Accordi parasociali in tema di esercizio dell’azione di responsabilità degli amministratori.
di Vittorio Cresta .

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"Il giudizio sui patti parasociali non può essere unico, poiché da un lato vi è il rischio che attuino un regolamento effettivo della società diverso da quello che è noto con la pubblicità legale e difforme dalle stesse regole e dai principi cui esse si ispirano ; dall’ altro, suppliscono alle deficienze di queste e rispondono sovente a reali esigenze della pratica societaria o giovano allo impiego dell’ istituto a fini non meglio tutelati dalla legge positiva, o comunque tutelano legittimi interessi delle parti in seno alla società..";
Giorgio Oppo(*)
 
INDICE
  1. 1.Identificazione della fattispecie.

  2.  
  3. 2.Un’importante pronuncia di legittimità: Cass. Civ., I sez., 9.6.1994, n.7030.

  4. 2.1 Soluzioni giuridiche alternative in riferimento al caso esaminato.
     
  5. 3.Osservazioni sulla realtà operativa: prassi contrattuale in tema di cessione di partecipazioni azionarie.

  6.  
  7. 4.Patti parasociali: brevi annotazioni alla luce della recente riforma legislativa.
     
  1. 1. Identificazione della fattispecie.
Nell’ambito dei cosiddetti patti parasociali, categoria la cui creazione si deve al contributo di Giorgio Oppo (1) agli inizi degli anni ’40, e all'interno della quale vengono ricomprese fattispecie estremamente eterogenee (2), rientrano i patti di rinuncia all’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori. Pattuizioni di questo tipo nella realtà operativa vengono poste in essere tramite due fattispecie del tutto distinte, ma finalizzate allo stesso risultato: da un lato, si stipulano vere e proprie convenzioni di voto, che hanno per oggetto specifico la rinuncia dei soci all’azione sociale ex art. 2393 c.c.; dall’altro, si assiste all’inserimento di clausole ad hoc nei contratti aventi ad oggetto la cessione di partecipazioni azionarie o di quote di s.r.l. (clausole sulle quali si rinvia infra, sub punto n.3).

Con riferimento alle prime, la validità di questi accordi è oggetto in dottrina di differenti orientamenti, e diverse sono le soluzioni prospettate.

Partendo dalla premessa che la materia riguardante le responsabilità degli amministratori verso la società sia liberamente disponibile da parte dei soci, essendo le norme che disciplinano tale responsabilità poste nell’esclusivo interesse della compagine sociale, una parte minoritaria della dottrina, all'interno della quale si può citare Visentini (3), afferma la validità e l’efficacia degli accordi in esame.

Tuttavia l’orientamento più seguito (4) muovendo dalla considerazione che gli interessi tutelati da tali norme si riferiscono non solo ai soci, ma anche ai terzi, ritiene questi interessi di carattere generale e di conseguenza sostiene l’inderogabilità di tali norme: tale materia dunque è indisponibile alle parti. Accogliendo parzialmente le premesse di questa corrente di pensiero, è possibile compiere una distinzione tra pattuizioni preventive e successive, ai fini di valutarne la validità.

Le pattuizioni del primo tipo si riferiscono ai danni che gli amministratori potrebbero arrecare alla società nell’esercizio delle funzioni gestorie, in un periodo successivo alla stipulazione di accordi siffatti; questi, pertanto, sottraggono a priori gli amministratori da una eventuale azione di responsabilità da parte della società. In questo modo è eliminato l’effetto dissuasivo (5) della potenziale esposizione degli amministratori all’azione de qua, e non è altresì garantita la corretta gestione societaria (6) : essendo quest’ultima considerata un interesse tutelato in via generale e quindi insuscettibile di formare oggetto di un atto di autonomia privata, questo genere di pattuizioni è ritenuto nullo ex art. 1418, 2° comma, cc. per illiceità dell’oggetto. Inoltre, si può desumere ciò anche dalla disposizione dell’art. 1229, 2° comma, c.c. (7), le convenzioni parasociali di rinuncia preventiva all’azione ex art. 2393 c.c. sono nulle per contrarietà dell’oggetto ad un principio di ordine pubblico (ossia, la corretta gestione della società). Da notare, in aggiunta, è che la nullità dei patti di esclusione o limitazione preventive della responsabilità degli amministratori per dolo o colpa grave discende dal dettato dell’art.1229, 1° comma, c.c (8). E’ stato infatti rilevato in dottrina che "sul piano sistematico la rinuncia preventiva del socio a votare per l’esercizio dell’azione di responsabilità mal si concilia con il principio della nullità dei patti di esonero da responsabilità contrattuale - qual è quella degli amministratori verso la società - per dolo o colpa grave " (9).

