Sommario Previous

Sezione Quarta -I Danni

8. La legittimazione attiva Per quanto riguarda la legittimazione attiva del danneggiato, non sembrano sussistere particolari problemi. Qualora tuttavia il danneggiato sia un dipendente del proprietario o l’affidatario dell’animale, ci si è chiesti se il rischio-responsabilità debba continuare ad essere sopportato dal padrone o dal committente, o se esso debba considerarsi traslato sulla vittima del fatto lesivo come contropartita della retribuzione accordata per la cura, custodia, o governo dell’animale. In generale, sembra potersi sostenere la persistenza della responsabilità in capo al proprietario-committente, in quanto lo stesso conserva il potere di sfruttamento ed utilizzazione dell’animale secondo la sua naturale destinazione (cfr. Cass., 6-6-1957, n. 2063, in Resp. civ. e prev., 1957, 213). Qualora però utente dell’animale e committente dell’opera non sia il proprietario ma un terzo, ad es. il mezzadro, sarà quest’ultimo a dover essere considerato responsabile. Sono comunque fatti salvi i principi suesposti in tema di esclusione della responsabilità per fatto del danneggiato.

9. Danni cagionati da animali e concorso tra gli artt. 2049 e 2052 c.c.

Si è appena trattato della responsabilità per danni subiti dal dipendente o dall’affidatario dell’animale durante lo svolgimento del lavoro. Diverso è invece il caso della responabilità per danni arrecati a terzi da animali che si trovavano sotto il controllo del commesso o del dipendente del proprietario nell’esercizio delle proprie mansioni. In quest’ipotesi è agevole concludere che legittimato passivo dell’azione esperita dal terzo ai sensi dell’art. 2052 c.c. non sarà il dipendente, bensì il committente, sia esso proprietario o utilizzatore dell’animale, in quanto fruitore ultimo delle utilità offerte dalla bestia. Così, infatti, la più volte citata Cass., 28-10-1969, n. 3558, ha ritenuto che "il soggetto che abbia ricevuto degli animali in semplice custodia al fine di condurli al pascolo e li governi, nell’ambito delle mansioni conferitegli, in vece del proprietario, senza sottrarli all’ingerenza di questo, non esercita su di essi l’uso di cui all’art. 2052 c.c. e, quindi, non risponde in luogo del proprietario dei danni cagionati a terzi dai medesimi animali". Sussistendone i rispettivi presupposti, il danneggiato può dunque scegliere di agire sulla base dell’art. 2049 c.c. o di citare il committente direttamente ai sensi dell’art. 2052 c.c. (cfr. Cass., 14-5-1955, n. 1386, cit.). Qualora, invece, l’animale appartenga al dipendente stesso e si presenti come strumento per l’esercizio delle mansioni assunte, la sola responsabilità configurabile in capo al committente è quella discendente dal disposto dell’art. 2049 c.c. (così Ziviz, Il Danno cagionato da animali, in Nuova giur. civ. comm., 1990, II, p. 71). Si discute se il richiesto nesso di strumentalità fra uso dell’animale e svolgimento delle incombenze affidate debba essere inteso rigorosamente ovvero in senso ampio. Parte della dottrina è per la prima soluzione, ma sembra maggiormente condivisibile l’orientamento della giurisprudenza, la quale ha ritenuto che "ai fini dell’affermazione della responsabilità indiretta del padrone e del committente per il danno arrecato dal fatto illecito del domestico o del commesso è sufficiente un nesso di occasionalità necessaria fra l’illecito stesso e il rapporto che lega detti soggetti, nel senso che le incombenze o mansioni affidate abbiano reso possibile o comunque agevolato il comportamento produttivo del danno, mentre rimane irrilevante il fatto che tale comportamento si ponga in modo autonomo nell’ambito dell’incarico ricevuto, o abbia addirittura ecceduto dai limiti" (Cass., 6-1-1983, n. 75, in Giur. it., 1983, I, 1, 1481). Nel caso di specie l’Ente Autonomo Teatro dell’Opera, convenuto in veste di committente ai sensi dell’art. 2049 c.c., è stato condannato al risarcimento dei danni cagionati dal cane della propria dipendente, custode dei locali del Teatro, tenuto in libertà nel cortile senza gli adeguati strumenti protettivi.

