La validità della sottoscrizione cambiaria apposta mediante mezzi meccanici

 

di Giovanni Facci

 

 

 

 

 

 

 

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Tribunale di Terni 28 settembre 1999 (ordinanza) - Giudice dell'esecuzione De Luca - I.FI.RO. c. Ciocci.

E' valida la sottoscrizione cambiaria apposta mediante timbro a stampa. Infatti, l'art. 8 della l. cambiaria, facendo riferimento soltanto alla "sottoscrizione", non dispone che tale sottoscrizione debba essere apposta a mano e cioè autografa.

 

Omissis

Il giudice dell'esecuzione letta l'opposizione e la memoria dei creditori;

ritenuto che non appaiono sussistere gravi motivi per sospendere l'esecuzione atteso che nei titoli posti a base della procedura oltre che al timbro della ditta compare la sottoscrizione del Presidente della IFIP girante dei titoli, e l'art. 8 della l. cambiaria "parla" solo di sottoscrizione nulla dicendo sul fatto che la sottoscrizione debba essere apposta a mano e cioè autografa, che inoltre non sussistono pericoli per un eventuale risarcimento dei danni in caso di vendita dei beni

PQM

respinge l'istanza di sospensione della procedura esecutiva.

Omissis

 

1. Il fatto.

Il caso da cui l'ordinanza del Trib. di Terni trae origine è il seguente: una società finanziaria promuove una procedura esecutiva sulla base di cambiali ipotecarie, le quali erano state girate ai creditori procedenti mediante un c.d. "timbro a secco". I debitori cartolari si oppongono all'esecuzione, sostenendo la nullità della girata apposta mediante sottoscrizione meccanica, anziché mediante sottoscrizione autografa. 

Il giudice dell'esecuzione del Tribunale di Terni respinge l'istanza di sospensione della procedura esecutiva, in base alla considerazione che l'art. 8 della l. cambiaria si riferisce soltanto alla "sottoscrizione", senza richiedere che essa venga apposta a mano e cioè che sia autografa. Pertanto, l'organo giudicante ritiene valida la girata mediante timbro a secco, poiché compare la sottoscrizione del girante dei titoli.

 

2. La tesi contraria alla validità della sottoscrizione cambiaria apposta mediante riproduzione meccanica.

 

L'ordinanza del Tribunale di Terni affronta il problema dell’ammissibilità della girata cambiaria apposta mediante riproduzione meccanica. Di conseguenza viene in rilievo il tema della validità d'ogni sottoscrizione cambiaria effettuata senza alcuna sottoscrizione autografa. Infatti, la legge non prevede alcuna norma specifica circa la forma della girata (art. 15 l. camb.). Pertanto, si applicano le norme generali fissate per tutte le sottoscrizioni cambiarie (art. 8 l. camb.)[1].

Il problema della validità delle sottoscrizioni cambiarie non autografe sta suscitando un interessante dibattito sia in giurisprudenza[2] sia in dottrina[3]. Vengono in rilievo sia la necessità di conciliare la sicurezza della circolazione cartolare, (garantita anche dall’attribuzione immediata della paternità psichica e materiale della sottoscrizione cambiaria), sia la prassi sempre più diffusa della sottoscrizione meccanica, volta a consentire l'emissione e la negoziazione in massa dei titoli di credito, le quali sarebbero compromesse qualora si stabilisse la necessità dell'autografia della sottoscrizione[4].

La dottrina, fino ad oggi dominante[5], sostiene che la sottoscrizione possa farsi con qualsiasi mezzo materiale, ma debba essere autografa. E' considerata invalida la cambiale in cui la firma non sia scritta a mano, ma sia sostituita da stampigliatura da timbro oppure apposta in litografia ecc. Si sostiene che l'autografia della sottoscrizione si renda necessaria, oltre che per assolvere esigenze d’autenticità anche per identificare la persona a cui si riferisce[6].

Dalla necessità che la sottoscrizione sia autografa deriva la conseguenza che chi non sa o non può sottoscrivere, non possa obbligarsi cambiariamente, facendosi condurre la mano per firmare[7], usando un crocesegno[8], oppure copiando un modulo di firma o ricalcando meccanicamente le lettere costituenti il proprio nome e cognome[9]: "infatti mancherebbe la possibilità di riscontrare non soltanto la portata delle altre indicazioni cambiarie, ma anche l’esatta sussistenza della propria firma, che non assumerebbe, quindi, il carattere e il valore di una sottoscrizione autografa[10]". Si ritiene, pertanto, che l'analfabeta possa obbligarsi cambiariamente soltanto per atto pubblico[11] o per mezzo di un rappresentante[12]. Inoltre, si nega l'ammissibilità del c.d. "mandato ad scribendum", cioè dell'incarico dato ad altri di firmare un titolo cambiario con il proprio nome[13].