Cottino,a differenza di Jaeger (10) e Farenga (11) i quali propendono per l’ illiceità illimitata degli gli accordi preventivi di rinuncia all’esercizio dell’azione sociale di responsabilità contenuti in patti parasociali, assume una posizione più articolata: illeciti sarebbero solamente i patti intercorrenti tra uno o più soci e uno o più amministratori (12).

I patti di tipo successivo, al contrario, pongono in essere una rinuncia all’azione sociale di responsabilità relativa a fatti di gestione già accaduti; essi sarebbero leciti in quanto configurerebbero atti di autonomia privata concernenti esclusivamente l’interesse al conseguimento del risarcimento del danno causato alla società dalla mala gestio, interesse esclusivamente inerente ai soci e pertanto da essi liberamente disponibile. Ciò si può d’altronde evincere dal fatto che l’ordinamento colloca l’attuazione dell’eventuale delibera di rinuncia all’azione in un momento successivo all’esercizio della funzione amministrativa, come prevede l’art. 2393, 4° comma, c.c.. Lo stesso Rescio sostiene infatti che "i vincoli specifici assunti dopo il verificarsi del fatto fonte di responsabilità e con esclusivo riguardo a quest’ultimo sono validi perché, riferendosi a comportamenti già tenuti e non a comportamenti futuri, non contrastano né con la funzione dissuasiva assegnata all’azione sociale di responsabilità, né con i principi della responsabilità contrattuale, per i quali il creditore può sempre rifiutare di perseguire il debitore inadempiente " (13). Accettando questo orientamento, anche le convenzioni di questo tipo potrebbero tuttavia risultare invalide per le circostanze afferenti alle modalità concrete della pattuizione; a questo proposito, la partecipazione di un amministratore ad un patto del tipo in esame è stata considerata causa di nullità dello stesso in una recente sentenza della Corte di Cassazione.

     

    2. Un’ importante pronuncia di legittimità: Cass.Civ., I sez., 9.6.1994, n. 7030 (14).

La pronuncia n. 7030/94 della Suprema Corte indica un criterio fondamentale (15) nella tematica relativa alla legittimità degli accordi parasociali aventi ad oggetto la rinuncia all’azione di responsabilità ex art. 2393 c.c.. Risulta utile riportare la massima della Cassazione: Il patto col quale i soci di una s.r.l. si impegnino nei confronti di un terzo, socio uscente ed ex amministratore unico della società, a non deliberare l’azione sociale di responsabilità nei confronti dello stesso, abdicando all’esercizio del diritto di voto pur in presenza dei presupposti dell’indicata azione, è affetto da nullità, in quanto il contenuto della pattuizione realizza un conflitto di interessi tra la società ed i soci fattisi portatori dell’interesse del terzo ed integra una condotta contraria alle finalità inderogabilmente imposte dal modello legale di società, non potendo i soci non solo esercitare, ma neanche vincolarsi negozialmente ad esercitare il diritto di voto in contrasto con l’interesse della società, a nulla rilevando che il patto in questione riguardi tutti i soci della società, né che la compagine sociale sia limitata a due soci aventi tra loro convergenti interessi (nella specie, coniugi).