10. Danni arrecati da animali impiegati in attività pericolose: rapporto fra gli artt. 2050 e 2052 c.c.

Il problema del concorso fra le diverse fattispecie di responsabilità di cui agli artt. 2050 e 2052 c.c. può venire in considerazione qualora un’attività qualificabile come pericolosa (sulla nozione di "attività pericolosa", nonché sull’elaborazione giurisprudenziale cui essa ha dato luogo, si rimanda espressamente all’esame dell’art. 2050 c.c. contenuta in altra parte dell’opera) venga svolta prevalentemente mediante utilizzo di animali. É del tutto pacifico, in dottrina e in giurisprudenza, che non sussista un rapporto di norma generale/ norma speciale tra l’art. 2050 e l’art. 2052 c.c., essendo gli elementi costitutivi della fattispecie e la ratio legis di tutela diversi e non omogenei (Cass., 11-2-1994, n. 1380, cit.). Nè la scelta circa l’applicazione dell’una o dell’altra norma è priva di rilevanti conseguenze pratiche, sol che si pensi alla diversità di ampiezza e contenuto della prova liberatoria, rigorosa nella previsione dell’art. 2052 c.c. (caso fortuito), più agevole secondo le disposizioni di cui all’art. 2050 c.c. (prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno). Il criterio adottato dalla giurisprudenza per distinguere fra le due ipotesi verte sul profilo funzionale dell’impiego dell’animale: se la bestia si presenta esclusivamente come strumento mediante il quale l’attività, pericolosa in re ipsa e svolta in forma organizzata, viene esercitata, la norma applicabile sarà quella individuata dall’art. 2050 c.c. La giurisprudenza si è occupata, in particolare, delle attività di maneggio, gestione di scuole di equitazione e noleggio di cavalli a terzi. Secondo l’orientamento che sembra oramai prevalere, la gestione di un maneggio non è considerabile, di per sé, attività pericolosa, in quanto la pericolosità non ne rappresenta un dato costante ed oggettivamente immanente (ma vedi, contra, di recente, Pret. Vercelli, 18-4-1994, in Inf. Prev., 1994, 906). La stessa può tuttavia rilevare quale attività pericolosa allorché ne siano utenti soggetti principianti o allievi giovanissimi, posto che per inesperienza nella pratica o incapacità derivante dall’età, non siano capaci di comandare validamente il cavallo e di affrontare con destrezza situazioni impreviste. Cass., 11-2-1994, n. 1380, cit., ha in tal senso ritenuto che "il gestore del maneggio, in quanto proprietario od utilizzatore dei cavalli che servono per le esercitazioni, è soggetto, per i danni subiti dagli allievi durante le esercitazioni eseguite sotto la sorveglianza e la direzione di un istruttore ed in condizioni, quindi, che privano il cavaliere della disponibilità dell’animale, alla presunzione di responsabilità di cui all’art. 2052 c.c. e non a quella dell’art. 2050 c.c., a meno che non si tratti di danni conseguenti alle esercitazioni di principianti o di allievi giovanissimi, la cui inesperienza, e conseguente incapacità di controllo dell’animale, imprevedibile nelle sue reazioni se non sottoposto ad un comando valido, rende pericolosa l’attività imprenditoriale di maneggio" (cit. dalla massima). Così anche, Trib. Perugia, 5-9-1989, (in Foro pad., 1990, I, 339, con nota adesiva di Zuddas, Il concetto di attività pericolosa e l’equitazione), secondo cui "non può ritenersi che l’equitazione comporti in re ipsa un’intrinseca pericolosità, cioè quella rilevante possibilità di verificarsi il danno, necessario per potersi ravvisare un’attività pericolosa ex art. 2050 c.c.; l’esperienza ed il notorio insegnano infatti che non sussiste un’alta possibilità di caduta, specie se il praticante osserva le regole del suddetto sport". Cass., 15-2-1979, n. 1002, in Foro pad., 1979, I, 3, aveva già escluso che una passeggiata a cavallo in una brughiera configuri esercizio in comune d’una attività pericolosa. In precedenza non erano mancate pronunce di segno opposto (Cass., 22-2-1979, n. 1155, in Arch. civ., 1979, 880; e in Dir. prat. ass., 1981, 147; App. Catania, 26-3-1982, in Riv. dir. sport., 1982, 192), ma il suesposto orientamento fatto proprio dai giudici di legittimità sembra maggiormente condivisibile. Conformemente alle indicazioni provenienti da parte della dottrina, infatti, si è prescelta una valutazione della pericolosità che faccia riferimento alle concrete condizioni in cui l’attività di equitazione viene esercitata, prescindendo da soluzioni prestabilite e generalizzate (così Zuddas, Il concetto di attività pericolosa e l’equitazione, cit.). In questo senso la citata Cass., 11-2-1994, n. 1380, ha osservato che "lo stabilire se l’attività di maneggio sia da qualificarsi pericolosa per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati deve dunque ritenersi affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito, secondo nozioni che rientrano nella comune esperienza relativa alla disciplina della scuola di equitazione". Si è altresì generalmente esclusa la pericolosità dell’attività di noleggio a terzi di cavalli (Cass., 19-1-1977, n. 261, in Giur. it., 1978, I, 1, 1791). Trib. Asti, 31-12-1992, (in Riv. dir. sport., 1993, 746, con nota di Catalano) ha da ultimo ritenuto che "né la società alberghiera che, nell’ambito di servizi offerti ai clienti di un centro vacanze, mette a loro disposizione un maneggio, né il titolare del maneggio stesso sono responsabili del danno fisico sofferto dalla cliente la quale abbia noleggiato un cavallo, dichiarandosi in grado di condurlo e rifiutandosi di indossare il casco protettivo (c.d. cap) e sia poi caduta in seguito all’improvvisa partenza dell’animale al galoppo".

11. Danni causati da animali in deposito

Secondo quanto si è in precedenza osservato, è perlomeno dubbio che la custodia dell’animale possa costituire il criterio di imputazione della responsabilità ex art. 2052 c.c; ad ogni modo la "custodia" andrebbe intesa atecnicamente come disponibilità giuridica e di fatto dell’animale. Diverso è invece il caso in cui un soggetto assuma contrattualmente dietro corrispettivo e con l’organizzazione dei mezzi necessari, un’obbligazione di custodia dell’animale altrui. Nell’ipotesi di deposito avente ad oggetto un animale (ipotesi non proprio marginale, visto il proliferare delle "pensioni" per cani e gatti), il proprietario della bestia risponderà dei danni cagionati al depositario ai sensi dell’art. 1781 c.c., secondo il quale "il depositante è obbligato a rimborsare il depositario delle spese fatte per conservare la cosa, a tenerlo indenne dalle perdite cagionate dal deposito, e a pagargli il compenso pattuito", salvo eventuali traslazioni del rischio convenute tra le parti. Qualora, invece, l’animale depositato arrechi danni a terzi, il proprietario dovrà considerarsi responsabile ex art. 2052 c.c., salva naturalmente la prova liberatoria del fatto del danneggiato o del terzo (ad es. il depositario), o, eventualmente, l’azione di regresso nei confronti del depositario per violazione degli obblighi di vigilanza e sorveglianza. La ragione del permanere della responsabilità in capo al proprietario risiede, in coerenza con i principi esposti nel par. 3, nella mancanza di trapasso, a vantaggio del depositario, del potere di sfruttamento dell’animale secondo la sua naturale destinazione. Così, in un caso deciso dalla Pretura di Modena (sent.9-5-1994, in Arch. civ., 1994, p. 1067), in cui il gestore di un "pensione" per cani e gatti era stato azzannato da un cane infastidito dalla comparsa di un veterinario in camice, i giudici hanno correttamente ritenuto che "il proprietario di un cane lasciato in deposito presso un canile privato risponde del danno cagionato dall’animale al titolare del canile in base alle norme sul deposito"(cit. dalla massima). Ove però il danno avrebbe potuto essere evitato usando l’ordinaria diligenza il risarcimento non è dovuto, a norma dell’art. 1227, secondo comma, c.c.. Nella specie i giudici hanno escluso la responsabilità del depositante, in quanto il titolare del canile aveva omesso di applicare la museruola all’animale, "fatto che si deve ritenere rientrare nell’ordinaria diligenza specie delle persone che vengono a contatto con animali altrui nell’esercizio di un’attività specificamente individuata dalla custodia degli animali stessi".

