L’azione civilistica del paziente vittima di agenti biologici

 

di Marco Bona

 

 

Premessa

 

L’avvocato che agisce per il paziente, il quale ha contratto delle infezioni in seguito ad un’operazione o comunque durante il soggiorno dello stesso in una struttura ospedaliera, si trova dinanzi ad un settore ancora privo di punti di riferimento sicuri, in cui peraltro i contributi giurisprudenziali sono pressoché inesistenti.

La ragione, per cui si rinvengono oggi un numero limitato di controversie e ancor meno sentenze in questo ambito – numero certo del tutto esiguo a fronte dell’entità e gravità del problema[1] -, risiede essenzialmente nel fatto che solo in tempi recenti il dibattito sullo stato epidemiologico dei nostri ospedali ha iniziato a segnare passi in avanti, con la conseguente emersione per avvocati e pazienti di nuovi scenari di danno alla salute.

Proprio la novità del problema fa sì che spesso l’avvocato si trovi ad intraprendere le sue prime attività a tutela del cliente, senza sapere che le lesioni occorse a quest’ultimo dipendono eziologicamente, in tutto o in parte, dal prodursi di infezioni trasmesse attraverso l’ambiente per via aerea o a seguito di contatto con strumenti sanitari o direttamente con il personale intervenuto sul paziente, o altresì da un altro ricoverato.

L’apporto del medico-legale è quindi essenziale, perché in molti casi sarà proprio quest’ultimo a suggerire all’avvocato la strada della responsabilità per danno da infezione.

Sull’importanza, per l’avvocato delle vittime, del contributo del medico legale non è certo necessario indugiare qui a lungo. Come noto, infatti, nell’ambito della responsabilità medica, molte delle risposte, che servono all’avvocato, provengono dal medico legale, cui viene affidata la consulenza tecnica di parte. Questi fornisce un contributo del tutto fondamentale nell’individuazione di eventuali responsabilità del medico o della struttura sanitaria. In particolare, il medico legale offre all’avvocato input di primaria importanza, su cui verrà a fondarsi l’azione: le cause di quanto subito dalla vittima, le omissioni del medico, le carenze della struttura ospedaliera, la misura in cui i vari soggetti, che hanno contribuito alla causazione del danno, rispondono, ecc.

Quello della responsabilità per attività sanitarie è invero un campo, in cui il legame tra diritto e medicina legale risulta decisamente inscindibile.

Nell’ipotesi di infezioni ospedaliere o post-chirurgiche, per il paziente diventa inoltre importante l’individuazione dell’esperto in epidemiologia, che dovrà lavorare a stretto contatto con il medico legale. La specificità della materia richiede e giustifica infatti un apporto di questo tipo, che può risultare decisivo e prezioso ai fini del risultato dell’azione da intraprendersi.

 

La scelta dei convenuti e dello schema di responsabilità

 

A meno che non siano ravvisabili con un certo margine di certezza degli errori specifici da parte di un medico o di un altro soggetto del personale sanitario, il convenuto principale sarà senz’altro la struttura ospedaliera, in cui è venuto ad innescarsi il processo infettivo.

Si rileva, tuttavia, che anche nell’ipotesi in cui tutto sia dipeso da un errore di un medico o di un paramedico (ad esempio, dimenticanza di una garza nel cavo addominale, con conseguenti infezioni, oppure omissione di controlli sulla sterilità degli strumenti sanitari, o ancora mancata attuazione delle terapie antiobiotoche post-operatorie), il paziente può comunque agire, avendone del resto tutto l’interesse, nei confronti dell’ospedale: ciò sulla base del fatto che possono in ogni caso essere ravvisate altre forme di responsabilità, di tipo indiretto, a partire dalla responsabilità per fatto del dipendente (art. 2049 c.c., art. 1228 c.c.).

Venendo quindi alla responsabilità della struttura ospedaliera, il primo tipo di responsabilità che si può ipotizzare è certamente quello contrattuale, che peraltro offre all’attore il vantaggio dell’inversione dell’onere della prova: e cioè, in base a questo tipo di responsabilità, sarà l’ospedale a dovere offrire la prova che l’inadempimento è stato determinato da “impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile” (art. 1218 c.c.).

In breve, l’attore deve fornire la prova del danno subito e che la modificazione peggiorativa della sua salute si ricollega eziologicamente alle prestazioni, cui era tenuta la struttura ospedaliera. Spetta poi a parte convenuta provare, ad esempio, l’avvenuta sterilizzazione delle sale operatorie, piuttosto che la predisposizione di quelle misure idonee volte a garantire al paziente una degenza in ambienti salubri.

In questo senso, il Tribunale di Torino[2], in una delle rare sentenze che si registrano in questo ambito, ha ritenuto, accanto a quella del medico, la responsabilità concorsuale della struttura ospedaliera - nella specie una casa di cura privata -, che non aveva fornito la prova che le pratiche di medicazione erano sempre, ed in particolare nel caso della paziente, avvenute in condizione di totale asepsi.

Peraltro, sempre con riferimento al caso citato, il Giudice torinese ha ritenuto provata la responsabilità della clinica nella causazione del danno, osservando che, sebbene l’attrice non avesse indicato con precisione quali fossero le misure di asepsi mancanti, pur tuttavia la tipologia batterica accusata dalla vittima risultava idonea a dimostrare che si trattava di un’infezione sorta durante le medicazioni a causa di insufficienti misure di asepsi.