La Corte ha dunque sancito la nullità, nel caso di specie, di un patto parasociale di rinuncia, da parte dei due soci di una s.r.l., all’esperimento dell’azione sociale di responsabilità nei confronti dell’ex amministratore unico. Tale accordo, in particolare, era inserito in un contratto di compravendita, in base al quale l’amministratore della società nonché titolare di una delle due quote di partecipazione cedeva la stessa in favore del coniuge dell’altro socio, ottenendo come corrispettivo, oltre al pagamento del prezzo, l’impegno da parte del cessionario e del socio preesistente a non esperire in assemblea l’azione di responsabilità per i danni prodotti alla società durante la gestione della stessa. La Cassazione, confermando le sentenze dei giudici del merito, ha escluso la sussistenza di un diritto dell’ex amministratore al risarcimento del danno per il mancato rispetto dell’impegno assunto dai soci, i quali avevano infatti deliberato di dare corso all’azione sociale, che si era conclusa con la condanna del socio uscente alla reintegrazione del patrimonio sociale danneggiato.

Analizzando il contenuto della motivazione, risulta come la Suprema Corte fondi la nullità del patto in questione da un lato sulla contrarietà della pattuizione all’interesse sociale, dall’altro sull’idoneità della medesima a determinare una violazione delle norme che regolano la delibera assembleare di rinuncia all’azione sociale di responsabilità degli amministratori.

  1. La contrarietà all’interesse sociale è l’argomentazione decisiva, la ratio decidendi ( 16) sulla quale poggia il costrutto logico della pronuncia. La Corte, pur considerando che l’accordo in questione contiene essenzialmente un vincolo di voto, dichiara esplicitamente di non ritenere opportuno ricercare la soluzione del caso nell’ambito del più ampio problema relativo alla validità dei sindacati di voto, preferendo invece procedere all’analisi specifica e circoscritta del tema dedotto dalle parti il quale, sul piano concreto, riguarda la validità di un limite di voto pattizio intervenuto tra soci e non socio (socio amministratore uscente) a tutela di un interesse di quest’ultimo. In quest’ottica la circostanza che alla pattuizione abbia preso parte l’amministratore della cui responsabilità si deve discutere è considerata dal Supremo Collegio un indizio sintomatico della contrarietà della convenzione all’interesse sociale, e pertanto della sua inidoneità a produrre effetti giuridici. Nel ragionamento dei giudici di legittimità l’accordo, stipulato nell’interesse dell’amministratore uscente a sua volta parte contrattuale dello stesso, precludeva alla società l’esercizio di ragioni di credito che dall’azione di responsabilità sarebbero conseguite (come di fatto sono conseguite), ponendo in tal modo un conflitto di interessi tra il terzo e la società nonché tra società e soci, che con il patto si erano fatti portatori dell’interesse del terzo. Da ciò, secondo i giudici, tale negozio comportava "condotte contrarie a finalità imposte dal modello legale", in quanto oltrepassava il limite ultimo del potere di disposizione del voto in assemblea, ossia proprio il conflitto di interesse con la società.
Nell’enunciare quest'ultimo principio, i giudici della Corte sembrano conformarsi alle indicazioni contenute nella relazione n.972 al codice civile, nella quale si legge che "poiché il nuovo Codice vieta al socio di esercitare il diritto di voto nelle deliberazioni in cui egli ha un interesse in conflitto con quello della società, il giudice può trovare già in questa norma una direttiva sull’apprezzamento della liceità dei sindacati che vincolano il diritto di voto". Seguendo quest’impostazione, gli accordi con cui i soci disciplinano le modalità di esercizio del diritto di voto nell’assemblea della società devono ritenersi validi purché il voto non sia vincolato, per effetto della delibera sindacale, a perseguire un interesse in conflitto con quello della società. Una pattuizione di tal natura, infatti, urterebbe con la sostanza normativa dell’art. 2373 c.c., dal momento che imporrebbe ai soci, vincolando il loro voto in assemblea, di perseguire aprioristicamente e a qualunque costo un interesse contrario a quello sociale, risultando in contrasto con lo stesso spirito della disposizione codicistica. La Corte, in effetti, argomenta l’illegittimità del patto prendendo le mosse dal dato normativo dell’art. 2373, e quindi dal "divieto imposto al socio di esercitare il diritto di voto in conflitto con l’interesse sociale", sostenendo che a maggior ragione il socio non potrà disporre del voto, vincolandosi negozialmente ad esercitarlo in contrasto con l’interesse della società (17). Se è vero che a tale conclusione la Corte perviene, come si può notare, aderendo all’orientamento secondo cui l’articolo richiamato sancisca un vero e proprio divieto al socio in conflitto, è altrettanto vero che si avrebbe lo stesso risultato, per le ragioni anzidette, accettando l’interpretazione maggiormente diffusa (18) per la quale questa norma si limita a disporre che il socio sarebbe essenzialmente tenuto a non votare in modo pregiudizievole per la società, a pena dell’annullabilità della delibera adottata grazie alla sua partecipazione al voto.