La tesi che sostiene l'invalidità della sottoscrizione effettuata mediante un mezzo meccanico ha trovato un precedente specifico in una recente sentenza del Trib. di Torino[14]. L'organo giudicante ha negato validità alla girata non autografa, apposta con timbro a secco, "motivando sotto il profilo dell'esame letterale della normativa cambiaria - che reca sempre le locuzioni "firma" (ad es. artt. 7, 8, 9 l.c.), "sottoscrizione" (artt. 8, 17, 36 ecc. l.c.) - nonché sotto quello del "rigore formale" e della "solennità", in ogni sua parte, della dichiarazione cambiaria". Vengono anche ricordati alcuni remoti precedenti giurisprudenziali che richiedevano la necessità dell'autografia della firma (Cass. 10 maggio 1938, n. 1536) o risolvevano casi particolari (ad es. l'impossibilità per l'analfabeta a obbligarsi cambiariamente: Cass. 17 gennaio 1939, n. 143). Si è rilevato che il problema è stato raramente  affrontato in modo autonomo: " nel senso che, per così dire, si dà per scontato che le sottoscrizioni cambiarie - e quindi le girate, soggette ad identico regime - debbano essere autografe, tanto che le espressioni sottoscrizione, firma e sottoscrizione autografa vengono usate promiscuamente". Viene, inoltre, sottolineato come le norme che prevedono la possibilità della sottoscrizione meccanica (II co. art. 2354, relativo alla disciplina dei titoli azionari; norme in materia di debito pubblico e di vaglia cambiari della Banca d'Italia), costituiscono eccezioni alla regola dell'autografia della sottoscrizione. Il tribunale di Torino afferma, infatti, che i titoli per i quali è ammessa la sottoscrizione meccanica "rientrano nella categoria dei titoli di massa, le cui modalità di emissione e di circolazione divergono da quelle dei titoli individuali (quali la cambiale) per i quali, invece, non si prevedono deroghe". Si sottolinea, inoltre, la difficoltà di procedere all'accertamento dell'autenticità di una sottoscrizione meccanica, in caso di mancato riconoscimento, non potendosi fare ricorso all'autentica di un notaio oppure al procedimento di verificazione ex artt. 216 e ss. c.p.c.  che implica il ricorso alla perizia grafica con scritture di comparizione, le quali presuppongono necessariamente la autografia della firma da verificare: "di conseguenza, in caso di mancato riconoscimento, non sarebbe possibile accertare l'autenticità di un timbro apposto, in luogo della firma autografa, su di una cambiale, salvo il ricorso a eventuali prove testimoniali circa il come ed il quando dell'apposizione del timbro che comunque imporrebbero la ricerca del rapporto cartolare attraverso elementi extracartolari, in tale ipotesi stravolgendo completamente la natura stessa di titolo di credito della cambiale".

 

3. La tesi favorevole alla validità della sottoscrizione cambiaria apposta mediante riproduzione meccanica.

Alle argomentazioni sopra esaminate, contrarie alla validità della sottoscrizione cambiaria non autografa, si oppone la tesi favorevole alla regolarità della sottoscrizione cambiaria apposta mediante riproduzione meccanica. Tale tesi è stata accolta anche dal Tribunale di Terni con l'ordinanza qui annotata.

Il giudice dell'esecuzione, per affermare la validità della girata non autografa, parte dall'esame del testo normativo dell'art. 8 della l. c., il quale - come già accennato - disciplina le forme generali della sottoscrizione cambiaria. Tale norma dispone che "ogni sottoscrizione cambiaria deve contenere il nome e cognome o la ditta di colui che si obbliga. E' valida, tuttavia, la sottoscrizione nella quale il nome sia abbreviato o indicato con la sola iniziale": Manca, pertanto, qualsiasi riferimento all'autografia della sottoscrizione. Inoltre, nella normativa cambiaria e nel codice civile vi sono riferimenti soltanto alla "firma" ed alla "sottoscrizione". Nessuna norma, quindi, richiede espressamente l'autografia della sottoscrizione. Pertanto, di fronte al silenzio del legislatore, l'interprete deve ricavare gli elementi di giudizio dall'intero sistema giuridico. A questo proposito, occorre considerare che, se da un lato il legislatore non ha, in materia di titoli di credito, esplicitamente prescritto l'autografia, tuttavia, per altre fattispecie, quando ha voluto l'autografia, l'ha imposta con norme espresse[15]. Per chiarire questo concetto sono portati ad esempio l'art. 602 c.c. e l'art. 2197 I e II co. c.c. (ma altri potrebbero essere gli esempi). L'art. 602 disciplina il testamento olografo, disponendo che "deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di mano dal testatore". L'art. 2197, 1 e 2 co. c.c. prevede, invece, che il rappresentante dell'imprenditore che istituisce nel territorio dello Stato sedi secondarie con una rappresentanza stabile debba depositare presso l'ufficio del registro delle imprese del luogo nel quale è istituita la sede secondaria, la sua firma autografa.

Occorre anche considerare che la stessa relazione alla Convenzione di Ginevra del 7 giugno 1930 afferma che la parola "firma" deve essere intesa in senso lato, per  "designare un segno materiale qualsiasi, che, secondo l'uso del Paese, serve ad identificare sulla carta o sugli effetti la personalità di colui che l'appone".

Inoltre, molti ordinamenti di paesi europei ed extraeuropei sono stati spinti ad accogliere espressamente e a legittimare le sottoscrizioni meccaniche dei titoli di credito[16]; tale spinta è stata ravvisata nell'esigenza sempre più sentita di maggiore certezza dei traffici giuridici, in riferimento con i mutati processi di lavorazione dei titoli sia da parte delle banche sia da parte di alcune società di medie e grandi dimensioni[17].

Autorevole dottrina[18]  sottolinea come l'autografia non costituisca un principio di ordine pubblico in materia di titoli di credito. Si osserva che l'art. 1993 richiede l'autenticità della firma e non l'autografia. Tale norma, come è noto, nel disciplinare le eccezioni opponibili dal debitore al portatore del titolo di credito, menziona "quelle che dipendono da falsità della propria firma". Secondo questa tesi se l'aggettivo "propria" facesse nascere qualche dubbio, esso sarebbe superato dalla previsione dell'art. 2354, II co. relativo alla sottoscrizione meccanica dei titoli azionari, i quali soggiacciono alla previsione dell'art. 1993 c.c.