Dal caso torinese, si può quindi evincere come l’attore non debba individuare la causa precisa del suo danno: come correttamente osservato dal Tribunale in questione, “sarebbe irragionevole chiedere al CTU di indicare quale pratica non fosse stata effettuata in modo corretto, atteso che il CTU a distanza di tempo dal fatto non può certo controllare se gli strumenti utilizzati nella medicazione e le condizioni in cui era avvenuta erano ottimali”.

Dunque, la difficoltà per l’attore è di provare che la tipologia batterica, che ha prodotto il danno, rientra tra quei tipi di infezioni, che si possono sviluppare in ambienti ospedalieri (infezioni ospedaliere) o nella fase post-chirurgica (infezioni post-chirurgiche). E chiaramente ciò non potrà che avvenire che con l’ausilio dell’infettivologo.

E’ evidente quindi che nella maggior parte dei casi, non potendosi - soprattutto a distanza di tempo - individuare il determinato fattore che ha veicolato l’infezione, il nesso di causalità sarà quello statistico o probabilistico.

Ovviamente, l’attore si troverà in una posizione migliore, allorquando non solo sia in grado di provare che la tipologia batterica rientra tra quelle “ospedaliere”, ma anche che quel tipo di germi erano presenti nella sala operatoria o comunque nei luoghi in cui si è svolta la degenza, nei giorni in cui ha avuto luogo l’operazione. Ulteriore elemento, che può contribuire al successo della pretesa risarcitoria della vittima, è la prova che altri pazienti, negli stessi giorni e negli stessi ambienti, hanno contratto il tipo di infezione accusato da chi agisce.

Vorrei infine sottoporre soprattutto ai colleghi giuristi uno spunto di riflessione.

Una premessa: gli ospedali, ed è un fatto notorio, non brillano certo per la loro salubrità. Ciò spesso è dovuto alla mancanza dei dovuti controlli e di quelle operazioni necessarie per mantenere gli ambienti in condizioni di asepsi. Tuttavia, in altri casi i germi si sviluppano a causa di problemi strutturali degli ospedali: controsoffittature che non permettono la totale asepsi degli ambienti di lavoro, mancanza di aspiratori, ecc.

Al riguardo, si pensi solo al recente caso, di cui i giornali hanno dato notizia ad Agosto, delle infezioni che si erano venute a sviluppare, o comunque del possibile rischio di infezioni che si era posto, in un reparto di un ospedale torinese per il fatto che, mancando impianti di condizionamento dell’aria, i pazienti, per non rimanere soffocati dalla calura estiva, si erano trovati nella necessità di tenere aperte le finestre. Finestre che davano su un cantiere aperto, da cui provenivano, insieme alla polvere, agenti biologici.

Ora, come anche ci dimostra il caso di specie, il rischio talvolta è insito nella stessa conformazione delle strutture sanitarie. Non già le omissioni del personale nella pulizia degli strumenti o nel controllo dell’asepsi o nella profilassi antibiotica, bensì componenti strutturali degli edifici e/o degli arredi.

E allora di fronte a questo quadro non potremmo ipotizzare una responsabilità per attività pericolosa?

Certo tutti siamo d’accordo che, in sé e per sé considerata, l’attività svolta negli ospedali non può essere giuridicamente qualificata come pericolosa ai sensi dell’art. 2050 c.c., ma qui stiamo parlando di una pericolosità insita nei mezzi adottati. Ad esempio, spostando per un secondo il campo d’indagine, la giurisprudenza ha affermato che la gestione di un parco giochi non configura in sé attività pericolosa, ma diventa tale quando ad esempio la pista da bob presenti dei vizi di costruzione, delle lacune a livello di sicurezza e di prevenzione. E questa decisione è certo in linea con lo spirito che animava il nostro legislatore quando ha previsto il particolare schema di responsabilità da attività pericolosa.

Qualunque sia la risposta che si voglia dare al quesito che ho posto, mi sembra tuttavia che in ogni caso tutti gli schemi di responsabilità, su cui l’attore può fondare la sua azione, portino ad una conclusione univoca: la responsabilità degli ospedali è una responsabilità per rischio oggettivamente evitabile. Dunque una responsabilità ai confini con quella oggettiva.

Forse, sarebbe il momento che chi deve investire nella qualità delle strutture sanitarie inizi a farlo seriamente: meglio spendere soldi per migliorare il servizio, che per risarcire danni.

 

 

 

 



[1] Cfr. Rischio infezioni in ospedale, in Giornale del medico, Lunedì 23 febbraio 1998, 18, in cui si segnala come l’incidenza di infezioni ospedaliere tra i ricoverati sarebbe andata aumentando in questi anni, giungendo nel 1998 all’8% (secondo uno studio effettuato dall’Istituto superiore di sanità nel 1983, che coinvolse 130 ospedali ed un campione di 35 mila pazienti, l’incidenza si attestava al 6,8 per cento).

[2] Trib. Torino, 1 marzo 1999, n. 1188 (Farinelli c. Casa di Cura Major), inedita.