determinata in base alle modalità del fatto concreto, con questo che mentre la responsabilità del conducente dell’autoveicolo opera automaticamente, in quanto il nesso di causalità tra condotta di guida e danno deve ritenersi in re ipsa, e può rendere inoperante la norma dell’art. 2052, perché la colpa del danneggiato, quando consista in un comportamento che assorba l’intero rapporto causale è riconducibile al concetto di caso fortuito, la presunzione di responsabilità del proprietario dell’animale presuppone la sussistenza del nesso di causalità fra fatto dell’animale ed evento dannoso, che deve essere invece di volta in volta concretamente provato". Né sarebbe da ritenersi prova sufficiente del nesso di causalità la redazione del verbale d’incidente ad opera dei vigili urbani giunti sul posto successivamente al verificarsi del sinistro (Conciliatore Firenze, 27-5-1988, cit.); così come non rileva la dimostrazione del "fatto contravvenzionale di aver lasciato vagare su un’autostrada un animale molesto per il pubblico transito" se non si provi il rapporto di causalità tra il vagare dell’animale stesso e l’evento (App. Torino, 3-4-1958, in Rep. Giur. it., voce cit., n. 324; analogamente Cass., 7-6-1957, n. 2105, in Resp. civ. e prev., 1958, 430; Trib. Cuneo, 6-8-1951, in Giur. it., 1952, I, 2, 238). Non deve necessariamente riscontrarsi un contatto fisico tra animale e danneggiato (escluso naturalmente il caso di danno alle cose), essendo sufficiente che il fatto posto in essere dall’animale si ponga come causa primaria dell’evento. Non constano recenti precedenti al riguardo, ma ben dovrebbe ritenersi sussistente il nesso di causalità, ad esempio, tra la comparsa improvvisa di un rettile, fuggito dall’abitazione di un collezionista e penetrato nell’autovettura di un ignaro soggetto, e l’uscita di strada del veicolo cagionata dallo stesso conducente in preda al panico (un caso simile, per alcuni versi, e conosciuto come "green snake case" si è verificato negli Stati Uniti: Seals v. Morris, 410 So. 2d 715, Supreme Court of Lousiana, 1982). In un caso analogo si è infatti affermata la sussistenza del nesso causale tra il comportamento aggressivo dell’animale e il danno cagionato alla vittima, caduta per ripararsi (Trib. Bari, 19-2-1968, in Corti Bari, Lecce e Potenza, 1968, 173). Inoltre, secondo Trib. Perugia, 20-6-1968 (in Rep. Giur. it., 1970, voce cit., nn. 144-145), "è danno cagionato da animali, e quindi fonte di responsabilità per il proprietario o il custode a norma dell’art. 2052 c.c., non solo quello provocato dall’animale stesso mediante azione idonea allo scopo (morso, calci, cornata) o con altro contatto diretto con il danneggiato, ma anche quello, che l’animale direttamente o indirettamente provoca con le cose che costituiscono il suo corredo come i finimenti, le briglie, le corde o la catena cui sia legato". La condotta dell’animale, come si è accennato, non rileva ai fini dell’esclusione della responsabilità. In particolare, è assolutamente ininfluente la circostanza per cui l’animale abbia cagionato il danno con un comportamento inconsueto (data, ad esempio, la risaputa mansuetudine e tranquillità della bestia) e imprevedibile. App. Torino, 30-5-1987, in Dir. prat. ass., 1987, p. 876 con nota di Polotti di Zumaglia, Brevi note in tema di responsabilità del proprietario di animali, ha condannato al risarcimento dei danni il proprietario di un cane abitualmente mite che, sollecitato pacificamente a dare la zampa da una bambina, ha aggredito improvvisamente la malcapitata arrecandole gravi lesioni personali. A riguardo, già Cass., 26-2-1958, n. 634, in Rep. giur. it., 1958, voce cit., n. 306, aveva osservato che, una volta accertato "che il danneggiato fu colpito dai calci di un mulo, mentre questo stava per uscire dall’abbeveratoio, e senza che fosse stato urtato o comunque molestato, bene viene attribuito l’evento dannoso al naturale istinto dell’animale, ben prevedibile ed evitabile dal suo proprietario, essendo irrilevante che il danneggiato si trovasse, al momento del fatto, a distanza tale da essere raggiunto dai calci del mulo, in quanto tale fatto non può attribuire a lui la responsabilità dell’evento dannoso". Similmente, in un leading case in materia, il Supremo Collegio ha sancito la responsabilità del proprietario di una mucca per danni cagionati dalla stessa in relazione ad un improvviso ed inaspettato ritorno di calore, dato che "il comportamento dannoso di animali causato da impulsi interni propri della loro natura, anche se imprevedibili ed inevitabili, non costituisce caso fortuito e quindi non esonera da responsabilità i loro proprietari o utenti" (Cass., 7-9-1966, n. 2333, in Temi nap., 1967, I, p. 115, con nota di Cesaro, Qualche appunto sulla responsabilità per danno cagionato da animale). Non rileva inoltre, ai fini dell’applicabilità dell’art. 2052, la specie dell’animale (Cass., 14-5-1963, n. 1188, in Giur. agr. it., 1964, II, p. 292, con nota di Colasurdo, Ancora sulla responsabilità civile del proprietario di animali; e in Foro it., 1963, I, 1400). La nozione di "animale" accolta dal legislatore è infatti assolutamente generica e ricomprende al suo interno sia gli animali randagi (per cui sia possibile dimostrare un rapporto di utenza) che quelli domestici, sia feroci che mansuefatti (così, infatti, Trib. Pordenone, 10 aprile 1989, in Resp. civ. e prev., 1990, p. 447, con nota di Dassi, ha ritenuto applicabile l’art. 2052 c.c. all’ipotesi di danni arrecati da un toro inferocito). Non ne risultano escluse neanche le api (Pret. Torino, 4-12-1956, in Giur. it., I, 2, 1001), a testimonianza dell’infondatezza dell’opinione di chi ritiene che il fondamento giuridico di attribuzione della responsabilità di cui all’art. 2052 consista nella custodia. Sebbene infatti le api stesse siano insuscettibili di adeguata custodia e controllo, ciononostante rimane valido ed applicabile anche in quest’ipotesi il principio del "rischio-profitto" fatto proprio dai giudici di legittimità (così anche C. Martorana, La responsabilità per l’esercizio dell’apicoltura, in Riv. dir. agr., I, 1993, p.460). Il tema della responsabilità per danni da selvaggina sarà appositamente trattato nel paragrafo 11. In ultimo, si deve escludere l’applicabilità dell’art. 2052 c.c. all’ipotesi in cui l’animale costituisca il mero mezzo materiale, la longa manus dell’attività dell’uomo. Nel caso, ipotizzato in dottrina, di un cane aizzato volutamente dal proprio proprietario contro un terzo, la norma applicabile non sarà quella dell’art. 2052, bensì la clausola generale di responsabilità prevista dall’art. 2043 c.c.