Pertanto, "ammessa la sottoscrizione cartolare meccanizzata è logico che il significato della firma nel titolo di credito, in qualsiasi titolo di credito, sia quello di suggello d'autenticità del documento. Perciò, il giudizio deve basarsi sull'autenticità e non sull'autografia[19]".

Questo pare essere il punto fondamentale della questione: il requisito dell'autenticità della firma, desumibile dall'inserimento dell'eccezione di falsità della firma nell'elenco delle eccezioni reali di cui all'art. 1993 c.c., non richiede necessariamente che la firma cambiaria debba essere scritta di pugno dal debitore; è sufficiente, soltanto, che la sottoscrizione sia imputabile ad una determinata sfera patrimoniale[20]. A tal proposito si rileva che una firma autografa può certamente essere falsa e che al contrario una firma stampigliata può essere autentica, nel senso di provenire effettivamente dal soggetto a cui è imputata[21].

La firma meccanica può essere apposta anche da un incaricato di colui il cui nome o la cui ditta sono stampigliati: ciò che conta non è l'azione di firmare, bensì l'autorizzazione a firmare[22].

E', inoltre, respinta l'obiezione secondo la quale l'autografia della sottoscrizione garantirebbe meglio la sicurezza della circolazione dei titoli di credito evitando, in modo efficace, le falsificazioni. Si ritiene, infatti, che l'opponibilità delle eccezioni di falsità di firma, di difetto di rappresentanza o d'alterazione del titolo sia esclusa tutte le volte in cui il fatto sia stato reso possibile dalla negligenza dello pseudo - emittente[23]. Questo principio costituisce un corollario della ratio giustificatrice dell'eccezione di falso, la quale trova fondamento nella mancanza di qualsiasi collegamento del titolo al preteso emittente[24]. L'eccezione non si giustifica, quando la falsificazione è dipesa o è stata facilitata da una cattiva organizzazione della sfera giuridica del falsificato: "per questo l'emittente rimarrà obbligato, senza poter sollevare eccezione, quando la sua stampiglia o qualsiasi altro strumento meccanico di sottoscrizione da lui eventualmente scelto sia abusivamente utilizzato dalle persone da lui preposte alla creazione dei suoi titoli. L'ammissibilità di sistemi meccanici per la sottoscrizione dei titoli trova così un bilanciamento nel rischio dell'inopponibilità dell'abuso di questi meccanismi[25]".

Le argomentazioni appena ricordate hanno trovato accoglimento in una ordinanza del Pretore di Alba[26], anteriore al provvedimento del Tribunale di Terni, qui commentato. In tale ordinanza, il pretore ha chiarito che: "la regolarità della girata apposta mediante riproduzione meccanica è pressoché indiscussa, poiché oltre ad essere conforme a prassi sempre più diffusa in materia cartolare (e recepita negli accordi A.B.I. richiamati nelle difese dei resistenti), e non è espressamente impedita dal dettato di alcuna disposizione relativa ai titoli di credito. Dalle norme in materia di titoli di credito risultano infatti previsioni circa la sottoscrizione, non circa l'autografia della sottoscrizione; che inoltre l'autografia della sottoscrizione, come rilevato nelle difese dei resistenti, non costituisce principio generale dell'ordinamento, nel quale sono anzi, rinvenibili previsioni opposte, quali la possibilità di sottoscrizione meccanica per i titoli azionari di cui all'art. 2354, II co., c.c., e le norme in materia di emissione dei titoli del debito pubblico e dei vaglia cambiari della Banca d'Italia".

In tale pronuncia, pertanto, si sottolinea sia la mancanza nel nostro ordinamento di una norma che imponga l'autografia delle sottoscrizioni cambiarie sia la diffusione in materia cartolare della prassi di apporre la sottoscrizione tramite riproduzione meccanica della firma. Con riferimento alla "prassi sempre più diffusa in materia cartolare" vengono richiamati espressamente gli accordi A.B.I., i quali all'art. 3 dell' "Accordo per il servizio di incasso e/o accettazione di effetti e documenti sull'Italia" e all'art. 2 dell' "Accordo per il servizio di incasso di assegni bancari" prevedono che la sottoscrizione della girata, che le Banche devono apporre sugli effetti e sugli assegni rimessi all'incasso ai corrispondenti, possa essere effettuata anche con mezzi meccanici. Infine, il pretore di Alba sottolinea come l'autografia non costituisca un principio generale dell'ordinamento, dal momento che vi sono numerose norme che consentono la sottoscrizione meccanica di titoli.

Un'ulteriore riscontro a sostegno dell'affermazione secondo cui l'autografia non costituisce un principio d'ordine pubblico in materia di titoli di credito[27], è rinvenibile anche nell'art. 8 l. camb., il quale, nel definire il contenuto della firma cambiaria, prevede che questa possa contenere anche la "ditta" di colui che si obbliga.

E' evidente che la "ditta" rappresenta non un segno personale, come è l'autografo, "ma essenzialmente un segno di riferimento ad una sfera patrimoniale, quella su cui dovrà ricadere l'obbligazione cartolare diretta o di regresso, e pertanto ammettendo l'uso della ditta come firma cartolare la legge dimostra possibile che il segno grafico valido come sottoscrizione di un titolo di credito si stacchi grazie a procedimenti di riproduzione meccanica dalla persona del creatore o del girante del titolo divenendo così utilizzabile per costoro da parte dei componenti autorizzati della loro sfera giuridica[28]".