12. Danni arrecati dalla fauna selvatica e responsabilità della p.a.

Come si è già ricordato in precedenza, dottrina e giurisprudenza hanno ritenuto applicabile l’art. 2052 c.c. a qualunque tipo di animale, indipendentemente dalla specie di appartenenza, sempreché fosse stato possibile identificarne un proprietario od un utente. Sulla base di tali considerazioni, per l’appunto, si è costantemente esclusa l’applicabilità della norma per i danni cagionati da animali stanziali o vaganti in una riserva di caccia. Prima dell’entrata in vigore della legge quadro sulla caccia (l. 27 dicembre 1977, n. 968 - ora modificata dalla l. 11 febbraio 1992, n. 157, Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) si riteneva comunemente, sulle orme della tradizione romanistica, che gli animali selvatici viventi in libertà appartenessero alla categoria delle res nullius. Non a caso essi erano suscettibili di occupazione e costituivano l’oggetto dell’esercizio venatorio, come indirettamente si ricavava dall’art. 923 c.c. e dal t.u. sulla caccia approvato con r.d. 5 giugno 1939, n. 1016. Di conseguenza, si è per lo più negata la responsabilità del concessionario della riserva, non potendo lo stesso essere propriamente definito né proprietario né utilizzatore degli animali ivi viventi (Cass., 19-7-1957, n. 3019, in Resp. civ. e prev., 1958, 432; in Foro it., 1958, I, 151; ed in Giust. civ., 1957, I, 1661, con nota di Colasurdo, Sul fondamento della responsabilità per fatto di animali; App. Firenze, 17-9-1955, in Foro pad., 1955, I, 1151, con nota di Biondi, Riserva di caccia ed occupazione; App. Roma, 22-7-1961, cit.; Trib. Alessandria, 5-6-1970, in Rep. giur. it., 1972, voce cit., nn. 157-158; App. Torino, 13-9-1972, in Arch. Resp. civ., 1973, 303, con nota di Orgero, Responsabilità del concessionario di riserva di caccia; contra, Trib. Acqui Terme, 25-4-1975, in Giur. agr. it., 1975, II, 496, con nota di Orgero, Immissione di selvaggina in riserva venatoria e danni alle colture). Così, App. Bologna, 9-2-1971, in Giur. it., 1971, I, 2, 872, poteva osservare che "perché sorga l’obbligo del risarcimento, è necessario che il danno sia cagionato da persone o cose (animate o inanimate) che siano nell’ambito delle possibilità e disponibilità umane ossia da fattori umani. Ma la selvaggina in libertà è senz’altro res nullius anche se immessa o già vivente fin dalla nascita in una zona di ripopolamento e, quindi, i fatti dannosi da essa compiuti non possono per alcun verso essere imputati all’Ente gestore, che non può considerarsene né proprietario, né utente, mentre, nel contempo, non può neanche controllarne il comportamento, sfuggendo questo ad ogni sua possibilità o disponibilità". Il quadro normativo ha subito una trasformazione radicale con l’ approvazione della citata legge quadro sulla caccia, ai sensi della quale "la fauna selvatica italiana costituisce patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale" (art. 1). La fauna selvatica - secondo una comune ricostruzione non condivisa, peraltro, da parte autorevole della dottrina amministrativistica (A. Sandulli, Manuale di diritto amministrativo, vol. 2, Napoli, 1989, 759; Mazzarolli-Pericu-Romano-Roversi Monaco-Scoca, Diritto amministrativo, t.1, Bologna, 1993, 925) - è stata dunque inclusa tra i beni contemplati dal secondo comma dell’art. 826 c.c. come beni patrimoniali indisponibili dello Stato ed ha inequivocabilmente perso la qualifica tradizionale di res nullius (a riprova, Cass., 12-8-1991, n. 8788, in Dir. giur. agr., 1992, 481, con nota di Masini, Sul criterio di imputazione della responsabilità dello Stato per i danni cagionati da fauna selvatica; e in Giur. it., 1992, I, 1, 1795, con nota di Centofanti). Certo, sul significato di questa inclusione non v’è concordia; anche se "tale qualificazione implica la proprietà da parte dello Stato, inteso come Stato-ente, e non permette una configurazione adespota del diritto di proprietà, come sarebbe nel caso si volesse direttamente imputarlo allo Stato-comunità" (Di Gaspare, voce Caccia, in Enc. Giur., Roma, 1988, 3) cionondimeno è dubbio se possa applicarsi interamente la disciplina codicistica della proprietà contenuta negli articoli 832 ss., salvi i necessari adattamenti dovuti alla specificità dell’oggetto del diritto in questione. Si è sostenuto da più parti che ci troveremmo in presenza di una "proprietà senza possesso"(Clarizia, voce Caccia, in Noviss. Dig. it., Appendice, I, Torino, 1980, 930; Comporti, Responsabilità civile per danni da selvaggina,, in Riv. dir. agr., 1986, 843; Di Gaspare, voce Caccia, cit., 3), avente ad oggetto un bene pubblico in senso oggettivo destinato a fruizione collettiva, del quale lo Stato è proprietario affinché la collettività possa usufruirne (Giannini, Diritto pubblico dell’economia, Bologna, 1984, 87). Secondo altri, invece, la configurabilità di un possesso in senso tecnico non può essere disconosciuta argomentando dalla mancanza, in capo al soggetto legittimato, di quello "stabile controllo di fatto che si ravvisa per qualsiasi altro bene difendibile sul piano possessorio"(Cendon, Commento alla legge 27 dicembre 1977, n. 968, in Nuove leggi civ., 1979, 457; nonché, dello