CASSAZIONE CIVILE, II SEZIONE, 26 maggio 1999, n. 5122 ¾ LUGARO Presidente ¾ SPADONE Relatore ¾ MACCARONE P.M. (conf.) ¾ Sanfelice di Monteforte Gianserio e Giorgio (avv. Fazzalari) ¾ Congregazione Suore Carmelitane "Istituto di N.S. del Carmelo" (avv. Merlini) ¾ Congregazione Pie Suore Redenzione (avv.ti Boitani, Gori) ¾ Arcidiocesi Firenze (avv.ti Boitani, Manzani).

Conferma App. Firenze, 30 maggio 1996

 

DONAZIONE ¾ MODO ¾ CONDIZIONE ¾ INTERPRETAZIONE ¾ INADEMPIMENTO ¾ RISOLUZIONE ¾ ESCLUSIONE (C.c. art. 793, 1362, 1371)

Nella donazione la clausola di destinazione di beni deve essere interpretata come modo e non come condizione, se non è previsto, in caso di mancata osservanza, l’obbligo di restituzione dei beni donati (1).

Nella donazione modale l’inadempimento dell’obbligo di ritrasferimento dei beni donati non determina effetti risolutori, salvo che sia prevista la restituzione dei beni al donante o ai suoi aventi causa (2).

La volontà del donante tra condizione, modo e trust

La presente sentenza con una breve e concisa motivazione risolve una vicenda alquanto intricata e complessa.

Nel 1953 tale Anna Grazioli Lante della Rovere aveva donato all’"Istituto di N.S. del Carmelo" un edificio destinato ad asilo, scuola di lavoro e ambulatorio con la previsione che "per il caso, se pur imprevedibile che, per qualsiasi motivo l’Istituto donatario non potesse o volesse continuare a prestare l’opera propria in favore dell’infanzia di Poggiale, la donante fa al medesimo il più rigoroso obbligo morale di mettere a disposizione dell’Arcivescovo pro tempore di Firenze il complesso dei beni donati, per la continuazione, alle stesse condizioni, a mezzo di altra Congregazione femminile, a sua scelta, delle benefiche attività che essa, con la presente donazione si è proposta di perpetuare. Si intende che in tal caso la Congregazione subentrante dovrà rimborsare all’Istituto di N.S. del Carmelo l’importo delle addizioni e dei miglioramenti che avesse fatto sui beni donati".

Nel 1959 l’Istituto, considerata la propria impossibilità a proseguire l’opera benefica, su designazione dell’Arcivescovo di Firenze, aveva donato l’immobile alla Congregazione Pie Suore Redenzione con sede in Roma.

Successivamente tale Congregazione aveva riconsegnato i beni alla Curia di Firenze, che nel luglio 1988 si era impegnata a restituire i beni di cui aveva avuto il possesso agli aventi diritto. La restituzione era avvenuta solo in parte.

Nel 1991 i Sanfelice di Monteforte, nipoti della donante, citavano tutti i soggetti coinvolti innanzi al tribunale di Firenze domandando la risoluzione degli atti di donazione del 1953 e 1959, nonché la restituzione dei beni ancora in possesso della Curia, oltre al risarcimento dei danni.

Nel 1993 il Tribunale di Firenze respingeva la domanda, dichiarando il difetto di legittimazione attiva degli attori.

Nel 1996 la Corte d’Appello di Firenze ribadiva il difetto di legittimazione attiva dei Monteforte, aggiungendo che la clausola della prima donazione costituiva un semplice obbligo morale.

La Cassazione, rigetta il ricorso, nel frattempo avanzato dai Monteforte, e conferma la pronuncia d’Appello, escludendo la qualificazione della clausola di destinazione dei beni come condizione risolutiva.

La sentenza conferma, peraltro, l’orientamento (Cass., 29 maggio 1973, n. 1602, in Mass. Giur. It. 1973) che ritiene incensurabile in sede di legittimità l’accertamento di fatto svolto dal giudice di merito in sede di interpretazione delle clausole, purché fatto con l’osservanza dei criteri giuridici volti a distinguere condizione e modo.

