IL DIRITTO ALLA RISERVATEZZA IN ITALIA

di Fabrizio Cardaci e Simone Olivetti

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PREMESSA

Per diritto alla riservatezza si intende il “diritto di tenere segreti aspetti, comportamenti, atti relativi alla sfera intima della persona”. E’ da ricondurre alla ristretta cerchia dei diritti della personalità.

Non esistono nel nostro ordinamento norme specifiche in materia *.

I sistemi di Common Law hanno individuato agevolmente l’esistenza e poi la disciplina del Right to Privacy, data la peculiare funzione esercitata dalla giurisprudenza in tali sistemi.

Per contro, la vicenda del diritto alla riservatezza nell’esperienza italiana costituisce un esempio di “atrofia” dell’apparato legislativo in senso proprio: infatti il Legislatore si è dimenticato di disciplinare la materia, favorendo così il permanere di una situazione di incertezza. A tale anomalia ha dovuto supplire, come e’ ormai consuetudine, la giurisprudenza, la quale, almeno apparentemente, si è costituita fonte di diritto.

Taluno potrebbe obbiettare che ciò si scontrerebbe con i ferrei principi di stretta legalità e di separazione dei poteri sanciti dalla Costituzione. Non ci sembra che sia proprio così.

Prima di approfondire l’argomento infatti appare utile esaminare la storia di tale diritto nel nostro ordinamento.

STORIA DI UNA SCOPERTA.

Il dibattito sulla esistenza nel nostro ordinamento di un diritto alla Privacy/Riservatezza e’ rimasto sopito per tutto l’inizio secolo, per poi affiorare con vigore nel corso degli anni cinquanta , anche se decisamente in ritardo rispetto alle esperienze statunitensi e francesi, le quali sin dai primi anni del secolo avevano affrontato in sede dottrinale la questione (USA :Warren & Brandeis, Right to Privacy, 4 Harv. L. Rev. 1890; FRANCIA: Perreau, Les droits de la personnalite’, in Rev. Trim. dr. Civ. 1909, e Nerson, Les droits extrapatrimoniaux, these, Lyon, 1939).

Si trattava di affermare o meno l’esistenza di un generico diritto della persona di essere tutelata contro indiscrezioni altrui e contro la divulgazione al pubblico di fatti attinenti alla propria sfera privata, e di trovarne il fondamento giuridico al di fuori dei casi di tutela del riserbo espressamente previsti dalle leggi.

E’ toccato al Tribunale di Roma con la sentenza 14/9/1953 (1), affrontare per primo la questione ; i giudici di Roma, pur dovendo decidere in merito ai limiti della libertà di espressione artistica, giunsero ad affermare l’esistenza nel nostro ordinamento di un “...diritto alla riservatezza che si concreta nel divieto di qualsiasi ingerenza e indiscrezione da parte di terzi nella sfera della vita privata della persona.”.

Per dare un fondamento giuridico a un siffatto diritto, la corte ha applicato in via analogica gli artt. 10 c.c. e 93-97 L. diritto d’autore, ravvisando in essi altrettante manifestazioni particolari di un generico diritto alla riservatezza.

Tre anni dopo, a proposito del medesimo caso, la Cass.(22/10/1956 n.4487) (2) fu portata a negare l’esistenza di un diritto assoluto al rispetto della intimità della vita privata, perché a suo giudizio, i giudici di merito attuarono una forzatura nell’applicare il criterio analogico agli artt. 93-97 L. aut., ritenuti insuscettibili di una tale estensione, non solo perché ispirati ad una ratio troppo specificamente connessa alla materia del diritto d’autore, ma perché, ponendo restrizioni alla libertà di pensiero, esse avrebbero, insieme con l’art.10 c.c., natura di norme eccezionali.

A questo punto il diritto alla riservatezza non aveva ancora assunto caratteri definiti, anzi a dire il vero non si era nemmeno sicuri che esistesse come diritto tipico.

Neanche la Cassazione con sentenza 20/4/1963 n.990 (3) riconosce la configurabilità di un diritto alla riservatezza tout court : essa, sulla scia delle elaborazioni dottrinali, delinea “...l’esistenza nel nostro ordinamento di un diritto assoluto di libera determinazione nello svolgimento della personalità, diritto che può ritenersi violato quando si divulgano notizie della vita privata di un soggetto senza il suo consenso, almeno implicito.”.

Quindi si continua a negare l’esistenza di un diritto ad hoc per tutelare il riserbo dell’individuo’, ma facendo un passo in avanti, si ancora la protezione di un tale interesse ad una figura più ampia di contenuto indefinito (diritto della personalità), entro l’art.2 della Costituzione che “riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità...”.