La Cassazione dimostra di uniformarsi alla tesi, largamente seguita sia in dottrina che in giurisprudenza, secondo la quale un sindacato di voto non possa vincolare i soci che lo hanno posto in essere ove prescriva agli stessi di votare in modo contrario all’interesse sociale (19).

b) Il giudizio di nullità della fattispecie esaminata in questa sentenza si fonda anche, come accennato supra, sulla violazione della disciplina relativa allo svolgimento della procedura di formazione delle delibere assembleari. Ulteriore argomento a sostegno della linea logica della indisponibilità della materia in esame espressa dalla Corte, è infatti ravvisabile in precedenti pronunce di legittimità richiamate dal Supremo Collegio (Cass.civ.11 agosto 1972, n.2681 (20); Cass. civ. 22 marzo 1983, n.2012 (21) ), le quali individuano nella previsione dell’art. 2393, ultimo comma, c.c. di un’ ‘espressa deliberazione’ (22), la fissazione legislativa di un sistema di attribuzioni di poteri inderogabili, da cui deriva la nullità per contrasto con norme imperative ex art. 1418, 1° comma, c.c., di ogni concertazione dei soci al di fuori dell’assemblea riguardante la rinuncia all’esercizio dell’azione de qua.

E’inoltre necessario precisare che parte rilevante della dottrina si contrappone alle posizioni giurisprudenziali in ordine alla valutazione del rispetto della normativa regolante lo svolgimento della procedura assembleare. Per Jaeger (23), Farenga (24), Visentini (25), Libonati (26) infatti, tale valutazione è essenzialmente formale: dall’idoneità dei sindacati di voto ad incidere sulla formazione delle delibere assembleari non può dunque derivare l’illegittimità degli stessi, in quanto essi non impediscono il rispetto formale delle disposizioni di legge relative alle procedure. La giurisprudenza (27) ritiene invece che la volontà assembleare, oltre che esprimersi, debba anche formarsi in assemblea, poiché le norme procedimentali sono di ordine pubblico, quindi inderogabili: da ciò discende la nullità di tali patti. (Si discosta tuttavia da questa posizione una recente Cass. civ. 20 settembre 1995, n. 9975 (28), la quale afferma che il vincolo nascente dal patto opera su un terreno esterno a quello dell’organizzazione sociale e non impedisce al socio di determinarsi all’esercizio del voto in assemblea come meglio creda, sicché il funzionamento dell’organo assembleare non è in questione).

Come precedente giurisprudenziale in materia di patti parasociali aventi ad oggetto l’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori, possiamo indicare una non recentissima ordinanza del Tribunale di Milano del 14/04/1989 (29) . Il collegio milanese volge la propria attenzione ad un sindacato di voto col quale le parti avevano assunto un obbligo riguardante tutte le delibere assembleari : un accordo, dunque, ad oggetto indeterminato (30), comprendente anche le questioni attinenti la responsabilità degli amministratori. Il provvedimento, riconducendo l’origine della nullità all’indisponibilità dell’oggetto di tale patto, in quanto concernente questioni connesse col corretto funzionamento della società, conferma gli orientamenti che escludono la liceità delle convenzioni di tipo preventivo, come quella del caso esaminato nell’ordinanza, suscettibili di pregiudicare una corretta gestione societaria.
 