La Suprema Corte ritiene corretta l’interpretazione data dai giudici di merito, per la quale la mancata previsione di un obbligo di restituzione è incompatibile con la natura della condizione risolutiva e conseguentemente la fattispecie deve essere ricondotta alla donazione modale o addirittura qualificata come semplice raccomandazione. Il quarto comma dell’art. 793 c.c. ("donazione modale") prevede che la risoluzione della liberalità per inadempimento dell’onere può essere domandata dal donante o dai suoi eredi, solo se prevista nell’atto di donazione (Cass., 17 aprile 1993, n. 4560, in Foro It., 1994, I, 1114; Trib. Catania, 25 marzo 1993, in Foro It., 1995, I, 696; Cass., 30 marzo 1985, n. 2237, in Arch. Civ., 1985, 1086; Cass., 29 maggio 1982, n. 3329, in Foro It., 1983, I, 756). Nel caso di specie, essendo previsto solamente "il più rigoroso obbligo morale di mettere a disposizione dell’Arcivescovo pro tempore di Firenze il complesso dei beni donati, per la continuazione, …, delle benefiche attività …", risulta evidente il difetto di legittimazione attiva degli aventi causa della donante. La qualificazione della clausola come semplice obbligo morale toglie, infine, ogni dubbio in tema di legittimazione attiva degli attori e non può che comportare la soccombenza degli stessi. Gli aventi causa del donante non hanno titolo per domandare la risoluzione degli atti di donazione e la conseguente restituzione dei beni precedentemente donati. Sul punto, per inciso, preme rilevare la differenza di disciplina tra donazione modale e onere testamentario, perché solo in quest’ipotesi, a prescindere da ogni espressa previsione, la risoluzione è possibile, ai sensi dell’art. 648 c.c., se "l’adempimento dell’onere ha costituito il solo motivo determinante della disposizione" (Cass., 29 maggio 1982, n. 2350, in Mass. Giur. It. 1982 e Foro It., 1983, I, 756).

Il punto centrale della controversia non è quindi la disciplina della donazione modale, ma è un problema interpretativo, in particolare il criterio idoneo, nel caso di specie, a qualificare la clausola in questione come condizione o modo.

La dottrina (CANNIZZO, Successioni testamentarie, Roma, 1996, 22; SACCO, Il contratto, Torino, 1993, 357 e ss.; COSTANZA, voce "Interpretazione dei negozi di diritto privato", in Digesto Priv., X, Torino, 1993, 25; GARDANI CONTURSI LISI, Controllo sulle disposizioni testamentarie condizionali e ricerca della volontà del testatore, in Riv. Dir. Civ., 1987, II, 297; CASELLA, Negozio giuridico (interpretazione del) in Enc. Dir., XXVIII, Milano, 1978, 22 ss.; BIONDI, Le donazioni, in Tratt. Di dir. civ. it. diretto da F. Vassalli, XII, Torino, 1961, 671; MESSINEO, voce "Contratto (dir. priv.)", in Enc. Dir., IX, Milano, 1961, 946; TORRENTE, La donazione, in Tratt. Cicu-Messineo, XXXII, Milano, 1956, 485) e la giurisprudenza (Cass., 7 febbraio 1987, n. 1266, in Riv. Notar., 1987, 589; Cass., 22 gennaio 1985, n. 252, ivi, 1985, 1001) ritengono tale interpretazione una quaestio facti, ove ciò che rileva è l’intenzione delle parti, senza aver riguardo alle espressioni usate dalle stesse. L’interpretazione soggettiva può non essere sufficiente in quanto non sempre è possibile risalire alla volontà del donante, per cui si devono valutare anche gli interessi in gioco, considerate le differenze tra onere e condizione a livello di teoria generale (interpretazione oggettiva).