stesso autore, Proprietà, riserva e occupazione, Napoli, 1977, 127 ss. In giurisprudenza Pret. Biancavilla, 9-12-1988, in Foro it., 1990, II, 122); ed infatti, in questa prospettiva, dovrebbe senz’altro ammettersi l’esperibilità delle azioni possessorie e, segnatamente, dell’azione di reintegrazione contro lo spoglio violento e clandestino (Cendon, Commento, cit., 456; contra, Clarizia, voce Caccia, cit., 931). É pacifica l’ammissibilità delle azioni a difesa della proprietà, così come si dà per scontato che i singoli esemplari siano da considerarsi res extra commercium, e in quanto tali inusucapibili ai sensi dell’art. 1145 c.c. Al regime civilistico, che appare dunque fortemente caratterizzato in senso proprietario (in ultimo Cass., 12-8-1991, n. 8788, cit.), si affianca una tutela penalistica che fino a qualche tempo fa riconosceva concordemente l’esistenza di un possesso statuale, o quanto meno di una "detenzione virtuale" della fauna, alla cui violazione da parte di terzi faceva seguito l’applicazione delle sanzioni previste dagli artt. 624 e 625 c.p. (di una "detenzione virtuale sufficiente a rendere concreto il possesso" si discorre in Cass., 25-10-1982, in Foro it., Rep. 1983, voce Furto, n. 35; così anche Cass., 28-10-1982, in Riv. it. dir. proc. pen., 1984, 1449). Sebbene il c.d. delitto di furto venatorio, fattispecie di creazione giurisprudenziale, non sia ulteriormente configurabile nel nostro ordinamento in seguito all’entrata in vigore della l. 11 febbraio 1992, n. 157, ciononostante non sembra debbano mutarsi le conclusioni raggiunte in ordine al regime giuridico di appartenenza della fauna selvatica (sul punto, per i necessari approfondimenti, si rinvia a Resta, La P.A. e i danni cagionati dalla fauna selvatica, in Danno e responsabilità, n. 5, 1996, 595, e agli autori ivi citati). La lettera della legge depone dunque per il riconoscimento, in capo allo Stato, di una situazione di titolarità dominicale sulla fauna selvatica. Una delle molteplici conseguenze di tale premessa è che, cessata la riconducibilità degli animali selvatici alla categoria delle res nullius - e venuto così meno quell’ostacolo di carattere formale che aveva impedito l’applicazione dell’art. 2052 c.c. alla fattispecie in questione, determinando l’irrisarcibilità di queste ipotesi di danno e l’ingiustificata attribuzione di un privilegio alla pubblica amministrazione (così Franzoni, La responsabilità oggettiva, cit., p. 547) -, sullo Stato incombe una serie di obblighi derivanti dalla acquisita condizione di proprietario della fauna selvatica (in questi termini Cass., 12-8-1991, n. 8788, cit.). Uno di essi consiste proprio nel risarcire i danni arrecati a terzi - ed è opportuno, ai fini dell'individuazione della disciplina applicabile, distinguere tra danni arrecati alle cose, alle persone o alle colture - da quel particolare bene oggetto, al contempo, di custodia e di tutela. Mentre per l’ipotesi di danno all’agricoltura esiste una disciplina speciale, foriera peraltro di sottili problemi non solo di interpretazione ma anche di coordinamento con i principi generali sulla responsabilità da fatto illecito, l’aspetto da affrontare in via preliminare, per la sua più stretta inerenza agli scopi della presente rassegna, è quello relativo all’alternativa tra gli artt. 2052 e 2043 quali criteri specifici di imputazione della responsabilità in capo alla pubblica amministrazione per i danni cagionati dalla fauna selvatica a cose o persone. A tal proposito, si era poco sopra ventilata l’ipotesi (in senso conforme a parte minoritaria ma autorevole della dottrina civilistica) che il mutamento del quadro legislativo di riferimento, con l’attribuzione allo Stato della titolarità dominicale sulla fauna, potesse legittimare l’attrazione di tale fattispecie di responsabilità nell’orbita dell’art. 2052. Una soluzione di tal tipo non riposa, come potrebbe intuitivamente ritenersi, solo su considerazioni strettamente formalistiche, ma è ispirata tanto al criterio della composizione degli interessi confliggenti - per cui la scelta costituzionalmente rilevante della protezione della natura esige "une contribution de l’ensemble de la population" (come è stato osservato da un commentatore francese) e non può ricadere, nelle sue conseguenze dannose, solo su singoli malcapitati - quanto al criterio della gestione economicamente razionale del rischio - che chiede, com’è noto, l’adozione di una regola di responsabilità capace di minimizzare i costi primari e secondari dell’evento dannoso (in tal senso, l’applicazione dell’art. 2052, per ragioni che in tal sede non è possibile meglio illustrare, predisporrebbe un sistema efficiente di assicurazione sociale del rischio creato). In questa prospettiva si collocano alcune pronunzie di merito rese in tempi oramai non recentissimi. Si segnala la pronuncia del Pretore di Ceva, 22-3-1988 (in Giur. Agr. it., 1989, 110, con nota di Masini, Sulla responsabilità civile dello Stato per i danni cagionati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole, ai sensi dell’art. 2052 c.c.), il quale rileva, per l’appunto, come lo Stato, attribuendosi la signoria sulla fauna selvatica, deve ritenersi responsabile