    2.1. Soluzioni giuridiche alternative in riferimento al caso esaminato.
  1. Il caso sottoposto all’attenzione della Corte avrebbe potuto esser risolto, seguendo il differente percorso logico giuridico della frode alla legge ? Nel caso sottoposto all’attenzione della Corte, infatti, al patto di rinuncia all’esercizio dell’azione ex art.2393 c.c. ha preso parte il socio amministratore : a quest’ultimo però l’art.2373, 3° comma c.c., vieta di votare nelle deliberazioni riguardanti la propria responsabilità, quindi sarebbe vietata la partecipazione di tale soggetto ad un accordo tramite il quale egli può far sentire il proprio peso circa l’esito di una delibera inerente alla sua responsabilità. . La fattispecie in esame potrebbe dunque esser considerata come posta in essere in funzione strumentale all’elusione di tale divieto di voto, integrante, dunque, una fraus legi (31) ? Al riguardo, si osserva innanzitutto che se la Corte avesse ritenuto sussistente tale frode, allora avrebbe dovuto dichiarare la nullità della compravendita di partecipazioni societarie. Ma a ben vedere nell’esecuzione di tale contratto di scambio ( fondato sul do ut des), alla prestazione del venditore (cessione della partecipazione) è corrisposta quella del compratore (pagamento del prezzo pattuito) : da entrambe le parti si sono dunque adempiute tali prestazioni corrispettive e l’impegno del compratore al non esercizio dell’azione ex art.2393 c.c.è stato considerato tamquam non esset in quanto contenuto in un accordo nullo perché in contrasto con il precetto dell’art.2373 c.c. (quod nullum est nullum producit effectum). Tenuto inoltre presenti come criteri per ritenere una eventuale sussistenza della frode :
i) l’idoneità del contratto all’ottenimento di un risultato conforme a quello vietato dalla legge

ii) e l’ulteriore presupposto dell’impiego consapevole del negozio a fini frodatori,

nella fattispecie esaminata, valutando la cessione dal punto prospettico della dimensione psicologica che la illumina, essa ci appare posta in essere dai soggetti agenti non per aggirare il divieto di voto ma come effetto perseguito in modo autonomo dalle parti. Da questo discende la non sussumibilità del caso di specie nella fattispecie della frode alla legge (32).

B) Il vincolo di voto scaturente dall’ accordo in esame pare essere una controprestazione che il cedente ha richiesto (oltre al pagamento del prezzo pattuito), per acconsentire alla cessione della propria quota di partecipazione alla s.r.l. : si è quindi in presenza di una convenzione di scambio, quota contro prezzo e non esercizio dell’azione di responsabilità ex 2393 c.c.. Qual è dunque il rapporto di questa fattispecie con la convenzione di scambio che realizza quella che viene comunemente chiamata "vendita del voto ? (33)". A nostro parere appare evidente che la pattuizione oggetto della pronuncia della Cassazione supra indicata, non è inquadrabile in tale prospettazione : l’espressione "vendita del voto", " vote buying agreement", "achat de voix (34)" indica infatti, a differenza della fattispecie in esame che è una vera e propria vendita in cui si ha traslazione del diritto di voto, la costituzione in capo al c.d. acquirente di un diritto di credito ad un facere (la pretesa al voto di un certo tipo), o a un non facere (la pretesa alla astensione dal voto) .
 
 

    3. Osservazioni sulla realtà operativa : prassi contrattuale in tema di cessione di partecipazioni azionarie.
La realtà operativa ci mostra una prassi contrattuale riguardante la cessione di partecipazioni azionarie (35) caratterizzata da clausole che si riferiscono agli officers ed alla legittimità dell’ attività gestionale di questi e degli amministratori. Tali clausole, d’ispirazione statunitense, sono spesso opache, talora banali.

Di un certo interesse tra queste risulta essere una clausola che si riferisce alle richieste di dimissioni dei directors previo scarico della loro responsabilità:

La capogruppo farà in modo che siano cessate dalla carica tutti gli amministratori della controllata... consegnerà all’acquirente avviso... per la convocazione dell’assemblea dei soci delle altre partecipate... per deliberare sulla sostituzione degli amministratori... e sullo scarico di responsabilità... (36).