L’onere, almeno secondo la ricostruzione tradizionale, (in questo senso: SANTORO PASSARELLI, Dottrine generali del diritto civile, VII ed., Napoli, 1997, 195; MARINI, Il modus come elemento accidentale del negozio gratuito, Milano, 1976; CICU, Il testamento, Milano, 1969, 206 e la giurisprudenza unanime di Cassazione; in senso contrario, a favore dell’autonomia dell’onere: CAPOZZI, Successioni e donazioni, Milano, 1983, 479; CRISCUOLI, Le obbligazioni testamentarie, Milano, 1980, 201 e ss.; GIORGIANNI, Il "modus" testamentario, in Riv. Trim. Dir. e Proc. Civ., 1957, 921) è una disposizione accessoria, che aggiunge alla disposizione principale nuovi effetti, ma non incide sull’efficacia di quest’ultima. Il modo obbliga, ma non sospende (Cass., 30 marzo 1985, n. 2237, in Arch. Civ., 1985, 1086; Cass., 2 ottobre 1974, n. 2561, in Mass. Giur. It. 1974; Cass., 29 maggio 1973, n. 1602, ivi 1973). La condizione (BONILINI, Il testamento, lineamenti, Padova, 1995, 48; CIRILLO, Disposizioni condizionali e modali, in Successioni e donazioni a cura di Rescigno, Padova, 1994, 1059; MAIORCA, voce "Condizione", in Digesto Priv., III, Torino, 1988, 273 e ss.; RESCIGNO, voce "Condizione (dir. vig.)", in Enc. Dir., VIII, Milano, 1961, 763 e ss.), al contrario, non obbliga, ma sospende e, in caso di condizione risolutiva, produce la risoluzione automatica della disposizione.

La differenza tra condizione e onere è già stata proficuamente evidenziata dalla dottrina (CANNIZZO, op. cit., 119; GELATO, voce "Modo", in Digesto Priv., vol. XI, Torino, 1994, 389; CIRILLO, op. cit., 1090; LUPO, Il modus testamentario, in Riv. Dir. Civ., 1977, II, 397 ss; CARNEVALI, voce "Modo" in Enc. Dir., vol. XXVI, Milano, 1976, 689; VINDIGNI, voce "Modo", in Noviss. Dig. It., X, Torino, 1964, 824; GRASSETTI, Donazione modale e fiduciaria, Milano, 1941, 55 ss.) e dalla giurisprudenza (Cass., 11 giugno 1975, n. 2306, in Foro It., 1976, I, 760). Nel caso di specie la condizione risolutiva avrebbe prodotto automaticamente la risoluzione della donazione con efficacia retroattiva, mentre l’onere, ai sensi del già citato quarto comma dell’art. 793 c.c.("la risoluzione per inadempimento dell’onere, se preveduta nell’atto di donazione, può essere domandata dal donante o dai suoi eredi"), non avrebbe potuto comportare il venir meno della liberalità, in quanto non espressamente previsto (TORRENTE, op. cit., 494; Cass., 29 maggio 1982, n. 3329, in Foro It., 1983, I, 756; Cass., 2 ottobre 1974, n. 2561, in Mass. Giur. It. 1974; Cass., 4 dicembre 1962, n. 3261, ivi 1962).

I criteri interpretativi, avanzati da dottrina e giurisprudenza, per distinguere condizione e modo, sono molteplici e variegati.

Secondo un orientamento (App. Napoli, 28 gennaio 1967, in Dir. e Giur., 1967, 694) si è in presenza di un modo quando l’intento principale del donante è quello di arricchire il beneficiario e l’adempimento dell’onere costituisce un interesse secondario, mentre vi sarebbe condizione tutte le volte in cui la clausola sia stata determinante della donazione.

Una parte della dottrina (CAPOZZI, op. cit., 481; CARNEVALI, voce "Modo" in Enc. Dir., vol. XXVI, Milano, 1976, 689) respinge la precedente interpretazione, osservando che, come risulta dagli art. 647 e 794 c.c., anche il modus può, anche se non deve, rappresentare l’unico motivo determinante della disposizione. E’ vero, però, che la condizione, sia sospensiva che risolutiva, è sempre elemento determinante della volontà del disponente, prova ne è che l’efficacia del negozio principale è sempre strettamente connessa al verificarsi dell’evento condizionante.

