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Sezione Terza -L’esclusione della responsabilità

6. La natura della responsabilità Sembra che non si possa nutrire più alcun dubbio sul carattere puramente oggettivo della responsabilità prevista dall’art. 2052. Conformemente agli orientamenti della dottrina prevalente (ma v. contra, in ultimo, C.M. Bianca, op. cit.), i giudici di legittimità hanno ripetutamente sottolineato come sia estraneo alla natura della responsabilità in questione qualsiasi fondamento soggettivo. Così Cass., 7-9-1966, n. 2333 del 1964 (in Temi nap., 1967, I, p. 115, con nota di Cesaro, Qualche apppunto sulla responsabilità per danno cagionato da animale) aveva già avuto modo di chiarire come si sia in presenza di una fattispecie di "responsabilità a prevalente, se non integrale, carattere obiettivo, e giustificata, com’è noto, più che da colpa o negligenza in vigilando, dalla esigenza sociale di far sopportare i danni procurati dagli animali a chi da questi trae vantaggio: id est cuius commoda eius et incommoda" (identica definizione in Pret. Ceva 22-3-1988, in Giur. agr. it. del 1989, p.110). Più di recente, Cass., 1992, n. 13016, cit., ha sostenuto con chiarezza che "la responsabilità indicata dall’art. 2052 per il danno provocato da animali è caratterizzata dal fatto che i soggetti indicati dalla norma rispondono per il solo nesso di causalità fra l’azione dell’animale e l’evento del quale è chiamato a rispondere il proprietario dell’animale, oppure il soggetto che l’abbia utilizzato (sent. 1979 n. 778). Nella norma, infatti, la responsabilità non si instaura tra una azione umana ed un evento dannoso, ma tra l’azione dell’animale e l’evento del quale è chiamato a rispondere il proprietario e l’utilizzatore, indipendentemente da ulteriori indagini che possano essere fatte sulla diligenza, prudenza o perizia di questi soggetti (...) Questo collegamento della responsabilità al rapporto di causalità, sul piano logico formale, è l’unico modo corretto di interpretare la responsabilità collegata al possesso di cose o di animali, se non si vuole affermare anche in questa materia un primato della colpa, il quale è difficilmente conciliabile con il principio che l’unica prova liberatoria ammissibile è quella del caso fortuito". Non vale peraltro l’obiezione per cui la funzione preventiva dell’art. 2052 porterebbe a incentivare l’adozione di misure atte a ridurre sia la probabilità del verificarsi dell’evento lesivo che la gravità del danno conseguenza. Nella stessa pronuncia si tiene infatti a precisare che l’attribuzione di funzione ad una norma è operazione ben diversa dalla ricostruzione strutturale della stessa. Non si può quindi spiegare il senso di una disposizione normativa, rivendicandone in tal caso il fondamento soggettivo, mediante considerazioni sulla sua ipotetica funzione. Così, pur ammettendo che una delle funzioni perseguite dalla norma sia quella preventiva (ma lasciando impregiudicata la questione se effettivamente una responsabilità per colpa sia più efficiente di una strict liability), ciò non toglie che la corretta interpretazione della norma alla stregua dei comuni canoni ermeneutici sia solo quella che àncori l’imputazione della responsabilità alla mera sussistenza di un rapporto di causalità tra fatto dell’animale ed evento del quale è chiamato a rispondere il proprietario o l’utilizzatore. Il fondamento della responsabilità non deve essere cercato in un giudizio ex post sulla condotta del proprietario o dell’utilizzatore dell’animale, ma va individuato nella creazione di un rischio connesso dal lato attivo con la percezione di un’utilità: "la responsabilità del proprietario, o di chi si serve dell’animale, con il relativo rischio, rappresenta la contropartita dei vantaggi connessi all’utilizzazione dell’animale medesimo in applicazione del principio ubi commoda ibi incommoda" (Cass., 30-11-1977, n. 5226, in Giur. it., 1978, I, 1, 225; v. anche App. Caltanissetta, 12-3-1970, in Giur.It., 1971, I, 2, 459; Pret. Ferrara, 9-5-1978, in Riv. giur. circ. trasp., 1978, p. 729 con nota di Ventrella, Responsabilità obiettiva ex art. 2052 cod.civ. e presunzione di colpa ex art. 2054, primo comma, cod. civ.; Pret. Forlì, 19-2-1986, in Resp. civ. e prev., 1986, 176, con nota di Scalfi, Brevi spunti sulla contrapposizione della responsabilità fondata sulla colpa alle altre responsabilità fondate su ragioni diverse). Nella fattispecie di cui all’art. 2052 si concreta quindi, "un tipo di responsabilità-costo, avente unitario criterio di imputazione in un rapporto di statica o dinamica percezione di utilità, resa possibile dalla sussistenza di una situazione di pericolo di danno" (M. Mazza, Sulla responsabilità per danno cagionato da animale, in