I sostenitori dell'autografia, tuttavia, ritengono che la regola della manualità della sottoscrizione sia salva anche in questo caso, dal momento che se è vero che la ditta può essere anche un segno stampigliato sul titolo, tuttavia è necessario che alla stampigliatura si accompagni un simbolo apposto a mano[29]. Però, l'aggiunta al simbolo stampigliato di un segno manuale deriva dalla prassi commerciale: il legislatore, tacendo in proposito, mostra di essere aperto anche a soluzioni evolutive purché socialmente o anche convenzionalmente accettate[30].

In dottrina[31] si è giunti a sostenere l'ammissibilità della sottoscrizione meccanica anche partendo dalla differenza esistente tra il concetto di  "sottoscrizione" e quello di "autografia". Quando vi è l'autografia il documento deve essere necessariamente attribuito al suo autore (salvo la prova della violenza, ipnosi, ecc.); Quando vi è una sottoscrizione non autografa o è lo stesso legislatore a dirci quando si ha tale riferibilità[32], oppure la si deve ricavare da indici inequivoci confermati dalla prassi sociale. Nel campo dei titoli di credito uno di tali indici viene ravvisato nella quantità di titoli che rende molto onerosa, all'interno di una organizzazione d'impressa, la sottoscrizione manuale. La ratio, infatti, dell'ammissione della sottoscrizione meccanica si basa "sul fatto che le azioni sono emesse in massa; sarebbe inverosimile pretendere che gli amministratori firmino uno per volta i titoli, da un lato, per la quantità, dall'altro, perché gestiscono l'impresa societaria servendosi di un'organizzazione complessa che possono impiegare per tale scopo[33]".

Comunque, nella disciplina dei titoli di credito, nonostante il silenzio del legislatore, vi sono altre precise indicazioni che fanno ritenere che la sottoscrizione debba essere considerata come segno di riconoscimento anziché come autografia: uno di tali indici proviene dall'espandersi dei c.d. titoli di credito informatizzati[34], nei quali la sottoscrizione altro non è se non un segno informatico, consistente generalmente in un codice segreto. In tali fattispecie si ha la scomparsa della sottoscrizione come autografia, ma non la scomparsa della sottoscrizione come segno di riconoscimento[35]. Inoltre, tali tecniche offrono maggiore certezza circa la verità della provenienza della sottoscrizione rispetto a quanto può garantire la firma autografa.

Indizi ulteriori a favore della validità della sottoscrizione meccanica provengono dall'esame della disciplina delle cambiali finanziarie[36] introdotte e disciplinate dalla legge 13 gennaio 1994, n. 43 e dalla relativa normativa secondaria (Delibera CICR 3 marzo 1994; d.m. Tesoro 7 ottobre 1994; Istruzioni della Banca d'Italia del 12 dicembre 1994). Si ritiene[37], infatti, che tali cambiali, sia per i connotati dei soggetti che le emettono sia per le caratteristiche dell'operazione di emissione, possano essere emesse con sottoscrizione meccanica e che tale conclusione possa essere estesa a tutti i titoli cambiari, quando provengono dai medesimi soggetti e l'emissione presenti analoghe caratteristiche.

 

4. Problematiche ulteriori in tema di sottoscrizione cambiaria.

In giurisprudenza si è negata la possibilità di obbligarsi cambiariamente sottoscrivendo con lo pseudonimo oppure con il nome d'arte[38]. In questo senso si è espressa anche la dottrina maggioritaria[39]. Tuttavia, si sottolinea come la sottoscrizione con lo pseudonimo consenta un'identificazione simbolica (attraverso la lettura) del sottoscrittore assai più sicura di quella garantita dal nome e dal cognome civili[40]. Tale interesse, però, può essere soddisfatto aggiungendo lo pseudonimo stesso alla sottoscrizione redatta a norma dell'art. 8 l. camb.[41]

Un aspetto che presenta, indubbiamente, casi più frequenti riguarda la rilevanza o meno della illeggibilità della sottoscrizione. Si è ritenuta non necessaria la leggibilità della firma, ma comunque indispensabile la sussistenza materiale degli elementi grafici del nome, anche abbreviato e del cognome[42]. Si è sottolineato che l'illeggibilità della firma, apparte il caso di cancellatura successiva, non può nuocere alla validità del titolo: rimarrebbe, infatti, il suo valore di segno riconoscibile (dato da segni alfabetici) del volere del sottoscrittore[43]. Tale soluzione non è accolta da parte della dottrina, secondo la quale l'illeggibilità della sottoscrizione, oltre ad incidere quasi inevitabilmente sulla regolarità formale della firma ai sensi dell'art. 8 l. camb. non consente di identificare l'autore della sottoscrizione costringendo l'interprete ad avvalersi a tal fine di strumenti extratestuali[44]. Si è, anche, affermato che l'illeggibilità della firma sarebbe comunque irrilevante quando la firma, per la sua notorietà e per il modo particolare con cui è scritta, consente di identificare il sottoscrittore[45]. Tuttavia, la tesi che sostiene la validità della sottoscrizione meccanica non reputa necessaria la leggibilità della firma cambiaria in rappresentanza di enti o anche di imprese individuali quando sul titolo è presente il timbro o la stampiglia del rappresentato[46].