Taluno (CARNEVALI, op. cit., 689) ritiene che, se la clausola non ha contenuto patrimoniale e non si tratta di semplice obbligo morale, si è in presenza di una condizione. CARNEVALI (op. cit., 690) ha invocato inoltre l’art. 1371 c.c., che stabilisce che in caso di negozio gratuito debba prevalere l’interpretazione meno gravosa per l’obbligato; parte della dottrina (CAPOZZI, op. cit., 482; TORRENTE, op. cit., 485) è così giunta a ritenere che sia preferibile ravvisare in via interpretativa la presenza di una condizione, in quanto il modo crea un’obbligazione in senso tecnico, come tale più gravosa per l'onerato-beneficiario. Un’altra corrente di pensiero (GANGI, Successione testamentaria, Milano, 1952, 48; ZAPULLI, voce "Condizione", in Nuovo Digesto It., III, Torino, 1938, 728; SCUTO, Il modus nel diritto civile italiano, Palermo, 1909, 103) sostiene, al contrario, in virtù del principio semper in obscuris quod minimum est sequimur, che le clausole dubbie debbano essere interpretate come modus, dato che esso costituisce una minore limitazione degli effetti giuridici del negozio.

Altro criterio interpretativo (CARNEVALI, op. cit., 690) è quello che distingue per tipo di prestazione: un dare e un fare fungibile privilegiano una qualificazione della clausola come modo, perché consentono un adempimento coattivo, mentre un fare infungibile meglio si adatta al meccanismo condizionale, preferibilmente risolutivo, che consente di ottenere automaticamente la risoluzione della disposizione in caso di inadempimento.

Dati i precedenti criteri interpretativi, la presente sentenza sembra aggiungerne uno nuovo: la mancata previsione dell’obbligo restitutorio dovrebbe far prevalere una qualificazione della clausola quale modo e non come condizione. Il disponente, non avendo previsto espressamente la sanzione della risoluzione, privilegerebbe la costituzione di un’obbligazione in senso tecnico, piuttosto che collegare l’efficacia della liberalità alla mancata esecuzione delle proprie volontà. Tale criterio, per la verità, lascia qualche dubbio, perché l’obbligo restitutorio, in caso di meccanismo condizionale, scatta automaticamente e non deve essere previsto. Proprio questa ragione potrebbe, a nostro avviso, indurre a un’interpretazione opposta a quella data dalla Suprema Corte: la mancata previsione della risoluzione della disposizione potrebbe sottintendere un meccanismo condizionale e non escluderlo a priori. Il giudizio della Cassazione deve tuttavia essere condiviso in quanto l’interpretazione complessiva dei fatti di causa e la previsione di un "obbligo morale di messa a disposizione dei beni" con un meccanismo simile a una sostituzione sembrano far emergere la volontà di mantenere ferma la liberalità, piuttosto che produrne la risoluzione per il caso di mancata prosecuzione dell’attività che la stessa donante "si era proposta di perpetuare". La condizione provocherebbe infatti non solo la risoluzione della donazione, ma anche la mancata esecuzione della volontà della donante. Il modo, proprio perché nel caso di specie accompagnato a un particolare sistema riconducibile sotto certi aspetti al mandato a donare (art. 778 c.c.) e alla sostituzione (art. 795 c.c.), consente invece, almeno in astratto, l’ambulatorietà dell’obbligazione e la sua prosecuzione in perpetuo. Quest’ultima considerazione pone semmai il quesito se siffatta volontà sia lecita o violi, al contrario, una delle disposizioni sopra citate. Non essendo questa la sede per approfondire tale aspetto (sul punto si rinvia in dottrina a LUPOI, Trusts, Milano, 1997, 463 e ss., 581 e ss.; IUDICA, Fondazioni, fedecommesserie, trusts e trasmissione della ricchezza familiare, in La trasmissione familiare della ricchezza, Padova, 1995, 97; PALAZZO, Autonomia contrattuale e successioni anomale, Napoli, 1983; e in giurisprudenza a Cass., 15 luglio 1985, n. 4137, in Riv. Notar., 1985, 1348 e Mass. Giur. It., 1985; Cass., 10 luglio 1979, n. 3969, ivi 1979) , sia sufficiente considerare che analogo risultato si poteva probabilmente perseguire attraverso l’istituzione di una fondazione (ZOPPINI, Le fondazioni – dalla tipicità alle tipologie, Napoli, 1995, RESCIGNO, voce "Fondazione", in Enc. Dir., XVII, Milano, 1968, 791 e ss.) o il ricorso a un trust (PICCOLI, I trusts e figure affini in diritto civile. Analogie e differenze, in Vita Notar., 1998, 791; ZOPPINI, Fondazione e trust (punti per un confronto), in I trusts in Italia oggi, a cura di Benvenuti, Milano, 1996, 147 e ss.) come peraltro la stessa sentenza sembra lasciare intravedere in due passaggi; il primo in cui precisa che "se nel diritto italiano fosse configurabile la proprietà fiduciaria intesa come vincolo di destinazione imposto al bene, con carattere reale, la volontà del donante avrebbe potuto trovare in tale istituto la propria giusta collocazione", il secondo in cui chiarisce che "tali finalità trovano da tempo tutela in altri ordinamenti, come il trust del diritto inglese".

La Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, ratificata dall’Italia con la legge 16 ottobre 1989, n. 364 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1992, ha riconosciuto l’istituto del trust (GAMBARO, voce "Trust", in Digesto Priv., XIX, Torino, 1999, 449; GRAZIADEI, voce "Trusts nel diritto anglo-americano", in Digesto Comm., XVI, Torino, 1999, 263; MAZZAMUTO, Il trust nell’ordinamento italiano dopo la Convenzione dell’Aja, in Vita Notar., 1998, 754; LUPOI, op. cit., 483 e ss.; ID., Trusts, I) profili generali e diritto straniero, II) Convenzione dell’Aja e diritto italiano, in Enc. Giur. Treccani, XXV, Roma, 1995; GAMBARO, Il "trust" in Italia e Francia, in Studi in onore a Rodolfo Sacco, a cura di Cendon, Milano, 1994, I, 495; GAMBARO, GIARDINA, PONZANELLI, Convenzione relativa alla legge sui trusts ed al loro riconoscimento, in Leggi civ. comm., 1993, 1211; LUPOI, Il trust nell’ordinamento giuridico italiano dopo la Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, in Vita Notar., 1992, 975; BUSATO, La figura del trust negli ordinamenti di common law e di diritto continentale, in Riv. Dir. Civ., 1992, 330; GAMBARO, Problemi in materia di riconoscimento degli effetti del trust nei Paesi di civil law, in Riv. Dir. Civ., 1984, I, 93 e ss.; e in giurisprudenza Trib. Lucca, 23 settembre 1997, in Giur. It., 1999, II, 68; Trib. Genova, 24 marzo 1997 (decr.), in Giur. Comm., 1998, II, 759; Trib. Milano, 27 dicembre 1996 (decr.), in Società, 1997, 585).