Giur. agr. it., 1984, 34; di soggezione al rischio responsabilità come contropartita della percezione di "commoda pecuniari" si parla in Cass. 11-2-1994, n. 1380, in Resp. civ. e prev. del 1995, p. 327). Di particolare interesse e rilevanza, tra le pronunce di merito che si uniformano all’indirizzo fatto proprio dalla Cassazione, l’affermazione contenuta in Pret. Forlì, 19-2-1986, cit., per cui "si tratta di una norma di responsabilità oggettiva, che risponde all’intento legislativo di privilegiare (nella distribuzione dei costi legati alle attività sociali riconducibili alla vicenda "proprietà di un animale") il danneggiato sul danneggiante con il limite del fortuito, al di là del quale si è ritenuto più equo addossare i rischi del danno sul soggetto leso". In questo senso il criterio di imputazione della responsabilità non è la colpa (in vigilando o in custodiendo), ma il mero fatto di essere proprietario o "servirsi" dell’animale, responsabilità che ammette l’unica prova liberatoria del concorso di una causa estranea determinante il verificarsi dell’evento lesivo. La diligenza del legittimato passivo, secondo il carattere oggettivo dell’imputazione, non ha alcuna rilevanza ai fini dell’esonero della responsabilità. Cass., 6-1-1983, n. 75 (in Giur. it., 1983, I, 1, 1481) ha così ribadito che "la presunzione di responsabilità per danno cagionato da animali può essere superata solo qualora il proprietario o colui che si serve dell’animale provi il caso fortuito; pertanto non può attribuirsi efficacia liberatoria alla semplice prova dell’uso della normale diligenza nella custodia dell’animale stesso o della mansuetudine di questo". Il ricorso alle presunzioni legali di colpa, di cui peraltro in giurisprudenza si continua a fare largo uso, appare dunque del tutto ingiustificato, sol che si convenga che per la struttura dell’imputazione della responsabilità prevista dall’art. 2052 c.c., ciò che assume rilevanza non è il contegno del proprietario, bensì il collegamento eziologico tra fatto e danno (sul punto appaiono particolarmente convincenti le considerazioni del Pretore di Ferrara, sent., 9-5-1978, cit.). Si è così parlato di una presunzione iuris et de iure (ma secondo C.M. Bianca, op. cit., il quale cita a sostegno Cass. 19-4-1983, n. 2717, in Gciv. 1983, I, 2987, con nota di Ventrella, si tratterebbe di una presunzione iuris tantum) la quale "si fonda, nel sistema della legge, su mancanti o insufficienti cautele nella custodia dell’animale medesimo: appunto perché questo ratione caret ed i suoi movimenti sono istintivi ed irrazionali, la responsabilità per il danno, in qualunque modo da esso determinato, fa capo al proprietario, per un presunto difetto di custodia, come per il danno cagionato dalle cose in custodia cui si riferisce il precedente art. 2051" (App. Milano, 14-3-1961, in Rep. Giur. It., 1961, voce Responsabilità Civile, nn. 171-172; Cass., 3-8-1962, n. 2329, in Resp. Civ. e Prev., 1971, 322; Cass. 16-11-1955, n. 3745, ivi, 1956, 229). Più di recente, Cass., 23-2-1983, n. 1400 (in Giur. agr. it., 1984, con nota di M. Mazza, Sulla responsabilità per danno da animale), precisa che a carico del proprietario di un animale sussiste, ai sensi dell’art. 2052, "una presunzione di colpa, per scagionarsi dalla quale non è sufficiente la prova di aver usato la comune diligenza nella custodia dell’animale, ma occorre la prova del caso fortuito, riconducibile anche alla colpa del danneggiato, la quale, però, per essere idonea a determinare gli effetti liberatori, deve consistere in un comportamento cosciente che assorba l’intero rapporto causale"; nello stesso senso App. Torino, 30-5-1987, cit., in cui si riafferma la presunzione iuris et de iure di colpa "a carico del proprietario dell’animale che abbia arrecato danni a terzi a vincere la quale non è sufficiente la prova di avere usato la comune diligenza nella custodia dell’animale ma occorre la prova del caso fortuito" (v. anche Trib. Terni, 12-7-1983, in Arch. Civ., 1984, p. 418). Senonché è agevole rendersi conto di come, in effetti, il persistere in argomentazioni di tipo soggettivistico non possa che risolversi in una mera finzione, ove si tenga presente, in primo luogo, l’incosistenza logica di una distinzione tra presunzione assoluta di colpa e responsabilità oggettiva ed, in secondo luogo, l’incongruenza di un atteggiamento che pur supponendo la rilevanza del contegno assunto dal proprietario o da chi si serve dell’animale, viene poi ad esigere una prova liberatoria di carattere estremamente rigoroso. A tal proposito si rivela senza dubbio condivisibile l’affermazione di Pret. Forlì, 19-2-1986, cit., per cui "la giurisprudenza scrive ancora in termini di colpa ma ragiona in termini di responsabilità oggettiva".