Un problema ulteriore riguarda la forma con cui la sottoscrizione cambiaria in rappresentanza debba essere apposta sul titolo affinché sia riferibile al rappresentato: cioè se la contemplatio domini sia indispensabile ed in che modo debba risultare dal titolo. L’orientamento più rigoroso[47] richiede la spendita completa del nome: nel caso in cui dal titolo non risulti in alcun modo che la sottoscrizione è stata apposta in rappresentanza, pur sussistendo effettivamente il rapporto rappresentativo, si esclude che si possa dar rilievo a rapporti che non risultano o che non sono desumibili dalla lettera del titolo. In altri casi, in presenza di una spendita del nome incompleta o irregolare, si è affermato che qualunque indicazione può bastare per rendere evidente il rapporto, essendo sufficiente che colui che sottoscrive il titolo porti a conoscenza dei terzi che egli non è la persona che acquista in proprio gli obblighi cambiari[48]. In altre pronunce si è affermato che la sottoscrizione cambiaria, in determinati casi, può essere imputata al rappresentante, anche senza spendita del nome, quando il potere di rappresentanza pur non risultante dal titolo era noto al portatore[49].

Tale orientamento suscita perplessità, tuttavia risulta più comprensibile se si considera che, nelle controversie che hanno dato luogo alle pronunce in questione, le parti erano legate contrattualmente[50]. A tal proposito si sottolinea come questa tesi richiami, per alcuni aspetti, altri precedenti giurisprudenziali nei quali si rileva che l'interprete può desumere dal titolo il rapporto di rappresentanza utilizzando tutti gli estremi utili al fine di accertare e specificare la veste del sottoscrittore[51]. In questo modo si sottolinea che l'ordinamento non richiede formule sacramentali o indicazioni specifiche, con la conseguenza che la contemplatio domini potrà ritenersi realizzata attraverso ogni dichiarazione, segno o mezzo capace di evidenziare il rapporto di rappresentanza. Viene confermato che nei confronti del portatore, legato al rappresentato da un valido rapporto sottostante, è consentito fornire la prova dell'esistenza del carattere rappresentativo della dichiarazione cambiaria anche tramite il riferimento ad elementi extracartolari, che elidono la responsabilità cambiaria del sottoscrittore nei confronti dell'immediato prenditore[52].

Se l'obbligazione cambiaria è stata assunta da una società di persone, essendo queste identificate da una ragione sociale la cui formazione è soggetta al "principio di verità", è da ritenere valida la dichiarazione sottoscritta dal socio, il cui nome compaia nella ragione sociale, mediante l'uso dei segni grafici della ragione stessa[53]. Per le società dotate di personalità giuridica e per gli enti in generale, che si caratterizzano per la denominazione la cui formazione non ha giuridicamente alcun legame con il nome di chi è chiamato ad agire per essi, le dichiarazioni compiute in nome della società dovranno indicare la denominazione dell'ente ed essere sottoscritte dal legale rappresentante[54]. Si ritiene che la firma del legale rappresentante non dovrà necessariamente rispettare le previsioni dell'art. 8 l. camb., che devono ritenersi dettate per la rigorosa identificazione del soggetto dell'atto cambiario, non dell'autore materiale dell'atto di gestione, sicché questo potrà essere compiuto nelle forme usuali[55]. Altri autori ritengono che il rappresentante debba sempre sottoscrivere con il proprio cognome per intero ed almeno con l'iniziale del proprio nome, manifestando il rapporto che lo lega con l'obbligato: la sola indicazione della denominazione sociale è invalida ai fini cambiari e non è neppure sufficiente far seguire al timbro che la riproduce una sigla o un segno privi degli anzidetti requisiti della firma[56].

 

 

 

 



[1] In questo senso tra gli altri: Bianchi D'Espinosa, Le leggi cambiarie nell'interpretazione della giurisprudenza, Milano, 1969, 99; Asquini, Titoli di credito, Padova, 1966, 191.

[2] A favore della validità: Pret. Alba 24 novembre 1992, in Giur. It., 1993, I, 2, 666, con nota adesiva di Giuliani, L'autenticità della firma di girata; Trib. di Bologna 17 maggio 1996, in Banca Borsa, 1996, II, 426. In senso contrario: Trib. Torino 26 ottobre 1994, in Banca Borsa, 1996, II, 71.

[3] In dottrina sostengono la validità della sottoscrizione di girata apposta mediante riproduzione meccanica: Chiomenti, Il titolo di credito, Milano, 1977, 291; Id. Mini assegno e maxi giudice, in Riv. dir. comm., 1976, I, 54; Maimeri, Autografia e titoli di credito, in Temi rom., 1980, 492; Costa, Astrattezza ed eccezioni opponibili nel credito documentario irrevocabile, Milano, 1989, 291; Santoro, Sottoscrizione di girata apposta mediante timbro - firma, in Banca borsa, 1996, II; 427.

[4] Così Negro, Sulla validità della sottoscrizione cambiaria apposta mediante timbro a stampa, in Giur. it., 1995, 1, II, 165.

[5] In dottrina ritengono che l'autografia della sottoscrizione sia una norma inderogabile, tra gli altri: Pavone La Rosa, La cambiale, in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo, Milano, 1994, 85; Libertini, La rappresentanza cambiaria, in Banca borsa, 1978, I, 409; De Semo, Diritto cambiario, Milano, 1953, 337; Valeri, Diritto cambiario italiano, parte spec., Milano, 1938, 28; Navarrini, La cambiale e l'assegno bancario, Roma, 1950, 102; Asquini, Titoli di credito (e in particolare cambiale e titoli bancari di pagamento), Padova, 1966, 191; Bianchi d'espinosa, Le leggi cambiarie nell'interpretazione della giurisprudenza, Milano, 1969, 50; Martorano, Lineamenti generali dei titoli di credito e titoli cambiari, Napoli, 1979, 281.