Questa clausola, che contiene nella prima parte una promessa del fatto del terzo (disciplinata dall’art. 1381 c.c.), rende evidente nella seconda parte l’irresponsabilità dei consiglieri di amministrazione.

Una clausola simile è inoltre quella per la quale ... Purchaser acknowledges that Vendor will on the Closing Date release the existing members of the Board of Directors and of the Auditors from all liability for their actions prior to the Closing Date (37).

Passando in rassegna le forme contrattuali in Cagnasso, p.219 ss., si nota a p.222 la seguente clausola al punto n.9 lett.b di una promessa di vendita per scrittura privata: "dalla data del 01.07.91 e fino alla data di trasferimento delle azioni la Beta s.p.a. (promittente venditore) ha condotto e condurrà la sua attività nei modi ordinari e normali, senza compiere atti eccedenti l’ordinaria amministrazione fatte eccezioni, ovviamente, per tutte le operazioni di cessione e di acquisizione previste nel superiore art.8; qualora si rendessero necessari altri atti di straordinaria amministrazione, questi potranno essere compiuti solo previo consenso scritto del legale rappresentante della Alfa s.p.a. (promittente acquirente),o di suo delegato, senza assunzione di responsabilità da parte dei promittenti venditori e/o degli organi sociali della Beta s.p.a.; omissis. Con questa pattuizione dunque, il consenso del promittente compratore solleva a priori il promittente venditore ed i suoi amministratori da responsabilità.

Le clausole sino ad ora indicate si inquadrano nelle pattuizioni concordate dalle parti contrattuali di compravendite di partecipazioni azionarie, patti sulla ragione dei quali è necessario specificare quanto segue. Dibattuto da tempo è il problema se l’oggetto del contratto di trasferimento di azioni sia rappresentato anche dal patrimonio sociale ;la questione è risolta negativamente dalla dottrina (38) e dalla giurisprudenza (39) : l’azione è infatti un bene autonomo e distinto dai beni che compongono il patrimonio sociale ed incorpora il fascio di rapporti patrimoniali e corporativi che individuano ontologicamente lo status di socio, non incorpora invece il diritto di proprietà su una frazione dei beni aziendali. La più rilevante conseguenza è che la garanzia di una determinata consistenza patrimoniale deve essere espressamente pattuita: in difetto non sono applicabili i rimedi dell’annullamento per errore ex art.1427 c.c., dell’ aliud pro alio, o dei vizi o difetti di qualità ex artt. 1490 e 1497 c.c. Da questa impostazione segue che il cessionario di una partecipazione azionaria, qualora si accorga di aver ottenuto dei blue sky’s bonds, potrà ritenere opportuno promuovere l’azione sociale di responsabilità contro i precedenti amministratori per potersi lenire della lesione economica patita. Il cedente, conscio della sussistenza di quest’eventualità in caso di buchi patrimoniali più o meno rilevanti, può stipulare una clausola che la più recente prassi contrattuale indica essere strutturata come segue : "l’acquirente manleva gli amministratori in caso di richiesta di risarcimento danni per mala gestio in seguito all’esercizio dell’azione sociale di responsabilità". Da ciò si può rilevare come, sul piano squisitamente formale, l’interesse della società alla corretta gestione sia ancora tutelabile con la possibilità dell’esperimento dell’azione de qua. Si osserva inoltre che tale clausola otterrà il consenso del cessionario, che si vede preclusa dalla stessa la via per rifarsi di eventuali buchi patrimoniali, solo se il cedente avrà forza contrattuale per "imporgliela", derivantegli presumibilmente dall’esser titolare di un pacchetto azionario, oggetto della cessione, di maggioranza. Non si può non evincere da ciò che il cessionario, acquistando una partecipazione (di maggioranza) tale da poter esercitare l’azione ex art.2393 c.c., sarà nella condizione di non avere interesse ad esperire tale azione: sostanzialmente si ha quindi uno svuotamento della protezione prevista dal 2393 c.c., norma di ordine pubblico che garantisce una corretta gestione societaria, ponendo una stretta correlazione tra potere gestorio degli amministratori e responsabilità degli stessi. E’ possibile naturalmente evitare questo risultato se si riuscisse a dimostrare l’illiceità della clausola in questione. Quali dunque gli argomenti?