7. La prova liberatoria

Gli elementi necessari e sufficienti dell’illecito previsto dall’art. 2052 sono, come si è visto, il rapporto di utenza e il nesso di causalità tra fatto dell’animale ed evento dannoso. La loro sussistenza deve essere provata dal danneggiato, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 c.c; il proprietario o "chi si serve" dell’animale può tuttavia liberarsi provando il caso fortuito. La fattispecie regolata dall’articolo 2052 c.c. non configura infatti un’ipotesi di responsabilità assoluta da fatto illecito, ma prevede semplicemente un’imputazione oggettiva della responsabilità in capo al proprietario o all’utente sulla base del solo nesso di causalità. Così non era secondo le disposizioni del codice previgente. Stando infatti alla lettera dell’art. 1154 del codice del 1865, il proprietario o il custode rispondevano in ogni caso dei danni cagionati dall’animale, senza che fosse prevista alcuna prova liberatoria. La giurisprudenza aveva tuttavia costantemente ritenuto ammissibile la prova del caso fortuito inteso in senso ampio, come comprensivo cioè della forza maggiore, del fatto del terzo o dello stesso danneggiato; aveva peraltro negato che la responsabilità per danno da animale concretasse un’ipotesi di responsabilità senza colpa. Il riferimento al fortuito quale prova liberatoria, ora invece espressamente contenuto nell’art. 2052 c.c., ha indotto vari interpreti ad escludere che il fondamento della responsabilità da animali stia nel solo nesso eziologico tra fatto e danno, sostenendo invece che la ratio della norma sia quella di sancire una responsabilità del proprietario o dell’utente per culpa in custodiendo. In questo senso, infatti, Trib. Foggia, 26-4-1963 (in Rep. giur. it., 1963, voce cit., n. 177), aveva osservato che "il caso fortuito è previsto come causa di esclusione della responsabilità per riaffermare il principio che non trattasi di responsabilità obiettiva, ma di responsabilità per colpa presunta in modo assoluto, senza possibilità di prova contraria". La giurisprudenza prevalente, invece, interpreta la nozione di fortuito in modo molto rigoroso. Proprio perché sia la dottrina che la giurisprudenza individuano un fondamento comune alla prova liberatoria degli artt. 2052 e 2051 c.c., rinviamo all’esame di quest’ultimo articolo contenuto in altra parte dell’opera per un approfondimento degli aspetti teorico-sistematici del fortuito. Si esamineranno invece in questa sede solo i profili più direttamente rilevanti per l’interpretazione della norma in questione. Per caso fortuito è da intendersi "ogni circostanza estranea al proprietario (o all’utente) che si ponga come causa autonoma dell’evento dannoso, non imputabile al responsabile presunto e da lui non evitabile" (Cass., 28-10-1975, n. 3674, in Resp. civ. e prev., 1976, p. 686); non è di conseguenza sufficiente la prova di avere usato la comune diligenza nella custodia dell’animale (per tutte Cass., 19-4-1983, n. 2717, cit.). Il caso fortuito "non va quindi determinato secondo una misura soggettiva e cioè in relazione alla impossibilità per colui che ha il possesso dell’animale di incidere sulla di lui condotta, ma secondo una misura oggettiva e cioè in relazione alla interferenza di un fattore causale eccezionale al quale soltanto -e non all’animale- il danno possa essere attribuito" (Pret. Ferrara, 8-5-1978, cit.) Rientra nel concetto di fortuito ogni evento imprevedibile ed inevitabile, ed in ogni caso del tutto estraneo al rischio tipico relativo alla fattispecie, che si inserisce nel rapporto causale con autonoma forza determinatrice. Il criterio empirico proposto da App. Milano, 30-5-1975 (in Arch. civ., 1976, p. 752), prevede che debba trattarsi di un evento con