ONERE APPOSTO AL CONTRATTO E TERZI
di Giulio Bonadio

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   E’ patrimonio comune dei giuristi, un insegnamento che si apprende sin dal primo anno, in materia contrattuale: il contratto dispiega i suoi effetti tra le parti e non estende la propria efficacia oltre il rapporto sinallagmatico instauratosi.

   La <forza di legge> che il contratto ha, si estende ragionevolmente ad ogni clausola stipulata dalle parti, ad ogni vincolo apposto in materia, pur rimanendo fermo che l’esistenza giuridica del contratto non deve tener conto di terzi; meglio, non sarà nei diritti di costoro lamentarsi, salvo rare eccezioni, per il fatto che un contratto produca indirettamente loro danni con la sua mera esistenza giuridica.

   Eppure tali principi, limpidi, incontestabili da chiunque, paiono essere posti in discussione, quando non smentiti da particolari pronunce delle Corti di merito torinesi, in materia di diritto d’autore. La fattispecie in questione è particolarmente complessa, ed investe una sfera di rapporti che coinvolgono le posizioni giuridiche di editori, librai, ed (indirettamente) autori. Il fenomeno è quello conosciutissimo dei libri-saggio, che ha interessato tanto la dottrina del diritto industriale degli ultimi anni dopo che nei confronti di due note librerie di Torino, di cui una vanta esperienza pluridecennale nel settore, sono stati emanati provvedimenti giurisdizionali per una indiretta violazione del diritto d’autore, dovuta alla commercializzazione di suddetti testi gravati dall’onere di non alienabilità.

   Si è volutamente parlato di onere e non di una mera clausola, in quanto possiamo inquadrarlo in tal senso, considerando che il rapporto intercorrente tra le Case Editrici, e gli insegnanti destinatari di tali copie saggio gratuite non può che essere descritto nei termini di una donazione, alla quale è apposto un vincolo restrittivo a vantaggio del donante, che pertanto definiamo onere.

   Quasi parrebbe trattarsi di una applicazione del principio della vietata concorrenza in senso verticale: tale figura consiste nella presenza di un rapporto concorrenziale, non tra soggetti i quali operino sullo stesso piano, bensì si muovano a livelli di distribuzione differenti. La giurisprudenza ha da sempre escluso la possibilità del configurarsi di una simile forma di concorrenza, in quanto è difficile scorgere un atteggiamento che integri la fattispecie quando due soggetti non si trovano su una piano di parità gestionale e commerciale.

   Clausole contrattuali, come quella del tipo in esame hanno in realtà dimostrato come tale forma di concorrenza esista, in quanto la società complessa, il mercato globale, introducono nuove forme di comunicazione e di rapporti, che anche indirettamente possono venire a ledere gli interessi delle parti, pur non intercorrendo tra esse un vero e proprio rapporto contrattuale, ma per il semplice fatto di operare nella stessa area economica di mercato.

   Nella maggioranza dei casi, tuttavia il problema è ulteriormente complicato dalla natura che presumibilmente si vuole dare a dette clausole, asserendone una efficacia reale, un valore pertanto erga omnes ed immodificabile, quasi si fosse attuata una attrazione modale tra la clausola in discussione ed il diritto reale a tutela dei beni, oggetto del merito.

   Operando nel settore commerciale, sono a tutti note le teorie del diritto industriale sulla proprietà intellettuale, sul brevetto e sui marchi, rilevando in particolare il tema specifico del diritto d’autore, che da sempre ha visto la dottrina scissa in due, tra chi lo configura come reale ed inestinguibile fino alla decorrenza del termine del cinquantesimo anno dalla morte dell’autore dell’opera coperta da esso, e chi invece lo assimila ad altri settori, in cui la realità del diritto si estingue con il primo atto di messa in commercio della res sulla quale grava.

   Da ciò discendono, come ognuno vede bene, importanti differenze sulla disciplina interna ed esterna del commercio di detti beni: per la disciplina interna, il diritto graverebbe sul bene come una sorta di vincolo perpetuo ed estenderebbe la propria efficacia anche sulle clausole aggiuntive al contratto di trasferimento del bene stesso; per quella esterna d’altro canto si verrebbe a porre a fianco del precetto normativo che sancisce nei confronti dei vincoli imposti al contratto di compravendita, un limite di ragionevolezza di durata nel tempo, quando essi hanno lo scopo di sottrarre il bene al traffico giuridico.

   Pare che a poco varrebbero affermazioni ricalcanti la teoria per cui tale vincolo di non alienazione si estinguerebbe al momento in cui l’opera sia stata venduta per la prima volta, in quanto l’autore avrebbe in tal modo già conseguito l’utilità da essa derivante. Il ragionamento non può condividersi, perché, comunque successive commercializzazioni dell’opera in mercati paralleli a quello nuovo, pure perfettamente leciti, continuerebbe a fornire un decremento all’autore, in quanto il consumatore scegliendo l’ "usato", non acquista opere nuove sottraendo un guadagno all’autore medesimo ed alla casa editrice.

   Occorre pertanto molta prudenza nel valutare queste clausole che esplicano la loro efficacia anche nei confronti di terzi per la loro supposta natura reale, in quanto di fatto possono creare situazioni che l’ordinamento non riconosce. Collegato a questo problema deve essere quello della effettiva natura delle clausole in questione, considerando la loro apposizione ad una rapporto di natura obbligatoria.

   Singolare infatti sarebbe sostenere, come parte della giurisprudenza ha fatto, una pretesa realità delle clausole in questione, perché sarebbero apposte a tutela di un diritto reale: l’affermazione è pericolosa in quanto rischierebbe di ridefinire una categoria che in modo incontestabile è retta dal principio del "numerus clausus" : il fatto che ogni clausola tuteli una pretesa reale, non comporta che essa automaticamente non sia autonomamente in grado di produrre effetti; e se così fosse essi non potrebbero essere altro che di natura reale, in quanto discendenti da una matrice reale. A conferma di ciò, basti pensare che il legislatore ha più volte dimostrato di volersi tutelare da suddetto pericolo, ad esempio introducendo per espressa previsione legislativa, la realità di alcune clausole di non alienabilità, che peraltro erano di carattere temporaneo, mentre qui sarebbero vincolate alla destinazione originariamente data a quel bene dal suo produttore.

   Argomento decisivo potrebbe poi essere quello dell’occorrenza, sempre, di una accettazione da parte dell’onerato, quando la clausola sia per lui onerosa (in tal caso lo sarebbe in senso passivo, in quanto non gli consentirebbe di trarre ulteriori vantaggi da una differente futura destinazione del bene), che in casi come quello in esame, risulta del tutto mancante.

   Il mantenere impregiudicata la posizione acquisita dal terzo in buona fede, le esigenze del traffico giuridico, ed il rispetto delle categorie chiuse del diritto, dovrebbero essere i cardini su cui l’interprete attento dovrebbe muoversi, nell’analisi e nell’applicazione della norma.