Sotto un primo profilo, considerando la clausola in questione come contratto atipico, essa va allora valutata alla luce dell’art. 1322, 2° comma c.c.: la liceità della stessa sussiste solo se è diretta a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico. Dal momento che tale clausola, a nostro avviso, come già detto, svuota la funzione dell’art. 2393, (non permettendo in sostanza che la responsabilità degli amministratori possa essere, come dovrebbe, il complemento necessario dei loro poteri) non presenta tale fondamentale requisito; ciò significa che le parti hanno violato l’art.1322, 1° comma poiché hanno determinato il contenuto di tale patto senza rispettare i limiti imposti dalla legge: nella specie, la meritevolezza degli interessi perseguiti, prevista dall’art.1322, 2° comma, c.c.. Tale violazione comporta dunque l’illiceità della causa della clausola in esame e quindi la nullità di quest’ultima ex art. 1418, 2° comma c.c..

Se invece si ritiene che quella in oggetto sia una clausola che ontologicamente si inserisce nella struttura tipica di un contratto di compravendita di partecipazioni azionarie (non considerandola dunque come contratto atipico), essa risulta essere nulla ex art. 1418, 2° comma c.c., perché il suo oggetto , svuotando come detto sopra , l’art.2393 che è norma di ordine pubblico, è illecito.

Sotto un altro punto di vista, riprendendo l’impostazione sopra indicata (l’acquisto di una partecipazione idonea per l’acquirente all’esperimento dell’azione di responsabilità de qua), si può osservare che la clausola in esame elude la procedura prevista dall’art.2393, 4° comma, relativa alla rinuncia all’esercizio dell’azione di responsabilità; l’elusione di questa disposizione, considerata imperativa, comporta l’applicabilità dell’art. 1344 c.c. alla pattuizione in questione, che risulta pertanto, col combinato disposto dell’art. 1418 cpv., nulla in quanto configurabile come negozio in frode alla legge.
 
 

    4. Patti parasociali : brevi annotazioni alla luce della recente riforma legislativa.
Il decreto legislativo 24/02/1998 (40) nel capo II, titolo III, parte IV, all’art.122, 3° comma, sancisce la nullità dei patti parasociali in caso di inosservanza di una serie tassativa di disposizioni previste al 1° comma: L’ultima parte del 4° comma dell’ art.122 prevede l’impugnazione della deliberazione adottata in violazione del divieto di voto conseguente, quest’ultimo, alla nullità del patto: L’introduzione, infine, dell’art. 123, 2° comma che prevede che possono essere stipulati patti anche a tempo indeterminato e che in questo caso ciascun contraente ha diritto di recesso (al quale si applica la disposizione dell’ art. 122, 1° e 2° comma ed il cui esercizio è subordinato ad un preavviso di sei mesi), sembra escludere quella che per la Cass. civ. 20 settembre 1995 n.9975 (42) era una chiara causa di nullità dei sindacati (anche se al riguardo, in dottrina si sono espresse differenti posizioni) (43).
 
 

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Note.

(*) Oppo, Contratti parasociali ,Milano, 1942, p.4
1.Oppo, op. cit.
2.Per esempio, sindacati di voto a maggioranza o all’unanimità, sindacati a "efficacia reale", sindacati di blocco, patti di             consultazione,         patti sugli utili, ...Sembra inoltre utile riportare alcune definizioni indicate da Cottino, Diritto Commerciale, p.476 : i) è patto     obblighi derivanti dal contratto sociale e dal tipo di società prescelto ; ii) è convenzione di voto qualsiasi pattuizione in virtù della quale un socio si impegni verso altri a votare, in assemblea o in altro organo collegiale, secondo modalità prestabilite ; iii) si ha sindacato azionario allorchè la convenzione si inserisca in un più vasto e permanente contesto pattizio inteso a regolare non la singola votazione ma il comportamento dei partecipanti in assemblea o in altro organo collegiale per un periodo determinato.