scarsissime probabilità di realizzazione in rapporto ai vari casi possibili, tale da non rientrare "nel novero di di quei sinistri talmente eccezionali da non essere normalmente nemmeno inclusi nell’esercizio delle assicurazioni". É dunque un accadimento il cui costo di previsione da parte dell’utente dell’animale è maggiore del vantaggio a lui derivante dall’aver evitato il verificarsi dell’evento lesivo. Non costituisce fortuito il danno cagionato da un impulso imprevedibile dell’animale, non rilevando a tal fine l’abituale mansuetudine o pacificità dell’animale (cfr. Cass., 6-1-1983, n. 75, cit.). Si è ad esempio costantemente escluso che l’imbizzarrimento di un animale rientri nell’ambito del caso fortuito, perché ciò non è estraneo alla sua natura (Cass., 7-9-1966, n. 2333, in Resp. civ. e prev., 1967, 71; in Giur. it., 1967, I, 1, 1425; in Foro it., 1967, I, 2619; in Arch. giur. circ., 1967, 693; Cass., 19-1-1977, n. 261, in Giur. it., 2978, I, 1, 1791; App. Firenze, 4-2-1949, in Rep. Foro it., 1951, voce Responsabilità civile, n. 209; App. Lecce, 6-2-1963, in Rep. Giur. it., 1964, voce cit., nn. 256-257; App. Milano, 30-5-1975, cit.; Trib. Roma, 27-4-1979, in Temi rom., 1979, p. 272;); così come il fatto che il cane riesca a liberarsi dalla catena cui era legato e che si era annodata al collo (Cass., 1970, n. 2615, in Resp. civ. e prev., 1971, p. 322). Più in generale, App.Caltanissetta, 12-3-1970 (in Giur. it., 1971, I, 2, 459), ha sottolineato che "gli impulsi propri della natura degli animali non possono considerarsi casi fortuiti, anche se siano imprevedibili ed impensabili. Gli animali, siano essi particolarmente aggressivi o mansueti, conservano un fondo di selvatichezza che, a volte, determina manifestazioni incoercibili; questi comportamenti, appunto perché espressione della natura degli animali, vanno imputati a chi, conoscendone o dovendone conoscere le possibilità di sviluppo e di manifestazione, per quanto possano essere imprevedibili sul piano concreto..., sia proprietario od utente degli animali". Si è già accennato in precedenza al caso deciso dal Trib. Terni, 12-7-1983, cit., in cui in seguito all’aggressione del proprio cane da parte di un cane lupo che "procedeva sciolto" lungo la via, il proprietario, impaurito, abbandonò il guinzaglio ed il cane, fuggendo, investì un ciclomotore. I giudici ritennero di non dover ravvisare gli estremi del caso fortuito, dato che ciò che accadde "non costituisce affatto un qualcosa di imprevedibile e di inevitabile, anzi, al contrario, è abbastanza normale che quando due cani si incontrano tendano o ad aggredirsi reciprocamente od uno ad aggredire l’altro". Il proprietario avrebbe invece dovuto provare che, nella specie, "l’azione di aggressione posta in essere dal cane fu talmente improvvisa, violenta ed irruenta da far nascere in lui una paura tale da fargli perdere il controllo del proprio cane ed a impedirgli di di tenere a guinzaglio l’animale". Il fortuito, quale causa di esonero della responsabilità, è riferibile solo ad ipotesi in cui manchi una qualsiasi ragione di imputabilità giuridica del danno in capo all’utente dell’animale. Su questi presupposti Cass., 13-10-1972, n. 3047 (in Rep. Foro it., 1972, voce cit., n. 133), ha puntualizzato che "un eventuale furto delle bestie non è idoneo a concretare un’ipotesi di fortuito giuridicamente rilevante se risulti che le bestie erano lasciate libere di vagare, perché la sottrazione non può considerarsi in siffatte circostanze un evento straordinario ed assolutamente imprevedibile". Secondo Trib. Verona, 26-4-1979 (in Giur. it., 1980, I, 2, 271), non rientra nell’ambito del fortuito il comportamento del minore che, senza autorizzazione, si impadronisca di un cavallo in un