[6] Angeloni, La cambiale e il vaglia cambiario, Milano, 1969, 55.

[7] De Semo, Diritto cambiario, Milano, 1953, 338.

[8] Pavone La Rosa, La cambiale, in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo, Milano, 1994, 85; Cass. 17 gennaio 1939, n. 143, in Banca borsa, 1939, II, 65.

[9] Trib. Trani 26 giugno 1946, in Banca borsa, 1946, II, 124; Pret. Caltanisetta 30 dicembre 1937, in Rass. giur. nissena, 1938, 249. In senso contrario Spada, Forma e verità della sottoscrizione cambiaria, in Riv. dir. civ., 1981, 238, secondo il quale la firma dell'analfabeta, anche se a ricalco, è firma autentica e può essere in regola con il disposto dell'art. 8 l. camb.

[10] In questo senso De Semo, Diritto cambiario, Milano, 1953, 338.

[11] Navarrini, La cambiale e l'assegno bancario, Bologna, 1937, 77; Mossa, Trattato della cambiale, Padova, 1956, 297. Critico è invece Bianchi D'Espinosa, Le leggi cambiarie nella giurisprudenza dell'ultimo ventennio, Milano, 1957, 18. Secondo De Semo, Diritto cambiario, Milano, 1953, 337, è da ritenersi valida la cambiale firmata dall'analfabeta il quale sappia scrivere soltanto il proprio nome e cognome, poiché egli attua così una sottoscrizione, del cui significato ha piena consapevolezza.

[12] App. Bari 13 giugno 1938, in Corte Bari, 1938, I, 267; Trib. Trani 26 giugno 1946, in Banca borsa, 1948, II, 124.

[13] Bianchi D'Espinosa, Le leggi cambiarie nella giurisprudenza dell'ultimo ventennio, Milano, 1957, 42. Secondo De Semo, Diritto cambiario, Milano, 1953, 338, in questo caso, dal momento che una firma formalmente regolare nei suoi segni costitutivi esisterebbe, deriverebbe non la nullità della cambiale, bensì quella soltanto dell'apparente obbligazione, mentre al presunto debitore spetterebbe un'eccezione esperibile erga omnes, anche contro lo stesso incaricato che fosse portatore del titolo, per il principio che nessuna obbligazione cambiaria può sorgere se in quello trovisi radicata nella forma prescritta.

[14] Trib. di Torino 26 ottobre 1994, in Giur. it., 1994, I, 2, 164, con nota di Negro, Sulla validità della sottoscrizione cambiaria apposta mediante timbro a stampa.

[15] In questo senso Maimeri, Autografia e titoli di credito, in Temi Romana, 1980, 492.

[16] La sottoscrizione effettuata con un mezzo meccanico è espressamente riconosciuta, tra gli altri, nel diritto degli Stati Uniti (art. 3-401, relazione n. 2 e art. 8-205, relazione n. 1, UCC); nel Progetto latino americano di legge cartolare uniforme (art. 3, 2° co.), in Francia dalla l. 6 giugno 1966 (art. 110 c. comm. modificato dalla recente legge n. 66-380 del 16 luglio 1966).

[17] In questo senso Maimeri, Autografia e titoli di credito, in Temi Rom, 1980, 493, secondo il quale all'epoca dell'entrata in vigore della legge sull'assegno non erano molto diffusi gli strumenti meccanici per apporre la propria firma, anche se l'art. 5 del r.d. 11 febbraio 1911, n. 298, che regolava il debito pubblico, prevedeva per i titoli di credito pubblici la firma con marchio a facsimile.

[18] Chiomenti, Il titolo di credito, Milano, 1977, 293.

[19] Chiomenti, Il titolo di credito, Milano, 1977, 296.

[20] Santoni, La cambiale, a cura di Campobasso, in Casi e materiali di diritto commerciale, Milano, 1998, 173. Anche Costa, Astrattezza ed eccezioni opponibili nel credito documentario irrevocabile, Milano, 1989, 291, rileva la necessità dell'autenticità della firma e non dell'autografia dall'esame dell'art. 1993 c.c., dal momento che il legislatore nell'elenco delle eccezioni opponibili dal debitore indica la falsità della firma, senza alcuna specificazione circa le modalità con cui la stessa debba essere apposta.

[21] In questo senso Giuliani, L'autenticità della firma di girata, in Giur. it., 1993, I, 2, 670.

[22] Così Chiomenti, Il titolo di credito, Milano, 1977, 296, secondo il quale dovunque per il volume degli affari la sottoscrizione di pugno dei titoli costituisca un intralcio e una spesa, la sottoscrizione meccanica trova anche una ragione pratica di validità e di riconoscimento.

[23] Molle, I titoli di credito bancari, Milano, 1972, 107; in giurisprudenza nello stesso senso Cass. 23 gennaio 1928, n. 380, in Foro it., 1928, I, 345, la quale ha ravvisato la colpa dell'emittente nel fatto che i moduli dei vaglia cambiari erano stati sottratti e falsificati da un impiegato della banca emittente.

[24] Spada, Forma e verità della sottoscrizione cambiaria, in Riv. dir. civ., 1981, 236, rileva che: "la falsità della firma è solo una manifestazione di una fenomenologia più vasta: quella della non imputabilità della documentazione a chi ne risulta documentalmente l'autore".