Finalmente nel 1973 la Corte Costituzionale con sentenza 12/04/1973 n.38 (4) si pronuncia, seppur incidentalmente, sulla annosa vicenda. Investita della questione di legittimità costituzionale degli artt.161, 96, 97, 156, 168 L.n.633 1941, art.10 c.c., art.700 c.p.c., la Corte colloca il diritto in esame tra quelli inviolabili dell’uomo garantiti costituzionalmente, richiamandosi anche all’art.12 della “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo” e all’art.8 della “Convenzione europea dei diritti dell’uomo”. Afferma la Corte: “Non contrastano con le norme costituzionali ed anzi mirano a realizzare i fini dell’art.2 affermati anche negli art.3, comma 2, e 13, comma 1, che riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili dell’uomo, fra i quali rientra quello del proprio decoro, del proprio onore, della propria rispettabilità, riservatezza , intimità e reputazione, sanciti espressamente negli art. 8 e 10 della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo, gli art. 10 c.c., 96 e 97 L. 22/04/1941 n.633...”.

La Cassazione infine, con la sentenza 27/5/1975 n.2129, (5) supera l’impostazione precedente che identificava la protezione delle vicende personali con la protezione del domicilio (art.14 Cost.) e, uniformandosi alla Corte Costituzionale, sancisce definitivamente l’esistenza di un autonomo diritto alla riservatezza ; inoltre ravvisa in molte norme di rango costituzionale altrettanti “motivi di convalida” alla tutela in forma autonoma del riserbo (in particolare negli artt. 2, 3, 13, 14, 15 Cost.), e compie un primo tentativo di delimitazione positiva del contenuto del diritto introducendo il concetto di “interesse sociale alla informazione” quale limite principale al diritto stesso.

LA SITUAZIONE OGGI.

Da questo breve excursus e da una scorsa delle recenti massime giurisprudenziali si possono trarre alcune considerazioni, soprattutto in relazione alla disciplina attuale del diritto in esame.

E’ dato ormai pacifico e incontrastato che il diritto alla riservatezza esiste, ed e’ saldamente ancorato alla nostra Costituzione.

Meno chiaro e’ quali siano i mezzi di tutela, e quindi quale sia il contenuto del diritto stesso (nell’antica Roma il pretore “creava” nuovi diritti concedendo nuove azioni...)

I tentativi di definirne il contenuto sono avvenuti quando esso si e’ scontrato con altri diritti costituzionalmente garantiti.

La giurisprudenza ha avuto ed ha tuttora un ruolo fondamentale nella genesi e disciplina della riservatezza.

Abbiamo esordito, nella nostra trattazione, dicendo che l’apparato giurisdizionale si e’ in qualche modo sostituito a quello legislativo, costituendosi fonte creatrice del diritto.

Ci sentiamo ora di specificare meglio tale affermazione, la quale, in effetti, potrebbe suscitare perplessità. Alla domanda “I giudici hanno creato il diritto alla riservatezza ?” non crediamo di dover rispondere affermativamente : infatti, si può sostenere che il diritto alla tutela del riserbo non e’ stato creato, ma scoperto .

Il fatto e’ che dagli anni cinquanta ad oggi, c’è stata una evoluzione nel modo di pensare e concepire il diritto. Le decisioni degli anni ‘50-’60 sono frutto di una visione molto rigida dell’ordinamento giuridico, in base alla quale tutto ciò che non e’ codificato, o comunque disciplinato dall’organo istituzionalmente preposto a creare le leggi , non solo non e’ tutelabile, ma addirittura non esiste. Ecco perché la Cassazione ha stentato a mettere a fuoco il diritto alla riservatezza : essa, ancorata ad una tale concezione, non riusciva a trovare norme in diritto positivo che giustificassero l’esistenza di un preteso nuovo diritto (non nel Codice Civile, non nelle leggi collegate). Dagli anni settanta (e forse anche prima) e’ in atto un lento processo evolutivo (che continua ancora oggi), che sta cambiando il modo di approccio al sistema giuridico : ci si e’ accorti, in sostanza, che non e’ possibile pensare ad un sistema di leggi che sia in grado di coprire ogni aspetto del vivere umano, e di adattarsi alle trasformazioni della società. E d’altro canto e’ anche cosa troppo lontana dalla realtà pretendere che i giudici siano dei meri applicatori di leggi perfette , e privi di funzione creativa : se cosi’ fosse , potrebbero essere sostituiti dai robot. Già gli antichi Romani si erano accorti che il giudice, nell’applicare la leggi, le interpreta ed enuclea da esse nuovi diritti, latenti nei princìpi dell’ordinamento.