La Convenzione stabilisce la legge applicabile al trust e regola il suo riconoscimento (art 1 "This Convention specifies the law applicable to trusts and governs their recognition"); delinea inoltre i caratteri fondamentali di un trust (art. 2: "For the purposes of this Convention, the term "trust"refers to the legal relationships created – inter vivos or on death – by a person, the settlor, when assets have been placed under the contol of a trustee for the benefit of a beneficiary or for a specified purpose. A trust has the following characteristics: a) the assets constitute a separate fund and are not a part of the trustee’s own estate; b) title to the trust assets stands in the name of the trustee or in the name of another person on behalf of the trustee; c) the trustee has the power and the duty, in respect of which he is accountable, to manage, employ or dispose of the assets in accordance with the terms of the trust and the special duties imposed upon him by law. The reservation by the settlor of certain rights and powers, and the fact that the trustee may himself have rights as a beneficiary, are not necessarily inconsistent with the existence of a trust"), stabilisce il principio di libertà di scelta della legge applicabile (art. 6: "A trust shall be governed by the law chosen by the settlor. The choice must be express or be implied in the terms of the instrument creating or the writing evidencing the trust, interpretated, if necessary, in the light of the circumstances of the case. Where the law chosen under the previous paragraph does not provide for trusts or the category of trust involved, the choice shall not be effective and the law specified in article 7 shall apply") e determina gli effetti del riconoscimento (art. 11: "A trust created in accordance with the law specified by the preceding Chapter shall be recognized as a trust. Such recognition shall imply, as a minimum, that the trust property constitutes a separate fund, that the trustee may sue and be sued in his capacity as trustee, and that he may appear or act in his capacity before a notary or any person acting in an official capacity. In so far as the law applicable to the trust requires or provides, such recognition shall imply, in particular: a) that personal creditors of the trustee shall have not recourse against the trust assets; b) that the trust assets shall not form part of the trustee’s estate upon his insolvency or bankrupcy; c) that the trust assets shall not form part of the matrimonial property of the trustee or his spouse nor part of the trustee’s estate upon hid death; d) that the trust assets may be recovered when the trustee, in breach of trust, has mingled trust assets with his own property or has alienated trust assets. However, the rights and obligations of any third party holder of the assets shall remain subject to the law determined by the choice of the law rules of the forum").

Gli articoli 13 ("No State shall be bound to recognize a trust the significant elements of which, except for the choice of the applicable law, the place of administration and the abitual residence of the trustee, are more closely connected with the States which do not have the institution of the trust or the category of trust involved") e 15 ("The Convention does not prevent the application of provisions of the law designated by the conflicts rules of the forum, in so far as those provisions cannot be derogated from by voluntary act, relating in particular to the following matters: a) the protection of minors and incapable parties; b) the personal and proprietary effects of marriage; c) succession rights, testate and intestate, especially the indefeasible shares of spouses and relatives; d) the transfer of title to property and security interests in property; e) the protection of creditors in matters of insolvency; f) the protection, in other respects, of third parties acting in good faith. If recognition of a trust is prevented by application of the preceding paragraph, the court shall try to give effect to the objects of the trust by other means") prevedono dei limiti al riconoscimento e all’efficacia dei trusts. La possibilità di costituire trusts interni (per trust interno si intende un trust i cui elementi obiettivi siano tutti connessi all’ordinamento nazionale dello Stato contraente, ad eccezione della legge regolatrice, scelta ex art. 6) verte proprio sull’interpretazione di questi ultimi articoli.

La dottrina maggioritaria (oltre agli autori sopra citati si vedano: MOIA, Trusts "interni" e società di capitali: un primo caso, in Giur. Comm., 1998, II, 764; CALO’, Dal probate al family trust, riflessi ed ipotesi applicative in diritto italiano, Milano, 1996, 73; POCAR, La libertà di scelta della legge regolatrice del trust, in I trusts in Italia oggi, a cura di Benvenuti, Milano, 1996, 3 e ss.; PICCOLI, Possibilità operative del trust nell’ordinamento italiano. L’operatività del trustee dopo la Convenzione dell’Aja, in Riv. Notar., 1995, 37; TONDO, Sul riconoscimento del trust nel nostro ordinamento, in Fiducia, trust, mandato e agency, Quaderno n. 2 della collana Convegni di studio – Madonna di Campiglio, 1991, 134; due atti pubblici di trust sono pubblicati in Notariato, 1996, 264 e 1997, 176) e, oggi, sembra anche la giurisprudenza (Trib. Lucca, 23 settembre 1997, Trib. Genova, 24 marzo 1997 e Trib. Milano, 27 dicembre 1996, sopra citati; si vedano però in senso contrario: Tribunale Casale Monferrato, 27 gennaio 1983, (ord.), in Giur. It., 1985, II, 760 e Tribunale Oristano, 15 maggio 1956, in Foro It., 1956, I, 1020) ammettono la possibilità di istituire in Italia trusts, regolati da una legge straniera, ma privi di collegamenti obiettivi con l’ordinamento straniero prescelto.