[25] In questo senso Chiomenti, Il titolo di credito, Milano, 1977, 298.

[26] Pret. Alba 24 novembre 1992, in Giur. It., 1993, I, 2, 666, con nota adesiva di Giuliani, L'autenticità della firma di girata.

[27] In questo senso anche Santoni, La cambiale, a cura di Campobasso, in Casi e materiali di diritto commerciale, Milano, 1998, 175.

[28] Così Chiomenti, Mini assegno e maxi giudice, in Riv. dir. comm., 1976, I, 54.

[29] Partesotti, I titoli all'ordine, in Cod. civ. comm., diretto da Schlesinger, Milano, 1992, 75; Casanova, Impresa e azienda, in Tratt. dir. civ., diretto da Vassalli, Torino, 1974, 434.

[30] Santoro, Sottoscrizione di girata apposta mediante timbro-firma, in Banca borsa, 1996, II, 429.

[31] Santoro, Sottoscrizione di girata apposta mediante timbro-firma, in Banca borsa, 1996, II, 428 e ss.; l'a. per chiarire la differenza esistente tra autografia e sottoscrizione utilizza il dettato dell'art. 602 c.c., il quale, come già ricordato, dispone al I co. che il testamento olografo deve essere datato e sottoscritto di mano dal testatore; tuttavia, il II co. aggiunge che se la sottoscrizione "non è fatta indicando nome e cognome è tuttavia valida quando designa con certezza la persona del testatore". Pertanto, il co. I indica la normale identificazione tra sottoscrizione ed autografia, perciò quando la forma della sottoscrizione è tale, il documento deve essere attribuito all'autore (salvo la prova della violenza). Il II co. esprime un concetto più ampio di sottoscrizione: "qualsiasi segno che designi con certezza la persona del suo autore; tale sottoscrizione produce gli stessi effetti dell'autografia sulla base della prova della relazione tra il segno ed il suo autore, prova acquisibile ad es. sulla base di particolari usi sociali ovvero di elementi documentali non contestuali".

[32] E' ad esempio il caso dell'art. 2705 c.c., il quale attribuisce al telegramma un valore probatorio di scrittura privata autenticata anche nel caso in cui l'originale consegnato all'ufficio postale non risulti sottoscritto.

[33] Santoro, Sottoscrizione di girata apposta mediante timbro-firma, in Banca borsa, 1996, II, 429.

[34] Sui titoli di credito informatizzati, si veda Devescovi, Titoli di credito ed informatica, Padova, 1990, 77; Martorano, Titoli di credito, Milano, 1994, 23; Stagno D'Alcontres, Tipicità e atipicità nei titoli di credito, Milano, 1992, 110; Santoro, Appunti sulla moneta elettronica, in Riv. not., 1986, 879.

[35] Santoro, Sottoscrizione di girata apposta mediante timbro-firma, in Banca borsa, 1996, II, 428.

[36] La funzione delle cambiali finanziarie è quella di offrire alle imprese, ed in particolare a quelle non abilitate ad emettere obbligazioni uno strumento per raccogliere direttamente fra il pubblico capitale di credito a breve termine, alternativo rispetto al ricorso al credito bancario spesso eccessivamente costoso. Le cambiali finanziarie sono titoli di credito all'ordine emessi in serie, con scadenza non inferiore ai tre mesi e non superiore a dodici mesi dalla data di emissione.

Sulla disciplina della cambiali finanziarie si può vedere: Martorano, Profili cartolari delle cambiali finanziarie, in Banca borsa, 1996, I, 129; Bassi, Disciplina delle cambiali finanziarie, in Nuove leggi civ. comm., 1997, 80; Sfameni, Profili cartolari e societari della nuova disciplina della cambiale finanziaria, in Riv. soc., 1996, 1254; Righini, La nuova disciplina delle cambiali finanziarie, in Corr. giur., 1994, 530.

[37] In questo senso tra gli altri Santoni, in La cambiale, a cura di Campobasso, in Casi e materiali di diritto commerciale, Milano, 1998, 172.

[38] C. pen. 3 giugno 1957, in Giust. pen., 1959, II, 354; C. pen. 28 gennaio 1960, in Giust. pen., 1960, II, 530; C. pen. 10 novembre 1964, in Giust. pen., 1965, II, 274; C. pen. 5 giugno 1967, in Giust. pen., 1968, II, 200; C. pen. 23 novembre 1967, in Giust. pen., II, 737; C. pen. 9 marzo 1978, Riv. pen., 1978, 806. Si è, comunque, escluso che la sottoscrizione mediante l'uso dello pseudonimo costituisca un falso cambiario.

[39] Bianchi D'Espinosa, Le leggi cambiarie nell'interpretazione della giurisprudenza, Milano, 1969, 48, il quale rileva che è preferibile negare validità alla cambiale sottoscritta con lo pseudonimo, dal momento che l'art. 9 c.c. si limita ad accordare allo pseudonimo la tutela concessa al diritto al nome dall'art. 7, e l'art. 8 l. c. vuole la sottoscrizione almeno con il cognome, ed il prenome abbreviato. Nello stesso senso De Semo, Lo pseudonimo o nome d'arte con riguardo anche al diritto cambiario, in Dir. autore, 1954, 447; A. Giannini, Sulla sottoscrizione della cambiale e dell'assegno bancario, in Banca borsa, 1955, I, 450. In giurisprudenza, nello stesso senso: Cass. pen. 28 gennaio 1960, in Giust. pen., 1960, II, 530. Non rifiuta l'utilizzo dello pseudonimo nell'operazione di traenza dell'assegno bancario Molle, I titoli di credito bancari, Milano, 1972, 117.