parco giochi e che, montandolo, travolga un terzo. La mancanza o l’insufficienza di elementi probatori idonei ad identificare la causa esimente, comportano la piena operatività della responsabilità (Cass., 28-10-1975, n. 3674, cit.), con la conseguenza che la causa ignota rimane a carico del danneggiante; né la valutazione compiuta dal giudice di merito può essere censurata in sede di giudizio di legittimità ove appaia come conclusione di un processo logico privo di vizi (Cass., 15-2-1979, n. 1002, in Foro pad., 1979, I, 3). Per costante giurisprudenza rientrano nel caso fortuito, a certe condizioni, anche il fatto del terzo (ma tale non è considerato il componente della famiglia che tragga qualche utilità dal godimento comune dell’animale: App. Milano, 18-5-1956, in Rep. Giust. civ., 1956, voce Responsabilità civile, n. 361) e la colpa del danneggiato (Cass., 23-2-1983, n. 1400, cit.; Cass., 26-6-1981, n. 4160, in Giust. civ. Mass., 1981; Cass., 18-11-1974, n. 3686 in Arch. civ., 1975, p. 158; Cass., 3-8-1962, n. 2329, in Resp. civ. e prev., 1963, 69; Cass., 6-11-1959, n. 3287, in Rep. Giur. it., 1959, voce cit., n. 257; App. Roma, 3-4-1959, ibid., n. 263; Trib. Milano, 21-1-1957, ibid., 1958, n. 314). Degli stessi deve ammettersi la rilevanza solo quando siano di per sé capaci di assorbire l’intero rapporto causale (Cass., 18-11-1974, n. 3686, cit.). Più precisamente, secondo Cass., 23-2-1983, n. 1400, cit., la colpa del danneggiato, per avere effetti liberatori, deve consistere "in un comportamento cosciente che assorba l’intero rapporto causale, e cioé in una condotta che, esponendo il danneggiato al rischio e rendendo questo per ciò stesso possibile in concreto, si inserisca in detto rapporto con forza determinante". L’indagine sul comportamento del danneggiato è dunque di tipo oggettivo: ciò che il giudice di merito deve valutare è l’incidenza causale dell’azione del danneggiato sulla produzione dell’evento lesivo. Il fatto del danneggiato di per sé idoneo a determinare l’azione dell’animale deve essere caratterizzato da estrema atipicità ed imprevedibilità, tanto da non rientrare nel rischio razionalmente attendibile dall’utente dell’animale (il parametro non è dunque costituito dal rischio effettivamente atteso dal danneggiante, ma da quello che ragionevolmente avrebbe dovuto attendersi). Deve trattarsi di un comportamento cosciente e volontario: Cass., 16-5-1958, n. 1593, in Foro it., 1958, I, 1387, ha negato che tale possa essere una reazione istintiva e riflessa, come alzare un piede verso un cane a scopo difensivo. App. Lecce, 4-6-1964, Rep. Giur. it., 1965, voce cit., n. 165, ha sostenuto che "la responsabilità del proprietario è esclusa ove il danno non sia causato direttamente dalle forze fisiche ingenite dell’animale, ma si ricolleghi alla condotta del danneggiato, sì che nella produzione dell’evento l’animale sia intervenuto come strumento e non come causa". Il Tribunale di Prodenone, con sent. 10-4-1989, cit., ha ad esempio stabilito che "non esiste responsabilità della stalla sociale per la morte di un elettricista conseguente alle lesioni procurategli da un toro inferocito, nel cui recinto era entrato, onde effettuare riparazioni all’impianto elettrico esterno, se tale comportamento non era concretamente prevedibile, ed ha quindi costituito la causa dell’evento". Nel caso di specie, correttamente, i giudici hanno identificato il fortuito non nell’imbizzarrimento del toro, che di per sé è evento razionalmente attendibile, bensì nel comportamento del danneggiato, ritenuto di per sé idoneo a provocare l’evento lesivo. Sulla base delle risultanze probatorie, infatti, si è ritenuto che la presenza della vittima nel recinto del toro non fosse ragionevolmente ipotizzabile