Nella stessa direzione sembra andare la proposta di legge n. 5194: "Riforma delle società fiduciarie e disciplina del trust" (il testo consegnato alla Commissione Finanze della Camera l’8 settembre 1999 è reperibile sul sito www. Il-trust-in- italia.it), che, al punto 3 dell’art. 9, prevede: "In attuazione dell’art. 13 della suddetta Convenzione: a) la legge straniera regolatrice del trust non è applicata dal giudice italiano se l’istituzione del trust o gli effetti da esso prodotti sono contrari all’ordine pubblico; b) non è contraria all’ordine pubblico l’istituzione di un trust privo di elementi di collegamento obiettivi e soggettivi con l’ordinamento straniero dalla cui legge è disciplinato, purchè esso non violi norme imperative di tale ordinamento; c) non sono contrari all’ordine pubblico gli effetti che scaturiscono naturalmente dall’istituzione del trust secondo la sua legge regolatrice e dal trasferimento di beni o diritti al trustee".

Nulla vieta, pertanto, che nel caso di specie fosse possibile, ovviamente in data successiva all’entrata in vigore della citata legge, costituire in Italia un trust nel rispetto di un ordinamento straniero che regolasse la disciplina sostanziale dell’istituto. Il problema del trust in Italia, oggi, non è la sua ammissibilità, nonostante le resistenze di una parte della dottrina (CASTRONOVO, Trust e diritto civile italiano, in Vita Notar., 1998, 1323), ma piuttosto la scarsa conoscenza dell’istituto da parte degli operatori del diritto. La donante avrebbe potuto, come "settlor" istituire un "charitable" trust (BUSATO, op. cit., 314; GRAZIADEI, op. cit., 260; LUPOI, op. cit., 581) con "trustee" l’Istituto di N.S. del Carmelo o l’Arcidiocesi di Firenze (ovvero quest’ultima in qualità di "protector") e con "beneficiaries" i bambini bisognosi di Poggiale. Avrebbe inoltre potuto regolare in dettaglio i poteri, la revoca, le sanzioni e il corrispettivo del "trustee", i diritti dei "beneficiaries", la durata, l’inadempimento o l’impossibilità di esecuzione, nonché eventuali obbligazioni restitutorie e rimborsi per spese e miglioramenti. Quanto alla forma dell’atto istitutivo, considerato l’art. 3 della Convenzione dell’Aja ("The Convention applies only to trusts created voluntatily and evidenced in writing") nonché il conferimento di beni immobili, l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata appaiono preferibili; anche e soprattutto alla luce del recentissimo orientamento delle Conservatorie dei registri immobiliari (ora Uffici del territorio) che ammettono la trascrizione dell’istituto (Conservatoria dei RR. II di Aosta e Ufficio del territorio di servizio di pubblicità immobiliare circoscrizione di conservatoria dei RR. II di Torino, che hanno trascritto un atto pubblico e una scrittura privata autenticata relativi a trusts, le cui note di trascrizione sono state rispettivamente presentate in data 11 febbraio e 12 giugno 1999 e attualmente reperibili sul sito www. il-trust-in-italia.it; in dottrina: LUPOI, op. cit., 492; PICCOLI, CORSO, DOLZANI, La trascrizione degli atti riguardanti trusts, in Riv. Notar., 1995, 1389; PICCOLI, Troppi timori in tema di trascrivibilità del trust in Italia, in Notariato, 1995, 616; BUSATO, op. cit., 345; sul punto l’art. 12 della Convenzione prevede: "Where the trustee desires to register assets, movable or immoble, or documents of title to them, he shall be entitled, in so far as this is not prohibited by or inconsistent with the law of the State where registration is sought, to do so in his capacity as trustee or in such other way that the existence of the trust is disclosed").

Il trust, di diritto straniero, riconosciuto in Italia, si può pertanto porre, unitamente alla fondazione, come valido strumento alternativo alla condizione o al modo per la regolamentazione di interessi simili a quelli avuti di mira dalla donante nella vicenda oggetto della presente decisione.

FRANCESCO PENE VIDARI