Avvocati?

Fino ad ora, e per ora ancora, il titolo di "avvocato" si acquisisce nel seguente modo.

In primis occorre la laurea in giurisprudenza, conseguita presso qualunque facoltà italiana. Non è influente il voto, né gli anni impiegati per terminare gli studi.
Di seguito, è necessaria la dichiarazione di un avvocato che attesti la presenza del neolaureato nel proprio studio in qualità di "praticante", ovvero di colui che, lentamente, sta prendendo confidenza con il diritto che fino a qual momento ha solo studiato.

Il ruolo di praticante dura almeno due anni. O, se si preferisce, quattro semestri, che devono essere documentati, oltre che dalla dichiarazione appena descritta, anche da un certo numero di "firme" che attestino la partecipazione ad altrettante udienze, e da quattro relazioni per semestre inerenti all'attività svolta in studio.
Adempiuti questi incombenti, il Consiglio dell'Ordine rilascia il certificato detto "di compiuta pratica". E a quell'entità ibrida, che non è più praticante ma non è ancora avvocato, sono aperte le porte dell'esame di Stato scandito da tre prove scritte e una orale, che si tiene, annualmente, presso i singoli distretti di Corte d'Appello.
Per dovere di completezza occorre aggiungere e specificare che tra le prove scritte (che si tengono a dicembre) e quella orale, in media, trascorre un anno.

L'iter appena raccontato - che adesso si comprende come non possa mai risolversi in soli due anni - dovrebbe garantire un livello di preparazione minima di coloro che desiderano affiggere fuori della porta del proprio studio il titolo "Avvocato". Questo almeno è l'intento dichiarato ma, nei fatti, una simile procedura garantisce davvero poco.

Vediamo perché.

 

La pratica

Il dato oggettivo che maggiormente colpisce è l'assenza di oneri in capo al dominus, ovvero all'avvocato che prende nelle sue cure il praticante. Stranamente, infatti, solo su quest'ultimo gravano i doveri inerenti alla pratica: egli "deve" imparare, e per fare questo, molto spesso, "deve" lavorare gratis e a condizioni che un qualunque sindacato considererebbe inaccettabili.

Per converso il dominus non deve garantire nulla. Niente. Nessuno gli chiede (e si chiede) se è davvero il personaggio idoneo ad insegnare; se davvero ha intenzione di inserire il giovane nella professione forense o se desidera solo che questi funga da autista, da portalettere, da segretario/a, da dattilografo/a. E nessuno gli chiede o verifica, almeno nei fatti, se il praticante è davvero allocato nel suo studio o se, invece, quello stesso nome risulta nelle liste del personale di qualche società o ente pubblico.

Appartiene a questo particolare mondo, infatti, anche la figura "illecita" ma tutt'altro che perseguita, del "praticante fittizio", di colui che si unirà ai colleghi solo il giorno dell'esame di Stato, vantando un certificato "di compiuta pratica" di una pratica mai svolta, un libretto ricolmo di firme raccolte da chissà chi e un fascicoletto di relazioni soltanto copiate. Il tutto convalidato dalla firma di un avvocato compiacente che, in barba alla legge, ha in questo modo dichiarato il falso.

Per tradurre l'assenza di vincoli in capo al dominus in un esempio, potremmo immaginare una scuola di diritto in cui gli insegnati decidono liberamente il programma da diffondere, il numero delle ore di lezione (da zero a mille) e, sempre arbitrariamente, la materia stessa delle lezioni ("dattilografia" e "volantinaggio" comprese). Nessuno sindacherà mai sull'operato di questi insegnanti, ma alla fine del corso gli allievi saranno sottoposti ad un esame davvero difficile o comunque molto impegnativo.

Quale garanzia potrà mai offrire in ordine alla preparazione una simile scuola?

Lo stridore tra quanto "preteso" dal praticante e "offerto" allo stesso pare davvero forte. Oltre all'assenza di qualunque controllo in capo a chi in definitiva dovrebbe "crescere" il futuro avvocato, non esiste neppure un livello minimo di tutela o garanzia dei diritti (se ne esistono) del praticante, da cui però si pretende anche la tassa annuale di iscrizione all'Ordine degli Avvocati. Non è garantita alcuna remunerazione - spesso tanto simbolica da non compensare neppure le spese vive - né sono riconosciute percentuali sulle pratiche seguite o svolte, essendo questo un emolumento, come altri, lasciato al "buon cuore" del dominus.

Alcuni hanno sottovoce considerato la categoria dei praticanti (non solo avvocati) come un inesauribile serbatoio di manodopera a costo zero (o quasi). Affermazione che qui si annota senza esprimere a tal proposito alcun giudizio.