in quanto l’impianto elettrico in avaria non aveva attinenza con quel recinto, per introdursi nel quale occorreva o aprire un cancello ben chiuso o scavalcare una staccionata. Diverso sarebbe invece il caso in cui un soggetto, caduto dalla bicicletta in conseguenza dello spavento causatogli dall’improvvisa apparizione di un cane, seppur all’interno di una villa, venga morsicato dallo stesso attraverso il varco esistente tra le sbarre della ringhiera (cfr. Pret. Forlì, 19-2-1986, cit., anche se nel caso di specie si discuteva della responsabilità penale, poi esclusa, del proprietario del cane). Integra invece gli estremi del caso fortuito il comportamento del soggetto che, introdottosi abusivamente nel fondo altrui, si avvicini eccessivamente al cane impegnato a mangiare e venga aggredito dalla bestia (Cass., 23-2-1983, n. 1400, cit.; ma Trib. Napoli, 6-8-1959, in Dir. e giur., 1959, 375, aveva negato l’efficacia liberatoria del fatto del danneggiato che venga aggredito dai cani da guardia dopo essersi introdotto in un giardino in cui non era impedito l’accesso); o di chi, penetrato nel magazzino di vendita nell’ora di chiusura al pubblico, venga assalito dall’animale (Cass., 26-6-1981, n. 4160, cit.). Similmente, App. Roma, 22-7-1961, in Temi rom., 1962, 470 (con nota di Vannicelli, Sulla responsabilità per danno arrecato al cacciatore da animali incustoditi), ha ritenuto che "il proprietario del fondo in cui è possibile accedere per mancanza della idonea recinzione richiesta dall’art. 28 del T.U. 15-1-1931, n. 117, non è tenuto a far vigilare gli animali pericolosi custoditi nel suo fondo". La già citata sentenza dell’App.Torino, 30-5-1987, ha escluso che concreti l’ipotesi del fortuito il comportamento della bambina che si avvicini al cane tranquillamente accucciato richiedendogli in modo pacifico l’alzata della zampa. Diverso è invece il caso del minore (nella specie, una ragazza dodicenne) che con comportamento cosciente e volontario, benché avvisato del pericolo, apra due porte, si rechi in giardino ed aizzi il cane venendone morsicato (App. Firenze, 13-4-1964, in Giur. tosc., 1964, 598, ha escluso infatti la responsabilità del proprietario ex art. 2052). Se tuttavia il minore non fosse assolutamente in grado di comprendere le conseguenze dell’azione causativa dell’evento lesivo, non potrà aversi esclusione della responsabilità; Cass., 16-10-1954, n. 3767 (in Resp. civ. e prev., 1955, 435), ha, in tal senso, escluso l’efficacia liberatoria del comportamento del bambino che tiri la coda ad un cane senza comprenderne appieno il significato, sancendo il concorso nella responsabilità del proprietario dell’animale e del soggetto tenuto alla sorveglianza del minore. Se il fatto del danneggiato non sia idoneo ad assorbire interamente il rapporto causale, ben può determinarsi una riduzione nella misura del risarcimento (cfr. App. Roma, 11-7-1958, cit.; App. Trento, 27-5-1959, in Rep. Giur. it., 1959, voce cit., n. 264; Cass., 181-11-1974, n. 3686, ivi, 1974, voce cit., n. 112). Per quanto concerne invece il rapporto tra fatto del terzo e caso fortuito, deve sussistere anche in tal caso un diretto ed esclusivo nesso causale tra azione materiale del terzo e fatto dell’animale (Pret. Urbino, 31-12-1955, cit.). Il terzo, "se concorre con il fatto illecito del proprietario o di chi dell’animale si è servito, risponde con costoro verso il danneggiato, a titolo di responsabilità solidale , per il principio sancito dall’art. 2052 c.c." (App. Roma, 24-6-1957, in Rep. Giur. it., 1958, voce cit., n. 317). Il furto dell’animale può rilevare quale caso fortuito solo qualora si presenti come un evento straordinario, imprevedibile ed inevitabile (cfr. la già citata Cass., 13-10- 1972, n. 3047).