Poiché il sistema giuridico non ammette lacune e’ compito dei magistrati individuare e coprire i buchi eventualmente lasciati dal Legislatore: il criterio per operare in questo senso e’ stato suggerito dalla stessa Corte Costituzionale: occorre rifarsi sempre alla Costituzione, (Legge fondamentale), ed ai princìpi generali su cui essa si basa.

Inoltre, in assenza di un intervento legislativo ad hoc, e’ toccato di nuovo ai giudici determinare anche il tipo di tutela (e quindi il contenuto) da attribuire al diritto : cosi’ si e’ fatto ogniqualvolta l’interesse alla riservatezza si e ‘ scontrato con qualche altro interesse costituzionalmente garantito : in particolare con il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero (art.21 Cost.).

La sentenza della Corte d’appello di Roma 11/2/1991 2036/24 a questo proposito e’ particolarmente chiara nell’indicare i criteri che bisogna seguire per dirimere i contrasti tra diritti : “Nelle ipotesi di conflittualità di interessi e’ dato ormai un dato acquisito nella cultura giuridica che il contrasto si risolve nel contemperamento dei due interessi, per modo che la tutela dell’uno non sia esclusivo della tutela dell’altro.

E, più in particolare nel campo dei rapporti tra libertà di manifestazione del pensiero e diritto all’onore e alla riservatezza, e’ ormai opinione costante che il contemperamento o bilanciamento dei due interessi deve risolversi in favore del diritto di cronaca sempre che siano rispettati i limiti dell’interesse sociale della notizia, della verità dei fatti narrati e della continenza.”.

La massima della sentenza precisa meglio : “In caso di conflitto tra i valori costituzionalmente riconosciuti della libertà' di manifestazione del pensiero e del diritto all'onore ed alla riservatezza, non rileva l'immagine che il soggetto presunto leso ha di se', ma devono considerarsi unicamente l'interesse sociale della notizia, la verità' dei fatti narrati e la continenza.(omissis).”.( Giust. civ. 1991, 223(nota), 2859(nota). Dir. autore 1992, 377).

Ecco il punto critico : chi stabilisce se l’informazione carpita ad un soggetto (violando la sua privacy), rientra tra quelle utili alla società, o di preminente interesse pubblico? Di sicuro non il soggetto leso, perché altrimenti il diritto alla riservatezza risulterebbe sempre vittorioso sugli altri diritti in contrasto con esso (e’ chiaro che il soggetto riterrebbe sempre di scarsa utilità sociale la informazione su un fatto proprio). Allora a chi spetta la decisione? Al giudice, naturalmente.

Ecco che allora si è creata una situazione tale per cui chi voglia tutelare giudizialmente il proprio diritto non ha criteri certi di valutazione, finendo cosi’ per affidarsi ai criteri assai discrezionali dell’organo giudicante.

Per concludere, dunque, vorremmo sottolineare che non e’ cosa strana il fatto che i giudici si siano occupati del diritto della personalità e lo abbiano enucleato dai principi costituzionali, operando un atto di interpretazione creativa: anzi ci sembra che il suo intervento sia stato opportuno e forse anche doveroso. Il compito della giurisprudenza pero’ si e’ esaurito nella individuazione del diritto : nel momento in cui occorre definirne il contenuto ed accordare precisi strumenti per la sua tutela è il Legislatore che deve intervenire; la cosa strana e’ che questo non e’ avvenuto.*

L’interpretazione giudiziale ha risolto molte delle incertezze inerenti la materia qui trattata, ma senza ombra di dubbio non si sono ancora raggiunti stabilita’ e certezza cui il nostro ordinamento giuridico si ispira.


NOTE

* In verità e’ stata emanata recentemente una legge in materia di tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali (D.Lvo 31/12/1996 n.675) , la quale si occupa di un importante aspetto della materia della riservatezza, ma lascia ancora molta incertezza per quanto riguarda gli altri profili. Inoltre, dai primi commenti, pare che anche in ambito di tutela dei dati personali, la legge si dimostri ancora insufficiente e di difficilissima applicazione. [<<]


(1) FI, 1954, I, 115 [<<]

(2) GI, 1957, I, 1, 336 [<<]

(3) FI, 1963, I, 877 [<<]

(4) GiC, 1973, 354 [<<]

(5) GC, 1975, I, 1695 [<<]