 

L'esame

Dunque la pratica in senso stretto, ovvero quel periodo che l'aspirante avvocato impegna in uno studio legale non è fornita, abbiamo visto, di alcuna garanzia di utilità effettiva. Al termine dei due anni, il praticante potrebbe aver imparato a muoversi nella professione, aver visto una discreta quantità di atti da essere ora capace di iniziare a camminare con le proprie gambe. Ma potrebbe anche aver solo appreso i segreti della guida sicura, oppure l'ubicazione e il nome di tutti gli ufficiali giudiziari, come pure potrebbe essere rimasto concentrato su aspetti particolarissimi del diritto, estremamente e talmente settoriali da risultare, alla fine, privi di qualunque utilità pratica al di fuori dallo studio in cui ha trascorso i quattro semestri.

A verificare l'effettiva preparazione del giovane provvede comunque l'esame di Stato che, come detto, si compone di tre prove scritte (un parere di diritto civile, uno di penale e la redazione di un atto) e una orale, che segue di circa un anno le prime.
Anche qui, però, occorre annotare alcuni fatti incontestabili. Il primo è che, inspiegabilmente, malgrado le prove scritte sia identiche per tutto il Paese, in alcuni distretti di Corte d'Appello si osservano livelli di ammissione alla prova orale davvero curiosi: nello stesso anno può capitare che a Torino sia ammesso il 40% dei candidati e altrove oltre il 90%.

Sicuramente le condizioni climatiche (il sole aiuta la concentrazione più della nebbia) possono dare ragione di una maggior preparazione dei candidati che vivono in particolari regioni e della miglior predisposizione dei componenti il collegio esaminante. Ragioni che peraltro sono osservate e fatte proprie da un nutrito gruppo di praticanti che in prossimità dell'esame appunto migrano verso le sedi d'esame lontane ma "propizie".

Curiosità a parte, l'esame di Stato resta (in molti casi) un raro esempio di severità. Peccato che con altrettanta sicurezza non si provveda a garantire la preparazione che solo una "buona pratica" legale può fornire al candidato. Peccato che l'aspirante avvocato debba spesso vivere frustrazioni e condizioni di lavoro al limite del tollerabile, nella incertezza che tutto ciò davvero serva a qualcosa. Peccato che, sono all'esito delle prove scritte, egli non abbia modo di verificare se le ore che ha (sovente) regalato al suo dominus siano state davvero un investimento.

Peccato, peccato davvero.

 

Riflessioni

Torniamo a riflettere sugli intenti che la "pratica" dovrebbe concretizzare: il primo è sicuramente, come detto, quello di garantire un livello minimo di preparazione dell'avvocato. Purtroppo l'Università non riesce a preparare, come accade in altri paesi, tecnici del diritto, ma solo "teorici" magari raffinati ma che non hanno mai visto un atto. Che non conoscono neppure l'ubicazione del tribunale o quella delle varie cancellerie. Che ricordano tutte le azioni legali disponibili agli antichi romani ma che non sanno come materialmente si deve procedere per uno sfratto, o per un decreto ingiuntivo.

Può la pratica colmare questa lacuna?

La risposta è: "potrebbe"! Eccome!
Però si dovrebbe operare più che sul praticante, sul dominus. Non dovrebbe essere permesso, indiscriminatamente, a tutti gli studi legali di accogliere uno o più praticanti. Lo studio che decide di "crescere" un giovane laureato e di farlo diventare "avvocato" dovrebbe possedere dei requisiti minimi che altrove sono stati identificati (per esempio in Germania) ma che in Italia non vengono neppure presi in considerazione.
Solo se le condizioni di pratica sono state identiche o quantomeno simili, comunque garantite nel minimo, è possibile, dopo due anni, valutare se l'aspirante avvocato ha le capacità per ricoprire tale ruolo oppure no.

La valutazione "a priori" (cioè prima dell'inizio effettivo della professione) delle capacità dell'aspirante avvocato sottende però anche ad un altro obiettivo: quello di "proteggere" la categoria stessa degli avvocati, non permettendo a chiunque di mostrarsi avvocato senza esserne davvero capace; una tutela peraltro posta soprattutto (e - teoricamente - solo) nell'interesse del cliente.

Può un iter come quello descritto sopra assolvere a questa funzione?
Sarebbe troppo facile anche solo annotare la discrepanza tra l'obiettivo perseguito e la concreta realizzazione del proposito. Troppo facile e comunque inutile. Perché in questa sede, invece, preme sottolineare che l'obiettivo in parola pare, comunque, essere stato trasceso.

Quando i limiti legittimi assumono la forma di ostacoli e impedimenti non uniformi, ipocriti e spesso assurdi, allora la ricercata tutela del cliente è stata mancata. E al suo posto è stata inserita, forse, la paura del confronto del dominus con il suo stesso allievo. Paura che porta ad allontanare il più possibile l'ingresso del secondo nel mondo del primo e che conduce a un risultato esattamente opposto al dichiarato proposito.

Chissà se l'On. Mironi vi ha mai pensato?

 

By Luca Saglione & Guido Tarizzo


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