ex art. 2052. Nella sentenza si legge che "se pure il fine di tale mutamento della configurazione giuridica della fauna selvatica è stato indubbiamente quello di assicurare la tutela di un bene ritenuto di interesse collettivo, ciò non esclude l’assoggettamento dello Stato alle conseguenze derivanti, alla stregua dei principi generali, dalla titolarità del diritto di proprietà una volta che lo Stato, per raggiungere appunto il fine succitato, abbia ritenuto di assoggettare direttamente alla sua signoria detto bene. (...) Quindi si è pur sempre in presenza di una "proprietà" di tali beni da parte dell’Amministrazione anche se trattasi di una proprietà soggetta a regimi particolari. Conseguentemente la circostanza che trattasi di beni destinati a soddisfare interessi generali non può certo di per sé esonerare gli enti pubblici dalla responsabilità derivante da una gestione di detti beni inosservante del principio del neminem laedere (principio pacificamente applicabile anche alla P.A.). Pertanto come proprietario lo Stato deve ritenersi responsabile dei danni subiti dagli attori ex art. 2052 c.c.". Non varrebbe dunque argomentare che l’attribuzione della signoria giuridica sulla fauna selvatica, in quanto finalizzata alla protezione della fauna stessa nell’interesse della collettività, comporterebbe necessariamente l’applicazione di un regime atipico, o quanto meno derogatorio in ordine alla responsabilità per danni, rispetto alle ordinarie situazioni proprietarie finalizzate al godimento del bene nell’interesse esclusivo del titolare. Nella controversia decisa da Pret. Cosenza, 5-7-1988, in Foro it., 1988, I, 3629, è stata riaffermata la piena applicabilità della norma nell’ ipotesi di danni cagionati a terzi da un branco di lupi; a differenza, tuttavia, della decisione resa dal Pretore di Ceva, in cui era stata esplicitamente esclusa la legittimazione passiva delle Regioni, si è ritenuto responsabile non già lo Stato, bensì la Regione Calabria, "in quanto proprietaria e custode di tutte le specie protette ed esistenti nel suo territorio". L’orientamento prevalente, fatto proprio anche dalla giurisprudenza di legittimità, tende invece ad escludere l’applicabilità dell’art. 2052 ai danni cagionati dalla fauna selvatica; viene però, al contempo, fatta salva la pretesa risarcitoria per l’eventuale violazione dei doveri di cui all’art. 2043. Così, di recente, Cass., 15-3-1996, n. 2192 (in Danno e responsabilità, n. 5, 1996, 591), ha aderito all’orientamento consolidato seguendo un iter argomentativo ormai caro ai giudici della Suprema Corte. Il fondamento della presunzione di responsabilità di cui all’art. 2052, si sottolinea, va ricercato nella disponibilità dell’animale da parte del dominus; in relazione alla fauna selvatica, proprio per il suo trovarsi in stato di completa libertà, non è ipotizzabile una potestà di governo; ne consegue che la pubblica amministrazione, a cui non è riconosciuto il potere-dovere di inibire il libero spostamento della fauna, non assume la veste di dominus in senso tecnico e non può quindi essere assoggettata a responsabilità secondo i criteri previsti dall’art. 2052. In questo senso già Cass., 12-8-1991, n. 8788, cit., con una sentenza adeguatamente motivata, aveva ritenuto che "il risarcimento non può essere riconosciuto attraverso lo strumento indicato dall’art. 2052 c.c. É ben vero che questa norma individua senz’altra specificazione nel proprietario degli animali, o in colui che se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, il responsabile del danno cagionato dagli animali stessi. Tuttavia, il presupposto implicito della stessa norma è che essa si riferisce esclusivamente alla proprietà o custodia di animali domestici, mansueti o addomesticati, come implicitamente si ricava dalle decisioni di questa Corte (...), le quali hanno fatto richiamo alla disposizione citata soltanto per i danni provocati da animali domestici o addomesticati. Infatti, sarebbe estremamente difficile, sul piano di una logica interpretazione dei principi, richiedere anche per gli animali selvatici i presupposti indicati dal citato art. 2052 della sorveglianza tipica della custodia (sent. n. 53 del 1983) o del rischio collegato all’utile (sent. n. 522 del 1977). La conclusione, quindi, da ricavare, è quella che il danno, diverso da quello all’agricoltura, provocato a persone o a cose da animale selvatico non può essere risarcito alla stregua dell’art. 2052 c.c., ma è astrattamente risarcibile soltanto in base ai principi generali indicati dall’art. 2043 c.c., del quale debbono ricorrere tutti gli elementi con particolare riferimento alla colpa". Tra i giudici di merito che si sono uniformati all’indirizzo della Cassazione, si può confrontare Trib. Rieti, 31-6-1990 (in Foro it., 1990, I, 3261, con nota di Simone), secondo cui "in relazione ai danni cagionati da un branco di cinghiali alle colture di un fondo agricolo incluso nel comprensorio di un’azienda faunistico-venatoria, quest’ultima può rispondere ex art. 2043 c.c., qualora risulti un evento dannoso ascrivibile a dolo o colpa della stessa", ma non ai sensi dell’art. 2052 c.c., non essendo la fauna stessa suscettibile di sorveglianza