[40] Spada, Forma e verità della sottoscrizione cambiaria, in Riv. dir. civ., 1981, II, 235.

[41] In questo senso Martorano, Lineamenti generali dei titoli di credito e titoli cambiari, Napoli, 1979, 282.

[42] In questo senso Cass. 20 ottobre 1965, n. 2148, in Banca borsa, 1966, II, 14; Cass. 8 gennaio 1970, n. 48, in Giust. civ., 1970, I, 887; App. Bologna 21 maggio 1965, in Banca borsa, 1965, II, 580. In dottrina in questo senso De Semo, Diritto cambiario, Milano, 1953, 305; Pavone La Rosa, La cambiale, in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo, Milano, 1982, 84. Con riferimento alle firme di girata degli assegni bancari, tuttavia, è stato affermato che il fregio illeggibile apposto come firma dal rappresentante di società, pur in presenza di un timbro dal quale risulti la denominazione sociale, comporta l'invalidità della girata e la conseguente responsabilità della banca trattaria che non rilevi l'interruzione della serie continua di girate: Cass. 22 aprile 1993, n. 4763, in Giur. it., 1994, I, 1, 960; Cass. 28 giugno 1988, n. 4367, in Foro it., 1989, I, 1892; App. Firenze 8 giugno 1984, in Arch. civ., 1984, 896, con nota di Bronzini; Trib. Napoli 25 gennaio 1991, in Banca e borsa, 1992, II, 227; Trib. Padova 3 marzo 1993, in Nuovo dir., 1994, 419, con nota di Bonato, Brevi note sulla validità della sottoscrizione cartolare.

[43] Navarrini, La cambiale e l'assegno bancario, Bologna, 1937, 77. Secondo Mossa, Trattato della cambiale, Padova, 1956, 298, non si domanda la chiarezza della sottoscrizione: "una firma è sempre una firma, e forse firma più autentica, quando è illeggibile".

[44] Spada, Forma e verità della sottoscrizione cambiaria, in Riv. dir. civ., 1981, 237.

[45] Partesotti, I titoli all'ordine, in Cod. civ. comm., diretto da Schlesinger, Milano, 1992,  79.

[46] Chiomenti, Il titolo di credito, Milano, 1979, 420.

[47] Cass. 12 maggio 1976, n. 1676, in Banca borsa, 1976, II, 413; Cass. 18 febbraio 1975, n. 631, in Banca borsa, 1975, II, 193; in dottrina Pavone La Rosa, La cambiale, in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo, Milano, 1994, 165 ss.

[48] Trib. Pesaro 15 marzo 1955, in Banca borsa, 1956, II, 112; App. Roma 9 luglio 1955, in Banca Borsa, 1956, II, 88.

[49] App. Bologna 29 maggio 1984, in Giur. Comm., 1986, II, 112; Cass. 25 luglio 1967, n. 1967, in Banca e borsa, 1968, II, 223; Cass. 29 aprile 1958, n. 1410, in Banca borsa, 1958, II, 521, con nota di Miele, La formalità della menzione della procura nel precetto cambiario.

[50]  In questo senso Libertini, La rappresentanza cambiaria, in Banca borsa, 1978, I, 406.

[51] Santoni, La cambiale, a cura di Campobasso, in Casi e materiali di diritto commerciale, Milano, 1998, 239.

[52] Santoni, La cambiale, a cura di Campobasso, in Casi e materiali di diritto commerciale, Milano, 1998, 241; Pavone La Rosa, La cambiale, in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo, Milano, 1994, 166; Libertini, La rappresentanza cambiaria, in Banca borsa, 1978, I, 407.

[53] Pavone La Rosa, La cambiale in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo, Milano, 1994, 87; Costi, Il nome della società, Padova, 1964, 90, nota 110; Angeloni, La cambiale e il vaglia cambiario, Milano, 1969, 99; Bianchi D'Espinosa, Le leggi cambiarie nell'interpretazione della giurisprudenza, Milano, 1969, 49; in senso diverso Asquini, Titoli di credito, Padova, 1966, 171. In giurisprudenza (Cass. 23 luglio 1935, in Foro it., 1936, I, 210) si è negata la validità della sottoscrizione apposta mediante l'apposizione della ragione sociale scritta di pugno del socio che ha la rappresentanza, senza la sottoscrizione col nome personale, dal momento che tale sottoscrizione non corrisponde al nome della persona fisica che l'appone, come richiede la legge, ma al nome della persona giuridica in nome della quale viene assunta l'obbligazione.

[54] Pavone La Rosa, La cambiale in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo, Milano, 1994, 88.

[55] Pavone La Rosa, La cambiale in Trattato di diritto civile e commerciale, diretto da Cicu e Messineo, Milano, 1994, 88; Cass. 19 giugno 1987, n. 5374, in Banca borsa, 1989, II, 315; Cass. 20 maggio 1954, n. 1625, in Banca borsa, 1954, II, 318; Trib. Venezia 16 giugno 1962, in Banca borsa, 1963, II, 111.

[56] De Semo, Diritto cambiario, Milano, 1953, 313; Asquini, Titoli di credito, Padova, 1966, 171; Libertini, La rappresentanza cambiaria, in Banca borsa, 1978, I, 407; Trib. Milano 29 aprile 1994, in Banca borsa, 1996, II, 71; Trib. Macerata 6 luglio 1965, in Banca borsa, 1965, II, 450.