continuativa; nonché Trib. Firenze, 13-5-1994, in Arch. giur. circ., I, 1995, p. 46, dove, in relazione ad una controversia avente ad oggetto la richiesta di risarcimento dei danni da parte di un motociclista investito da un cinghiale selvatico mentre procedeva su una strada provinciale, si è ritenuto che, nonostante l’inserimento della fauna selvatica nel patrimonio indisponibile dello Stato, non sia configurabile una giuridica disponibilità in senso civilistico, pur rilevando il possesso a fini penalistici, con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2052 c.c., in quanto "non vi è ragione alcuna di guardare alla fattispecie in esame come se si fosse in presenza di animali domestici o mansuefatti, in cui vi sia un soggetto con obblighi specifici di custodia che è l’ipotesi presupposta nell’art. 2052 c.c.". Per quanto concerne, invece, la legittimazione passiva, la Suprema Corte ha ancorato l’imputazione soggettiva al criterio del riparto delle competenze, stabilendo che "la responsabilità civile conseguente al danno a cose o persone provocato da animali selvatici deve essere imputata, concorrendo le condizioni di cui all’art. 2043 c.c., alle Regioni, alle quali sono state trasferite le funzioni concernenti la tutela della fauna e la disciplina della caccia, e nel caso della Regione Trentino-Alto Adige va attribuita alle Riserve di caccia, rappresentate dalla Federazione provinciale della caccia, concessionaria ex lege della gestione dei terreni della Regione istituiti in riserva" (sent. 12-8-1991, n. 8788, cit.) Direttamente richiamandosi all’insegnamento della Corte di Cassazione, Trib. Firenze, 13-5-1994, in Arch. giur. circ., I, 1995, p. 46, ha da ultimo riaffermato la carenza di legittimazione passiva dello Stato per danni cagionati dalla fauna selvatica, puntualizzando che il danno, se cagionato da colpa aquiliana della p.a., deve essere risarcito dalle regioni, alle quali è stata trasmessa la potestà di disciplinare la specifica materia. Fonte di ulteriori incertezze interpretative e di elevato contenzioso, come si era anticipato, è la previsione, contenuta già nella legge quadro sulla caccia e nella successiva legge n. 157, di forme lato sensu risarcitorie per l’ipotesi specifica di danni all’agricoltura provocati dagli animali selvatici. L’art. 10 della suddetta legge 157 del 1992 demanda infatti ai piani faunistico-venatori di competenza provinciale la specificazione dei "criteri per la determinazione del risarcimento in favore dei conduttori dei fondi rustici per i danni arrecati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole e alle opere approntate su fondi vincolati per gli scopi di cui alle lettere a), b) e c)" (ovvero nelle oasi di protezione, destinate al rifugio, alla riproduzione ed alla sosta della fauna selvatica; nelle zone di ripopolamento e cattura, destinate alla riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale ed alla cattura della stessa a scopo di immissione; nei centri pubblici di riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale, ai fini di ricostituzione delle popolazioni autoctone). Si prevede, inoltre, la costituzione a cura di ogni regione di un fondo destinato alla prevenzione e ai risarcimenti "per far fronte ai danni non altrimenti risarcibili arrecati alla produzione agricola e alle opere approntate sui terreni coltivati e a pascolo dalla fauna selvatica, in particolare da quella protetta, e dall’attività venatoria" (art. 26). In aggiunta, è necessario menzionare la disciplina relativa ai parchi naturali, che si articola essenzialmente, oltre che nelle leggi istitutive dei parchi storici, nella fondamentale legge quadro sulle aree protette del 6-12-1991, n. 394, nonché nelle leggi regionali istitutive dei parchi naturali regionali e nei regolamenti adottati dagli Enti parco. In tali disposizioni normative sono previste infatti varie forme di "compenso" o "indennizzo" - così, mentre la legge quadro sulle aree protette prevede che "l’Ente parco è tenuto a indennizzare i danni provocati dalla fauna selvatica del parco" (art. 15), nel regolamento del Parco nazionale d’Abruzzo si parla di "compenso" (art. 14) - sia per l’ipotesi specifica di danni arrecati ai prodotti del suolo dalla selvaggina protetta, sia per quelle più generali restrizioni alla proprietà privata che trovano una giustificazione nell’interesse sociale e collettivo, alla cui soddisfazione la costituzione dei parchi nazionali sopraintende, e che ben si inscrivono nell’attività di conformazione della proprietà privata imposta al legislatore ordinario dai dettami costituzionali. Dove l’introduzione di tale disciplina più si è rilevata densa di implicazioni problematiche, è soprattutto nella difficoltà di qualificazione della posizione soggettiva vantata dal privato danneggiato, e, in particolar modo, nelle sue conseguenze in ordine alla delimitazione della giurisdizione. Ci si è chiesti, cioè, ed in più di un’occasione, quale sia la natura giuridica dell’interesse del privato alla corresponsione dell’indennizzo/risarcimento da parte della pubblica amministrazione (di "indennizzo" si parlava, ad esempio, nella legge quadro del 1977, e si continua a parlare in talune leggi regionali, oltre che nella citata legge quadro sulle aree protette, mentre nella l. 157 del 1992 si è preferita l’espressione "risarcimento"). A tal riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha avallato - incontrando il disappunto, per alcuni aspetti condivisibile, di alcuni commentatori - una disparità di trattamento tra le ipotesi di danni arrecati a fondi situati in zone protette (come le oasi di protezione e rifugio) e fondi inclusi nel comprensorio di un parco naturale. Nel primo caso si è correttamente ritenuto che l’indennizzo previsto dalle norme citate, "da determinarsi, alla stregua di procedimento ad hoc, senza discrezionalità dell’amministrazione in ordine sia all’an che al quantum debeatur", ha "funzione risarcitoria in senso stretto e quindi di reintegrazione patrimoniale", e dunque la posizione soggettiva del privato è qualificabile come diritto soggettivo tutelabile davanti al giudice ordinario; dovendosi a maggior ragione escludere l’avvenuta degradazione ad interesse legittimo, in quanto quest’ultima "potrebbe riguardare solo i diritti e le facoltà incompatibili con i fini perseguiti dall’ente pubblico, cioè con gli scopi per i quali l’oasi di protezione era stata creata, e non anche il fondamentale diritto al ristoro del danno, che, se attuato, certamente non impedisce all’amministrazione di perseguire i fini suddetti" (Cass., sez. un., 27-10-1995, n. 11173, in Foro it., 1996, I, 564, con nota di Caputi; nel caso di specie ulteriore norma di riferimento era l’art. 20 della l. reg. veneta n. 30 del 1978, dove si prevedeva che l’indennizzo fosse determinato "in proporzione del valore di mercato"). Nel secondo caso, al contrario, in considerazione della specialità della disciplina relativa ai parchi naturali, la Cassazione ha deciso che la situazione vantata dal privato per i danni subiti da un fondo agricolo incluso nel comprensorio di un parco (nella specie, dei Monti Sibillini), "non costituisce un diritto soggettivo, ma un interesse, per il quale deve dichiararsi la giurisdizione del giudice amministrativo" (Cass., sez. un., 23-11-1995, n. 12106, ivi, 564). La medesima soluzione, d’altronde, era già stata accolta dalla Cassazione in un’articolata pronuncia del 1983 (Cass. 29-3-1983, n. 2246, in Giur. it., 1984, I, 1, 137; e in Giur. agr. it., 1985, I, 23, con nota di Mazza, Sui danni provocati alla produzione agraria dalla fauna selvatica protetta), dove si affermava che "nella disciplina della legge regionale Toscana , 15 giugno 1975, n. 65, istitutiva del Parco naturale della Maremma, così come in quella delle leggi nazionali e regionali, anteriori e successive, che tutelano la selvaggina limitando l’esercizio della caccia, la posizione del proprietario di un fondo, per i danni che riceva dal moltiplicarsi degli animali selvatici non suscettibili di abbattimento, non ha natura di diritto soggettivo, e non è quindi tutelabile con azione risarcitoria davanti al giudice ordinario, ma ha consistenza di interesse semplice, fino a quando l’amministrazione non si avvalga del potere di <<concedere contributi per sopperire alle diminuzioni di redditi aziendali>>, fissandone i criteri, a norma dell’art. 7, 1° comma della citata legge n. 65 del 1975, e poi di interesse legittimo, tutelabile davanti al giudice amministrativo, quando l’amministrazione medesima si sia avvalsa di detto potere, in relazione al concreto riconoscimento di tale indennizzo ed alla sua liquidazione in conformità dei criteri prefissati" (dalla massima; mio corsivo). Una volta chiarito che, almeno nelle ipotesi di cui alla legge quadro sulla caccia, l’indennizzo dovuto dalla p.a. ha funzione risarcitoria e costituisce oggetto di un diritto soggettivo del privato, sembrano sopite le maggiori perplessità relative al delicato problema del concorso fra la tutela civile e la tutela amministrativa. Deve infatti ritenersi definitivamente risolta - come implicitamente testimonia la giurisprudenza richiamata in merito all’alternativa fra gli artt. 2043 e 2052 quali criteri di imputazione della responsabilità - la questione relativa all’autonoma risarcibilità di danni diversi da quelli all’agricoltura (in tal senso, già, Cendon, Commento, cit., 462). Riconsiderando sistematicamente le varie ipotesi finora incontrate, è lecito affermare che la previsione ad opera del legislatore statale della possibilità di un risarcimento specificamente limitato all’ipotesi di danni arrecati all’agricoltura, mentre da un lato viene a costituire un’area ben delimitata di responsabilità aggravata della pubblica amministrazione (che si presenta addirittura come "assoluta", non essendo ammessa neanche la prova liberatoria del caso fortuito, salva l’eventuale limitazione legale dei danni risarcibili), non esclude, d’altra parte, il ricorso alle regole generali della responsabilità da fatto illecito nelle ipotesi residuali di danni all’integrità fisica delle persone o alle cose diverse dalle colture. Tutt’altro problema è quello concernente i danni arrecati da animali rinchiusi in zoo-safari. Non constano precedenti editi, ma sembra che al riguardo l’applicabilità dell’art. 2052 c.c. sia fuori discussione (sul tema si rinvia alla precedente edizione).

13. Circolazione di veicoli e danni cagionati da animali: il rapporto con l’art. 2054 c.c.

Problemi di concorso fra le norme di cui agli artt. 2052 e 2054 c.c. possono sorgere nell’ipotesi di danni cagionati da animali in transito nella pubblica via. Il caso atto a verificarsi con maggior frequenza è quello dello scontro fra un veicolo ed un animale. Per costante giurisprudenza di merito e di legittimità, è configurabile un concorso tra le presunzioni sancite dagli artt. 2052 e 2054 c.c., rispettivamente a carico del proprietario o dell’utente dell’animale e del conducente dell’autovettura (per cui è fatta salva la responsabilità solidale del proprietario della stessa). Cass., 19-4-1983, n. 2717 (in Giust. civ., 1983, I, 2987, con nota di Ventrella), ha in tal senso osservato che "in tema di responsabilità aquiliana, la presunzione di colpa di cui all’art. 2052 c.c. ben può concorrere con quella di cui al successivo art. 2054, onde dei danni prodotti dall’urto tra un autoveicolo ed un animale la sussistenza e la misura della responsabilità dei rispettivi proprietari deve essere determinata in base alle modalità del fatto concreto" (così anche Cass., 9-12-1992, n. 13016, cit.; Cass., 5-2-1979, n. 778, in Mass. Giust. civ., 1979, 351; Conc. Firenze, 27-5-1988, cit.; App. Perugia, 20-6-1986, n. 212, in Arch. giur. circ., 1987; Trib. Forlì, 24-4-1985, n. 321, in Arch. giur. circ., 1985, 816; Pret. Bari, 19-12-1979, in Arch. giur. circ., 1980, 149). Sul conducente del veicolo grava l’onere di provare che il danno si è verificato per il comportamento dell’animale; in mancanza rimane operante la presunzione di responsabilità a suo carico (Trib. Perugia, 14-3-1983, in Giur. merito, 1984, 1098, con nota di Bellini) in quanto il nesso di causalità tra condotta di guida e danno deve ritenersi in re ipsa (App. Cagliari, 16-4-1985, in Riv. giur. sarda, 1986, 390). Nel caso in cui non venga esattamente ricostruita la dinamica del sinistro e qualora nessuna delle parti fornisca la prova liberatoria rispettivamente richiesta dagli artt. 2052 e 2054 c.c., "si applicano entrambe le presunzioni di colpa di cui alle norme citate, ma non sorge una responsabilità concorrente delle parti in relazione alla totalità dei danni. Di conseguenza, il proprietario dell’animale, ove sussista una domanda nei suoi confronti, risponde integralmente dei soli danni causati all’autovettura, mentre il conducente di quest’ultima, se richiesto, risponde integralmente dei soli danni cagionati all’animale" (Trib. Cagliari, 25-2-1985, in Riv. giur. sarda, 1987, 696). Qualora invece concorrano, nel medesimo evento dannoso, le due presunzioni di responsabilità, ciascuno dei due soggetti risponde delle conseguenze dell’evento in proporzione alla misura della colpa accertata nel caso concreto (App. Cagliari, 16-4-1985, cit.). Diverso è il caso in cui il sinistro si sia verificato mentre l’animale era al traino di un veicolo e pertanto ne costituiva parte integrante. In tale ipotesi non è configurabile un concorso fra l’art. 2052 e l’art. 2054 c.c, primo comma, per cui, come si è indicato, la responsabilità del conducente si presume ed egli può liberarsene soltanto con la dimostrazione di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno; dovrà invece applicarsi il secondo comma di quest’ultima norma, che prevede analoga presunzione a carico dell’altro conducente, il quale sarà liberato da responsabilità, sia attraverso la prova che la responsabilità appartiene interamente al primo conducente, sia che è parimenti di quest’ultimo in misura superiore alla metà (Cass., 9-12-1992, n. 13016, cit.), anche qualora si tratti di danni cagionati dall’improvviso imbizzarrimento dell’animale (Cass., 16-8-1960, n. 2383, in Resp. civ. e prev., 1961, 72). Così, da ultimo, si è espressa la Suprema Corte, secondo cui "in tema di responsabilità per danni derivanti dall’urto tra un autoveicolo e un animale, la presunzione di colpa a carico del proprietario dell’animale di cui all’art. 2052 c.c., concorre con quella posta dal primo comma del successivo art. 2054 a carico del conducente del veicolo con la conseguente prova liberatoria a carico di quest’ultimo, a meno che il sinistro non si sia verificato mentre l’animale era al traino di un carretto (veicolo) e non debba, pertanto, applicarsi al conducente del mezzo meccanico il secondo comma dell’art. 2054 che pone a suo carico la presunzione di responsabilità solo concorrente" (sent. 9-12-1992, n. 13016, cit.; nello stesso senso anche Cass., 12-9-1968, n. 2933, in Foro it., 1968, I, 2706; e in Arch. resp. civ., 1971, 166). Assimilabile al caso appena discusso, in cui l’animale impiegato a trazione viene considerato alla stregua di un normale veicolo senza guida di rotaie, è quello in cui l’animale venga utilizzato di per sé come veicolo, senza alcun ausilio di mezzi meccanici. Anche in quest’ipotesi, si pensi al cavallo o al mulo montati in una pubblica via, non vi è ragione, in caso di sinistro, di disapplicare la presunzione di responsabilità concorrente prevista dall’art. 2054 secondo comma. Di quest’avviso è stato anche il tribunale di Massa Carrara (sent. 27-7-1993, in Arch. giur. circ., III, 1995, p. 302) pronunciandosi su un caso piuttosto singolare, in cui un cavallo, procedendo incolonnato insieme ad altre autovetture, spaventato dal tubo di scappamento del veicolo che lo precedeva, ebbe "un’istintiva reazione di rinculo" finendo per sedersi sul cofano della vettura che seguiva. Hanno ritenuto i giudici che "nell’ipotesi di scontro stradale tra autoveicolo e cavallo da sella condotto da cavaliere in sella possa applicarsi - oltre alla generale presunzione di cui all’art. 2052 c.c. -, sia pure in via analogica, la presunzione di pari colpa prevista dall’art. 2054 c.c. a carico di conducenti di veicoli tra loro collidenti, considerando che detto animale - pur privo di carretto- qualora venga condotto da soggetto in sella, e non da terra con le redini, si inserisce - al pari di un velocipede- nel pubblico traffico stradale quale <veicolo>, sia pure lato sensu, utilizzato per la circolazione nelle vie pubbliche". Al cavaliere, in tal caso, è infatti richiesta "la stessa particolare prudenza e perizia che si richiedono ai conducenti di ogni altro veicolo senza guida di rotaie, quale i motociclisti e i ciclisti"; di conseguenza egli dovrà ritenersi parimenti responsabile del sinistro, salva prova contraria, secondo quanto previsto dall’art. 2054 secondo comma. Sulla responsabilità del gestore per danni arrecati da animali immessisi improvvisamente su di un’autostrada si rimanda alla precedente edizione.